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  • Foto di famiglia

    Sono solo pose che valgono
    insperato riposo, oppure
    sguardi che chiedono una
    misericordia di futuro
    che sollevi non solo
    i cuori dai bisogni ma
    i pensieri dal domani?

    gene

  • I morti che non riposano

    I miei cimiteri o sono lontanti o invalicabili, eppure l’elenco dei morti si è fatto esteso, una storia di storie minime e concluse dentro un’epoca che si aprì con la morte di Fred Buscaglione e avanza con quella di Jerry Lee Lewis qualche giorno fa. Mi dispiace un po’ per loro, ma sono ancora vivo, seppure con il peso di avi nonne padre madre, madri, sorella amici e amiche che mi parlano e sento che li abbandono un po’, giorno dopo giorno.
    Forse non conta che io vada davvero nei cimiteri oggi, e infatti non ci andrò perché lontani o invalicabili. Allestisco dunque queste parole di un testo breve e oscuro, come consolazione e scusa, e non so nemmeno se serva, tanto sarò sempre daccapo e il fatto che stia bene stride e in più mi metterà davanti altri anni che ingrosseranno l’elenco.

    Seterei o brusei
    daleisc o apreu
    dasmentighei
    e pan amò lusenn
    Ag stei tucc listess
    in di pensei dala necc
    can ch’ a pos mighi
    governèe ‘me dal dì
    i ilusioi da ves mì
    Possei apene
    par fam possèe

    gene

  • Epocalittica

    di Giorgio Genetelli

    Di solito si comincia con un bel passatoremoto, per presentare un’avventura con qualche speranza di felicità finale tra i mille tormenti precedenti. Proviamoci.
    Allora, incipit!
    “Sempre la fretta di tornare a casa da quella scuola incomprensibile, niente a trattenerlo in città e avanti così per nove mesi, fino alla bocciatura di giugno e alla fuga sulle montagne, a fare cose che non amava, sfalciare e condurre vacche, ma poi a settembre ricominciò la stessa scuola dai banchi dei ripetenti, seppur con ottimi propositi che si schiantarono alla vista della ragazza della prima fila, ce n’è sempre una, si sa.”
    Fine. Tirare il fiato e aprire almeno la scatoletta dei punti e puntini.
    Questa introduzione di cui sopra in stile romanzodiformazione servirà a capire appena un po’ il seguito sfasciato. Che di sicuro sarà biasimato dai grandi della nostra letteratura, quelli che prima di mettersi a scrivere immaginano già il banchetto del firmacopie e la gloria di un pomeriggio televisivo per famiglie, quelli che battono sui tasti anche ad apocalisse in corso, solenni e precisi. I Divulgativi, insomma.
    Ma qui ce ne sbattiamo, siamo partiti per fare una cosa e invece ne facciamo un’altra!
    Torniamo al giovane poveretto annunciatosi nelle prime righe, con il crollo dei suoi miseri studi e lo schianto dell’amore. Da lì, dalla gran combinata delle due discipline che lo vede tuttora incatenato a fondo-classifica, il giovane ha tirato assieme alcune poche cose senza riuscire a incastrarle bene o a combinarle con il marciare imperterrito della vita.
    Poi andrà avanti quasi peggio, neh. Tipo ieri.
    Prima un periplo ferroviario Berna (Zofingen) Sursee, inversione di marcia, Sursee (Zofingen) Olten, cambio, Olten Aarau Zurigo, cambio con bretzel, Zugo Arth-Goldau Altdorf Biasca Bellinzona; con interruzioni di corrente, sbalzi di umore e perifrasi di paramento che hanno risuonato fin dentro l’androne buio del casamento.
    Poi, quando si è trattato di accendere il gas, niente, neanche pffft. Allora, in quel momento lì, il giovane ha capito che tutte le balle diventavano vere e quadrate. Gli è parso chiaro che con le elezioni ad aprile non si può più scherzare, trattando i cittadini come scemi. Basta cazzo! Il giovane, con una forma di pignoleria tutta sua, ha spento il fornello peraltro mai accesosi, ed è uscito in strada con grandi e confusi propositi, visto che boh.
    Però, ciola, erano le tre di notte, un buio della madonna e quel gran silenzio da obitorio che ammanta le nostre belle cittadine di vecchi egoisti. Neanche un’auto in moto, stai a vedere che le targhe cominciano a costare, per non dire della benza che se fai il pieno non fai regali a Natale e dopo vedi.
    Quindi è tornato dentro, ha preso uno sgabello che gli aveva lasciato la nonna, l’ha portato sul terrazzino, gli ha dato fuoco, ci ha arrostito un scervelà un po’ scaduto ma niente male, e si è addormentato sulla sceslong. E ci penserà poi domani, al resto.
    Ma poi domani si è accorto che il portone elettrico non si apre e l’ha scassinato dal di dentro, per la prima volta nella storia, ha pensato. Al bar niente luci e il Mike con aria tra il depresso e lo sconcertato gli fa che le bibite calde non ci sono e quelle fredde sono tiepide, ma giusto così che poi uno non si aspetti chissà che cosa. Il giornale almeno c’è e c’è anche la quotidiana gara a chi spara più cazzate, senza neanche essere divertente. Per esempio che il grano aumenta di prezzo e il giovane è già perplessoide. Poi uno che tutti i giorni lì di fronte entra ed esce dal palazzo del governo, stavolta è in foto e sotto tuona, cioè c’è scritto con le virgolette, che ci vuole una commissione d’inchiesta per qualcosa di serio, non so, pare per i copertoni da neve obbligatori che costano di più che a Tiefencastel, e tra le righe butta lì che non ci sarà più elettricità.
    Ma dai. Guardatina ai morti e alle incazzatissime missive dei lettori.
    Il nostro giovane si è poi incamminato verso l’edicola, ma l’hanno fatto entrare di nascosto e gli hanno dato lo stesso il tabacco, però con la promessa di dire in giro che sono chiusi per restauro. Invece sono chiusi dentro perché almeno fa caldino, ma il nostro promette, esce e si fuma un tiro doppio con l’angoscia (se chiudono davvero, non ci vuol pensare). Il negozietto dei peluche in vetrina ha i soliti cosi fucsia e azzurri, ma hanno tolto i prezzi e da dentro si sente una mamma giovane e figliocentrica che si lamenta indignata dei quattro e quaranta per un portachiavi che ieri era a due e venti e non sa come fare, com’è possibile, scandaloso.
    Ma mettiti la chiave in tasca, ha pensato il giovane. Anche se in effetti è un problemino anche quello del portachiavi, per chi è un po’ cultore di queste cose.
    La cosa bella, cioè orrenda, è che girano quattro persone di numero, sbatacchiate dal vento che almeno non manca ed è perfino agratis. Il giovane incontra il Lolo che sta posteggiando lo scuter in mezzo al niente e spiega che lui può perché in garage ha ancora il resto della miscela per il tagliaerba, sennò zufuss anche me, dice. Nonostante tutto, il Lolo si inversa lo stesso pel Lugano che non ha giocato per via di una panne all’impianto, ma va? Chisene.
    Vanno il giovane e il Lolo, comandano due birrini tiepidi e uno anche per il povero Mike che ha dovuto dire a una coppia di Zurigo o giù di lì, in tenuta da Groenlandia, che il cappuccino è deceduto e che anche lui non si sente tanto bene. Ma tranquilli, non è il virus, che da quando non lo cagano più si è avvilito e vorrebbe accanirsi ancora ma non ce la fa. Sembra che non ce la faccia più nessuno.
    Tranne quelli della manifestazione, organizzata da settimane e con presenza annunciata di un migliaio di aderenti. Ridotti a una ventina con cartelli, a occhio, superati dagli eventi e comunque contradditori, tipo Cassapensionepertutti o Lafinedelcarovita. Un tizio e sua moglie, dev’essere sua moglie per forza visto che si vergogna, reggono un cartone con scritto Sìallafamiglia (il che potrebbe anche andare), ma lui urla a ritmo da curva Bastatasse Bastatasse Ué Ué e a lei le si dipinge il davvero troppo, ma non sa che fare, con la storia della famiglia che deve restare unita anche nelle disgrazie.
    Il Lolo sogghigna con quella sua amarezza che usa per lo scoscendere dell’intelligenza, quella altrui; il giovane mette la birra all’ombra per conservarle un’ipotesi di frescura. Poi il Mike chiede se vogliono le ultime (le ultime?!) e le porta senza attendere risposte, probabilmente in procinto di cadere nel vento.
    Dal balcone del governo esce un tale che sta sempre sui giornali a contraddirsi, invita alla calma, picchietta sul microfono che non va e allora, dopo un momento di spaesamento, ci parla dentro lo stesso alzando la voce.
    Dice: “In questo momento drammatico, invitiamo tutti a tornare a casa e attendere”.
    Attendere cosa, è una bella riflessione. Il Lolo spezza i dubbi e invita il giovane ad avviarsi a piedi verso le montagne, in sprezzante contraddizione con la sua idea che se uno è imbecille a livello del mare, a duemila metri lo è duemila volte di più e non è che la montagna dica bugie. E qui c’è l’aggancio con l’inizio della storia, quell’incipit semi-aulico e di forma lenitiva che è d’aiuto al giovane per attrezzarsi alla nuova vita che lo attende, che attende tutti. A meno che non esploda qualcosa di grosso e che ci tolga di mezzo, anche se per ora non lo dicono.

    Giorgio Genetelli

  • Vii da ilé

    On dì e mez e peu ven negro

    U smense tra dó parol lingeer

    U ruzu a fèe parense da noto

    Dopo marende u sacata i pensei

    La siri l’é foro di pezz ‘me ‘m marsciauro

    Da necc u sbatt us loch balcoi

    La matin ut dasede cola goro da nèe

    Aoo? Dal gó, ma vii da sto siit

    gene

  • Breve trattato storico sul Ticio

    Nei suoi primi anni crebbe a vista d’occhio e sui venti era già Ticio, adulto e riproduttivo, con l’ego che tendeva a gonfiarsi oltre misura per i grandi ospiti che arrivavano a trovarlo, portando oro incenso mirra e figa.
    La mezza età la superò in volata, sulle ali provinciali dell’illusione d’eternità, almeno fino a quando, come capita a tutti, cominciò il disinteresse dei vicini, che si fecero lontani a mano a mano che il Ticio ripiegava reumatico su di sé. La famigliona del Ticio si stava riducendo da tempo, di numero e capacità: da eminenze i parenti si rimpicciolivano a flatulenze, in perenne disaccordo tra loro ma pronti a dirsi “Ciao!”, che non si sa mai, può venir buono.
    Per finire in bellezza e fare come si fa con i vecchi dell’ospizio che nessuno vuole e tutti sfruttano, ma con blandizie protratte, il Ticio fu ridotto e si ridusse a diminutivo di sé stesso: Ticino, il vecchio bambino un po’ cretino e un po’ pirlino.
    In fondo, la stessa sorte del Picio.

    gene

  • I soprannomi

    Mia madre mi chiama Angiolon, a volte anche Zioluisin. Una volta stavamo mangiando in cucina e io avevo sete, ma visto che lei mi diceva sempre di non urlare e di non allungare le braccia per prendere la bottiglia di bergamotto, mi sono limitato a picchiettare il bicchiere sul tavolo, che a me sembrava buono come sistema. Solo che lei, mentre mi versava il bergamotto, mi ha detto: Hitler. Oh, beh, non ero tanto piccolo da non sapere chi era quello lì e non mi pareva bello che mi chiamava in quel modo, ma poi ha sorriso e la cosa è finita lì, non lo ha detto più.
    Ma dei nomi di adesso, ho certezza solo di Zioluisin, che è il nostro zio e consuma subito quello che ha, tipo il vino o i soldi. Ma io non bevo vino, non ancora, e non ho nemmeno soldi, neanche pochi (tranne quelli della gazosa, che non sto a spiegare), e allora ho capito che lei intende Zioluisin perché se mi compra una maglietta nuova io la voglio mettere subito, mentre lei forse si aspetta che la metto solo alla domenica e invece no, e allora pensa che sono come lo zio, tutto subito e niente dopo. Ma che poi è vero: a che serve usare le cose dopo? Dopo cosa? Non so, non rispondo mai a queste domande mie e mi metto la maglietta nuova appena sono a casa, anche se è già notte. Lo dice anche, Zioluisin, quando bevo a canna, ma questo è chiaro: perché anche lui fa così. Ma anche qua non capisco l’errore, o la colpa, non so.
    Ma Zioluisin va bene.
    È quell’altro, Angiolon, che non so proprio da dove viene e a chi si riferisce quando lo dice a me. Però so il perché. È quando sto col pullover di giorno in estate. Me lo dice proprio sempre, anche se spesso non sento, un po’ perché mi stufa non sapere chi è questo Angiolon a cui mi paragona, ma pure perché sono concentrato. Quando leggo seduto vicino al sentiero non è che mi accorgo di chi passa e di chi parla, non è che posso distogliermi dalla Leggenda di Orlando per dar retta alla gente o al caldo. Poi, come adesso, non mi piace neanche far vedere le mie braccia nude, sono troppo magre e il Lelo non mi ha ancora portato l’acetone, che è una pomata che fa lui e che fa crescere i muscoli. Almeno, se mi chiama Lelo sarei contento, che lui è un eroe (ha un braccio artificiale con un uncino e le cordine di ferro, che usa per stringere le carte di briscola e la bustina di fiammiferi).
    Niente da fare, non mi chiama Lelo.
    Fattostà che poi, a chi è questo Angiolon, ci penso quando andiamo a dormire vicino al fienile, ma non ho ancora risolto il mistero e poi mi preoccupo. Di chiedere a mia madre non se ne parla, non sarebbe valido e magari non mi dice neanche niente per dispetto. E agli altri, a domandare intendo, c’è il rischio che poi mi prendono in giro e io dopo mi arrabbio e non riesco più a leggere bene e mi tocca stare lì come un bambo.
    Insomma, per mia madre sono uno che beve senza educazione e non sa se è giusto mettere una maglietta o un pullover, e visto che le spiegazioni, quelle sul perché bisogna fare le cose in un certo modo suo, non funzionano bene preferisce paragonarmi a qualche sconosciuto come l’Angiolon che non saprò mai chi è, e il Lelo invece sì e mi saprei regolare, come con lo Zioluisin. Magari l’Angiolon sarà un prete.

    gene

    Postilla

    Tucc i pian i gà la soo gianda
    con tanti nom e sempre lei
    te la curu da daleisc, forsi agn,
    ma l’as veed e amò ilé lustru
    in d’om maisc lavò da l’acqua

    (g.)

  • Daimon

    24 settembre 2022

    ore 9.37

    Qualcosa che sento quando mi fermo io o si blocca qualcosa fuori.
    Il mio daimon è, pretende, si impone: io devo rallentare, fermarmi quasi, svuotare e da lì, senza contare il tempo, inventare (con la scrittura, ma solo perché è il mezzo che uso meglio). Se sono pressanti le condizioni esterne, sono nervoso e apatico, come se la mia ghianda, il daimon, fosse prigioniera e si rifacesse su di me per spingermi di nuovo: in questo caso c’è lo scontro con il mondo e l’insofferenza, una caduta di lucidità, un senso di vuoto pieno solo di irritazione come quando non vengo ascoltato.
    In condizioni di assenza di tempo, e perfino di spazio in cui muovermi, sento la pace che mi conduce alla bellezza. Posso stare ore da solo, al bar, di notte, in strada, sotto la tettoia del garage, davanti a un fuoco, senza agire fisicamente. Per esempio, stamattina al bar col giornale, tranquillo. Ma poi con sempre meno interesse per le notizie di sport, sentivo che dovevo andare a scrivere, queste parole, anche se mi appaiono nel momento stesso in cui le scrivo, come una coscienza-guida che però riconosco come me stesso, tanto quanto le braccia o i piedi. Una nitidezza, un senso eclatante di essere esatto.
    Mi sono portato fuori anche Il codice dell’anima, di James Hillman, con l’intento di prendere spunto da alcune parti per spiegare l’Immagine che mi pervade, ma non l’ho ancora aperto perché finora è più impellente ciò che sto scrivendo in questa che parrebbe una trance, e invece è un flusso riconoscibile e condotto. Non credo che venga dai condizionamenti e dagli impulsi del mondo che mi circonda, né dall’educazione ricevuta, né dall’esperienza, né da una ereditarietà o genetica, e nemmeno da una evoluzione, o da una divinità: sono sempre stato così, mi riguardo pezzi della mia vita e mi è chiaro, anche se nei momenti passati di cui ho memoria di questo carattere non ne ero consapevole, o solo in minima parte (quella dell’insofferenza a ciò che per me era ed è inutile, in special modo alle direzioni e agli ordini altrui, anche se non sempre, anche se non tutte le costrizioni mi sbilanciano con la stessa intensità).
    L’Immagine di me è questo daimon, che mi pone nel mondo in questo modo irrinunciabile. Senza volerlo, mi sono probabilmente opposto spesso a questo carattere per questioni relazionali o educative, per conformità al mondo esterno e tutto quanto a cui obbliga la civiltà o la società, però sempre pagando un prezzo emotivo e fisico.
    Posso vederla fisicamente e reale, questa Immagine, solo attraverso dei pezzi di immagini più ridotte, che siano parole foto musiche sentimenti opere. Ne scorgo le tessere singole, ma è solo dentro di me che ho l’idea della sua completezza e quindi mi risulta impossibile descriverla nella sua grandezza, nella sua infinità.

    ore 9.53

    (continua)

    gene

  • Sono guarita!

    Sono una Malattia davvero fortunata
    e voglio qui portare la mia testimonianza
    dell’importanza evolutiva della scienza
    Mi hanno analizzata, misurata, controllata
    ogni giorno mi hanno visitata con rigore
    dottori e studentelli, un primarione serio,
    bravissime infermiere e ausiliari deliziosi
    M’han curata così bene che alla fine son guarita,
    anche se il Rossi che da tempo mi ospitava,
    non ce l’ha fatta ed è spirato

    gene

    Postilla
    E nel nome del progresso
    Il dibattito sia aperto
    Parleranno tutti quanti
    Dotti medici e sapienti
    (Edoardo Bennato)

  • Nuovo mondo reload

    Devo contraddire Enzino Jannacci: per certe cose non basta l’orecchio, ci vuole anche una bottiglia di whisky, le bocche riarse e il silenzio di una notte risparmiata dall’inferno diurno che ci accompagna da tre mesi. Una volta messi a letto tutti, restiamo solo io e il Zeller Gabriele (sono zone pseudomilitari a causa delle fobie di alcuni tizi sui rumori). Possiamo parlare, siamo in disparte sotto il portico della sua casa, tra le montagne e il rifacimento dei mondi.
    – Hai voglia di fare un disegno?
    – Dove?
    – Qua.
    E mi allunga un foglio, e anche una matita.
    Ma i discorsi non possono smettere, altrimenti la bottiglia si svuota alla rapidità del fulmine e poi non sapremmo più dire nemmeno bah! per narcolessia e allucinazioni.
    Traccio linee quasi senza accorgermene, continue e, nell’idea, sinuose come il corpo di una donna. Solo che mi esce una forma androgina che mi parrebbe brutto rovinare con testa e gambe. Ne viene fuori una specie di gallotucano con i piedi a mollo in una luna rovesciata. Gli psicologi saprebbero che dire, io no, e nemmeno il Zeller.
    – Se non ti fa niente lo coloro – mi fa versando un cicchetto.
    Poi lo mette via e lo rivedrò tre settimane dopo, così.
    Lo so, è roba nostra, ma ci vediamo un mondo e allora ci ho scritto su quel testo che leggete sotto e penso che alla fine sia l’accorpamento delle diversità universali, da opporre al grigiore specialistico di quelli che hanno sempre di meglio da fare, tipo pesare sulla terra.
    Ottimo, meno gente, più whisky. Siamo d’accordo

    geneZeller

    Tu non riesci a generare altro che antropomorfi
    esseri che ti somigliano, come un creatore
    ubriaco che sente una onnipotenza
    sul mondo ma che si consuma nell’unica
    paura di non esistere, di non avere spazio,
    e per un’altra idea hai bisogno di mani nuove
    che non hai, che sono tue solo per la metà
    che ti manca sempre, che insegui defraudando
    creste a popoli e creature che tu non vedi,
    non senti, non accarezzi, non ami, ma che solo
    colpisci e scolpisci, in un eterno tracciare
    d’infantili linee illusorie, equivoci mortali
    Io invece riesco anche quando declino, mi innalzo
    mentre credo a qualcosa di impossibile
    e con le sole forze mie lo faccio germogliare,
    questo seme pacificato e inconquistabile

  • Romance in Salève

    Teso a corda s’alza,
    ma floscio in qualche parte,
    come se la notte ne avesse
    patibolato il fondo dell’oblìo
    Apre gli scuri e dal silenzio
    di bosco e stelle accese, solo,
    si leva il rullare di un cuore

    gene

    1 settembre 2022, ore 13.26