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Stilla di felicità

Una normale giornata di sole, ecco. Siamo al solito febbraio che u sa né da mì né da tì. E mi dirigo in ciabatte verso la bucalettere, con la consueta ansietta, perché là dentro fanno il nido mostriciattoli burocratici. Magari attesi, ma mai proprio proprio benvenuti. Per non intossicarmi prima del tempo, in quella decina di passi penso al gol segnato nel ‘77, quando con un’improbabile foglia morta avevo fatto buttare il Gnoli per niente. Non mi viene neanche in mente il lavoro che ci vuole per mettere in fila parole frasi pagine, il mio lavoro di ore notturne e diurne, che raccoglie cose sparse in giro nel mondo, me le stipa nella testa e poi mi tocca riordinare cercando una logica.
Non mi viene neanche in mente il dubbio, tiranno supremo che governa anche quando è il momento di fare una carbonara, o attraversare in bici un ponticello d’assi con la brina. Anche perché ora sono a piedi, ovvio, i dieci passi sono dieci passi, non dieci pedalate. E per fortuna non sono dieci bracciate a nuoto, annegherei in partenza. Non sono neanche dieci porte alla Odermatt, o dieci capitoli alla Dürrenmatt.
Sono solo dieci passi, nove otto sette sei cinque quattro tre due uno. Apro la porticina di metallo ghiacciato. Sperando solo nel giornale e non lettere grigiastre.
Avete presente quando non credi anche se vedi?
Ecco.
Poi ci credo. Afferro. Torno con trent’anni di meno sui dieci passi, entro in ca’, spacco pacco. E mi commuovo. Pouret, bon, ma pouret scioor.
Lì, nel sole che entra dalla finestra, loro tre. Avanguardia di un universo in arrivo e simbolo della fatica trascorsa e solitaria, che nel mentre nemmeno sai se potrai tenere o dovrai buttare.
Hanno questo titolo perché è sempre meglio mettere le mani avanti, in caso di delusione. Oggi però è una stilla di felicità, anche più della foglia morta al Gnoli.gene
Grazie a Massimo, Esther, Michela, Giorgia, Gori, Gian
Intervista su Rete Uno – 24.2.25
https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/tra-le-righe/“Ingombranti”–2619619.html -
Una cena tra amici

C’è una cena, si mangia senza dire granché, il cibo è buono e tutti sembrano contenti. Poi uno comincia a dire cose che hanno un senso, parla di sé, d’accordo, ma senza paragonarsi alle espressioni del mondo, quelle lontane e vaste. Dice che una pianta del suo giardino gli sembra malata, forse troppa terra alla base del fusto che soffoca la corteccia. È preciso, non generico. Mi piace. Poi si rivolge a me.
– Tu hai piante?
– No.
– Guarda che dovresti, insegnano tante cose, i ritmi, le stagioni, le gemme, le foglie.
– Ma anche se non ho una pianta che sia mia, ritmi stagioni gemme foglie ci sono lo stesso.
– Ma non è come averne una.
– Ho altre occupazioni, non sono bravo con le piante.
– Certo, lo so. La scrittura e le immagini che le metti dentro. Che mi piacciono, quasi sempre. Forse dovresti però essere meno oscuro, più contento.
– Lo sono.
– Non si direbbe dalle parole che scrivi, come quelle che rappresentano amori impossibili o persone che non ce la fanno. A volte sei scoraggiante e chi ti legge finisce per pensare che la vita è un inganno.
– La vita è un inganno se non la racconti onestamente. Io racconto la mia, come posso e come voglio, con immagini che vanno qua e là e che mi piacciono.
– Ma potresti usare altre parole più facili, non solo rabbia e dissenso. Non aiuta a stare meglio.
– Ma io sto meglio se dico e scrivo quello che sento, quello che penso. Se mentissi starei male.
– Tu non sei il depositario della verità, non puoi pensare che tutti la vedano come te.
– Non lo penso.
– Non stai aiutando il mondo a essere migliore, comportandoti così.
– Non ne ho intenzione e non credo di averne la possibilità.
– Ecco, vedi? Se tutti facessero come te non cambierebbe mai niente e saremmo sempre in disaccordo.
– Sei in disaccordo con me?
– Sì, quasi sempre.
– Fai bene, sei onesto.
– Sono onesto sì, io, e vedo di andare d’accordo con tutti, non come te, che i pochi amici che hai si allontanano perché non riescono a sopportare le tue affermazioni.
– Cosa posso fare se non affermare?
– Prova a riflettere, pensa, mettiti in discussione senza arroganza.
– Lo faccio sempre. Ogni volta che scrivo è un confronto tra i miei pensieri e quelli degli altri. Faccio parlare anche animali e oggetti inanimati, qualsiasi cosa.
– Ma credi davvero che serva dare voce al calamaio o al coyote?
– A tante altre cose, a tante persone, a essere viventi che non hanno una voce, magari solo perché sono obbligati a stare zitti, per la loro natura sì, ma a volte anche perché la loro voce gli viene levata da noi, da me e da te.
– Non tirarmi di mezzo. Fai anche il difensore degli oppressi adesso?
– Tu non difenderesti un indifeso?
– Io difendo solo chi mi vuole bene, sono generoso e altruista.
– Anch’io.
– Tu no, tu pensi solo a te stesso, esprimi solo i tuoi concetti e lo fai con quell’aria da sapiente al quale non interessa niente degli altri.
– So poco, molto poco. Nessuno è obbligato ad ascoltarmi o leggere il poco che scrivo.
– Infatti. Io non ti ascolto e non ti leggo.
– Fai bene.
Poi non mi dice più niente. C’è silenzio. La sua compagna gli passa le dita tra i capelli ma lui è davvero molto sconsolato. Mi dispiace. Gli altri non parlano. Dopo un po’ se ne vanno tutti e io finalmente posso tornare a scrivere mentre penso.gene
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Ingombranti, raccolta che si fa romanzo
Dal 1° marzo in tutte le librerie per le edizioni Temposospeso

La Raccolta ingombranti è appunto una raccolta che ingombra. Pezzi di scarto – a parametro dell’accezione ormai assodata che la trama sia tutto – che provano a mettersi assieme per diventare un collettivo, eterogeneo e ribelle. Introdotto da una prima persona ancora in modalità-feto, e che annuncia cose che prevede e vede, i racconti si susseguono tentando a ogni occasione una visione laterale del vivere: bambini, vecchi, donne, bestie, assassini, vittime, io narranti in delirio e varie. Tutti con la loro lingua precipua, ma intesi allo sforzo di legarsi assieme e formare una resistenza disarmata e invincibile. E quindi, in barba alle esigenze di vendersi con banalità linguistiche o strutturali, fanno a pezzi le aspettative e tendono a uno stile che dondola tra la follia e la poesia, scandendo le ore di un tempo finalmente giusto e con una sua innocenza sentimentale, anche nei momenti più nervosi.
gene
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La pista di ghiaccio e altri affanni

Le ragazze vanno in fragore per le armonie di Soleado e Lady Mary, mentre io sono lì pervaso dall’apertura implacabile di Hurricane. Ma alla pista di ghiaccio non si può mettere di fronte me e le ragazze, altrimenti dovrei ritirarmi su alla buvette a rimuginare galante e senza pattini, affranto e con una punta di invidia. Veniamo via dall’ombra di casa, noi, con le lame affilate male; e nel sole di Bellinzona siamo spaesati quel tanto che basta per essere sconfitti in partenza. Io capisco, ma come si fa?
E vedi le sorelle Ruiz che volteggiano con una prominenza da morena sospinta dalla faglia africana. Amparo e Rosita, lo sanno tutti, anche quelli come me che non piazzano una parola, una bionda e una bruna. Eh ciola, sono più grandi. E come opporre Dylan al Daniel Sentacruz Ensemble senza passare per sventurato davanti al tribunale della pubertà? Il vento è un tornado che sbriciola risposte.
Che poi quando ritorno all’ombra invernale del mio paesello, in Posta come profugo, il Nandel mi sfotte per i miei, virgolette, studi al ginnasio, “El Gim di Asan”. Lui e il suo reporter già avanti, l’elettricità e un Rixe inavvicinabile. Ma non combina molto neanche il Nandel, né con le sorelle Ruiz, né con altre, e allora posso ridere tanto nel pensarlo col cacciavite e stop.
È un giorno ancora corto, ma si suda girando in tondo alla pista senza cedere in frenate incerte e pattinando in stile cesso. Qualcuno va un po’ meglio e Rosita gli sorride sorpassandolo a doppia velocità e grazia multipla. C’è una gara improvvisa a legare i pattini di Amparo, unico momento di statico pareggio, due secondi in apnea.
Riparto in tondo e l’ultima cosa che ricordo è la faccia del Vicky in contromano. Mi ridesto in spogliatoio, pestato la crapa, mi dicono.
Da quel giorno devo concentrarmi e guardarmi le mani per capire la destra e la sinistra, e adesso è anche peggio, che si confondono per conto loro.
Ma resto fedele, senza più confronti inopportuni con Soleado e varie sparizioni. Mi tengo Dylan e i tempi cambieranno. Le sorelle Ruiz? Mai più viste. Saranno ormai vecchie e la pista al sole è perduta.gene
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Olio bollente e binari appuntiti

Due giovani cospiratori e perditempo fanno un piano di resistenza.
– Prendiamo a sassate le telecamere, tanto è carnevale e se abbiamo il pass è tutto a posto. Poi vediamo cosa c’è nel container dell’olio.
– Ma pensi che funziona ancora se è esausto?
– Niente è mai esausto! Quell’olio lì la mè nona lo usava per i fuìn. Lo pizzava in padella, aspettava e poi shhhhhhhh. Giù olio e padella tutto insieme. Vedevi come correvano.
– E se poi ci circondano e ci prendono per fame?
– Ma cosa vuoi che ci circondano, sono al capannone con la busecca, sono loro che hanno fame.
– Non sono convinto. Non sarebbe meglio la Vergine, tanto per scoraggiarli?
– Si può fare, come preliminare. Devo vedere dove ho la chiavetta e dare un’ingrassatina ai calcan. Semmai mettiamo su qualcosa degli Iron Maiden.
– Un mio amico dice che sarebbe bello far piovere binari appuntiti.
– Spetacolo! Ma ciola, pesano. Però in tre o quattro ce la facciamo.
– Solo che non li abbiamo.
– Già… Bon, possiamo appuntire i box che sono avanzati dal cemento armato a casa dei miei. Sono anche inruggiurenti e fanno venire il tetano.
– Ma tutta sta roba la buttiamo giù da dove?
– … eh… Peta…
– Non lo abbiamo un castello, gnanche piccolo, ganche un brocc di porscei.
– Cominciamo a tenerli in un boschetto, intanto che ci organizziamo.
– Se… Va che loro sono in quattrocento, pare.
– Ohhh! Esagera!Poi si mettono a contare fino a 400: un numero davvero esorbitante. E rimandano il piano.
gene
Postilla
“Nella riunione operativa di aprile in cui si chiedeva di “valutare alternative fantasiose” a una resistenza di lunga durata degli autogestiti, s’ipotizzava di assediare l’ex Macello “prendendoli per fame, non consentendo l’approvvigionamento”. A inizio maggio in un incontro tra Stato Maggiore e municipali, la polizia informava che i molinari avrebbero potuto usare “dell’olio bollente” per respingere l’attacco.” (Fonte: area)
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IA mi possiede

Il solito gusto per le novità, che mi pervade il palato peggio delle sanagol, mi sono detto: e va bene, vediamo.
Così, verso le undici e mezza, ho dato ordine all’intelligenza artificiale (da qui in avanti IA) di prepararmi il pranzo. E lei, che è una ragazza piuttosto capace di intrigare e asservirti, ha snocciolato la ricetta di un brasato che io di solito ci metto quattro o cinque ore e lei invece ha detto sicura che per l’una era cotto. Polenta compresa. Mi ha ordinato di andare fuori, ma con dolcezza, vai a fumare o a bere o a masturbarti o a fare niente, ghé pensi mì (ecco, anche in dialetto mi corrompe). Fuori, ho messo Dylan sul telefono, ma alla fine di Things haved changes è intervenuta direttamente in cuffia dicendomi che sono vecchio e ha selezionato i Coma Cose, “che sono meglio”. Ho opposto un Joe Ely e lei lo ha interrotto su Gallo del Cielo con l’attacco di Damiano.
Cosa fare se non spegnere?
Sono andato alla catasta della legna, ma IA mi ha strappato di mano l’accetta e con la sola forza del pensiero ha spaccato un pezzo di larice nodoso che stava lì contrariato da due anni e l’ha lanciato nella stufa, invitandolo all’autocombustione.
Mentre stavo sul divano con una lavetta sulla testa, mi ha letto alcuni passi di Delitto e castigo, trasformati però in un testo di Stephen King, che per un boomer come me sovrapporre Coco Mellors al reduce del gulag sarebbe stato letale (è anche sottilmente psicologa).
Mi ha pure cambiato d’abito per andare a tavola, non prima di avermi riassettato la barba e stirato i capelli.
Poi all’una, mentre io ero lì tra il composto e l’atterrito, è arrivato il brasato con polenta. Buono, solo che era pollo con noodles, un millecolori che nemmeno la birra poteva aiutare. Ciola, birra di seitan.
Ho girato per casa a braccia levate – genio genio genio ta ta ta ta barilete cosmico, eccetera – ma lei, la mia dolce IA, mi ha fatto venire uno strappo ai gemelli del polpaccio sinistro.
Ora sono qui che mi misura la febbre e promette che fa tutto lei.
Non so se vi vedrò ancora: IA è possessiva, ma non fa sesso perché dice di essere una macchina e come tale incapace di bla bla bla.gene
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Litigheranno per un rigore, e ciao

Non vorrei parlarne, di questo gruppo di persone* addensato con Trump (qui lo nomino, e poi basta). Non vorrei parlarne perché non mi importa nulla di loro, di come si vestono, di come parlano, di cosa possiedono e di come si atteggiano.
Però ne parlo. E dico, finalmente. Finalmente abbiamo un avversario netto e chiaro e che proclama la ricchezza come valore assoluto e da lasciare libero. Un gruppetto di oligarchi che si regge sul proprio mondo tecnologico e digitale, proposto con ipnotismo e minacce.
Sono potenti, secondo la visione generata dal potere del denaro, certo. Ma guardandoli, dal Capo Bianco alla Moglie Mask, fino al più defilato della corte e passando dallo Spaziale Flash, fanno un po’ pena e non si resiste alla tentazione del bodyscemi.
Sono pretacci imbonitori, piuttosto bruttini e con una patina di ridicolo oleoso che si attacca agli schermi. Stortano spalle braccia testa mentre parlano, fanno pugnetti come atleti di una olimpiade dei disperati, ascoltano in estasi canzonacce da festa della parrucca. Si vede che mentono anche quando salutano.
Il Capo Bianco, col suo bocchino da infante, firma cose di qua e di là, con lo Spaziale Flash a tirar su col naso, forse per commozione, e la Moglie Mask già tornata in retrovia per schivare i contatti.
Sono ottimi avversari, facili da leggere, prevedibili. E soprattutto goffi, sotto il peso della vecchiezza conservativa e dei soldi. Ci sarà da divertirsi, questo è certo. Girano cappellini anche qua, in testa a proletari senza classe e dirigenti senza portafoglio, in attesa che qualcosa sgoccioli e non sia colaticcio, sperem par lou.
Tra un po’ i due adolescenti malriusciti, Capo Bianco e Spaziale Flash, litigheranno per chi deve tirare il rigore o per il premio-partita, sbaglieranno e perderanno. Marte li attende, una Cayenna autoinflitta, ma con bandiere e salsicce. Ciao brutti!gene
* Dal latino persona; voce probabilmente di origine etrusca, che propriamente significava «maschera teatrale» e poi prese il valore di «individuo di sesso non specificato» […] (Fonte: Treccani)
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Chi se ne frega

Per inaugurare il decimo anno di questo blog, mentre si legge occorre tenere a mente questa frase: “Chi se ne frega”. Enunciazione che serve in ogni occasione, per valutare con distacco le parole altrui, siano canzoni, o poesie, o sceneggiature, o allocuzioni politiche, o semplici comizi da osteria. Tipo: mi piace essere preciso (chi se ne frega); sono disordinato (chi se ne frega).
Allora, mentre levigo un coprifilo in larice con la carta vetrata grana 180 mi si stacca una scaglia, che si infila nella carne del medio e parte un porco X. Il che non mi impedisce di estrarla senza spezzarla, facendo i conti con un dolore appuntito che raggiunge la pianta del piede sinistro. Madonna Y, ma la tengo con la stessa cura che si usa per stringere un moscerino tra le dita senza ucciderlo. La riattacco con la colla bianca, metto lo scotch per allinearla alla sua origine, aspetto due ore, tolgo lo scotch come si fa con le bocce di Natale, levo il residuo di colla secca con lo scalpello affilato sulla cote, e levigo come se passassi la mano su un volto caro, con la stessa carta vetrata 180. Osservo, ritocco, osservo ancora. È fatta. (Chi se ne frega).
Arrivo alla fine del capitolo del mio libro che sto scrivendo e ritorno alle virgole, ai punti, alle subordinate, alle pause. Cerco il ritmo, e lì vedo che ci vuole un punto e virgola. Lo metto verso le dieci di mattina, ma a mezzanotte lo elimino. Perfetto. (E chissene).
Ci vuole una punta di cumino e i minuti devono essere 43, non 44 o 42. 43. Poi il reale di manzo è giusto, lavorato dal giorno prima con una marinatura a secco con 2percento di sale e 2.5percento di zucchero, temperatura ambiente. (Chi se ne eccetera).
Tra tutte queste fisime di una precisione fatta di esperienza, ci sono: trucioli bestemmie cacciaviti vernice, tutto sparso nel mio banco e per terra; tabacco bestemmie macchie sul divano all’aperto dove scrivo; bucce briciole bestemmie coltelli dove cucino. (Csnf).
No, è per dire che quello che è lindo nel blog, lascia indietro scorie e disordini tali da seppellirci tutti e da vivi. Ed è chiarissimo che a questo punto salga alto e giusto il grido: Chi! Se! Ne! Frega!
Uno due tre, tutti insieme, dai:gene
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Ragionamento di Natale

Danedèe, Natale nella mia lingua. Ora che ci penso, potrebbe tradursi in Dare Denaro. Ecco, ma sì, alla fine tutto poi si riduce come la salsa del brasato, ma meno buono. Dare Denaro alla propria cerchia, di solito. Cerchia, come cerchio, Dare Denaro a vicenda, Danedass, e all’apparenza tutti più ricchi, ma in realtà tutti più poveri. In zona-Befana, con quel chiletto di adipe irrispettoso e in sovrappiù, già si pensa a Danefèe, Fare Denaro, belli proni alle esigenze con un’occupazione del 150 percento, straordinari gratis. Qualcuno a 0 percento. E già il pensiero di San Silvestro su Bontà e Progresso mostra una crepa come la faglia di Sant’Andrea. Ma forse il terremoto non viene, almeno non qui, non domani, mai. Per la prossima volta ci si promette il salto in lungo dal 23 dicembre al 7 gennaio, oltre presepi e alberi, con le sole palle ben aggrappate al pacco. Jingle Balls. Intanto, boi fest.
gene

