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Le palle del tempo
Mai cominciare un pezzo parlando del tempo, Gene!

Intanto che gli svitavo il tappo, che lui non ce la faceva, il Bobo sbirciava sul mio testo e ammoniva. A volte erano altre macellate. Servivano. Una volta mi disse di tornare al mio vecchio mestiere di falegname, che nel giornalismo nessuna sicurezza. Forse era per spronarmi, o per dirmi tra le righe che le mie cronache facevano cagare. Ma aveva ragione, nessuna sicurezza e infatti un giorno mi diedero un calcio in culo.
E quindi, alla faccia di tutti, dico che oggi 29 luglio si crepa dal caldo, azzerata la voglia di farne, aumentata la sete e di conseguenza la noia.
Io non lo so, ma a me questa storia delle stagioni rompe. Quando ci si comincia ad abituare al freddo, arriva febbraio e si suda; quando il caldo si fa piacevole abitudine, pioverà e poi nevicherà. Basta! Nessuna sicurezza nemmeno da Binaghi, che anzi gode a paventare scenari indesiderati e a provocarli con gusto sadico.
– E cosa ci aspetta domani?
– Purtroppo domani ci attende… – e via un elenco di imprevisti, elencati con voce melliflua. Brutto jettatore. Tutti i giorni così, mattina mezzogiorno e sera, video e radio, adesso anche online e sui marchingegni portatili.
Il tempo, cazzo. Una volta che tutti lavoravano all’addiaccio, toccava scrutare rondini e cappelli, salamandre e grani di sale; oggi che tutti se ne stanno rintanati, chiediamo alla sibillaphone di dirci se tra cinque minuti pioverà o tirerà ventaccio. Ma chi se ne frega, guarda fuori dalla cazzo di finestra no? Tanto, per quel che devi fare, tra scrivania e briefing…
Quindi. Oggi a Locarno fa un caldo così e girano mandrie ruminanti e sudate, caro Bobo. Il Binaghi dice di temporali in serata. Ovvio, devo giocare alle bocce all’aperto, che per portare acqua è una garanzia, come il fieno appena tagliato.
Tutto il giorno a lamentarsi, e pel primo d’agosto neanche il falò. Che palle. Chissà su Marte che tempo che fa? Dimmelo Piernando, dai.
gene
Postilla
Sulla tv satellitare c’è un canale meteo – 24 ore su 24. Avevamo qualcosa di simile quando ero bambino. Si chiamava finestra.
Dan Spencer -
Calafatore patagonico
In Patagonia, qualche tempo fa, ci imbattemmo in un tipo piuttosto vecchio, che calafatava barche. Incuriositi dal lavoro, tentammo un paio di domande nello stentato spagnolo da diporto. Rispose circa allo stesso modo.

– Ma toca de riparar del sal del mar estes barcos.
Commentammo tra noi in dialetto, su come lo spagnolo ci assomigli. A quel punto, il vecchio chiese se eravamo italiani.
– No, ticinesi. Suizos.
Sul suo viso si dipinse uno stupore da nostalgia.
– Me chiamo Giuseppe Angelini, Josè. – si presentò, in quell’italiano che sentiamo dai sudamericani, che da qui in avanti tradurremo per comodità. – Sono di Bellinzona, ma non ci sono mai stato. Mio padre partì nel 1912, attraversando il mare senza sapere per dove, se non da qualche parte americana. Io sono nato nel ’25 a Buenos Aires, siamo cresciuti alla Boca, avete presente quel posto dove giocava Maradona? Ecco, lì.
Ci raccontò che lui non era un bullo, ma qualche campionato regionale l’aveva combattuto. – In piena polvere e sole pallido, nelle domeniche pomeriggio quando non dovevo spingere il carretto di papà con le cianfrusaglie che aggiustava. Campi impossibili e senza misure certe. Di sicuro c’erano solo i calcioni di tutta quella gente che popolava la Patagonia cilena attorno a Punta Arenas.
Padre rigattiere, lui pescatore, e ora che le ossa pungevano dalle fatiche accumulate, a calafatare. A ottant’anni anni, ancora al lavoro dalla mattina alla sera.
– Ragazzi… Oltre ai nativi del luogo, c’erano slavi di ogni provenienza, italiani, spagnoli, francesi. Molti di loro scappati dalle grinfie dell’Europa nazifascista e disposti a tutto pur di sopravvivere. Senza noi emigranti, qua mangerebbero ancora con le mani – spiegò ridendo e facendo gesti per spiegare la natura selvatica delle genti di laggiù.
Ci eravamo guardati attorno, nel viaggio alla Chatwin, e nelle commoventi distese magre d’erba gelata si poteva facilmente immaginare una vita durissima per uomini alla ventura. José ci disse che il padre gli parlava in dialetto, ma che fuori di casa la lingua franca era lo spagnolo imbastardito. – Così mi è rimasto questo miscuglio, ma si capisce vero?
Alla richiesta di farci sentire qualcosa di dialetto, rispose con un oscuro “Am ragordi quasi noto”, che ci fece sobbalzare.
– Ma sei proprio di Bellinzona, o di qualche paese vicino?
– Sono di Preonzo, a due passi da Bellinzona. Non come qua che le distanze si misurano in giorni. Io non ho mai visto quei posti, ma il papà mi raccontava e io una qualche idea me la sono fatta.
Quando gli dissi che anche noi eravamo di Preonzo, mollò il secchio con dentro quella specie di catrame vegetale e ci abbracciò. Forse pianse.
Andammo avanti per diverse ore, sulla riva del mare artico di fronte alla Terra del Fuoco; gli dovemmo raccontare tutto del nostro paese, per rinfocolare le sue vecchie idee. Poi tornammo al calcio.
– Giocavo all’ala, molte volte dovevo andare oltre la riga laterale per schivare le entrate dei back, cattivi come guanachi in calore. Pochi gol, tanti passaggi. Poi un giorno mi stufai. Ora guardo la televisione, ma i cileni non hanno una grande squadra, né di club né la Selección. Per fortuna sono argentino. Ci guardano sempre male, ma quando l’Albiceleste gioca contro di loro s’infilano la coda tra le gambe.
Sghignazza.
Chissà come la prende oggi, che il Cile ha vinto due Copa America battendo proprio l’Argentina in finale, sempre ai rigori. Non abbiamo più saputo nulla di lui, ma pensiamo che sia ancora lì, sullo stretto di Magellano, catrame in secchio, cazzuola in mano. Josè Angelini, forse l’ultimo di una parentela preonzese estinta.
gene
Postilla
La Patagonia! È un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.
Bruce Chatwin
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Pane maledetto
Avere un forno e una bottega era una fortuna, in una Svizzera schiacciata dai nervi
dell’Europa in crisi. Alberto aveva sedici anni e tirava la cinghia, in buona compagnia. Padre italiano, italiano lui e i suoi fratelli. Alla bottega del pane gli facevano credito solo perché la mamma era di Claro. La famiglia proprietaria era una di quelle patrizie, venata dalla sottile prepotenza dei creditori che usano il guanto della carità per nascondere il pugno di ferro.La storia si fece ingovernabile quando Alberto, prostrato dall’inedia e dalla sottomissione, un accidentato giorno rubò un filone di pane bianco. Rapida inchiesta familiare e la madre si presentò con lo scialle di tutti i giorni a chiedere scusa per il delitto del figlio. I soldi della pagnotta in mano.
– A ciamom la polizii – disse il padrone. E così fece.
I poliziotti giunsero da Bellinzona di malavoglia.
– Guardi che se lo denuncia, dato che il ragazzo è straniero, dovrà lasciare la Svizzera. Ci pensi bene, per così poco… – spiegò l’appuntato, col berretto in mano, come si conveniva di fronte a chi comandava senza bisogno di carica.
– A fa nóto. Al déef imparèe la creansa! – scandì il padrone ergendosi in cipiglio.
Così, Alberto, per imparare una creanza che già aveva, dovette lasciare la famiglia e il paese dove era nato. In lacrime baciò la madre alla stazione e si accinse a pagare una vita di interessi sul suo debito.
Andò a Villarfocchiardo in Val di Susa, paese mai visto e sentito nominare di rado in famiglia per l’origine di suo padre, dove c’era una lontana e ignota prozia. Fu chiamato alla leva e alcuni anni più tardi mandato al fronte per il somaro Mussolini. Ferito, imprigionato e poi liberato con la salute rovinata, tornò a Villarfocchiardo, dove i parenti di qua lo andavano a trovare con spedizioni dell’altro mondo. Ci andai anch’io: era così forte nella memoria di Alberto il ricordo di Claro da aver ricostruito un modellino in legno della rocca di Matro con le case appollaiate. Penso ci abbia tempestato lacrime e saettato fiele.
Tornò in Svizzera per due giorni, quando morì il fratello. E basta.
Pochi anni dopo, solo e stanco, morì.
La bottega del pane chiuse quello stesso anno, non rendeva più, schiacciata dalle maledizioni.
Alberto prosegue ancora in solitudine, nella dolce terra straniera dove riposa, parlando tra sé in dialetto di Claro.
gene
Postilla
Lei, chi è? − Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso.
Emil Cioran, 1969
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Fieno
Il Rinaldo scende fino al piano con una bisàca gigantesca sulle spalle, che pare una
Tschäggättä vallesana. Saranno sì e no cento metri, ma Bolt se li sogna. Ne porta una decina di queste immense nuvole di fieno, avanti e indietro. Gliele preparo ammucchiando sulla tela col forcone il prezioso foraggio e lui, dopo averle legate, se le issa sulla coppa e parte in un miscuglio di barba e fili d’erba secca, circonfuso di tafani e biamm.Una figura epica, non ci sono discussioni: nella tristezza di un 2016 pieno di coglioni che muoiono, ammazzano, corrompono, pregano, rubano, violentano, tassano, reprimono, cianciano, mentono e ridono per nullità, il Rinaldo che vince l’ingombro del suo carico scendendo il sentiero è rivoluzionario. Mi commuovo nel guardarlo, mentre anch’io schiaccio tafani e gocciolo sudore limpido. Non vivevo una fienagione dal ’77, calcolo, ma questa è riscatto.
Peccato che il Rinaldo sia astemio e la sera vada ad acqua come una locomotiva, ma per il resto è nella topten di tutti i tempi. Trova il tempo per incazzarsi su Repubblica, giornale a lui ignoto. Poi, a cena mangiata, s’incammina nel crepuscolo bavonese a recuperare cavalli fuggiti, come un intramontabile eroe della frontiera.
gene
Postilla
Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Italo Calvino
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La Città Rettangolo
Vago per la città con il Pass in tasca, pensando a come liberarmene. Operazione vietata.
– Al collo, cittadino! – dicono ai blocchi. Al terzo richiamo scatta il limite di circolazione, oltre il tuo Areale non puoi andare.
La città è sezionata in 24 Areali. 21, distinti dall’A alla Zeta, sono per abitazioni e uffici, ciascuno con una centrale di polizia; l’Areale Corona è sede del Municipio, delle banche, delle amministrazioni e delle holding; l’Areale Lampo è sede dei vettori di energia e dei centri di ricerca; l’Areale Acciaio è quello delle Forze Armate e di Polizia, oltre che delle aziende preposte alla manutenzione della Città. Una geometria tracciata con il satellite quando fu presa la decisione di mettere ordine. Ogni Areale è una muraglia di palazzi.
Dieci anni fa, prima della Grande Trasformazione, tra vie e piazze piene di locali, bar e cinema, la popolazione si spostava libera tra parchi e alberi. Gli spazi pubblici non erano molti, già consumati dall’urbanizzazione precedente, ma resistevano. C’erano confusione e precarietà tipiche delle città del Novecento, periferie e slums compresi. Poliziotti e agenti privati non bastavano più e vennero posate telecamere su ogni edificio, a tutti gli angoli. La visione richiedeva un sacco di tempo e denaro, e l’amministrazione comunale non poteva più star dietro alle migliaia di immagini al giorno.
Fu allora che la Città fu venduta, a pezzi, dopo averla sezionata a quadratini mappali. Il Comune vendette ai migliori offerenti gli spazi pubblici di questi quadrati, rinominati Areali, capitalizzando una montagna di denaro che servì per sfrattare i cittadini e a riammetterli agli alloggi dei nuovi proprietari, holding edilizie con mercato mondiale che sbatterono giù quasi tutto e ricostruirono occupando molto più spazio in larghezza, tagliando piante e occupando piazze, e in altezza, senza curarsi dell’estetica. I cittadini abbienti furono fatti tornare, i poveri no. Da allora, di propria volontà, nessuno esce dalla Città, che è un guscio di massima sicurezza per il cittadino.

Giunsero in modo controllato altri benestanti da ogni parte del mondo e la Città raddoppiò il numero di abitanti nel giro di due anni. Il Comune, già debordante di nuove ricchezze, lasciò ai proprietari delle holding la gestione della sicurezza. Con dei semplici Pass digitali, come quello che ho in tasca, misero tutto sotto controllo, dai rumori agli spostamenti. Passare da un Areale all’altro, ora, è come attraversare una frontiera. Non ci sono fili spinati, ma giganteschi metal detector, robot armati e rilevatori di dati. Dentro gli Areali ci sono blocchi di polizia privata che controllano a sorpresa. Il Pass ha tutti i dati personali del cittadino, compreso il dna e l’albero genealogico. Ogni movimento di denaro è scritto lì dentro, come pure lo stato di salute, monitorato due volte l’anno per legge. La tua vita là dentro. Se perdi il Pass la prima volta, devi attendere a casa fino all’arrivo di quello nuovo; alla seconda non puoi uscire dall’Areale dove vivi per tre mesi; alla terza distrazione c’è il confino a domicilio a tempo indeterminato e se non hai un reddito superiore a diecimila scatta l’esilio, la cacciata dalla Città.
Non ho il coraggio di andare via di mia spontanea volontà, come tutti ho paura del mondo fuori, ho moglie e figli, un lavoro sicuro, anche se sotto la soglia critica di reddito. Ma non sento cantare e gridare da anni, non vedo bambini in strada a giocare, non conosco più la dolce notte in piazza con gli amici. Al calare del sole non si vede più nessuno. Si lavora, si mangia, si dorme. Gli amici… scomparsi… Penso sempre più spesso a mia madre sola e lontana, fuori dalla città.
Sono ormai al secondo smarrimento di Pass, so che il rischio è altissimo. Ma lo corro, per pavidità, per non dover prendere decisioni. Che ci pensino loro a sbattermi fuori, se proprio si dovrà. Getto il Pass dentro un tombino lucente (tutto nella Città luccica). Alla trasversale 22 dell’Areale D mi fermano. Non frugano mai, non serve.
– Favorisca il Pass, visto che non lo tiene al collo – mi dice il poliziotto guardando altrove.
– L’ho perso.
Mi portano in centrale e con l’esame dell’iride risalgono alla mia identità. Trenta secondi. Mi riaccompagnano a casa. Una settimana dopo arriva la decisione:
“Lei deve lasciare la città.”
Sono sollevato e spaventato all’idea di un mondo nuovo. Lo dico a mia moglie e ai miei figli.
– Noi non veniamo, tu sei un criminale. Noi il Pass lo abbiamo – enuncia lei, come se parlasse a nome di tutti.
E mi guardano come se non fossi mai esistito.
gene
Postilla
Vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre.
Da Taxi Driver -
Alpe
Continua, dunque
Scena 2 – Esterno sera, Gariss – Protagonisti: Cicio, Dany, Denco, Gene
Siamo saliti fin lì per bere, fumare e dire stronzate. Col bere è okay, fino a un certo punto, e
si fuma in pace e si ganassa senza picchi. Quando il bere aumenta di quantità e mescolanze, il Cicio comincia a storpiare nomi senza accorgersene. Di solito basterebbe mangiare un boccone, il Dany ad esempio lo fa, col Denco a sostegno. Io tengo botta col Cicio, che alla deriva improvvisa messa con lo sclafsach come saio e poi piazza una radiocronaca di una partita che concepisce solo lui.– Uolstid passa a Uribezu, palla a Uiuol che spara una bomba. Sadat battuto!
Sadat si conosce, anche se è già morto; Uolstid dev’essere John Steed, il compagno di Emma Peel, anche se non s’è mai capito se trombino, inglesi come sono, e andrebbe fatta una verifica seria; Uribezu è chiaramente Uribezubìa, scalatore basco, ma non sono sicuro che il Cicio lo sappia; di Uiuol nessuna etimologia possibile. Inutile chiedere spiegazioni, il Cicio non svela i trucchi del suo mondo.
Intanto il Dany, con la camicia da Gariss, continua a pescare viveri dallo scatolone, detto Magic Box; il Denco ha le fiacche ai piedi e si butta in camera.
Vien fame, il Cicio mette le costine sul fuoco dentro la cascina, riluttante perché preferiva farle fuori sotto un’acqua a dirotto. Il Dany chiede come mai, tanto per.
– Hanno deciso di farle dentro – risponde l’altro polemico, senza spiegare “hanno” chi, visto che ci siamo solo noi nel raggio di mille chilometri.
Bisogna stare a due metri dal camino, tanto rosseggia di brace. E dopo un po’ il fumo ammanta il locale, la trave del focolare comincia a bruciacchiare, intaccata dall’esagerazione celsius. Corrono secchi d’acqua che spargono cenere bagnata ovunque, il rogo si placa, le costine sono da buttare.
Attacchiamo Country Roads, giusto per svegliare il Denco e metterlo di cattivo umore.
gene
Nota – Non so se tutta questa scena la teniamo, i pompieri dicono che ci potrebbero essere problemi.
Postilla
Dany: “A si mighi vidù la nòso Déda?” (da recitare con voce tremolante)
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In fila
Mi toccò ripetere cosa ci facessimo lì.

– Trovare lavoro.
La fila si dipanava tra reticolati cadenti e ferraglia indistinta, macchine rugginose, barattoli schiacciati, resti d’armature, coperchi, bidoni.
– Urcudìu, non siamo proprio in pochi… – borbottò Pedro da dietro la barba incrostata di sale e polvere.
Infilate con noi, altre centinaia di persone stracciate nei cuori e nelle vesti.
A un certo punto, giunsero sirenando macchine della pola a far da contorno a una specie di ape regina in forma di automobile gigante, forse una Bentley. La parata si fermò in fondo, nello spazio ricavato tra i rottami per farci sorgere un palco in legno di casseratura, dove i reclutatori selezionavano indefessi la merce umana che si presentava a turno. A me pareva un mercato degli schiavi, come quello disegnato sull’enciclopedia per ragazzi Conoscere che da piccoli ci faceva immaginare passato e futuro.
Dall’auto scesero quattro uomini con occhiali neri, poi un altro tipo, grasso e lucido. Lo accompagnarono sul palco e si apprestò a parlare, coi gorilla schierati dietro e tutta la pola davanti.
Si fece silenzio. Pedro si appiccicò la noia sul volto, a mischiarsi con sale e polvere come una maschera incaica. Si sentiva solo la puzza generale.
– Non siete ospiti, non vi abbiamo chiamati, non vi abbiamo voluti. Siete solo arrivati, con la fortuna che altri vostri compagni di viaggio non hanno avuto – esordì il Lucido, con quella voce stentorea che avevo sentito tante volte alla televisione. – Alcune nostre leggi, volute in passato, ci impediscono di rispedirvi nei vostri paesi. Non abbiamo lavoro da darvi, non abbiamo soldi, non abbiamo voglia.
Altra pausa. Pedro mi guardò come se fosse colpa mia. Vaffanculo Pedro, pensai. Poi il Lucido riprese.
– Ma possiamo tenervi là in fondo, nelle abitazioni.
Seguimmo la direzione del suo dito, ma oltre la ferraglia e la pianura non si vedeva un cazzo.
– A un prezzo: dovete consegnare i vostri averi, o quello che è, e li terremo come caparra fino a quando non potrete rifondere l’aiuto che vi stiamo dando.
Pedro mi guardò di nuovo e senza una parola cominciammo ad arretrare, scorrendo la fila di volti attoniti fino al suo fondo. Udimmo ancora il Lucido che richiamava all’ordine, poi imboccammo la pianura. Se lavoro non c’era, avremmo rubato. Nessun problema.
gene
Postilla
Presto vieni qui, ma su, non fare così,
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te, che stanno in fila per tre,
che sono bravi e che non piangono maiEdoardo Bennato
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1971
E invece il nonno Delfino è un mite, invece che la nonna s’intende, che lei comanda a bacchetta tutti quanti e stravede solo per me, come già detto l’altra volta.
Il nonno la accondiscende, le prepara la legna, le porta la spesa, le chiede se ha tutto e alla brusca risposta (“Van, van e fat più vidéi”) saluta gentilmente e va in Guèr con le sue pecore.
Ormai la nonna non lo segue più sulle sue malferme gambe e guardando gli occhi azzurri e dolci del nonno si capisce che è una grande pena non averla con sé sempre, a rompergli le balle.
Il nonno è il solo che mi dice ménge, mangia, non come ordine alla mia riluttanza ma come invito alla mensa dei poveri.
Allora, le sue patate e il suo formaggio sono una delizia e mentre le pecore stanno nel pascolo a pensare alle loro faccende beviamo anche un bicchiere, in muto accordo.
Io lo so, dal suo gesto di riporre il fiasco ai piedi del tavolo, che vorrebbe tornare giovane per sposare la nonna di nuovo.
gene
Postilla

Fu antica miseria o un torto subito
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Onorevole Falsoff
Tutto quello che dici è falso, dal semplice ciao ai discorsi pubblici. Quando parli di lavoro
sei falso, quando giustifichi la sicurezza con controlli e leggi sei falso. Sei nato falso. Quando sembri contento di vedermi sei falso, quando fai la morale sei falso. Quando ti vesti, quando sei dietro a un microfono, quando sorridi ai tuoi elettori, quando spieghi alla Nazione che la legge e le regole sono così e cosà, sei falso al quadrato. Falso anche quando sorridi in pubblico stringendo tua moglie, e per osmosi è falsa anche lei. Quando ti discolpi, quando tuoni appassionato, quando assembli metafore: sei falso. Quando contrito comunichi a qualcuno che hai fatto tutto quanto potevi ma purtroppo le cose vanno così, sei falso, falso e ancora falso. Quando posti parole e foto very social delle tue azioni umanitarie in Nepal o il tuo radioso sorriso al congresso del partito, quando inauguri la mostra d’arte o il museo del territorio, quando sei al concerto o al festival del cinema, sei un falso. Quando mi chiedi come va, sei falso, e sei falso quando ringrazi la perfetta organizzazione. Sei falso quando inviti a votare sì e anche quando inviti a votare no. Sei falso quando stai in Parlamento fingendo interesse, falso quando dal pulpito ti rivolgi a quella che chiami “la nostra gente”, quando dormi o quando ti indigni con un avversario o un delinquente. Sei falso perfino quando tradisci. Sono false le tue idee, sono falsi i tuoi programmi, false le tue promesse, falsa la tua rappresentanza. È falsa la tua vita. Sei falso tu.Ma rimani pure qua, così sembro migliore io.
gene
Postilla
È tutto falso, il falso è tutto
Giorgio Gaber
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Eros
Gli si era incastrata nella testa quella cosa, che prima era un’idea fugace, poi si era
trasformata in un dolce desiderio e verso le quattro del pomeriggio arroventò in passione. Stava impastando malta da ore, senza pausa, fantasticando sulle morbide forme che il roteare dell’impasto inventava e mutava a ogni giro. Il mattino, il giovane muratore scattava a ogni richiesta di un secchio pieno, ma nello scorrere rovente delle ore la solerzia s’afflosciava nella libido. Ormai non sentiva che languore nelle ossa, come se le vene irrorassero oppio. Mescolava e palava, riempiva e agganciava il secchio con la meccanica di chi ha la testa irrimediabilmente altrove, alle rotondità, alla pelle vellutata, alle sue labbra che assaporano, al succo vibrante sulla punta della lingua. L’attesa ormai una febbre, il tempo un lento nemico, il lavoro un tormento, la sua anima un abbandono. Vennero le sei, si lavò le mani con cura, cercando di tenere a bada la frenesia, poi inforcò la bicicletta e attraversò il paese come se dovesse correre a spegnere un fuoco, quel fuoco che lo divorava. Saltò di sella al volo, balzò sugli scalini, infilò la porta aperta correndo in cucina e la vide, luminosa e provocante come se non attendesse altro che le sue labbra su di lei. Governando l’impeto con maestria, la morse con lentezza soave, indugiando sulla lieve peluria, e solo dopo un tempo infinito d’animalesca lussuria riuscì a ripescare un pensiero razionale.“Che albicocca, ziocane”.
gene
Postilla
t’amai senza riserve
sulle albicocche acerbeEusebio Nasturzi

