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  • I altri i meer

    Scritta in un giorno drammatico, appena prima di una crisi del Meo

    Apene prim da nèe in do lecc
    l’é morto la Silura sempre da presse
    gnan el temm da nèe a schere
    drici a fèe fenn e a governèe
    A l’amm fin segnada col Nandel
    giustu par sentii el tof dala ca’
    ma biscuit im n’a mighi dacc
    Im manda in procession incheu
    ch’a fa call e ‘l rièe l’é lusenn
    A stam in fonn tui dui a sforsass
    da mighi ghignèe a pei biot
    A voltom Pasquei adasi adasi
    a pasitt frusei sola risciada
    e ala primi cantonada a scapom

    gene

    Gli altri muoiono
    Poco prima di andare a letto / è morta la Silura sempre di fretta / neanche il tempo di andare a scuola / subito a fare fieno e a governare / L’abbiamo perfino segnata col Nandel / tanto per sentire l’odore della casa / ma biscotti non ce ne hanno dati / Ci mandano in processione oggi / che fa caldo e il torrente luccica / Stiamo in fondo tutt’e due a sforzarci / di non ridere a piedi nudi / Giriamo Pasquei adagio adagio / a passetti strusciati sui ciottoli / e alla prima cantonata scappiamo

    Postilla
    Non mettiamola giù dura con la morte (g.)

  • Odisseo nel mare

    Odisseo vada col destino
    infilzato come lancia nello sterno
    aperto ai mari sconosciuti

    Scolpisci le parole al vento
    ghiacciato all’improvviso
    delle Cicladi all’abbandono

    Veliero senza rematori sfila
    sull’acqua scura come il vino
    che da Creta porterà, ma dove?

    Infilza l’occhio del Ciclope, fallo
    pure e che il tuo braccio non
    tremi e senza colpa o affanno

    Andrai Odisseo per altri luoghi
    popolati a tua insaputa e
    conquistarli non necessita

    Resta solo nel ritorno a Itaca
    petrosa e se qualcosa da capire
    ancora esiste, è la tua sola forza

    Circe Calypso Nausicaa tutte
    loro abbandonate o fuggite
    nelle spire distorte dei ricordi

    Delle sirene in canti opponi
    l’udito ottuso dalla cera
    e il niente lenitivo del silenzio

    Il più scaltro sei e la tua mente
    articolata è maledetta, mutata
    dall’innocenza alla malignità

    Odisseo non torna mai e
    ripete stessi passi e le vogate
    sempre avanti, alle colonne

    gene

  • Il nemico

    Guarda la formichina che trascina stecchetti.

    Parte di una idea collettiva istintiva.

    Il formicaio, universo industrioso.

    Gerarchia infrangibile, salva la specie.

    Regina e operaia non hanno perché.

    Domande, risposte?

    Ma c’è bisogno?

    Fanno, è un disegno invisibile agli occhi.

    Tutto si tiene nell’intreccio di spighe e aghi.

    Uno dopo l’altro, uno sull’altro.

    Edilizia della ragione celata, inesausta.

    Trascina e incastra.

    Sorregge e protegge.

    Depone e accudisce.

    E tu colpisci con il bastone: perché?

    gene

    11 maggio 2023

  • 1964 per sempre

    Il 10 giugno avrò finalmente l’occasione per parlare a Gisella, che è mia sorella ma siamo stati assieme nella vita per sei mesi. Mi era rimasto il suo braccialetto del battesimo, poi una tomba, poi un loculo, un breve ricordo e infine quasi niente. Da quel granello ho ricostruito un’ipotesi di gesti d’amore infantile, di intuizione. Per dare forma e solidità all’assenza, che senza vuoto non c’è un pieno.
    Dunque il 10 giugno, con gli amici della Oregiefregie, suoneremo questa canzone all’imbocco della Carèe dal Sou, a Preonzo. Che è poi il posto dove siamo nati, mia sorella e io, e dove lei è morta.

    Di notte mi alzo per vederti
    di giorno ti prendo in braccio
    intanto Mama piega stracci
    Non mi stanco mai di guardarti

    Andiamo in giro nel giardino
    il Pa’ è ancora al lavoro
    Torniamo indietro per mangiare
    e Ava ci canta qualcosa

    Mi sembra vero che potresti
    contare con le tue dita
    Sentire la vita all’infinito
    e il sole sta salendo

    Di notte sento che tossisci
    qualcuno piange al buio
    Mi alzo e appoggiato al muro
    brillano i tuoi occhi

    Lo so che il tempo è consumato
    il sole è dietro all’ombra
    Il pesco stanco non fiorisce
    ma io ti vorrei ancora
    Ma io ti vorrei ancora

    gene

  • Non abbiamo radici

    Ié i pei ch’i va indoo ch’a vomm,

    mighi i radiis ch’it ferme ilé

    e l’é me vess sot a condana

    Ié i piann ch’i gà i radiis,

    nui sgenn a gamm i pei

    ch’i sta dasorenn ala tere

    Aloro, l’é miou camolèe

    tucc i dì, tucc i necc

    quaivol sense savei indoo nèe

    A pomm setass sot ala pianta

    e lei la pò famm umbriii

    Ma sa vamm, la reste daparlei

    An nui divol, ma a vamm

    gene

  • Libertari si nasce

    Niente speranze, è un mondo illusorio, specioso, come direbbe il Professore. Vendono caldarroste per pepite e, per stare in piedi, i discorsi si fondano sulle balle, che rotonde come sono tendono al rotolamento della struttura. Questo è invece il Mapeta a dirlo, affilato e raffinato che lui si rifà a Bobbio anche quando tracanna. Poi non è che tutti capiscano suoni come illusorio e specioso, però non chiedere è meglio, si sa, il Mapeta ti gela con un già alla Sorbona, per dire degli studi brevi del poveretto che non comprende o che, peggio, si lancia in un discorso specioso, ecco, amò, senza sapere che si chiama così, e senza neanche ulteriormente sapere, peggio eh, ma per lui, che si sta procurando lesioni definitive e rinfacciabili fino in punto di morte e oltre.
    Ha ragione su tutto, comunque, il Mapis: mondo illusorio e specioso, e anche di merda, aggiungo io in francese a nome di parecchi, con tutti quei sacristi in incognito che dicono che così non si può fare, ma che lo dicono a un altro e non a te, mentre tu non guardi. È chiaro poi che se uno dei troppi preti mancati si azzarda a qui e là per fare il laico, allora il peso millenario del nostro paese libertario lo schiaccia, deve, per resistere sempre e comunque all’invasore. Perché libertari si nasce e si resiste, yes, ma fino a un certo punto, quel punto in cui cominciate a rompermi, romperci, i coglioni voi ladre e bosarde, puntualizza il Mapis al culmine della sopportazione, imitando la Sciura della Valcolla.
    Ma guardateli, ci sono quelli in maggioranza che parlano per il nostro bene, lo faceva anche Plinio Martini col figlio Alessandro quando c’era d’andare in montagna: è per il tuo bene, affermava il vate, e il figlio assumeva immediatamente il volere il suo male, allora, piuttosto che, ma neanche, vacci tu. Questo è un caso noto. Ma non è che il Mapeta, e noi con lui, si sia da meno e facciamo in modo che i noianti da geise, quelli lì che si appollaiano su tutti gli scranni con l’aria di sapere tutto quanto – non sanno un cazzo, bisogna dirlo forte –, siano rintuzzati nelle retrovie da un vaffanculo o due. Un vaffanculo al giorno toglie molti di torno, c’è da saperlo, me l’aveva detto anche il dottor Nenad, il vaffanculo, e due, voilà, costringe all’arretramento gli illusionisti e gli speciosi. I rompiballe, in sostanza. Cosa ce ne frega a noi della vostra vita, dice il Mapis con la scure alzata. E giù duro.

    gene

  • Nessuna poesia

    A dori chel ch’a poss par dii

    caicoss a conn d’om toort iscì

    Ma an sa diress mighi co’ la boco

    mì al so com a sa sta in do cheer

    Te vorù fèe parense da noto neh?

    Parol ‘me feuch ch’i brusu

    sola too fascia da naar

    A ma tocò nèe vivi e at l’ere dicc

    la terse volto, ch’a t’aress parlò più

    La crous in sol sass as pò amò cancelala,

    chele in l’aria no

    La quarta volto, te pò brusèe dapartì

    gene

    30 marzo 2023

  • Acqua non cade e scade

    Non c’è più tempo, qualche minuto alla mezzanotte e sarà già domani. Manca l’acqua, come un amore lontano. Non verrà oggi e ci sono ancora parole da scrivere prima che sfili tutta quella sabbia secca nella clessidra del tempo comune. Scadere e non cadere. Oggi non sarà lei a cadere, di nuovo e non ancora, eppure dal rubinetto sgorga limpida, quasi un’allucinazione. Vorrei vedere adesso, qui, la magia della Lum, un pozzo verde, incavato e luminoso, che anche in estate fa rabbrividere per le piccolissime gocce che si frantumano sui sassi e rizzano i peli delle braccia, come a un animale allarmato. Temo però che si possa attraversare senza bagnarsi le ginocchia, non ci sarà bisogno di dividere i flutti, nessun pesce da moltiplicare. Non voglio vederlo in questa angoscia, se è così. Le parole sono scritte, acqua ancora non cade e scade, la sabbia sibila e sfila.

    gene

  • La carèe dal sou

    Da necc a staghi su a degiaat
    dal dì at ciapi in brasc
    intann Mama la pieghe strasc
    Am strachi mai da vardaat

    A vamm in giir pal cioss
    el Pa’ l’é amò a laurèe
    A tornom indré par marendèe
    e Ava la canta quaicoss

    A mi am paar che te podress
    smensèe a contèe coi diit
    Sentii la viti a l’infiniit
    e ‘l sou l’é dré a cress

    Da necc a senti ch’ te tusiss
    quairun u piasg al scuur
    Am valsi e pogiò al muur
    i te ecc i lusiss

    Al so ch’ el temm l’é consumò
    el sou dadré a l’umbrii
    El persich strach l’o più fiurii
    ma mi at voress amò

    Ma mì at voress amò

    gene

    (The house of the rising sun – Tradizionale/Giorgio Genetelli)

    a Gisella -20 marzo 2023

    Di notte mi alzo a scrutarti
    di giorno ti prendo in braccio
    intanto Mama piega stracci
    Non mi stanco mai di guardarti

    Camminiamo in giardino
    il Pa’ è ancora lavoro
    Torniamo indietro per pranzo
    e Ava canta qualcosa

    A me sembra che potresti
    contare con le dita
    Sentire la vita all’infinito
    e il sole sta salendo

    Di notte sento che tossisci
    qualcuno piange al buio
    Mi alzo e appoggiato al muro
    i tuoi occhi brillano

    Lo so che il tempo è consumato
    il sole dietro l’ombra
    Il pesco stanco non vuol più fiorire
    ma io ti vorrei ancora

    Ma io ti vorrei ancora

  • Alberi e chiavi a Sanremo

    Passano veloci in un mondo che rallenta, i ciclisti. Come oggi che da Abbiategrasso andranno a Sanremo. Dall’immensa pianura ai faraglioni che guardano il mare, fino alla città melodica che oltre la corrusca fissità del festival ritroverà la polvere della civiltà a due ruote e catena motrice, ma umana. Quanto pedalarono Costante e Sante, da Novi ligure ultimo avamposto di Piemonte, fino alla gloria uno (sei vittorie in questa gara), a Ventotene l’altro (trentadue anni di prigione). Quanti alberi abitò Cosimo, nella sua eterna opposizione raccontataci da Italo. Quanti bambini ticinesi un tantino spaesati accolsero le colonie marine, in un mare dilagato dalle cartoline.
    È tutta una storia di ribelli e fuoriusciti, di fratelli che guardano il mondo e il mondo stavolta ti guarda, questa lingua di trecento chilometri, che a enumerarli non si riesce. Ma c’è sempre qualcuno che insorge al destino e la tenta da lontanissimo quando i dislivelli sono di tre millimetri, anche se non funziona mai, mai; qualcun altro scappa come un contrabbandiere sotto la ramina, magari appena passato il Turchino e tutto precipita nella luce del mare, Ciao amore ciao. Ma è una Creuza de mä a sancire, Capo Mele o Berta, Cervo, Cipressa, Poggio. Chi resta indietro lì è un burfaldino, il lungomare Calvino andrà bene ormai solo per un bianco al tramonto e via Roma sarà una strada che non condurrà a niente, non alla vittoria, cioè. Perché a vincere è solo uno e la gloria è tutto. Agli altri gli applausi di Costante, Sante, Italo, Cosimo, Fabrizio, Luigi, Ivano, e magari anche solo Pizzi o i Jalisse, non pochissimo. A saperli cogliere.

    Questo è ragionare prima di partire, quasi una complicata scusa preventiva.
    Ma poi vinco, cazzo!

    Oh nonno! Sessantadue anni fa, ti ricordi? Me lo ricordo io che non ero neanche un’idea quando l’hai fatto, ma ho cominciato poi a pensarci dalla nascita. Oggi ci siamo, ci sono. Sanremo è mia e un po’ lo è anche di papà, che non l’ha mai vinta ma ha lasciato segni, uno a me, quello che gli avevi consegnato tu. È una chiave forse, e io ho aperto quella porta che dava sulla discesa del Poggio, verso il mare, alla vittoria in solitaria, piccola e incolmabile distanza per i rivali sbalorditi, come sempre capita a chi perde e non ci crede.
    E dire che per infinite ore ci si poteva anche annoiare in processione. Mi capitava anche di guardare il mare, che noi olandesi conosciamo bene, ma questo è diverso, di rocce e case, curve e monti che risalgono a nord, mentre il nostro addirittura si incava nelle pianure. Sulla Cipressa ho visto che in molti allargavano gomiti e schiacciavano pedali, ma calma eh, lo sapevo che non era il momento. L’attimo è stato quando siamo rimasti in quattro, i più forti e i più attesi, vai a sapere. La cima del Poggio, lì, a quasi niente dalla fine. Ho smesso di guardare in giro, ho preso la chiave e sono andato giù a manetta oltre quella porta d’asfalto e vento.
    Siamo venuti da in fondo alla campagna, dai plats-pays che sono come i nostri; nessuno più mi insegue su quello stradone, adesso. Abbiamo affettato il traguardo nonno. Birra e rose, patatine fritte.

    gene

    Will Barras