Home

  • Crossroads

    E adesso che precipita questo vento, come si fa a dire ancora che tutto va bene? Non va croceviabene niente. A questo crocevia che inchioda i passi, non sappiamo dove andare, cosa scegliere, quale di queste quattro braccia spalancate è un abbraccio e quale una morsa. Ci fosse almeno il diavolo a cui vendere l’anima. Mi volgo a Raissa, l’usignolo biondo con cui mi accompagno, la vedo stanca e disorientata.

    – Com’è che non c’è nemmeno una pianta in giro? – chiedo, così per malumore.

    – Scomparse all’improvviso – risponde, confermando.

    Fermi come animali nella pioggia, aspettiamo altre ore, solo che non piove e poi è crepuscolo. Davanti a noi, come sorto dalla terra, un conestoga tirato da due muli. A cassetta un cocchiere lugubre, con cilindro e baffi.

    – Dove andate? – chiede.

    – Tu da dove vieni? – contrappongo.

    Raissa si sposta di due passi.

    – Da qua. Vi serve qualcosa?

    – Una direzione.

    – Quella. – E indica ovest, dove non c’è niente di diverso, se non il bagliore del sole tramontato.

    Raissa fa altri due passi, all’indietro.

    – E dove porta? – chiedo.

    – Alla gloria. – risponde – Non è ciò che inseguite?

    – No, stiamo solo viaggiando.

    – Ma avete le chitarre, non sarà solo per decorarvi…

    – Ci fanno compagnia.

    Raissa fa altri due passi, ora è a una decina di metri.

    – Posso darvi la gloria che il vostro talento pretende.

    – E tu cosa pretendi?

    – Quello che il mio talento dice: vendere, comprare, scambiare.

    Non dico nulla. Lui riprende.

    – Vi porto a ovest, dove troverete la fama e la ricchezza. Accrescerò il vostro talento solo schioccando le dita. In cambio, accetto qualcosa di meno della vostra anima, mica sono tutti pazzi come Robert Johnson.

    Il vento precipita, trafigge le vesti, scuote le tele del conestoga, sposta Raissa di altri due passi. Ma il cappello del cocchiere resta saldo sulla testa, come di pietra.

    – E quel meno sarebbe? – chiedo.

    – La tua vita adesso. Non vale niente, come musicista non hai speranza. Ma la ragazza è un capolavoro, che finirà in miseria e dimenticata come mille altre messicane.

    Raissa è messicana, ma bionda e alta, diafana, azzurra d’occhi e non la si direbbe mai latina.

    – Capisci?

    – Capisco.

    Guardo Raissa, ormai lontana, e senza avere il tempo per nulla, la vedo piantarsi il coltello nel cuore e cadere di schiena.

    Mi volto, il carro, il cocchiere, i muli, il vento, il crocevia, non ci sono più.

    La notte inghiotte i miei passi.

     

    gene

     

    Postilla

    Alcuni uomini sono nati dopo la morte.
    Friedrich Nietzsche

  • Tempo d’oro

    Non è spiegabile. Il giorno vagava così, un po’ inane, nell’avvolgente niente del signor cronometroagosto. Me ne stavo in collina a faa el balabiot, tra un rosato e uno sguardo, aspettando che scoccasse mezzogiorno e dare dunque il via alla liquefazione dell’aglio nell’olio piccante scaldato il minimo. Una roba lunga, per passare il tempo e mangiare bene in povertà, in attesa del bus delle tre meno venti. Che non ho preso perché una dolce signora artista mi ha caricato sulla sua auto dopo richiesta a mezzo pollice.

    La sto facendo lunga, lo so, ma c’è un perché.

    Quindi, scendo e saluto e vado al bar. Il Frank è a Lugano fino a sera e la ricreazione con gli Old Boys dista quattro ore. Mi sto annoiando, ma in fondo a quel che resta del cervello in ferie mi punge qualcosa che ancora non riconosco. Poi mi viene in mente dell’Olimpiade, che al momento non mi ha suscitato il minimo interesse e devo essere malatino, visto che dal 1970 non mi perdo nulla dello sport.

    Pizzo il piccì, frugando stancamente nello streaming. Ecco cosa pizzicava il sesto senso: la cronometro. Gara normalmente noiosa, con i ciclisti soli e bardati, indaffarati a rallentare il Tempo. Ma in questa c’è Fabian Cancellara al passo d’addio dopo mille anni di vittorie, cadute, ospedali e rombi di tuono. Un passionale, il bernese, di quelli che i calcoli li mandano a quel paese e seguono poderosi il maledetto istinto. Nella cronometro meno, è senza avversari spalla a spalla, da bruciare in allungo incosciente, e quindi apre il gas e basta.

    Passano carneadi belgi, australiani, francesi, italiani, polacchi, cechi; uno stillicidio di rettilinei brasiliani che forse non hanno mai permesso il transito di bici, causa richio di morte per travolgimento. Salite di pochi metri, ma spaccagambe. Il Cancellara parte tra gli ultimi, appena prima dei favoriti Tom Dumoulin e Chris Froome. Ma poi parte eh, da quella discesetta, come uno sciatore sulla Streif.

    Scorrono i secondi, i minuti, i tempi intermedi, saltellano inquadrature su questo e quello e chi cazzo se frega, fatemi vedere la locomotiva bernese che sembra il mio amico Pacio ai tempi del FC Preonzo, quando rompeva le balle a tutti divertendoci un mondo. Il Pacio Cancellara è serio, serissimo; inghiotte vento e tempo e lo scarica sulle pedivelle. Primo dopo un po’, poi indietro, ahia.

    Intanto, lottando con la connessione, bevo una birretta. E sono passate le quattro, con passo lentissimo.

    A un disgraziato australiano, che non stava andando male, si spacca il mezzo e lo cambia come un ladro di biciclette. Ma il Cancellara è già avanti e cresce a dismisura la sua fame di Tempo. Dietro, il Dumoulin e il Froome si arrabattano, stranamente ingolfati, forse perché gli hanno bisbigliato nelle orecchie che la locomotiva di Berna sta incendiando i binari.

    A metà gara mi alzo dalla sedia e vado dentro, davanti alla tivù. Ci sono momenti in cui bisogna seguire in piedi l’evolversi dell’esistenza, come ai funerali. Si sente l’Epica e il Tempo rallenta ancora, battendo come un tamburo voodoo.

    Il Gianca Dionisio non sta nella pelle, tra entusiasmo e scaramanzia, vagante nei collegamenti latinoamericani.

    – Non vorremmo anticipare… sta facendo una cosa mostruosa… non potrebbe finire adesso la gara?… e invece… mancano ancora molti chilometri… vai Fabian… attenzione… sensazione… certezza solo alla fine… lo sentivamo… aspettiamo…

    E la fine arriva, appena dopo l’apparizione della Maddalena che dimentico quasi di baciare. Il Cancellara travolge il traguardo, il suo Tempo si ferma, prima di quello sfuggente degli altri. Mancano il Tom e il Chris, okay. Ma pedalano sconfitti, formalità da consolidare. Quando il vincitore del Tour attraversa il suo Tempo e dietro di lui non arriverà mai più nessuno, la locomotiva sbuffa sul binario morto, al secolo una sedia di plastica come quelle del Bagno Pierino; nasconde la faccia e piange, roba che il Pacio mai e poi mai, neanche per un gol al Lodrino. Il Gianca è ormai in orbita e probabile che sia lì ancora oggi.

    In piedi, alzo il pugno in mezzo al bar, come se avessi vinto io e il Cicio annunciasse:

    sciampiò olempich e olimpich cèmpion!

    Quando si dice il sesto senso d’agosto.

     

    gene

     

    Postilla

    E che ci giunga un giorno

    ancora la notizia

    di una locomotiva

    come una cosa viva

    lanciata a bomba

    contro l’ingiustizia

    Francesco Guccini

  • Lettera

    Fratello, è da un po’ che non ci ritroviamo, ma sei sempre nel mio cuore anche se mi tom joadmanchi. Quest’anno non sono potuto venire da te; la volta passata c’era anche mia figlia, ricordi? Ti ho presentato a lei che non ti conosceva e ti ha amato subito senza condizioni. Ti amerà per sempre, pensa che stupenda eredità e che compito impegnativo le lasciamo per far piena la sua giovane vita. Mi parla spesso di te e all’occasione cantiamo assieme le tue storie, per averti vicino anche da lontano.

    Ogni giorno ti cerco nelle strade di tuono, nel fiume disseccato, nelle terre incolte, nelle fabbriche abbandonate, nella disperazione, nella resistenza, nei fantasmi, nei viandanti senza terra e senza pane.

    Ti vedo lì, che combatti senza resa o ritirata. Ti vedo nell’uomo prostrato dal lungo viaggio, nella donna che ha solo suo figlio da opporre a leggi inique, nella gioventù privata dei sogni e dei mezzi, nella vecchiaia abbandonata alla deriva, nella condanna alle tremende bugie della politica e della religione, nel furore.

    Ti scorgo nel sorriso di un uomo soddisfatto del suo lavoro nei campi, nell’operaio che asfalta la strada sotto il sole cocente e mi saluta gentile, nel gruppo di bambini che cantano, negli insegnanti misconosciuti e indefessi, nella servitù che si imbratta di fatica eppure continua a strofinare e lavare.

    Brilli negli occhi della donna che amo, emani dalla struggente angoscia dell’altro mio Fratello menomato. Mi calmi l’anima quando sono stanco, per farmi riprendere il cammino. Leggo le tue parole disseminate qua e là, rilanciate da altri nostri Fratelli, e ne scrivo di mie che possano somigliare alle tue, nella stessa onesta e indignata voglia di vivere.

    La prossima volta che tornerai da queste parti, ci sarò e starò con te per tutte quelle ore necessarie. Intanto, nessuna ritirata, nessuna resa.

    Ti abbraccio da lontano.

     

    gene

     

    Postilla

    Abbiamo fatto una promessa
    abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta
    nessuna ritirata, credimi, nessuna resa
    come soldati in una notte d’inverno
    con un giuramento da rispettare
    nessuna ritirata, credimi, nessuna resa

    Bruce Springsteen

  • Amore nel pomeriggio

    ♪♪♪ …cortocircuito cortocircuito ♪♪♪ chiaramente mi innamoro ♪♪♪ e mi spalmo un chilo di coraggio… ♪♪♪

    – S’è spremuto di brutto questo qua.

    – Non toccarmi il Biagio!

    – È il nome o il cognome?

    – Biagio di nome, Antonacci di cognome. Un grande.

    – E cosa fa nella vita questo Antonaccio?

    – Mi prendi in giro?

    – No, sono curioso, visto che ne parli come di un amante.

    – Non essere scemo, non ho amanti.

    – Adesso no, forse…

    Sterza per la Mendrisio-Stabio, una curva morbida ma che si fa quadrata.

    – Come guidi male…

    – C’è chi guida male e c’è chi canta male…

    – Comunque, mi sembra assurdo che tu non capisca che se uno passa alla radio non possa fare che il cantante.

    – Non resta tempo per altro?

    – Non credo proprio, la carriera di cantante prevede impegno, concerti, interviste, pubblicità, creatività. Non come un impiegato del governo.

    – Creatività?

    – Musica! Parole!

    – Anch’io ascolto musica e parlo.

    – Ma tu non scrivi né musica né parole, non componi. E si vede…

    – Vuoi che ti canti una cosa d’amore? Magari gli altri cantano… Ti va Perdere l’amore?

    – Non ci sono altri, piantala!

    ♪♪♪ …cortocircuito cortocircuito ♪♪♪ e fuoco all’improvviso… ♪♪♪

    Muto, svolta per Genestrerio. Si ferma, scende dall’auto.morandi - strada

    – Torno a piedi.

    – Non fare l’idiota!

    – Hai l’Antonaccio.

    – Antonacci! Antonacci! Biagio! Almeno fossi come lui! Come uomo, almeno!

    – Sarebbe proprio bello. Proprio. ♪♪♪ …prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo… ♪♪♪.

    Fa due passi, si gira. Poi prende per una strada bianca come il sale.

     

    gene

     

    Postilla

    Così mi son sentito piccolo come un chicco di grano

    Quando ho guardato la tua foto sul muro ed ero già lontano

    Tu sorridevi a qualcuno, qualche anno prima

    Ed io ho pensato, sarà meglio lasciare questa città

    prima che sia mattina

    Francesco De Gregori

  • Diroccata

    Un pezón in bréghediroccata

    sàpontada da sctanghìtt

    quarciada da tére

    sénse rasusct

     

    La gh’ére om bel piodéi

    bocaréi e finesctròi

    dananz prò

    dasorénn cél

     

    Sgénn e bésc-c

    i posava ala siri

    na scquéle da panisci

    in firégne col féuch

     

    Dénn e fòro i sidéi

    lacc molsgiù

    fióro pai canicc

    majóco pa l’invèrn

     

    Casini folada da vit

    mal zebedéi

    véide in ocióuri

    piéne in aurì

     

    Viene progresso

    scuola e lingua

    automobili

    denaro

     

    Dimenticata

    cascina

    vegliata

    da rododendri

     

    Mettono

    grucce

    telo

    oblio

     

    Un pezón in bréghe

    sctanghìtt e tére

    da cólp la s’impiòso

    e l’é sùbut garóf

     

    gene

     

    Postilla

    Ci sono cose passate che parlano, lasciando a noi l’ascolto e il capire. Nascita, gloria, declino e fine. A volte sono metafore, oppure lingue oscure, richiedono attenzione e sentimento. Per trascrivere ciò che parla dentro di me dal passato non posso che usare la lingua madre, perché è con quei suoni che la materia riprende forma e sostanza.

    Giorgio Genetelli

  • Passerina cinque franchi

    Giunge strizzata di colori, con due gambe possenti e sopraelevate da tacchi burroneschi. Bionda, taglio medio, abbronzata, meridionale. Stagionata. Si abbassa a liberare il tavolino e l’attrezzatura può cadere fuori, o io dentro. Un leggero pizzo nero trattiene l’ambaradan, deve avere la forza del kevlar quel ricamo. Tiro dalla pipa spenta. Intanto che mi calmo col caffè, immaginando tratti di mare e sinuose rade, lei spazia tra i tavolini gambeggiando come Tina Turner, solo che le luci sono quelle del mattino e poco stroboscopiche. Non ci sarebbe spazio per l’immaginazione e invece la Gazza diventa di ardua interpretazione causa il librarsi di pensieri moderatamente impuri. La versione virile del mondo sale di tono e delle Olimpiadi non me ne frega nulla.

    Mi aspetta una giornata intensa, ma sguinzaglio indugi che dal polpaccio salgono all’orlo del tubino psichedelico. Salto per carità di patria l’ancheggiamento pelvico, con annesso bauletto atticciato, che accompagna il portamento da vassoio, ma rallento sulle spalle, bronzee di pelle e con quella leggera curvatura da camera da letto in un giorno di pioggia, non so se mi spiego. Ordino un altro caffè e la rappresentazione soul si ripete, così ho una seconda e più cosciente possibilità di affacciarmi oltre il pizzo, dove alberga quella morbidezza cinquantenne che a vent’anni dovrebbe essere un obiettivo e non un terrore.

    Rientro in me, torno a sentire il nevrotico traffico pendolare, mi alzo e transito fino al bancone con naturalezza, certo della mia esperienza di uomo che sa godere di altre cose, tipo la politica e le bocce, occupazioni sostitutive nell’avanzare bieco dell’età. Estraggo il portafoglio e, mentre aspetto che la Turner di Soverato rientri dall’ennesima replica in cartellone, alzo gli occhi alla lavagna delle promozioni:

    Passerina - Copia-1

    (!!!???!!!)

    – Sei il primo che se ne accorge – fa, sirenando omerica, e io miserrimo non ho nemmeno la cera per le orecchie.

    Consegno mancia quadrupla, in segno di resa. Penso alla morte di Stanlio e Ollio, intristendomi quel tanto che basta per evadere dal bar, senza concedere altre deplorevoli defezioni. Vado al lavoro con la mia brizzolata solerzia piegata in due.

     

    gene

     

    Postilla

    Ieri notte io e mia moglie ci siamo incontrati sulla porta di casa. Lei indossava un negligé molto sexy. L’unico problema era che stava rientrando.

    Rodney Dangerfield

  • L’ultima sconfitta

    Con la forza del suo mondo interiore, Luis si prepara a fronteggiare l’ultima battaglia. Si soloricorda dei profumi della sua terra, che pervadono alcune nottate, ma solo per istanti inafferrabili; gli scorre nelle vene il ricordo di un giorno a cercare rane, immerso fino al ginocchio nelle acque placide del Rio Bass; tiene in un angolo della mente il folgorante senso di comunità che animava ogni passo della sua gioventù; ricorda capelli biondi sopra un viso da compagna di giochi.

    I fascisti sono schierati e dal megafono gridano i loro slogan del cazzo contro gli stranieri e i comunisti, sostenendo che la legge è chiara e sta dalla loro parte appestata d’odio.

    Luis tiene in sé campagne di fieno ondeggiante, cerca risorse nel suono rievocato di una chitarra nel tepore di luglio; raccoglie emozioni attorno alla tavola della sua anima pronta all’ultimo atto. Non ha armi, ma sente che ciò che gli vibra dentro basterà. Ripesca dall’oblio gli gnocchi con burro e cipolle di sua nonna; rivede il ragazzino che calcia da posizione impossibile e nell’impossibile fa gol e si stupisce; ha con sé Ramon, Fernando, Chicha, Ines e la loro fiducia nell’andare verso il meglio.

    I fascisti, eletti dal popolo e dal popolo chiamati a difenderlo dalle paure, fingono di indignarsi per il non arretrare di Luis. Se sapessero quello che lui contiene e trattiene, ne avrebbero paura. Solo che tutto quanto è solo nell’anima di Luis e nella realtà è affranto dalla miseria del vivere.

    Luis è fermo, diritto, pensoso. Gli passano davanti immagini in cinemascope, incensi d’alpe nella pioggia gli attraversano l’olfatto, ode musiche roboanti, accarezza velluti, gusta mirtilli. Sente vita.

    Fa un passo, breve, e poi allunga, mentre s’immedesima nel tambureggiare della pioggia, come se fosse sotto una pergola a godersi la natura e ad aspettare che si calmi. In pochi secondi è davanti all’asseragliamento fascista, che si stupisce prima di furoreggiare cieco.

    Mentre cade pensando a Margherita, Luis ha il tempo per cantare una nota in do. Poi muore lentamente sotto i colpi ciechi. E noi agonizziamo con lui.

    Le ultime parole: “Che bella vita abbiamo avuto prima di voi”.

     

    gene

     

    Postilla

    Non unirti ai morti di spirito. Scommetti sulla tua vita, e, mentre combatti, fottitene del prezzo.

    Charles Bukowski

  • Gol

    In volo dal ’76, attraversacalcio al pallone

    anni e metri,

    quaranta di quelli e di questi,

    idea balzata e balzana

    di tendini brucianti,

    il tumulto della scarpa,

    cuoio contro cuoio,

    il decollo

    librato sopra teste

    sorprese,

    ultima quella del portiere,

    e  poi

    il planare

    nell’abbraccio della rete,

    sorpresa

     

    gene

     

    Postilla

    Il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l’energia combattiva e la voglia di rivolta.

    Umberto Eco

  • Il furore delle capraie

    Titolo del romanzo: Chiara cantante e altre capraie. Attenzione all’opera: il talento di Dorischiara Femminis è rivelato. Se Martini aveva sviluppato in modo drammatico la montagna di Zoppi togliendole i gerani, Femminis ha rilanciato l’epica che il grande Plinio faticava a concepire per una terra così aspra come la Valle Bavona. Il fondo del sacco è un lungo lamento, più dolente che premonitore, mentre la storia di Chiara cantante e altre capraie è un passato contadino che si dispera senza affondare, sogna, lotta, immagina, ama davvero.

    Un romanzo corale straordinario, di donne coraggiose e testarde, solidali, che sembrano, anzi, sono, le depositarie della specie e della cultura. Le figure maschili, seppur rispettate, e alcune di loro irrinunciabili, sono travolte dalla forza femminile e finiscono in seconda fila dopo la presentazione.

    Montagne, campagne, cammini, ribellioni, morti, nascite. Quante nascite descrive Doris? Ogni volta è tremore per le sorti di puerpera e nascituro, siano essi umani o animali. A ramengo per le Terre di Bavona, è tutto un partorire, spesso alla ventura, con famiglie di dieci figli e oltre, e armenti preziosi come l’aria. È scontato che tale moltitudine di umani è destinata a contare i morti, per inedia, per debolezza, per fame. O per cadute dai dirupi, come capita anche al più capace dei giovani pastori. Ma ogni nascita è un grido alla vita, una resistenza, da abbarbicarsi alle rupi per ribaltarle.

    Doris Femminis stana la solitudine paesana come fa Marquéz, pavesandola di coraggio e sudore tanto quanto il grande colombiano la vestiva di follia magica. Chiara e le altre capraie sono troppo terrene per darsi al soprannaturale, a meno che non sia la fede, in specie nella Madonna, vera figura di riferimento per le genti di Bavona. Ma lo fanno per darsi coraggio, ben sapendo che dagli affanni si devono trarre da sole. Una preghiera e poi via, a lottare con gli elementi o con l’amore, o contro maldicenze e invidie.

    In questo senso mistico e un po’ bigotto, il prete è visto come un Grande Fratello che in confessione denuda le anime, sa tutto e tutto censura (anche se poi è il solo ad accompagnare la ragazza-madre fino in Formazza). Le donne si ribellano anche lì, nella sacralità moralizzante; Marta (forse la figura più riuscita di tutto il romanzo, tanto che l’abbracceresti a ogni pagina) mente al prete, a ripetizione, per proteggere sé stessa ma anche per rifiuto dell’antica pressione clericale sulla morale personale, sul senso di colpa e sulle disgrazie del sesso.

    La vera bellezza di questo travolgente romanzo è certamente la scrittura, anti-accademica e rutilante. Ogni pagina è un affresco, dove i dettagli risplendono armoniosi o scorticano l’anima con crudezza; senza mai scadere nella commiserazione (che Martini invece elevava), Femminis disvela parole che sembrano messe in fila per la prima volta, accostate in modo drammatico o divertente, racchiuse in periodi brevi e folgoranti alla Steinbeck del celeberrimo Furore. Voltare pagina è come voltare l’angolo, non sai se sarai travolto, o giungerà vento, o vedrai il mare, o apparirà un gregge o la morte in persona. Ma sei sempre trasportato avanti nella storia da uno scrivere meraviglioso, rude e delicato.

    Non so quanto Doris si sia affannata nella ricerca e nelle testimonianze, ma traspaiono nelle pieghe della storia argomenti come la guerra e il contrabbando, non facili da affrontare senza una certa riservatezza, col rischio che diventino preponderanti e di fare di un romanzo un trattato storico, sbagliando tutto. E invece in Chiara sono spunti per il mondo maschile che in quei campi cronacistici ha la meglio, per vigore mal controllato e infantilismo prepotente. C’è di che riflettere, no?

    Infine, è chiaro che Doris ha reso omaggio alla sua storia, alla sua terra, alla sua gente, alla sua stirpe familiare (io so chi è Chiara, lo sanno tutti in quella terra, la vidi una volta sola nella luce contraria della sera, prima ancora di sapere cosa fosse la Bavona, sopra un masso a tagliare erba, figura gigantesca ed emozionante). Ma immagino che abbia voluto soprattutto rivangare nel passato per affermare diritti e dignità femminili, per dire che nei momenti duri è la donna a guidare l’esistenza di una comunità. Questa, al momento, è la vera Utopia che il romanzo persegue chiamando a testimoni i fatti passati, senza sconti, senza resa, con immenso coraggio e voglia di vivere, per contrapporlo a questo presente anemico.

    Appassionante, epico, tragico, assurdo, accorato, immaginifico, profumato, puzzolente, ribelle, umile, regale, potente, delicato e altri mille aggettivi. Vita e morte. Uno dei più bei romanzi ticinesi di sempre.

     

    gene

     

    Postilla

    dosris femminis

    Chiara cantante e altre capraie – Doris Femminis /2016) -Pentàgora

  • Apolide

    Questo vuoto cresce e mi tarpa. Prigioniero nella mia stessa Patria, senza nemmeno l’onore di essere considerato un nemico, penso alla natura rifugiata di Apolide. Non riconosco più le strade, la gente, la musica, le parole. Da manifesti e schermi, donne e uomini mi invitano a fare questo e quello, dandomi del tu per iscritto o a voce, come se ci conoscessimo da sempre, imperturbabili al fatto che invece io non li ho mai visti e che non mi interessano le loro facce e i loro imperativi:

    Vieni da noi, c’è tutto. Vota la lista quattro. Prega le leggi di Dio. Ascolta. Allacciati. passportFermati. Abbonati. Iscriviti. Registrati. Condividi. Respira. Divertiti. Canta. Taci. Firma. Paga.

    Mio padre mi insegnava la Polis, a vivere per lei e dentro il suo grembo, a difenderla, ad amarla, ad accogliere i cittadini, ad ascoltarli, a discutere con loro, a litigare con loro per costruire insieme un mondo migliore e comune dentro la democrazia. A convincere l’abbiente della condivisione con l’abbietto.

    Mio padre ha attraversato l’Ade tempo fa, da allora navigo in questa Patria che si è fatta opprimente e cattiva con i deboli e i malati, severa con i poveri e gli emarginati, inflessibile con i peccatori, avida di tasche già misere, che incolpa e castiga con spartana disciplina. Sono Ulisse senza nave e senza equipaggio.

    La casa dove sono nato è lontana, dall’altra parte di qualcosa avvolto nella nebbia del disamore, eppure so che là resiste ancora una parte del mio cuore, tra figlie, sorelle e tombe. Forse loro, oltre quelle Colonne d’Ercole, si sentono meno sole e riescono a resistere per davvero, lo spero e credo sia così. Che difendano anche la parte separata del mio cuore, magari germoglia.

    Qua, alla vigilia della Festa Nazionale, io mi amareggio di perdite e tradimenti.

    Domani parleranno della Polis, come dal 1291; diranno di amarla o almeno di rispettarla, e intanto faranno prigionieri il dubbio, il dissenso, il coraggio, la diversità, il futuro, la giustizia, la pace, la speranza, la fratellanza, la comunanza, l’uguaglianza. Tante “anza” soffocate in ampollose allocuzioni, seguite da dosi immense di cibo e bevande.

    Prigioniero nella mia stessa Patria, la natura rifugiata di Apolide è la soluzione del distacco. Senza bandiere, senza croce bianca in campo rosso, senza inni, senza eroi, senza preghiere, senza microfoni, senza immagini, senza fedi, senza dèi, senza missioni, senza divise, senza monumenti, senza fuochi, senza roghi, senza guerre.

    Iconoclasta, incatenato, eppure libero.

    31 luglio 2016

     

    gene

     

    Postilla

    apòlide agg. e s. m. e f. [dal gr. ἄπολις -όλιδος, comp. di – priv. e πόλις «città, stato»]. – Persona che, avendo perduto la cittadinanza di origine e non avendone assunta alcun’altra, non è cittadino di alcuno stato.