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  • Gnisun

     

    Mili sentéi a masarassDer verlassene Weiler Presa im Val Bavona

    gann da sou e da lunn

    surèe da vénn in di sass.

    Pichèe l’us, ruèe gnisun

     

    Pouri penséi a sciuéi

    painèe da surudum

    ecc schlozz ‘me codéi.

    Marlèe falsc da gnisun

     

    Ingordèe sentiménn

    inciodèe fum

    scpecièe sgénn.

    Degièe gnisun

     

    Scmorsèe ‘l ciaiar

    ‘me d’invern la lum

    el besc-ch raiar.

    Frontèe gnisun

     

    Gnisun dananz

    gnisun dadré

    gnisun inzorénn.

    Solche pass, i mè

     

     

    gene

     

     

    Postilla

    Più che morta, è assassina

    g.

  • Soliloquio

    viandante

    Non te ne andrai vero? Non smetterai di sorridere intanto che pensi a possibili rinascite? Terrai la stessa innocenza di sempre, buona e cattiva? Perché, sai, io non posso fare senza di te, mai. Sì, va bene, mi piego, lavoro, concedo, ma voglio la certezza che dentro di me ci sia tu con le tue canzoni, con le tue idee, con la rabbia di chi non è quasi mai d’accordo. Sta pure discosto, cammina ancora da solo nelle nostre nuove periferie di casette palazzi e magazzini dai tristissimi colori e fogge, con le loro siepi e reticolati, attraversa strade con il beneficio della finta educazione dei nostri autisti, vai avanti a percorrere sentieri induriti dal tempo, abetaie buie e pascoli inascoltati. Va bene, allontanati quando vuoi, ma non andare via da me e dal mio cuore incerto. Dimmi che non cambierai. Sarai sempre sulle spine? Sì, vero? È dalle spine che ti trafiggono che nascono splendori minuti. Toglile pure le spine, ma ripetimi che non hai paura di altri trafiggimenti, e che anzi ti fanno girare il sangue ripulito, come frustato da ortiche alpestri. Dimmi che non rimarrò solo di fronte allo scoscendere di legami e obblighi. Sussurrami all’orecchio parole di rivolta, calde e serie, che svellono i discorsi inanimati. Ti divertirai sempre con niente, vero? Ricordami che dividere la tavola e i giochi è il solo modo di stare al mondo. Voglio la certezza che ti piacerà sempre la pioggia, mentre in direzione comune si anela al sole. Lo so, io devo stare nella corrente che trascina tutti verso un mare inquinato, ma desidero che tu mi giri e mi faccia risalire il fiume come le carpe, dove l’acqua lampeggia. Lo pretendo! Per questo e per altro, ti chiedo un’altra volta: non andrai via mai, vero, anima mia? E per ultimo: è vero quello che dici sempre nelle tempeste, che non morirai mai?

     

    gene

     

    Postilla

    L’anima si nutre d’estasi come la cicala di rugiada.
    Anatole France

  • Sostegno libero

    Questo blog esiste e resiste, ma ha bisogno di aiuto. Cioè, sono io che ho bisogno di sostegno per questa mia attività, anche perché le altre scarseggiano. Non dimenticatevi che io, Giorgio Genetel…

    Sorgente: With a little help from my friends

  • Decalogo

    Rudimenti per la giocatrice di bocce

    Trattandosi di un gioco antico e, giustamente, praticato per millenni da soli maschi, il gioco delle bocce risulta piuttosto oscuro alle femmine. Ecco quindi un piccolo vademecum per le gentili signore ragazze bambine che vorranno cimentarsi.bocce-22

    1 – Condizione fisica – Tonicità, provata salute mentale, indumenti adeguati (sconsigliate le gonne, si rischia di non vedere la boccia tra le mani e di disturbare il rispettabile pubblico).

    2 – Predisposizione naturale – Avere un’idea di come lanciare senza farsi e fare male. E avere tempo da perdere. Non piangere mai.

    3 – Disporre di viale e bocce regolamentari – Si può giocare anche in strada, ma occorre fare i conti con le interruzioni e i sapientoni di passaggio (ci sono anche ai viali, ma sono stanziali e con un bicchiere stanno buoni).

    5 – Conoscenza delle regole – Vince chi va più vicino al pallino. Si prega di tirare alle bocce e al pallino, non alle assi o alle persone e dentro fuori il campo.

    6 – Scelta dei compagni/e – Per una cosa seria e poco pericolosa, scegliere gente con la quale non si vivono drammi emotivi.

    7 – Conoscenza e apprendimento dell’accosto – Dolcezza nell’inginocchiarsi, carezza alla boccia, sussurri nell’accompagnarla (ammessi i gemiti). All’inizio è consigliato il farsi aiutare da un maestro nella ricerca della giusta postura tramite appoggio da tergo.

    8 – Conoscenza e apprendimento della bocciata – Carica erotica adolescenziale, piena coscienza del proprio ego, mira, forza e orgasmo al momento del pak!. Un po’ come nel sesso, ma con meno preliminari.

    9 – Conoscenza e apprendimento della bocciata al volo – Gesto da veri connaisseurs, detto anche “colpo di fulmine”, che non necessita di lunghi discorsi, ma che punta al colpo grosso. Previsto anche l’arresto, con boccia scambiata di colpo (tra i cultori avanzati questo gesto è definito “swingers”).

    10 – Eventuali – Dotarsi di una mappa delle riserve boccistiche, ormai confinate in luoghi discosti e popolate da una fauna di sfaccendati che ne sapranno sempre una più di voi e tenteranno di fregarvi o altro.

    Alla fine delle operazioni, si può fumare rilassate.

     

    gene

     

    Postilla

    La vita è più divertente se si gioca.
    Roald Dahl

  • In sella

    Solange andava al lavoro in bicicletta, con tutti i tempi. Pedalava lungo l’argine del Ticino ragazza-in-biciin orari vuoti di bambini e cani; oltre la campagna lo stradone risuonava di ferraglia e olezzava di benzina, incolonnati i pendolari, stanche le autoradio, assonnati gli occhi. Solange invece s’inumidiva il volto di rugiada e si librava nelle idee. Le curve d’asfalto dei viaggianti inscatolati, sull’argine diventavano volteggi di confini valicati ogni giorno come una promessa di terra inesplorata. Solange incontrava Pippi che frugava nel cavo del castagno per offrirle una gazosa, sfuggiva ridendo l’orco, strizzava l’occhio al lupo, superava con delicatezza Poulidor l’eterno secondo, salutava Fitzcarralldo, alzava lo sguardo verso il Barone rampante, incrociava Aureliano Bendìa, discuteva con Don Chisciotte, sogghignava del Becaària alle prese con la legna e di Huck Finn in navigazione. Nelle orecchie le risuonavano i tempi finalmente cambiati di Dylan e i sogni di rock ‘n roll del Liga. Cantava Margherita e recitava Ungaretti. Pensava agli amori e agli amici ogni volta che voleva. Dal cestino sul manubrio tirava fuori banane e whisky, caldarroste e manioca. Nei capelli le fioriva la primavera, si infuocava l’estate, si colorava l’autunno e fioccava l’inverno deponendo cristalli. Il sole abbronzava, l’acqua leniva, il vento sollevava la gonna. Nei giorni delle prove delle Moto Gp infilava un cartoncino nei raggi; sventolava un girasole a ogni notizia buona incastrata tra le pessime. Betulle pioppi ontani noccioli frassini e pini scansati come porte di uno slalom, sassi evitati come pensieri da scacciare, pozzanghere sorvolate come fanno i poeti con le banalità.

    In ufficio, conti e sorrisi.

    Quando smise di lavorare, lasciò perdere i conti e con tutti i sorrisi partì in bicicletta seguendo l’argine del Ticino, del Po e poi di tutti gli altri fiumi del mondo. Ogni tanto manda una lettera raccontando di genti piante animali profumi colori suoni gusti malanni e feste. Un giorno tornerà, ma non oggi e neanche domani.

     

    gene

     

    Postilla

    La bicicletta è bella per quello che ti può dare. Ti fa stare bene, ti dà la possibilità di sentire, di parlare, di vedere il mondo da un’altra angolazione. La bicicletta ti fa tornare indietro nel tempo. Ti fa tornare ragazzo.
    Davide Cassani

  • Misteri della lingua

    burattino

    La dottora ha detto alla mia mamma di smettere di fare la sartessa, che si rovina la salute. E che poi, il mio babbo, col suo mestiere di cuochesso guadagna per due. Eh no, Agatha, coi mestieri non ci siamo. Devi scrivere: “dottoressa, sarta, cuoco”. Rifare.

    Provo ancora.

    La mia ziessa fa l’avvocata, che è quella che parla alla giudicia per farle cambiare idea. La sua segretariessa ha gli occhiali ed è brutta come un’elefanta.

    Consegno.

    – Anche gli animali sbagli adesso? Elefantessa, Agata, elefantessa! Segretaria, Giudice, avvocatessa!

    – Ma come si fa a capire quando è “essa”?

    – Studia e scrivi.

    Scrivo.

    Papa – Papessa; Falegnamo – Falegnama; Carrozziero – Carrozzieressa?; Babbo – Babba (o Babbessa); Meretore – Meretrice; Pescatore – Pescatricessa; Principe – Principa (questa la so); Conte – Conta; Duca – ???; Broker – Brokera; Brocco – Brocchessa; Calciatore – Calciatricia; Pasticcio – Pasticciaia; Gabinetto – Gabinetta; Rondino – Rondina (facile); Clown – Clowna; Io – Essa.

    Consegno. La maestressa legge, mi guarda, non dice niente.

     

    Dopo cena (patatesse bollite), la mia babba legge a voce alta la lettera della maestressa.

    Vostra figlia Agatha sembra che si impegni, in realtà mi prende in giro. Anzi prende in giro la lingua italiana. Storpia mestieri, animali, cibi, parentele e titoli nobiliari. Vi consiglio di smetterla di parlarle in dialetto.

    – È vero, Agatha?

    – No! Io scrivo sempre giusto. È essa, la maestressa, che non mi può vedere.

    – Vediamo. Dimmi il femminile di Capo.

    – Testa.

    – Giusto… Non capisco. E di Uomo?

    – Donna.

    – E di Fantasmagorico?

    – Fantasmaghioricaiessa.

    – A me sembra tutto esatto, tu che ne dici?

    Il babbo abbassa il giornale.

    – Tutto giusto. Rispondi alla maestressa: “Nostra figlia è una genia”

    Sono andata a letto felicia.

     

    gene

     

    Postilla

    I grandi scrittori non sono fatti per subire la legge dei grammatici, ma per imporre la loro.
    Paul Claudel

  • La disdetta

    munch

    L’imponderabile calò su Ana. Si era appena seduta di fronte alla scrivania disordinata di quel direttore pieno d’energia, ma sfuggente nelle parole necessarie alla chiarezza.

    – Occorre una disdetta – disse lui abbassando gli occhi.

    – Cosa intende? – chiese lei, ancora ignara.

    Squillò il telefono, un fatto che in ufficio di solito è una seccatura e invece parve sollevare il direttore dall’imprecisato imbarazzo.

    – No no, dimmi pure – fece lui alla cornetta, accennando a Ana con la mano libera di pazientare un attimino.

    Lei che ascoltava sì e no, per coltivata educazione, intese che si trattava di qualcuno della sua famiglia, forse la moglie, la madre, il fratello. Si dilungò, il direttore, a spiegare bene dove si trovasse una tal cosa, forse dietro la radio, o sotto il Piccolo Principe appoggiato sul tavolino basso del salotto, magari infilato nel Trattato di psicologia, o addirittura nella tasca posteriore dei pantaloni da montagna, quelli beige.

    Intanto Ana, senza spazientirsi, stava pensando a come risolvere il disagio di un suo paziente bipolare e, visto che il direttore si era messo a spiegare all’interlocutore telefonico a proposito di una questione pianificatoria, aveva buttato giù un paio di appunti sul suo taccuino.

    – Queste telefonate… – disse il direttore, mettendo giù. – Senti Ana…

    In quell’istante, transitò nell’ufficio una certezza indefinita di imminente catastrofe. Ana la vide incollarsi al bel viso del direttore, come una Maschera di Ippocrate. Si preparò al peggio, qualcosa come una confidenza su una malattia inguaribile, o un terribile lutto che lo avesse colpito.

    – Si sente bene direttore? Cosa intende per disdetta?

    Lui trasse un foglio da una cartella, simile a quelle che lei vedeva trent’anni prima negli uffici statali della sua provincia sudamericana e che non promettevano nulla di buono.

    Le passò il foglio, Ana lesse impassibile.

    – Che significa tutto questo? – chiese, impallidita.

    Il direttore prese fiato come se si accingesse a un’immersione in mare.

    – Significa che purtroppo dobbiamo interrompere il nostro rapporto di lavoro.

    La Maschera di Ippocrate era passata sul viso di Ana. Il taccuino le cadde di mano. Nessuna parola si affacciò alle labbra e solo dopo interminabili attimi osò balbettare.

    – Lei mi sta licenziando…

    – No, è una disdetta. Mi serve una tua firma, sotto la mia.

    E Ana firmò la disdetta del rapporto di lavoro, ancora fedele alle parole di quel direttore che tanto ammirava senza pensare alla differenza, per lei, tra una disdetta e un licenziamento.

    – Posso tornare al lavoro?

    – È meglio che raccogli le tue cose entro mezzogiorno, non vorrei problemi col resto del personale, capisci vero?

    No, non capiva. Dieci minuti prima era alle prese con il suo lavoro e ora il vuoto? Non capiva. Abbassò il capo, si alzò e uscì senza la forza di salutare, mentre il direttore componeva un numero, probabilmente quello di chi comanda davvero e manda avanti i sottoposti.

    In lacrime, salutò i suoi pazienti che forse non capivano del tutto.

    Alle tre del pomeriggio era al bar, sola, con quella disdetta piantata nel cuore. Si sentì straniera come il giorno di trent’anni prima quando scese dal treno senza lavoro, senza soldi, senza niente, ma con un futuro immaginato e una speranza. Ora più niente, nemmeno guardando nel bicchiere. Nello stesso momento, il direttore digeriva il pranzo e il piccolo peso sull’anima.

     

    gene

     

    Postilla

    Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.

    Joseph Conrad

  • La gloria

    Avanzò sulla destra, solitario, approfittando del terzino che lo stava sottovalutando da calcio-22almeno dieci minuti, e aspettò la palla buona. Sulla maglia un cognome quasi da bomber parigino, all’anagrafe il nome che i suoi gli appiopparono nella culla: Omar. Una roba araba ma sdoganata ovunque. Ma lui s’accostava a Sivori, eroe rompicoglionesco della sua squadra del cuore. Non aveva il dribbling e la natura sarcastica dell’argentino. Ma un buon tiro sì. E quello piazzò quando la palla transitò nel suo metro quadrato di competenza. Dal suo piede, l’attrezzo rotondo parve scegliere l’opzione fiume-adiacente, ma si abbassò oltre il portiere, intento a fregarsene, e si infilò nell’angolino alto.

    Nelle sue poche notti insonni, Omar rivisse quel gol con annesse alcune impossibilità e inesattezze, tipo l’aver calciato in piena corsa (mai!), dopo una cravatta al difensore (non c’era nessuno nel raggio di venti metri) o dopo attenta analisi balistica del perché e percome (tirò a caso). Il padre, che non aveva assistito alla prodezza, non gli credette mai; la madre invece sì e gli preparò manicaretti speciali per una settimana intera. Il che condusse Omar verso un ulteriore appesantimento organico, con nefaste ripercussioni sull’alzarsi dal letto il mattino. Probabilmente, Sivori si sarebbe svegliato pronto a litigare con il mondo, ma il nostro Omar no, preso da una beatitudine completa che lo portò nel volgere di un mese ad abbandonare il calcio giocato, per puro coronamento di una carriera da non sciupare con esibizioni non all’altezza di quel gol.Come Obdulio Varela dopo il Maracanazo, si diede al rimpianto per aver mortificato l’avversario, seppellendo il magone con montagne di asado.

    Oggi, deambula su campi di periferia in braghe di gabardine a dispensare consigli, pressoché inascoltati; ma a ogni ricorrenza di quel gol superbo, sua madre mette in tavola di tutto e anche l’incredulo padre ne approfitta. La gloria ha molte forme, questa mi sembra una delle migliori.

     

    gene

     

    Postilla

    La gloria si dà soltanto a coloro che l’hanno sempre sognata.

    Charles De Gaulle

  • Loro due

    innamorati

    Come si conobbero? Quando si decisero al volersi bene? E l’amarsi? E le attese, le incertezze, la felicità, l’impazienza? Speranze e dubbi? E poi ancora: quali parole vestirono il passato, per spiegare chi fossero e da dove venissero? A quale fortuna si aggrapparono per essersi incontrati? Quale futuro da immaginare oltre i tremiti dell’amore nascente e riconosciuto in ritardo?

    Non lo saprò mai. Penso però che dopo aver attraversato il fiume per andare al paese di là, a lavorare o ballare, lui la incontrò come si incontra un incantesimo. La vide al bar, la prima volta? Potrebbe essere. Me li vedo, lui ammagliato dai rigogliosi capelli biondi, senza sapere che sotto erano bianchi per il terribile incidente di dieci anni prima che le lasciò la testa fracassata, scampata senza sapere come.

    Anche lei lo vide al bar quel giorno per la prima volta? O era già più avanti perché di lui sapeva per via dei lavori erranti d’artigiano? Lui sentì qualcosa nel petto? Compunto e razionale com’era, seguì subito quel bruciore o si difese con un timido canto corale?

    Lei, che il bar era una delle poche libertà concesse dalla madre dittatrice, fidandosi solo di un’ignota intuizione femminile, poté davvero dirsi che quell’uomo coi baffi le piaceva, anche senza sapere perché? Ma le serviva poi un perché? O piuttosto: perché lui sì e altri no? Forse per quel fremito dalle gambe al grembo?

    Lui non avrebbe voluto ascoltare o sentire quella confusione di pensieri nella sua testa ordinata. Ma poi allentò le difese? Quando si dissero? Dove si baciarono? Pensarono a quello che sarebbe sparito e a quello che sarebbe venuto?

    Non so. Si sposarono pensando alla felicità, o a cose più praticabili? E quel dolore chiuso nella piccola tomba bianca all’ombra del muro, sarebbe rimasto lì sotto davvero? O gli altri figli avrebbero lenito? O ferito di più?

    E l’ultimo pensiero di lei, ancora giovane ma condannata dalla malattia, fu per lui che rimaneva solo? E lui? In quel letto d’ospedale, quindici anni dopo, alla sua ultima parola, la chiamò?

    Il quadro non sarà mai completato, mai. Almeno loro si completarono? O fu sempre troppo breve la stagione dell’amore? Ne valeva la pena? Cosa resta? Chi sono?

     

    gene

     

    Postilla

    Mi feci tante domande che andai a vivere sulla riva del mare e gettai in acqua le risposte per non litigare con nessuno.

    Pablo Neruda

  • Il Buono, il Brutto e il Cattivo

    il-buono-il-brutto-e-il-cattivo

    Vacante da tempo, dopo la batosta alle elezioni precedenti, il ruolo di presidente del Partito Popolano Liturgico (Pipielle) ricominciò a essere ambito. All’assemblea si fecero avanti in tre: il Buono, il Brutto e il Cattivo. Battimani e cori accolsero le candidature e cominciò così la lunga campagna tra sagrestie e osterie. Una disfida leale, dissero e si dissero, e vinca il migliore per il bene del Pipielle. Si batterono campagne e periferie, e nel corso della corsa i tre si profilarono.

    Discorso del Buono: “Il Signore ha voluto che a guidare le pecorelle fossi io perché non può fare tutto lui. Prometto amore e fratellanza, matrimoni, figli legittimi e castità. Perché solo nella castità l’uomo ritrova se stesso, senza farsi traviare dalla carne e dagli inganni femminili. Prometto alle donne una casa per tutte, dove potersi dedicare alla cucina, ai figli e ai voleri dello sposo. E sottolineo sposo, non ogni avventuriero di passaggio. Votatemi e sarete sanati”.

    Discorso del Brutto: “Non fatevi ingannare dal mio aspetto. Io sono bello dentro, il mio cuore è avvolto da abiti firmati, il mio stomaco è una cucina a cinque stelle, i miei piedi Rolls Royce. Tutto questo potrà essere realtà anche per voi, che fate fatica ad avere una seconda casa o non potete andare in vacanza tutti i mesi a Montecarlo. Meno tasse allo Stato, più prebende alla Chiesa, la sola istituzione che ha saputo prosperare per due millenni grazie all’illuminazione dei Papi e all’umiltà dei poveri di spirito. Votatemi e il Paradiso vi attenderà”.

    Discorso del Cattivo: “Mi dipingono così, ma non sono cattivo. La mia peculiarità è la granitica grinta che spazza via i deboli e gli inutili. Ma voi siete forti e utili, e con voi conquisteremo terre prosperose da destinare al comando e all’ordine. Elimineremo le diversità con la forza, dai culi ai mongoloidi, dalle puttane alle femministe, categorie che sono la rovina. E poi, basta con i dialoghi con altre religioni e altre razze. Siamo nati per dominare e lo faremo. Votatemi e spartiremo”.

    Il giorno della votazione per il Presidente del Pipielle, i tre candidati attesero al seggio per due giorni e non si presentò nessuno. Il terzo giorno andarono al casting di Sergio Leone, ma non li scritturarono.

    Questo succede a credere nella democrazia, cazzo.

     

    gene

     

    Postilla

    È un bel tipo mio fratello… Ah sì, perché non te l’avevo detto, ma il capo qui è mio fratello. Insomma, a Roma c’è il Papa e qui c’è mio fratello.

    Tuco