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Undici gennaio novantanove

Due uomini sono seduti all’ombra di un castagno, stranamente solitario sul crinale sassoso di quella che potrebbe essere un’isola. Guardano verso l’orizzonte.
Devi proprio andare via?
Sì, è così, lo sai.
Lo so. Ma poi qua cosa facciamo?
Amico mio, tocca a te, insomma. Non aspettare che altri decidano in tuo nome, che poi faranno comunque peggio di quanto saresti stato capace di fare tu, rovineranno il tuo progetto. E aggiungo che “fare” non è un obbligo.
In che senso?
Dai che lo sai.Si guardano.
Non lo so. Dillo.
Il senso, appunto, è ciò che conta, è da cercare. Possibilmente prima di mettersi a “fare”. Può andare bene anche dopo, ma il rischio è di scambiarlo per una forma di giustificazione, una scusa. Non sarebbe un fallimento?
Ci devo pensare… E se cercare il senso prima di ogni azione non fosse altro che mancanza di coraggio?
Questo lo puoi sapere solo tu e se così fosse sarebbe anche questa una giustificazione invece che un’idea, è come sapere fin dall’inizio che non succederà niente, sarà solo un’apparenza, una futilità. Ti dico però che secondo me ci sono idee che sono così belle da non poter essere realizzate, e vivono da sole nella tua testa. Sono opere, incompiute sì, ma anche inattaccabili: le chiamiamo ideali. Spesso roviniamo le nostre idee provando a realizzarle invece che idealizzarle. Resta il fatto che l’idea sarebbe meglio che venga prima di tutto, del successo o del fallimento.
Cos’è il fallimento?
L’egoismo. Se un’idea serve solo a me, allora non serve a niente. Si sta bene solo se stanno bene tutti, quante volte lo abbiamo detto. Possiamo scambiarci cose, il pane, i soldi, i cacciavite, ogni attrezzo e oggetto, ma non moltiplichiamo nulla. La tentazione di rubare cose materiali senza averne bisogno è sempre presente. Mentre se ci scambiamo idee ci completiamo, anche se mi rubi un’idea, quell’idea resta sempre anche a me. Anche l’odio è un’idea e si espande, ma è fondato sull’egoismo che avvilisce: la mia paura conta più di te e quindi cerco di eliminarti, colpisco il tuo intelletto e il tuo corpo prima che tu colpisca me. O incarico qualcuno di farlo al posto mio, perché l’egoismo e l’odio sono i segni del pavido e quindi del vigliacco che dirà sempre: non sono stato io. E invece sei stato proprio tu.Se ne stanno in silenzio per un po’, il sole sta calando.
E dove andrai?
Bella domanda. Me lo sono chiesto tutti i giorni della mia vita. E non lo so. Forse abbandonare questo corpo che cade a pezzi significa non essere più da nessuna parte. O forse resterò solo con la capacità di pensare, senza arti, senza organi, senza capelli, senza voce. Una goccia di splendore nel vomito del mondo. Un’utopia.
Sarebbe bello.Si alzano e se ne vanno, in direzioni opposte. Non si incontreranno più, ma continueranno a scambiarsi idee.
gene
Postilla
Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura.
Fabrizio de André -
La fine del Letargo

C’è da svernare tutti in piedi, Tropici annoiati e Capricorni in stalla, come ai funerali, forse un Cancro nel cappello. A un tepore che dirsi salvifico s’esagera, tant’è viziato e noi con lui.
A riva la fioca, dice la fioraia, che due anni fa inveiva per la decina magra di centimetri flaccidi stesa su derelitte primule da vaso.
Oh, metri, rispondo in modalità Galibier, bello veloce, senza tema del ghiaccio, un semplice ricordo dissalato. E filo tra rossi abeti nani già in disuso.
Allora si danza, oltre il Letargo abbandonato ormai da ognuno, o mai intrapreso. Lanciarsi all’orizzonte sfocato dell’afa, andare fuori, camminare svelti e rinchiudersi ai lavori nuovi, annuali of course baby, se contratto esiste. Basta con le stagioni, ma neanche mezze, per vacche e saldi. Che fortuna.gene
Postilla
Il letargo e uno stato di torpore simile al sonno profondo, tipico di alcuni animali specialmente durante l’inverno.
L’inverno, invece, si distingue per il suo freddo pungente, per la neve che ricopre il paesaggio circostante. -
Fienagione di gennaio

Dui da sgianei e da sot
el sciuei um diss
a vam da foro?
L’é mighi stagion
ag raspondi
Ma ‘m po’ da rason la ghé
gnan om fioch e quai fiuu
E p’an el rastel u tramoro
fin la falsc la trepisgi
Da foro om sou
lustro e noianto
ch’u coro pruvini
soi prei spelei
Sa speciom om po’
a ruom al radasì
a carenn d’aurì
e tucc i farà feste
‘me vess in lui
e ala coreisge ‘l codei
Dui da sgianeigene
Due di gennaio e di sotto
la gerla mi dice
andiamo di fuori?
Non è stagione
rispondo
Ma un po’ di ragione ce l’ha
nemmeno un fiocco e qualche fiore
Anche il rastrello freme
perfino la falce scalpita
Di fuori un sole
brillante e noioso
che scioglie brina
sui prati spellati
Se aspettiamo un po’
arriviamo all’agostano
alle calende d’aprile
e tutti faranno festa
come se fosse luglio
alla cintura il portacote
Due di gennaio -
Buoni propositi
Divano, 1° gennaio 2024

Essere meno pigro e finire l’armadio sono le prime due cose che mi propongo per l’anno nuovo, anche se per oggi non comincio.
Più avanti, secondo le mie possibilità, mangiare più sano, non bere birra prima delle dieci e ridurre i pettegolezzi, non come il vicino di casa che è sempre lì a spiare e bisbigliare.
Anche a essere più buono ci tengo, basta che non mi facciano girare le balle come al solito.
Mi propongo di interessarmi di più agli altri e criticare di meno i comportamenti stupidi di tutti, che mi ammorbano l’esistenza e che io devo sempre sopportare con la pazienza di un santo.
Farò sport, le scarpette le ho, basta trovarle e poi butto giù un programma. Credo verso giugno, per cominciare, o magari un po’ dopo.
Ho anche dei desideri, tipo la scomparsa della bucalettere con tutto il contenuto. O che Ronaldo smetta col calcio che non se ne può più di questi vecchi.
Voglio poter stare sul divano a guardare la partita senza essere costretto ad alzarmi ogni volta per uno yoghurt. Spiego: mangiare uno yoghurt al giorno me l’hanno detto gli altri che pare faccia bene, ma magari non si riferiscono al mio bene, non è chiaro. Non so se questo proposito lo adempio.
Contribuire a un mondo migliore, senza bestemmiare (questo mi pare impossibile e se ce la faccio vorrei essere premiato come si deve).
Poi magari più avanti butterò giù qualche altro impegno, ma per adesso è davvero tantissimo e se proprio proprio magari ci penso, okay, ma ora torno sul divano.
Non chiamare, non chiedere, non coinvolgere (devo scrivere un cartello).gene
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Buon anno

Spacca pietre sotto il sole e la pioggia e si chiama Archezio. Oggi finisce l’anno e non succede niente nel cielo piombato dalle nubi. Il sasso riflette il mondo.
– Che nome… A me darebbe fastidio – dice Bryan, che lui invece intercala, tra aperitivi standing dinner docce mattutine e serali, un lavoro con i soldi, broker dice. Riflette il mondo.
– Sta per brocco? – retoricizza Archezio.
– Ah! – s’infastidisce il Bryan, humour afflosciato dalla nascita. – Treccani: Nel settore degli affari, l’intermediario che, trattenendo per sé una commissione, esegue ordini di acquisto e vendita di titoli e merci, o, nel campo assicurativo…
– Peta! – Archezio piazza una mazzata a un pezzo di gneiss che si spezza in due e tra le schegge brillano le vene arenarie che custodiscono l’origine dell’universo. – È il risultato del metamorfismo regionale dinamotermico di rocce originarie, protoliti di composizione sialica. – Gli viene da ridere, all’Archezio.
– Pensi a queste cose mentre tiri mazzate? – chiede Bryan, che al colpo ha fatto un salto indietro come a certe aperture di borsa.
– No, le leggo la sera. Anche tu studi le tue?
– Non tanto. Guardo il telegiornale, le partite, i film. Ma anche i quiz, indovino spesso. E navigo.
– Bello, i mari, i fiumi, l’aria.
Bryan rinuncia. Entrambi pensano che l’altro faccia un lavoro pressoché inutile, sostanzialmente. Solo che Bryan a volte è quasi convinto che sia inutile anche il proprio, specialmente in certi pomeriggi quando il computer è fermo come il gneiss di Archezio prima della mazzata. Bryan non può nemmeno dare una mazzata al computer per alcuni motivi: il computer non è suo, non sa usare la mazza, e se fosse gli toccherebbe raccogliere i cocci. Soprattutto, non ha la mazza.
Archezio invece, le schegge di gneiss le raccoglie, che vanno bene per drenaggi e massicciate. Non ha il computer.
Bryan, tanto per sottolineare il suo carico di lavoro, dice che deve chiudere alcuni bilanci, che domani è il primo gennaio e cominciano nuovi calcoli e investimenti, che la Cina incombe minacciosa.
Archezio dice che il sasso di ieri sarà ancora lo stesso di domani, per lui non cambia niente anche se è in Cina oppure a Riveo.gene
Postilla
Non sono gli anni, sono i millenni.
g. -
2024

Un mondo pronto da rifare
come ogni volta si promette
nel luccicare di dicembre e speme
Rifarlo peggio forse non si può
ma atomico e ferale è il desiderio
e poi vediamo
Quando invece niente ancora era veduto
dagli umani occhi allora forse di pesce
uscirono descritte la pulsioni
del rutilante presente evolutivo
che del passato non sapeva dire
e del futuro un vago ignoto
ma vedevamo
Inenarrabile e incastrato nelle feste prone
attende il nuovo mondo che spettrale
taglia il suo abito sulle fattezze
del giovane regno ventunesimo
già scarnificato e nuda l’innocenza
irto armato di sicari e malfattori
errabondi spiriti tra scaccio e gabbia
si vedono
Ora che giungano i propositi
le diete personali e la pace a tutti
paroline in bourguignonne e salse
che ad ogni bocconcino
il gozzo ingozza e sazio mai
e oltre non si vede
gene
28 dicembre 2023
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Senza ali Papillon
Sannezei, 25 dicembre 2023

Mi chiamo Papillon e da troppo tempo manco, esiliato per sentenza finale e poi rinchiuso oltre lo Stige degli oggetti inanimati. Papillon prigioniero in un limbo spento e non può evadere, ridotto in cenere, o sotterrato, o chiuso nell’armadio con altri scheletri, non lo so, è un presente disadorno, nessuna ipotesi di futuro e solo vaghe visioni di felicità che subito precipitano nel fiume che scorre e non vedo. Altri miei fratelli – Corbatí, Papigió, Pajarita – sono ancora in giro per il mondo agghindati alle camicie, annodati come simboli libertari e paradossali, forse festeggeranno nuovi cibi e altri pensieri, muoveranno ancora parole. I miei giorni brillanti sono finiti con la morte di Jonatan, il mio padrone da quel giorno remoto che mi comprò a Portobello; credo che non torneranno, eppure spero che un qualche Nessuno vagante mi ritrovi in questa buia inesistenza, in questo niente indesiderato, assente di eredi e dèi.
Sono Papillon, el cravatin per gli sconosciuti
Le luci con Jonatan erano sempre accese e, quando scendevamo al sud, per tutti lui tornava ad essere lo Zio; illustrava i suoi viaggi svelando l’uomo che era divenuto e desiderava essere; narrava di genti che erano rivelazioni epocali. Non tutto però sapevano di lui, giù al sud, non tutto poteva dire: qualche segreto era così inconfessabile che solo io, Papillon, lo intravvedevo nei riflessi dello specchio, nell’assistere ai suoi tremori, alle incertezze, ai disagi della sua condizione, alla solitudine.
Ho cercato di aiutarlo con la mia ferma presenza, che a lui dava quell’aria signorile, velata di malinconia senziente, impossibile da immaginare nella sua infanzia modesta tra campagne di riviera, sassaie e sterco di pecora.
Forse sono riuscito, in questo, forse nella nostra grazia ce l’abbiamo fatta a calmare i mostri, non per sempre, non del tutto.Sono Papillon e ancora ho da dire
Ecco allora quel ricorrente giorno, sì, il più bello, o almeno lo era per me, che giungeva una volta all’anno, sempre il venticinque di dicembre, sempre in quella casa al limitare di prati bonificati da palude a campi di grano. Stretto a lui, uniti con garbo, vedevo allora rivelata e disposta davanti ai miei colori di festa una parte di mondo palpitante, un’agape in qualche modo serena, un padre cognato, una madre sorella, due bambini nipoti, una nonna madre e, in tempi ancora più remoti, un nonno padre che se ne andò anzitempo per un viaggio sconosciuto; albero e stelle, bocce luminose, pacchi da scartare, libri freschi, musiche cantate, opinioni tra Marx e il cortile, resistenza e borghesia. Evocativo lui e senza pecca io, Papillon; nessuno allora sapeva del rimpianto sleale che avrebbe addentato, e ancora morde in certe notti incrollabili.
Poi, perché così vanno le cose, certo che è così, poi tutto finì in un giorno che io riposavo in un cassetto, quando Jonatan scatenò la guerra contro uno di quei bambini, il nipote che si era fatto uomo e non seppe né accettare né perdonare, colto alla sprovvista dallo Zio con la banalità inattesa del torto fulminante. Non attraversammo più la campagna, nemmeno per andare sulla tomba della madre del bambino fatto uomo, e sorella dello Zio Jonatan. Il venticinque dicembre era stato svuotato come si fa con la secchia degli avanzi per i maiali, tra perdite di senso, dissapori e infine la morte.
Non chiesi allo Zio di ricucire lo strappo, ero muto e non mi riusciva di risalire ai suoi pensieri, o di scendere al cuore. Io, povero Papillon acceso e fiero, stupido come l’eleganza stessa, ero stato deprivato senza che mi fosse stato chiesto cosa ne pensassi. Ora, in questa notte infinita, ora che Jonatan è cenere o pulviscolo siderale, ora che ho tanto di quel maledetto tempo impantanato, questa lettera mi costa più di una pena; ma vorrei che partisse per il mondo, verso quel bambino nipote che è ormai più vecchio di me e chissà cosa detiene nell’anima, chissà se vi fermenta ancora indissolubile il veneficio del tradimento senza remissione.Sono Papillon, senza più ali
E sia. Nel caso questa missiva venga raccolta dall’abisso in cui sono, vorrei che si sapesse di nuovo del mio desiderare, immaginare, vedere, condividere, amare, servire. Vorrei che le cose andassero così, e spero che nessuno rifiuti l’ultimo mio desiderio: un altro venticinque dicembre. Con tutte le persone, alberi, stelle, carta colorata, parole, pensieri, desiderio di rinascita, di un mondo senza confini e bandiere, senza dèi ma con un ipotetico figlio a splendere nelle coscienze senza bisogno di feroci seguaci e inflessibili riti. Vorrei vedere, in quel giorno, il bambino nipote che abbraccia lo Zio, vorrei vedere il dolce volto della madre sorella, o quello serio del padre cognato, o dei nonni suoceri, o della bambina nipote. Immutati, immutabili.
Lo so che tutto questo è nascosto chissà dove, di là, invisibile come me che, seppure condannato a una maledetta Cayenna scura e muta, affido questa lettera alla sorte e ancora anelo, sgargiante allacciato fedele, al viaggio di ritorno e oltre il fiume.
In fede e per sempre, ascoltatemi.
Papillongene
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appena oltre il solstizio d’inverno

oriente s’accese di fiamme
come concedere aurora
Odisseo allora chiese
e il cielo rispose: sì
è tempo di andare
gene
Omero, forse a Paros, appena oltre il solstizio d’inverno
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Fine del mondo

Addentro foresta e neve vetrata
di lato sul volto denudato da pelo
di origine persa e ormai travolta
in progresso di mente e comodi
vizi come fumo e vino che troppo
ottundono i nervi e i pochi pensieri
che ancora atavici si chinano flosci
E resta solo un istinto acquattato
ma allerta e puntuto alla fitta
del cuore che alza sordi e precisi
i battiti al ritmo dei passi gelati
Massi dai licheni aggrappati spogli
dal lato che il vento non coglie
e appoggiarvi la mano sbiancata
per sentirne quel vago tepore
che illude il morente in viaggio
diretto all’ignoto o a una luce
e alla fiera dagli occhi lucenti
e innocenti e forse è riposo
Infine si depone tra fittire di lance
aguzze e in equilibrio s’arrende
lasciando che il cuore s’acquieti
a una pace mai scorta nei secoli
andati perduti nell’orgia dell’odio
Foresta è la madre e neve vetrata
appronta il giaciglio finale e il tempo
ora induce all’ultimo verbo esalato
Bastagene
18 dicembre 2023
Postilla
Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui.
Claude Lévi-Strauss -
L’acqua del padre

Sgarla e sgarla, teston,
la gh’é mighi
Mì in pei a stufim
butu i sass da scià,
ch’i po gnii boi,
e la tere da là
Al post dala partidi,
el sabo a monn
a fèe gnii su ‘l fum
Par mì u la trovo mighi,
ma u sgarla u sgarla
e mi sass da là
e tere da scià
o a l’incontrari
par fèe infich
U la trovo mighi,
speremm quasi
I sass e la tere ié mucc
nui dui tot e slozz
a sgarlèe a sgarlèe
Sol misdì cola famm
u dis sotvous
“L’é scià”
U tiri foro la teste dal becc
us frusu i man,
i ecc lusenn, u gnigni apene
e sot i sgiunecc a la vedi:
l’acqua! L’é scià!
gene

