Home

  • Ogni donna

    Ogni donna è una strega, ogni era ne ha bruciato il mistero, ogni uomo tenta di sopraffarne l’incanto.
    Ogni donna ama e ferisce, culla e lenisce.
    Ogni donna è lapidata per il suo bene e per il suo peccato.
    Ogni donna è prigioniera, si ribella, si libera, è offesa e offende.
    Ogni donna ha occhi che brillano e dardeggiano, lastre di cielo e lingue di fuoco.
    Ogni donna ha una figlia che diverrà madre senza smettere di essere figlia.
    Ogni donna siede nel silenzio in cui è costretta.
    Ogni donna è permeata d’incoscienza come sola opposizione alla coscienza corrotta dell’uomo.
    Ogni donna vuole essere uomo, per uccidersi un istante.
    Ogni donna disperde bellezza nella vana rivalsa.
    Ogni donna ama come se fosse ultima o per sempre.
    Ogni donna abbandona dopo essere abbandonata.
    Ogni donna abbandona prima di essere abbandonata.
    Ogni donna sogna un mondo migliore, ma s’inchina al peggiore.
    Ogni donna è amata.
    Ogni donna.

    gene

    Postilla
    Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo.
    William Shakespeare

  • ghost track #24

    (…) Saranno mesi sospesi nel vuoto. Quando si sveglia al lunedì verso le sei e mezza è già sfinito per la partita e la Dele, e la settimana si fa lunga, i giorni paiono inconcludenti. La partita sarà solo la domenica – e quella di ieri è stata giocata coi pensieri dislocati e persa, ancora una volta, senza nemmeno cordoglio – ma il lavoro è quotidiano e gli fa male. La Dele invece la vede prendere l’autopostale in inverno che neanche albeggia, ma lei non lo degna di uno sguardo. La adocchierà per quei brevi istanti mattutini fino al venerdì, a volte pure quando scende alla sera, sempre con lo sguardo rivolto alla stalla del Senesio o ai suoi piedini coi mumbut, se c’è neve. A lui gli punge il cuore al ricordo di quella tombola quando si guardavano di soppiatto, a ogni  numero estratto e segnato a casaccio con il disinteresse di chi cerca un alibi per non farsi prender via. Poi vai a sapere, e giù con le ipotesi alla rinfusa, la Dele è sfuggita e parlarle è inutile, ci aveva provato e lei aveva ribattuto a un semplice ciao con un “Non annoiarmi”, che una coltellata era meglio.
    Così, con queste folate di vento siringate nei nervi, guarda l’orologio alle sette e venti sperando che siano già le cinque per uscire e andare dal Carlin, che almeno c’è la cameriera argentina e non si sa come sia capitata lì. Darebbe l’idea, di starci, la ragazza, ma poi una sera la vedrà strusciarsi col bergom della masseria e metterà via la possibilità, anche quella, di un diversivo e la Dele tornerà a rompergli l’anima. Non se ne esce, in sostanza.
    Non vuole dichiararsi prigioniero dell’amore, e soprattutto non vuole che si sappia, anche se ogni tanto qualcuno lo stuzzica con qualche frase del tipo “Con le donne non si sa mai”, che considera rivolta solo a lui, come se avesse un bersaglio sul petto e gli altri che giocano a freccette. A nessuno interessa un cazzo dei suoi patemi, se non per sogghignarne, è chiaro come quando c’è d’accanirsi contro qualcuno sperando che non capiti a te (che sia un esorcismo?), ma lui soffre ormai anche di manie di persecuzione che si allungano come ombre della sera.
    Qualcosa dovrà pur fare oltre a scavarsi una buca grande come il Campirasc.
    E quindi lo fa, il qualcosa, sembra avere un piano, anche se dovrà aspettare l’occasione soffocandosi nell’ansia, ma dissimulando.
    – Te m’la diss an a nui la pensada? –
    (…)

    gene

  • Vintineu bisest

    Ma an tì vintineu
    t’aress mighi pudù
    vess vintott?

    No, ag guà fèe diferen
    e chele matoro ilé,
    te la veed?

    L’é nesudu incheu
    e se te gh’ere mighi tì
    l’era sgià el prim da mars

    Spere solche che privit e re
    i vorà mighi brusala
    ‘me ‘m bot

    gene

  • Urizzi e furtunu

    I fej da mars al Primm ié indré
    i tramoro amò pai gugg da pruvini
    sarei denn in di botri ch’i trepisgi
    soi piann scic ch’i voress posèe amò

    A mancava quai dì par ava e mam
    e peu el Quatordoss u ruerà e pan el sou
    o l’acqua fini a saludèe i dó matai
    primm da mandai pal monn cola furtunu

    L’é ‘na furtunu in piraca e a trala foro
    a iutarà a mighi perdess in l’urizzi
    intan ch’la fa ‘l giir dala tere e dal ciel
    cenmili voll e par tucc ié fastidi

    Pai matai a vegnerà an i dì pisei bei
    altri fiei e basin par spartii ‘l piasei
    da setass a taura coi pomm e luganigh
    o par nèe a spass e specièe i primul

    Primivere par sempre as voress veigh
    ma la finiss in sgiugn e col call bujenn
    a sgere ‘l cher e i venn sveidei dal tut
    e a ruzèe in la piraca a gh’è più furtunu

    E daigh e daigh l’urizzi la vegn sempre
    e in ultum la veisg lei a s’al sa be’
    epur cui dì a taura o a vardèe primul
    lou i resterà in pei sense nèe ‘n tere

    gene

    Postilla
    Mia madre e mia sorella sono nate nello stesso giorno,
    restano in piedi.
    g.

    Tempesta e fortuna

    Le foglie di marzo al Primo sono indietro
    tremano ancora per gli aghi della brina
    chiuse nelle gemme impazienti
    sulle piante smunte che vorrebbero riposare ancora

    Mancava qualche giorno per nonna e mamma
    e poi il Quattordici arriverà e anche il sole
    o l’acqua fina a salutare le due ragazze
    prima di mandarle per il mondo con la fortuna

    È una fortuna in tasca e a tirarla fuori
    aiuterà a non perdersi nella tempesta
    intanto che farà il giro della terra e del cielo
    centomila volte e per tutti sono fastidi

    Per le ragazze verranno i giorni più belli
    altri figli e baci per condividere il piacere
    di sedersi a tavola con patate e luganighe
    o per andare a spasso e aspettare le primule

    Primavera per sempre si vorrebbe avere
    ma finisce in giugno e col caldo bollente
    si gela il cuore e le vene svuotate del tutto
    e a rovistare nella tasca non c’è più fortuna

    Dagli e dagli la tempesta viene sempre
    e da ultimo vince lei lo si sa bene
    eppure quei giorni a tavola o a guardare primule
    loro resteranno in piedi senza cadere

  • L’Eroe Paul Grüninger

    Paul Grüninger è stato il Capitano reietto che salvò di nascosto, violando le leggi federali e sfidando gli uomini che le applicavano senza scrupoli, le vite di centinaia di ebrei. È bastato un film visto ieri sera per dover fare i conti di nuovo con l’indignazione fremente per come la Svizzera si comportò con lui, Capitano della polizia, e con i profughi in fuga e respinti tra le braccia del nazismo. Condannato e degradato, Grüninger morì in povertà nel 1972 senza che la sua figura fosse riabilitata e la sua opera di coraggio e umanità elevata a esempio.
    In quegli anni, mio padre ventenne passò quasi tre anni in servizio militare alle frontiere, un ragazzo che non poteva sapere nulla degli orrori oltre il confine che controllava, anche se il il terribile tarlo del dubbio è inchiodato nel mio cuore; mio padre una pedina innocente come altre migliaia, tutte mosse sulla scacchiera del cinismo politico di una Svizzera che per salvarsi la pelle e per convenienza riconsegnò al male assoluto migliaia di disperati.
    Quello che per molti nostri connazionale è stato ed è ancora un traditore, per me è un Eroe. Lo è anche per il popolo ebraico, che nel 1971, un anno prima che morisse, lo riconobbe Giusto tra le Nazioni. Un Eroe che nel 1995, a ventitré anni dalla morte, fu infine assolto, grazie all’impegno dell’associazione Giustizia per Paul Grüninger, dallo stesso Tribunale di San Gallo che lo aveva condannato e a più riprese gli aveva negato la riabilitazione.
    La famiglia di Grüninger non accettò per sé l’offerta del governo cantonale di San Gallo di corrispondere l’ammontare degli stipendi che sarebbero spettati al Capitano, ma li usò per finanziare l’istituzione della Fondazione Paul Grüninger.
    Dopo aver visto il film mi è sorta una rabbia intatta, per l’ingiustizia e la ferocia, ma anche per gli anni rubati a mio padre a guardia di una frontiera che non era certo lui a rendere inviolabile, bensì i compromessi a cui la Svizzera si piegò per calcolo. La coscienza brucia ancora oggi, che i tempi neri stanno tornando e al fronte non ci sarà mio padre, almeno lui, a difendere o respingere spettri.
    Io però sono ancora qua, la mia frontiera è invalicabile e posso dirlo: Kein Mensch ist illegal.

    gene

  • libertà

    Mangia la minestra con ingordigia. È un ragazzo di quattordici anni.
    Non è tanto buona.
    Invece che pensare al mangiare, prega. Quanti santi hanno vissuto un’esistenza di digiuno e qualche bacca ogni tanto.
    Lo dice un sorvegliante, quello con le bretelle.
    Ma io non vivo nel bosco, sono qua da voi che non mi lasciate uscire che un paio di quarti d’ora al giorno.
    Appunto, prega, hai tempo!
    Padre nostro, ci dai il pane quotidiano e va bene, e anche questo brodo. Non so se lo cucini tu, ma se così fosse, da onnipotente quale dicono, potresti metterci almeno un po’ di sale, o una pastina. Io ci provo a farmi rimettere i peccati, ma pare che non siano quelli giusti visto che poi mi tocca pregare lo stesso, come ora. Appunto: ora, prega, e lavora. Non sono indotto in tentazione, tranquillo. Amen.
    Hai pregato? Ritirati nella tua stanza.
    Non posso restare ancora un po’ con i compagni?
    No.
    Perché?
    Perché no.
    Si avvia senza più chiedere, non vuole rimanere in ginocchio per punizione, a pregare ancora.

    Il giorno dopo scende nel refettorio, prega e mangia il pane duro e il latte freddo. Poi va in biblioteca.
    Che brutto libro, pieno di menzogne, pensa. Non voglio più stare qua.

    Ci sono le partite di calcio con gli altri collegi, momento di svago. Mostra la sua forza. Ma solo il sabato, poi torna la noia con momenti di rabbia. Che reprime fino al sabato dopo, quando sfonda di nuovo la rete con il suo sinistro.
    Voglio giocare a pallone
    Sai fare solo quello, sei un buono a nulla. Prega.
    Padre nostro che non sei da nessuna parte, non ho più voglia di santoni e minestre, stasera esco a cercare il pane quotidiano, magari meno raffermo. Nell’attesa della tua inattendibile venuta, io intanto vado. Amen.

    Salta la finestra del collegio nel cuore della notte, attraversa boschi senza bacche e al sorgere del sole è lì in strada che tende la mano.
    Qualcosa farò.

    gene

  • Petrolchimica omicida

    Non sarà poesia, occorre dirlo,
    niente metrica o bellezza della rima,
    solo ricordo e speranza infranta e quindi vana

    Terra dura di morena affiorata da ghiacci scomparsi e immemori, eppure terra mite e indipendente alla periferia dell’arraffare.
    Che fare di questo posto inutile per bestie e frumento, dove florida tra i sassi c’è solo la ginestra?
    Vendiamolo, no? Terra buona non è, e nemmeno petrolio nel suolo.
    A chi? A una raffineria che il petrolio porterà e andremo nel futuro, oggi, stufe e automobili, il progresso, basta capre pecore e letame.
    Mio padre disse no, ma restò solo.
    Si vendette, dunque, in coro e giubilo immaginando incenso e mirra, nonché oro per le tasche.
    E venne dunque la petroliera, e giacche a vento e libri per noi bambini delle scuole, maglie nuove per il calcio, libertà e perline colorate, in una giostra di blandizie.
    E poi ancora seducenti: litri di latte agli operai per sciogliere i veleni, basta quello, paura non avere, manovalanze a cui vagheggiare, benessere subito e domani le pensioni, maestranze a turni ininterrotti che guadagnavano al sicuro ciò che mai avrebbero cavato spezzandosi le reni nelle cave e nei cantieri.
    Poggiavamo slitte su neve punteggiata in nero da caligine e i fumi andavano a sud e a nord col vento di Riviera, annerendo davanzali e vetri e prati.
    Con uno straccio si pulisce.
    Il petrolio in salamoia mefitica iniettato nelle vene scoperte della terra e nello scorrere delle acque fino al fiume, aggrappato a bronchi e fegati.
    Esalazioni alle quali ormai adusi facemmo l’abitudine e ancora oggi, con un velo di perfida afflizione, ristagnano in certe zolle amare di quel posto abbandonato dal profitto e dalle genti, dove crescono di nuovo piante in un rigoglio da tropico lebbroso, e nessuno se ne cura, nessuno vuole.
    Intanto che si aspetta di scavare  – a chi tocca? a me, no, a te? no? – per riportare a un’illusione di bontà, un’altra terra accoglie i morti appena fuori dal paese, nemmeno concimata con i soldi, forse quattro o cinque, messi via a riscatto di sconcezze, pochi soldi che non bastano nemmeno per i fiori e troppo tardi non placano il dilemma: siamo stati sciocchi o sfortunati?

    gene

    Postilla
    Non abbiamo venduto l’anima, ma l’esistenza
    g.

  • (folò)

    Etel om mat da vint’agn

    fieu dal Campirasc

    in d’om vistì ross e vert

    ch’u fa parense da lasèe

    el fotbal al soci e peu

    ‘me salustro o saete

    u torno indré da frizzi

    coi altri perdui vii da chisà quèe

    e u tiri dal corner sol frichin

    aoo ch’u spece daparlui

    om forestei gress e scuur

    ch’u la scalscia in del set

    dasmentigò e veid

    El dì us impieniss dal bregerèe

    da cauri e peuri in feste

    A voress ch’a vardei

    e peu a vardei amò

    par capii ‘me u pò

    om gran pensei

    d’om momen

    francass

    in tucc i ecc

    in tucc i orecc

    in tucc i boch

    in tucc i agn

    ch’a vegnerà

    gene

  • Papaveri rossi

    Sono mille papaveri rossi, uno sterminio che rinasce. Questa immagine della prateria fiorita è bucolica senza contesto, ma diventa simbolo di sangue nella metafora dell’autore.
    Umili e resistenti papaveri che decorano le scarpate delle ferrovie, che crescono dove altri fiori non amano stare, o coltivati a forza per stupire menti e nervi.
    Ma i mille papaveri rossi sono soprattutto le lapidi della guerra di Piero, la prima catastrofe mondiale nata e cresciuta in Europa, quella che era la terra dell’Illuminismo e che ritiene sé stessa il paradigma del mondo giusto. Tanto da esportare con forza la sua visione, col risultato di far fiorire milioni di mille papaveri rossi nei deserti e sulle montagne più aspre del pianeta, in mari angusti, un fiore per ogni tomba discosta senza pietà, voragini comuni, roghi di corpi la cui cenere diventa concime per altri affranti papaveri rossi.
    Sarebbe un mondo senza frontiere, quello dei papaveri rossi ai quali non importa delle linee invereconde tracciate dall’Uomo per contenere o respingere, frontiere così immaginarie da diventare solide come muri di prigioni per chi sta dentro e chi sta fuori.
    Il Potere, ogni potere, nelle sue forme tentacolari eppure sfuggenti, dispone anche delle semenze dei papaveri rossi, li vuole recintati, pronti per ornare le decimazioni.
    Ma io so che i papaveri rossi vorrebbero essere liberi e che la loro libertà si abbracciasse alla libertà di tutti, senza più un solo potere, in nessun luogo, in nessun cuore. È nell’assenza di potere che tutto fiorisce davvero e i papaveri rossi potranno così scegliere di crescere pietosi per le spoglie di chiunque abbia voluto vivere in pace, non in guerra.

    gene

    Postilla
    È molto più difficile essere capiti facendo del bene che del male
    Faber

  • Nessun Komorebi è possibile

    È ancora presto e i gabinetti della stazione sono chiusi, neanche col franchetto li puoi aprire, come se fossero boutique per gente che si alza alle dieci e prima non ha bisogni. Mi avvio verso quello del viale, con la vescica in modalità canotto. Uh, è aperto. Non mi andava di andare in un bar e bere un altro caffè, già i nervi affiorano. In quel cesso lì non serve la monetina, è libero, ma è il solo nel centro della città.
    Ho appena visto al cinema l’ultimo film di Wim Wenders, Perfect days, che è meraviglioso nella sua semplicità, tutto incentrato su un uomo, Hirayama, che a Tokyo pulisce i bagni pubblici e quando si mangia il suo panino al parco scatta ogni giorno una foto con una macchinetta analogica alle fronde di un albero che si stagliano nel cielo. Un gioco di luci e ombre che in giapponese è chiamato Komorebi.
    Ci provo anch’io, seduto in piazza come Hirayama, naturalmente con il telefonino, a fotografare le foglie dei platani nella controluce azzurra del cielo di gennaio. Non per collezionare, ma per provare a capire e magari trovare un nome come quello giapponese, che qui non esiste. Hirayama aspetta una settimana per vedere i risultati delle sue foto, le fa sviluppare da uno Zimmermann di Tokyo. Invece io le vedo subito e mi fanno cagare, digitali e piatte, con colori artificiali.
    Quindi, al proposito, mi scappa la cacca e per curiosità vado al cesso della stazione, pago, entro ed è sporco. I gabinetti di Tokyio sono invenzioni architettoniche, diffuse e brillanti, pulite dentro e fuori, tutti gratis. Qui invece sono scostanti. Come siamo spesso scostanti noi, quando non siamo sguaiati. E questa mia città è cento volte più piccola della capitale giapponese. Anche se trovassi un termine come Komorebi, che definisse il gioco di luci e ombre, lo terrei per me piuttosto che darlo in pasto alla svogliata decadenza del franchetto lercio e avido.

    gene