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Il ratto della bambina

Quale balzo ti avrà fatto il cuore
quando due gendarmi sono entrati
e ti han portata via da scuola?
Eri un pericolo o un ingombro per la dolcezza
di una Verzasca ancora aperta?
Vane resistenze di piccoli compagni,
di piccole compagne con le quali,
oncia a oncia, scambiavi le parole,
dissimili e uguali tra l’afgano e il nos dialet
Nerazzurri con giubbotto anti-proiettile
(chissà, anche i gessetti e i pennarelli son pericoli)
i gendarmi di gentilezza menzognera circonfusi,
ammantati dell’ordine nostrano e salamoide
dicono che no, non c’è nessuna possibilità,
che la legge è legge e non si ignora
Ordini dall’alto di qualcuno di peggiore, certo,
eppur eletto a maggioranza dal bue popolo,
chissà, magari pure dal papà di un ragazzino
che strabuzza gli occhi per il tuo esilio,
adesso, qui, nel biancore di una scuola
e tra le bocche ammutolite di chi ignora,
ma forse intende forte con purezza,
che saremo tutti afgani o prima o poigene
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Allegria di fossati

Spansi a carlonaggio, i fossati,
di traverso nello strame morto
o nella precaria rena pallida
di una clessidra flash
Spezzano gambe già fiaccate
da chilometri smarriti e troppi
sì, o di pareri sparsi a minchia
e il ticchetacche ticche(pausa spaventosa)
Ci cadono e risalgono esseri insoliti
a fiotti e lacerati dalle spine
o dai fili che protesi vanamente
in avverbio attendono declic
Un fossato per ciascuno non fa male
dai, è un maestrale a nervi tesi
o agitati in punta come picca
infilzando in genitivo e zacgene
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Non sono un boomer, lo confesso
Sono nato proprio agli albori degli anni Sessanta e la mia è una generazione che ha consumato tutto ciò che gli pareva buono per sé stessa. I miei coetanei, anno più anno meno, sono nei centri di potere del mondo; con un egoismo spaventato e spaventoso sono racchiusi in castelli di immondizie da noi stessi prodotti e che hanno inquinato il pianeta, dalle menti ai prati, dai fiumi ai parlamenti, dalle banche ai supermarket.
Abbiamo inventato il mondo digitale con una tale incoscienza da non renderci nemmeno conto che sarebbe stato peggio del banditismo da strada e delle risse a mani nude. L’abbiamo fatto con il solito sistema: dare un futuro alle nuove generazioni ma illudendole, plagiandole, ammalandole, con il solo grande scopo di preservare il potere e il denaro per noi. Per consumare ancora.
Non conosco il mondo, a malapena so guardare il pezzo di terra in cui vivo. Che però rappresenta un continente, l’Europa, della quale non vogliamo fare parte politicamente, ma che ci incastona nella sua geografia e nella sua cultura. Il pezzo di terra in cui vivo è divorato di giorno in giorno da fabbricazioni di cemento e fabbricazioni di bugie familistiche, spacciate come progresso che però non produce quasi nulla e, ci risiamo, consuma.
Mia figlia, che vive e lavora a Berlino, è tornata qua per le vacanze di Natale e poi è ripartita con un senso di nostalgia e sollievo. Vorrebbe tenere con sé la bellezza dell’amicizia che ancora custodiamo nei cuori come una gemma minuscola ma sempre pronta a sbocciare; allo stesso tempo, col suo sguardo che si è fatto laterale, mi ha detto che però siamo tristi. Da buon boomer egoista le ho risposto che io non sono triste e lei ha confermato “Tu no”. Che è sembrata una buona cosa, lì per lì, ma poi mi ha lasciato l’impressione netta che invece fosse un inquieto rimprovero. Con un sacco di ragioni a sostenerlo, vista la generazione alla quale appartengo eccetera eccetera.
Eppure, davvero non sono triste, soprattutto perché cerco di non intristire gli altri, nonostante nelle mie parole dette e scritte sono spesso polemico, sarcastico e catastrofista. Ma anche in questa spiegazione sommaria di me, c’è un filo di egoismo. Che riconosco fin da quando ero adolescente, con le prime letture libere ad aprirmi la mente, con la musica della mia gioventù, con la cura per alcune predisposizioni inutili che si sono radicate nello scorrere degli anni e che ora mi spingono sempre più al rifiuto del mondo costruito e governato dalla mia generazione. Alla quale appartengo solo per età, non certo per le dinamiche di accumulo, dalle auto alle case, dai soldi al lavoro, dalle guerre agli opportunismi.
Sono molto scosso da questa diserzione decennale, ormai faccio fatica a farmi capire: i miei coetanei mi considerano un traditore o un illuso, nel meno dolente dei casi; la generazione di mezzo mi ignora e per i giovani sono un boomer e come tale un incosciente arraffatore. Certo, nessuno di loro può capire a sua volta come davvero cerco di restare aggrappato agli ideali di fratellanza e condivisione della mia eterna gioventù (che sia egoismo anche questo non sentirsi maturo?), costituiti sulla soglia della povertà e della contentezza, che spesso è un limite operativo e mi spinge in momenti di accidia. Nel senso, e chiedo: in questa condizione di paria, sto dando un contributo per migliorare il mondo in cui vivo e in cui vivranno gli altri quando sarò sparito nella sabbia dell’universo indifferente ed eterno?
Penso di sì, mi rispondo, ma so anche che il mondo non lo sa e potrebbe rinfacciarmi che sono solo parole. E allora sono inutile? Forse. Ma è meglio essere inutile che dannoso. In questo, anche in questo, sono fuori dalla mia generazione e ne sono orgoglioso. Sono fiero di questo mio piccolo lascito non inquinante che anche mia figlia, seppur con una punta di malinconico richiamo, ed è giusto così, riconosce e porterà con sé nella prosecuzione dell’universo.
Non sono un boomer. Questo è certo.
gene

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La partita – Brano fantasma
C’è un brano sparito nella revisione finale del romanzo La partita (Edizioni Ulivo, 2018). Damian è in viaggio, o forse una fuga, verso qualcosa che ancora non conosce e giunge in un piccolo villaggio solitario, “oltre la cordigliera”, potrebbe essere al di là delle Ande, oppure in uno spazio aperto dell’Asia centrale, o in un altro luogo remoto. Non si sa da cosa si allontani, ma si intuirà dal quaderno che Damian rilegge nella casa disabitata ai margini del villaggio, ove sembra di avvertire una presenza dolente e rifuggita dai pochi abitanti, ma che al protagonista lascia segni che porteranno alla partita da giocare. Che si disputerà tutta sulla vita raccolta da Damian nel suo quaderno. Quello che qui rievochiamo è un pezzo prezioso del libro che merita di ritrovare la luce e proiettarla sulla vicenda in modo non certo marginale.
Scritto da settembre 2017 a marzo 2018, La partita è il libro più amato dal suo autore, ancorché piuttosto misconosciuto, nascosto com’è tra altre opere più note che hanno finito per schiacciarlo in un limbo. Un destino al quale il libro si ribella con la necessità di farsi ascoltare di nuovo, magari con altri occhi proprio grazie a questo brano “fantasma”.E. A. P.
(…)
– Accompagnami alla banca, figliolo – aveva detto suo nonno, appoggiandosi al bastone che gli faceva da albero maestro nei flutti ultimi della sua navigazione terrena. Si era fatto dare tutti i suoi soldi da un impiegato contrariato e li aveva deposti nella sacca di tela. Consegnata a Damian, il nipote, e fatto un passo in strada, aveva stretto le dita ossute al bastone ed era caduto in avanti, morto stecchito. Il giovane aveva nascosto la sacca dentro un bidone della spazzatura, chiamato soccorso e appena portato via il nonno coperto da un lenzuolo, l’aveva recuperata e portata a casa, chiudendola nell’armadio della cantina. La sera era andato a casa del nonno, steso per sempre in una cassa di abete in attesa delle condoglianze di tutti, con le mani giunte sopra la pistola in grembo, come volontà scritta di suo pugno, per farsi largo in qualche inferno. Dopo l’orazione, Damian aveva preso il coperchio e coperto quel che restava del nonno, un’abile manovra che aveva salvato la pistola dall’oblio per farle riprendere vita nel risvolto della giacca nera del giovane. Quando il mattino seguente i parenti, a funerale finito da mezzora, erano andati in banca per svuotarla dei soldi da ereditare, seppero. Damian era già in fuga, senza sapere di tutti gli anni da esiliato che lo aspettavano.
(…)Giorgio Genetelli

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Ricetta per la grappa

Raccogliere il Potere
maturato a fine estate
appena prima di scoppiare
per ipertrofia glicemica o altro
(facile, è da ignavia il girovita)
Far fermentare senza odorare,
(pericolo mortale, lo si sappia)
schiacciando con costanza
il composto sul fondo del barile,
da parte sua convinto al bene,
fino a esaurimento esalazioni
(grado di difficoltà massimo)
Indi passare all’alambicco,
vuotare il mosto renitente
nella caldaia e accendere
il fuoco bellamente vivo
senza che il composto attacchi
(attenti! maschera anti-gas)
Aspettare che il vapore
passi in serpentina, si condensi
e si raffreddi per precipitare
in quintessenza nella damigiana
Sarà grappa e non risentirà
di alcun miasmo in origine presente
nel corpaccione del Potere,
ma concorrerà spurgata
bensì ad allietar palati,
un po’ come la merda,
che distillata è inoffensiva
Importantissimo: vuotare sempre i resti
di composto nella bocca del vulcano
e discendere cantando allegramente
gene
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Le vittime – 2023

Un contrattempo, signore?
Guarda i volti affranti e sfatti
che hai davanti e chiedono:
il coraggio dov’è ora?
Tu ritratto dietro alla muraglia
quando il male sfracella corpi,
avanzi la ragione del baratro
che ti guarda dal nero degli occhi
Guardali tu, invece!
No?
Allora affermo la catastrofe, signore
e tu sei la causa perdurante
atavica e ultima e prossima
Potrei chiamarlo misfatto, signore,
per mitigare la condanna
o il fulmine sull’albero,
ma è reiterare invano
la vendetta senza riscatto
per nessuno, nemmeno uno,
dei volti affranti e sfattigene
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Propositi per martedì

Va oltre un limite di tempo, l’amore. Per dire di come invece sono tutte le altre cose: “Fino a martedì posso”, annunciato come se si seguisse un’agenda ferrea. O pianificando con altri verbi d’azione e intenzione, riesco, voglio, vengo, resto, abito, sono, ho, mangio, bevo, costruisco, demolisco, comando, combatto, compro, vendo, lavoro, consumo. Sempre fino a martedì, giorno più, giorno meno.
Ma con l’amore si tende senza timore ad andare oltre i millenni, incuranti della mortalità e della vaghezza del piano e dei verbi, ma con la grande sicurezza nel programma ignoto e con l’incoscienza degli esploratori, convinti che la terra buona sia sempre oltre l’orizzonte, okay, ma c’è di sicuro, anzi è già questa qua dove nemmeno poggio più i piedi ed è sconfinata.
Qualcuno che rompe l’anima, e che dice “Ocio…” con fastidioso realismo non richiesto, c’è sempre, e ogni volta è una discussione tra incompresi vicendevoli, il Pragmatico e il Sognatore Pioniere dei cuori, colui che per la prima volta (quasi sempre è la seconda o la terza o la ventesima) sente di aver raggiunto l’assoluta certezza che no, ora è l’infinito. E niente mi ferma, sono libero, olé! E il Pragmatico si rassegna a guardare il tuo probabile fallimento, spesso con un bicchiere in mano, dove forse è colato a picco il suo amore, troppo tempo fa.Spirito libero
in gabbia
ringhia
come l’amore
ostacolato
trattenuto
si manifesta
fiero
ottuso
ridente
inconscio
indifferente
ai carcerieri
rigidi
giusti
spietatiTra proponimenti di liberazione dalle catene forgiate con l’acciaio degli ostacoli, vivi o inanimati, l’amore si dibatte e poi senza freni deflagra, spezza i vincoli e cavalca via verso l’utopia dell’unicità inviolabile, e noi tutti dietro col fiatone verso un tramonto inconcludente. Alzi la mano chi non si ricorda di questa testardaggine vivificante, che a tutti, tranne a te che ci sei dentro, sembra follia.
– A costo di fare il giro di tutto più volte e per sempre, parto a cercarlo e non rientro prima di un martedì non ancora inventato!
Quando il Rico me l’ha detto, esclamando, ho posato il bicchiere.gene
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Pelé a Ca’ dal Geni
Per evitare l’accusa di essere vago e impreciso, dirò solo che Pelé me lo ricordo bene in un solo frangente, il colpo di testa dell’1-0 contro l’Italia nel ’70. In realtà, è un frammento iconico che si è fissato anche nella mente e nei cuori di chi non l’ha visto. Quindi potrebbe non valere, nella ricerca ossessiva dell’originalità che ormai ammorba le nostre vite. E allora dirò che il posto dove vidi quell’istante sospeso nella leggenda, dentro una diretta che appena pochi mesi prima pareva il delirio di un visionario, valeva la pena.
Il luogo della rivelazione era il Ristorante Bionda a Preonzo, che tutti chiamavano Ca’ dal Geni. In quel 21 giugno mi apprestavo a compiere dieci anni senza nemmeno sapere cosa significasse. Ma il Brasile e l’Italia sì, mi era chiarissimo da che parte schierarmi, come tutti del resto dentro a quell’osteria e credo nel mondo intero, Italia a parte (e forse qualcuno anche lì ebbe dubbi).
Il primo giorno d’estate si intrupparono dunque dentro Ca’ dal Geni, forse attorno alle sei del pomeriggio, o giù di lì (avevano tutti cenato alle quattro). La tele era appesa al soffitto con robusti bulloni e pareva di doversi buttare in schiena per vedere qualcosa di quelle immagini infuocate dalla tecnica televisiva ancora da affinare. Ricordo il fumo, gli schiamazzi, le bestemmie e gli apprezzamenti per l’Italia del catenaccio.
Non capivo molto, ma secondo me nessuno era veramente in grado di capire, e non parliamo di lavagne tattiche, ma della possibilità che esistesse davvero una danza col pallone come quella dei brasiliani. Mi emozionava.
Poi quel traversone, lo stacco, il colpo di reni, il gol. Pelé, numero 10.
E alla fine le riprese dell’immenso stadio Azteca in subbuglio (erano più di centomila gli spettatori) e Pelé in trionfo sulle spalle dei compagni. Stesso stadio e stessa scena dell’86, con Maradona al posto di Pelé, come a dire che il calcio è degli dèi, se per caso qualcuno non ne fosse ancora convinto
Mi pare di ricordare che a Ca’ dal Geni alcuni piansero e in molti tazzarono (vanno a braccetto), come se avessimo vinto noi stessi. Di certo Pelé io me lo ricordo così, festeggiato al mio paese come un membro del patriziato, la massima onorificenza disponibile.gene

Postilla
Pelé è il simbolo stesso del calcio, anche più delle sue enormi capacità di giocatore. La sua figura ha davvero attraversato il secolo scorso ed è ancora presente in questo. Stabilire se sia stato il miglior giocatore della storia è un esercizio banale e inutile. Giusto invece metterlo nell’Olimpo del calcio, quel posto pieno di storie colorate che ci aiutano a vivere meglio. -
Reportage sui Mondiali, i perché e i percome

Questa è l’introduzione al reportage sui Mondiali di calcio, al quale sto lavorando per sistemare i dettagli. Quando tutto sarà pronto, potrebbe darsi che io sia già in galera, o morto. Ma è la stampa, bellezza!
Ai primi di maggio, il giornale mi diede l’incarico di seguire i Mondiali di calcio del 2022. Avevo poco più di un mese per organizzarmi e a dire il vero nemmeno ci pensavo a quell’appuntamento, dato che avevo programmato un viaggio alla scoperta di me stesso sui sentieri più remoti dei Pirenei, con annesso reportage dei fatti e delle emozioni più divulgabili.
Accettai, per questioni di denaro e per rimandare ancora una volta il confronto solitario con i miei problemi evolutivi.
Dopo le formalità, accredito viaggio alloggio, mi dedicai allo studio delle squadre e del luogo in cui si sarebbero svolti questi Campionati del Mondo, per la prima volta organizzati in estate e non inverno.
Le questioni in ballo, derivanti e precedute, connesse a questa scelta straordinaria cominciarono immediatamente ad inficiare l’aspetto puramente sportivo, ma presto giunse un comunicato della Federazione Internazionale che, in sintesi, intimava tutti ad occuparsi solo di calcio e non di politica. Dunque, ostracismo su diritti e corruzione, sfruttamento e minoranze.
Decisi quindi di tener fede a questa specie di boicotto, perlomeno fino a quando non avessi capito di persona cosa davvero significasse questo invito non rifiutabile da parte della Federazione, anche perché ci sarebbe stato il rischio che non ricevessi l’accredito. Quando sarei stato sul luogo ci avrei pensato, mi dissi, anche se devo ammettere che come tutti ero in bilico tra la passione per il calcio e i dubbi sull’onestà del governo, che sembrava voler approfittare del Mondiale per lavarsi la faccia nei confronti del resto del mondo.
Ci sarebbe voluto molto di più della semplice professionalità, ma non potevo saperlo e con la forza dell’incoscienza partii il 5 di giugno e tre giorni dopo arrivai a Prons, la capitale. In tempo per dare un’occhiata preliminare ai terreni di gioco e respirare la prima aria che tirava.
Quel lungo mese si sarebbe rivelato più spettacolare di quanto osassi immaginare e le cronache, a vederle oggi, mi paiono addirittura incomplete, in confronto a ciò che vidi. Del resto, la parola scritta fatica a star dietro alla forza immaginifica degli esseri umani al cospetto della storia e del gioco. Non tutti siamo Omero.(continuerà)
gene
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Sottomissione

Vegn chilé e sta sot al sgió, scià,
ch’ l’é pisei cheisc che trepisgèe
sense savei se seterass o nèe dal gó
At pichi su an la canaura, s’ te vou,
e at lighi ala scighegne a fèe den e foro
dal feuch, om po’ brusò e ‘m po’ rasustò
E dopo i fest at ingropi strencie la cravat,
a t’inciodi ala cadrighi fin a sabo e peu
at tachi al caar ‘m el pouro bò dal Santin
T’é contenn?
gene

