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  • parpiasei

    capovolgi uomo il tamburo di latta che
    all’orizzonte risuona a chiamata a raccolta
    ghiaie e sabbie d’ognitempo e luogo qui
    all’abbattuto sole d’agosto che non resiste
    all’acquerugiola diaccia di un settembre che
    dalla cantonata in ombra e agguato come sempre
    impera sulla vita del barcaiolo rivierasco
    come la nascita polare di una stella senziente
    respira donna dopo la fremente asserzione di te
    in quanto essere che non sa più o ancora
    di quale vento siano fatte le corse a pedali
    o i balzi dall’altalena delle settimane a ciclo
    ma l’approssimarsi di foglie ancora verdine
    le loro forme relitti velici di fronte a Nasso
    non è forse quel tracciare odisseante teso
    a sperimentare vite in quanto tali difformi
    e neanche appena confrontabili a prima e dopo
    stanno composte in apparente svogliatezza
    le ragioni multiple di uno stamburare dissoluto
    e con aria spezzata niente si possa capire o si debba
    non si rompa il ritmo complesso, parpiasei, il mio

    gene

  • la diserzione

    è riparata madreterra con questo suo paltò
    fatto d’asfalto per la sicurezza di vene e arterie
    fatto di calcestruzzo a contenzione dei parassiti
    rintanati in scatole ai bordi di vene e arterie
    paltò incerato che ripara e la madre però suda
    si macera nella condensazione e ha febbre alta
    dilata le narici vulcaniche per espellere i veleni
    i fumi e gli scarichi corporali sono trattenuti
    la pioggia fuori non arreca più conforto
    e scivola in rivoli ingrossati a torrenti fiumi mari
    l’ho vista madre levarsi il paltò e spezzarsi vene
    urlare indifesa inascoltata e lorda d’escrementi
    allora il calcestruzzo ai bordi delle arterie grattato via
    e la pioggia libera sul suo corpo travolgere
    con furia inarrestabile i detriti e i parassiti
    il lavacro che spegne febbre e purifica pensieri
    senza indignazione madreterra va via nuda

    gene

    27 agosto 2023

    postilla
    “ha sempre piovuto, ha sempre fatto caldo, la neve tornerà”
    (Scienze Cieche & Fake internescional)

  • Traditori

    un minuto all’impasto di pane o calcina

    questi nuovi torleri non offrono mai,

    le loro mani imenizzate a uova di rana

    si stringono viscide e non c’è vaticinio di maga

    Solo ciancie e bugie assemblate a ricetta schifosa,

    propongono e oppongono e promiscui ne ridono

    mangiando tra loro le chimiche loro schifezze

    Procurando a sé poltrone mollicce e aderenti

    felici e contenti per la procura a cascata dei guai,

    aggrappati alle chiappe, le loro, cadenti

    eppur vive nel grasso convivio bugiardo

    Li andrete a votare, voi ciechi e coglioni

    imbastiti a neutrali e a casa vostra supini

    – ch’è poi casa degli altri e nemmeno sapete

    Si dicevano agrari nei tempi di guerra

    quando impastare povero pane o calcina

    era vita per questo paese in feroce tenaglia;

    ora costoro indefessi si professano unione

    nonché democratica e finanche di centro, di centro

    Con loro s’accodano i tizi dalle lunghe orecchiette,

    dimentichi dell’umile pane e diviso del Cristo;

    s’intruppano liberali sociali passati al nemico,

    fischiando e tradendo un passato di luci e riscosse;

    comunisti felloni e venduti a miraggi d’Oriente,

    che storia e ricordi hanno già canzonato ben bene

    Si accolgono infine sul carro i pezzenti a pezzetti

    raggruppati a famiglie e orticelli smagriti,

    miranti di verde colore o legati a un fantasma,

    più inutili varie e variabili grammi neoplastici

    Mentre qui ci contiamo le briciole amare

    di quel che ci resta di montagne e sapere,

    di amicizia e d’amore, di bacio e d’abbraccio,

    ma bensì facendo bastare inglobando orizzonte

    Io vorrei che un minuto di fiamme e di fuoco,

    un istante brevissimo e quindi immortale,

    incendiasse le liste e le facce, le loro, di culo

    e col fuoco suddetto e magnifico, noi, sì noi,

    si potesse sacrali tornare a cuocere il pane

    e impastare calcine per bocche e rifugi

    Per tutti e per tutti, ma per loro:

    no!

    gene

  • A barezz

    In comune con Fabrizio de André ho le poche idee ma peraltro ben fisse. Una di queste è il calcio innocente e feroce di un passato neanche troppo lontano dove si davano e ricevevano botte incredibili senza fare una piega. Non li posso più vedere i calciatori di oggi, quelli che nonostante l’occhiuta presenza planetaria delle telecamere, che ti contano anche i peli più reconditi, si buttano a terra per un colpetto a un alluce (forse con l’unghia pittata), tenendosi il volto come punti dalle api, o a volte il collo come per un taglio di coltello subìto in una taverna del porto. Naturalmente il porto e le sue meraviglie lo frequentano solo se digitale, in qualche videogame da noia alberghiera o sfogliando depliant per le vacanze da schiavetti con spritz che vengono concesse nell’intercapedine tra la banca e lo schermo.
    Non si torna indietro, dicono tutti, ipnotizzati dalla tecnologia e con l’acquolina del deserto, dove seccano gli alberi e fioriscono i dollari. Ma questo lo dite voi: io torno indietro eccome, non avendo bisogno di giocare o dell’aria condizionata. Posso dormire in un bosco vero e senza televisione, immaginando le disperate entrate in scivolata e la piega amara delle labbra verso ruffiani e simulatori. Io torno indietro a quando, piuttosto che mostrare di aver accusato il duro colpo rifilato da un avversario, mi rimettevo in piedi e guidavo fino a casa con Springsteen nell’autoradio, No surrender, nessuna ritirata nessuna resa. E come me, tutti, dalla Quarta al Mondiale, con alcuni esseri mitologici che in Sudamerica provavano nuove mosse per essere più duri dei duri.
    In attesa del prossimo passo evolutivo – forse la sparizione chimica della sudorazione che fa tanto ponteggio, e si sa che calli e sporcizia sono disdoro – ecco, in attesa coltivo lo stoicismo in maniera massonica con quei tre o quattro sognatori disperati, in attesa che dia frutti, anche se ancora nessuno ha intenzione di affidarmi una scuola-calcio, pensando di far bene e invece no. A barezz è bello, ma non lo sanno.

    gene

    Postilla

    Barezz (Preonzo): slitta bassa per caricare la legna e trascinarla nei duri inverni di una vola. In senso figurato, a barezz si intende nel calcio un intervento in scivolata

  • Il Primo d’agosto spiegato ai bambini

    Viene danzando la Festa Nazionale. In un piccolo villaggio di valle, che indipendente non è più – è ormai inglobato con altre minuzie  come lui – si festeggia il compleanno della Svizzera, come ogni primo d’agosto dal lontano 1291. Sto lì, con questa faccia da straniero, nella piazza popolata di persone, in fila per mangiare e di altre già sedute, avvolte da uno spirito semplice e generico. C’è la musica, si può ballare, o anche non far niente. O coltivare, come me, un pudico amore per la nostra terra, un sentimento che si rifiuta di farsi tonitruante ma che sempre è venato dalla disapprovazione verso l’ipocrisia del non vedere non sentire non parlare, una facciata solida che sembra un muro crivellato al quale appoggiare i condannati alla fucilazione, ben bendati, non sia mai che la coscienza urli.
    Sembra andare tutto bene. Ma il microfono è lì in vista e il cantante lascia spazio all’Oratore Biancacamicia: nel silenzio della piazza si passa dai walzerini al comizio allocutivo. Niente scatena l’essere umano come un microfono acceso e simbolo di momentanea autorevolezza. E dal cuore di un minuscolo villaggio, questo qua di pietra e campi, l’Oratore fa ascendere la visione di una Svizzera neutrale, da difendere, con fierezza, di valori tramandati. Il discorso ripetuto nelle quattro lingue nazionali, più o meno, fa pensare che l’Oratore sia ormai pronto per una cavalcata a Berna, in sella a comuni luoghi patriottici e vaghi, quando non inventati. Difficile dire a che partito appartenga, ma fa niente, un ronzino vale l’altro.
    Alla fine viene intonato il Salmo svizzero, che dal 1961 risuona qua e là con la sua musica da funzione religiosa e le richieste strampalate a dio e alla Patria. Per fortuna mi sento straniero in rapporto alla, diciamo, allocuzione e all’inno e non ho il bisogno, neanche la voglia, di alzarmi.
    Applausi, l’Oratore se ne va e più tardi lo vedrò al servizio vero: la raccolta delle bottiglie vuote. Mentre la musica è ripresa e la gente balla, o digerisce. In fondo non c’è niente da capire, sappiamo tutto.

    gene

  • L’ultimo Uomo rimasto

    Non è possibile sapere in quale modo,
    però non c’è nessuna resa, si sa,
    e si sente che nelle terre cattive
    lui è ancora alla guida
    verso un giorno di gloria,
    ancora uno tra uragani e fiumi
    Nella frotta che si illumina,
    il capo generoso dei cuori affamati,
    il solo riconosciuto senza discutere,
    spende tutto per l’eredità, la nostra
    Non al denaro, non all’amore
    né al cielo, ma per correre
    dove siamo nati e cancellare,
    imparando da nuove lezioni,
    la solitudine dell’ultimo Uomo rimasto

    gene

    Monza 25 luglio 2023, Bruce Springsteen & the E-Street Band

  • Decalogo

    Ama quanto puoi
    Dissenti tutte le volte che senti
    Ascolta gli altri, non tutti
    Regala senza chiedere
    Non possedere, neanche il pane che mangi
    Lascia segni sul cammino, per la gioia, per farti trovare
    Stai dalla parte giusta e resta povero e generoso
    Spendi un ricordo al giorno
    Immagina un pezzo di giustizia alla volta
    Continua ad amare

    gene – 2017

    Postilla
    Funziona

  • Sabato al villaggio

    flette un copertone nero su minigonna rossa e stride
    sembra
    nella piazza liberata dai soliti posteggi e allora
    fila via
    a stretto giro e da montare già s’avanzano banchetti
    con tovaglia
    a mercato d’ammennicoli dipinti a mano libera
    si direbbe
    preziosi a mamma sua dal sovraprezzo in cartellino
    font picì
    seri al guinzaglio dei tutori procedono composti a pannolino
    bimbi e cani
    preciso camposanto di vicoli sciacquati a lucido
    e acciottolo
    non rotola una palla una moneta ma neanche
    di pezza
    niente si rincorre in suono niente ali di carta
    forse è canicola
    copritevi bevete riparatevi non sudate raccomando
    all’ombra
    fisarmonica stantia che dispiega usati riccioli
    di madonnina
    di canto non si sente che il tremolio la rinfusa
    è meglio
    legati passeggini a staccionata estiva con le viti
    storte certo
    i grandi sprizzano arancioni e spruzzano limette
    sentenze
    i tempi di una volta mai così caldi poi di scatto piove
    non si sa mai
    tintinnano alti calici le grandi spossate dalla scuola
    pur finita
    magari a metà tempo di un lavoretto a un quarto al limite
    di un ottavo
    ma salatino stuzzichino bruschettina qualcosina
    perché no
    e tu che un tempo mi cercavi per dirmi e per sentirmi
    ora saluti
    fermo in sicurezza a qualche metro con la birra che da un po’
    sopporti
    bisogna proprio aver coraggio o almeno darselo prudenti
    per staccarsi
    stride il copertone in minigonna che riparte per un dove
    che non c’è
    slegano spingono fanno vaghi puntelli inattendibili
    per oggi
    smontano banchetti affranti e riposti gli oggettini in disavanzo
    disappunto
    non val la pena la candela no andiamo neanche l’acqua
    guadagnata
    tu rientri all’osteria che forse appronta di soppiatto un giro bianco
    non saluti
    verso l’una vuota svolazza e si posa un cartellino sovraprezzo
    e basta

    gene

    14 luglio 2023

  • Agli albori di me

    Disceso pertinenti principi,
    scandire temi fiaccati
    Scavata opportuna trincea,
    lanciare congegni finti
    Emersa pervadente aura,
    spiegare i vangeli di sé

    Eppure
    eppure
    so di sentire
    che vivo
    Che vivo
    agli albori di me
    scacciando fastidi e perché

    Lanciati aulici ciao,
    chiedere come si sta
    Calata silente conferma,
    capire niente di tutto
    Accettato calmanti semafori,
    ubbidire rosso si fermi
    Esaminato tasche già vuote,
    convinto del verde che c’è

    Eppure
    eppure
    so di sentire
    che vivo
    Che vivo
    agli albori di me
    scacciando fastidi e perché

    gene

    Postilla
    Adesso mi manca la musica, gnà poch

  • L’ultimo dei Comunardi

    Ve la racconto adesso che poi non so se ce la facciamo, a venirne fuori vivi o morti. Questa Repubblica che ci ha avvolti di odio non la vogliamo più. La guerra vogliono, e ci hanno mandato i poveracci senza un ghello. Poi le cose sono andate male e allora ci volevano rimettere nel culo il Re, pensa, il Re decaduto e adesso gli verrebbe ancora buono per, appunto, inculare noi. Ma io sto qua con questo arnese che mi avevano appioppato per difendere la patria, e morirci senza neanche sapere, lo schioppo, e sparo a loro, repubblicani e monarchici, leghisti conservatori e liberali di carta. Ci hanno già demolito la casa, di notte, ma tanto case ce ne sono, uno sfacelo che non interessa a nessuno, ma poi interessa. Lo so che stare qua a difendere Place du Moulin è vanità, e che stanno per mandare il Generale LeNorman a schiacciarci come vermi. Le truppe sono entrate da sud e da Place de la Reforme risalgono, la nostra comune è all’ultimo respiro e dopo non si sa, ci saranno morti e feriti. La feroce Dame Valencienne, a furia di mentire, le è cascato il culo e vuole riprendersi la poltrona dove nasconderlo. Ma io alla poltrona gli sparo e dopo voglio vedere dove si siede. Il beota Petit-Elfe è in cantina, che prega davanti all’immagine del predecessore Bucheron. C’è un fumo che non si vede neanche la prossima ora. Sparo a caso, non che pensino che va bene siamo d’accordo, che ci arrendiamo. Per un cazzo. All’attacco. Ciao.

    gene