C’è un discorso da fare sui nonni. Che muoiono, ovviamente, come tutti i nonni dell’umanità, passati e futuri. Quelli presenti spesso resistono, e regnano a lungo.
Io non sono nonno e quindi mi assolvo subito.
I nonni di oggi, e quelli di ieri, hanno catastrofizzato il mondo intero e ci provano con l’universo. Sono perciò grato ai miei figli di non avere ancora prole, così non rientro nella categoria dei prepotenti prossimi alla morte ma ancora al comando delle operazioni speciali, come chiamano loro le guerre, i cementifici, il profitto incontrollato, lo schiavismo e il cinismo, le discriminazioni, le poltrone avvitate ai privilegi; e gli scheletri negli armadi e nelle fosse comuni, nelle onde del mare e nei deserti.
Mi sono svegliato così, non ci posso fare niente, fiero di essere al massimo padre, seppur circonfuso di inadempienze. E poi, importantissimo: di regola, i nonni muoiono prima e, fino a quando non lo diverrò anch’io, posso campare. Se non avvenisse mai, che cioè i miei figli, in un sussulto di ingratitudine, si mettano in testa di procreare, sarò eterno. Un bell’impegno, ma con le cose da fare e pensare il tempo non basta mai. Certo, nell’eternità mi inseguiranno le cose sempreverdi: debiti, malattie, lutti, discorsi vacui da subire. Ma voglio proprio vedere chi molla per primo.
E comunque, alcuni nonni hanno fatto anche cose buone. Il mio, per esempio, che cristonava e si divertiva col toscano, uscendo dall’aia solo per raccogliere foglie e legna secca, pericolanti come lui, come noi.
gene




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