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  • Qualcosa che non so

    La speranza di capire non è vasta come
    l’idea limpida di qualcosa ancora ignoto,
    niente più di un cruccio che si annida
    tra il sonno e il risveglio e, dopo il tuo caffè,
    ti avviluppa l’intento delle azioni
    La prima parola a voce alta non arriva
    che un paio d’ore dopo, un saluto,
    un monosillabo da soliloquio,
    un aggettivo per qualcosa di imprevisto,
    tipo il grillo che s’arrampica sul vetro
    della birra che in cantina fermenta un altro un po’
    Imbrigliata da quel cruccio, la parola pronunciata,
    esclamata o sussurrata senza alcuna intercessione,
    pare in affanno o frettolosa o altro ancora,
    così dissimile dalla tua voce che di solito rimbomba
    nello schiamazzo dedicato alle esigenze descrittive
    dei discorsi in osteria o nei toni divulganti
    di podi fabbriche partite, e di canzoni
    Riaffiora la minuscola speranza di capire
    se quel suono ti appartenga o se sgorghi incontrollato
    dal cruccio che si annida e che si annoda
    Quell’idea di ignoto che ora lampeggia
    e quasi acceca intermittente come il faro sullo scoglio,
    lì dove rischiano lo squarcio le tue ore
    i giorni i passi e le cose che hai da fare

    gene

  • àtheos

    Il tuo testamento non mi interessa,
    contiene scritture elencali
    di fatti e persone che non conosco,
    di cose che non desidero
    Sopra tutto la vendetta e il male
    che scateni in nome del bene,
    il tuo, che bene non è mai
    Fai trascrivere una fantasia
    che non innalza e non diverte
    Costringi a pagine grevi
    di rimproveri e minacce
    Solo qua e solo là, e per poco
    concedi qualche effimera gioia
    a qualche padre e figlio
    prima puniti, poi redenti, poi santi,
    come ipocrita magnanimità
    Come posso credere a te che interponi
    questi lasciti confusi e cattivi?
    Sei capace di lasciarmi in dote
    inganno e malafede vestite a festa,
    ma tieniti tu questa robaccia
    Per fortuna non esisti,
    e nemmeno evolvi o muori,
    non sei né il bene né il male
    e se per la mia disgrazia ti manifestassi,
    sotto qualcuno dei tuoi falsi nomi,
    come un ladro nella notte,
    mi diresti che non sei stato tu
    Per questo, anche solo per questo,
    non ti crederei neanche se volessi
    e ho ragione a dire che non esisti
    Nel mio cielo imperano soltanto
    bianche nuvole di pace
    o nere di tempesta,
    vaganti senza eredità

    gene

  • ghost track

    agosto ’22

    Costruire riparare disfare, con costante
    materia e calcolo dell’immagine che
    ruota dal perigeo all’apogeo
    Non sapere ma fare, non si può
    lasciare tutto alla malora del tempo
    che passa in un vortice d’occhiate aperte
    Arriva altra gente e altre funzioni che
    adocchiano quel lavorìo come se fosse
    comunitario e invece le mani, le dita,
    sono le nostre, callose e ritorte, e con
    le sembianze dei nostri crucci

    fuegoselva

  • Il pranzo non è servito

    Breve cavillo sulle privazioni

    La mia povera nonna diceva “lo be’ ruèe la guere”, arriverà la guerra, quando si lasciava qualcosa nel piatto senza mangiarlo. Povera nonna, vedesse oggi in che stato. A parte che di guerre ne sono poi arrivate a bizzeffe (ma hanno mai smesso?) e che magari ce ne sbattevamo perché era giù nel culo del pianeta e a noi che ce frega, che ce importa. Adesso che il posto è diventato piccolo, l’emorroide russa fa grattare anche noi. E quindi, le cassandre dicono che quest’autunno forse neanche il pane e la pasta saranno accessibili, esagerando, ma noi già ci immaginiamo razioni piccolissime e senza avanzi.
    Poi, ecco la conferma della carestia imminente, vedi e leggi che il PSG – che non è pasta senza glutine ma il Paris Saint-Germain, club di calcio ricco sfondato e come tale dissipatore seriale – che il PSG dunque, in un sussulto di austerità repressiva, obbliga i suoi calciatori a fare colazione e pranzo in comune, al centro d’allenamento, con tanto di regole ferree sull’alimentazione (lo chiamano così il mangiare) e l’abolizione della Coca, intesa come Cola, sai che astinenza questa. Uno si chiede: cosa facevano prima? Cotiche nello spogliatoio? Fondue sulla metro? Cassoulet di mezzanotte? Frittatona e rutto libero?
    Voglio dire che però questa cosa è un po’ inquietante, il pigliare i viziatini (okay), obbligarli a mangiare il rancio come ai corsi di ripetizione, rinunciare alla vodka e, se poi se osano avanzare qualcosa, sbraitare che lo be’ ruèe la guere, meglio se con il tono da sergente Hartman. Di buono gli è che adesso si capirà con più compassione il nervosismo di certe partite e di certi pranzi domenicali coi parenti.
    E noi? Chissà i sacrifici d’autunno, che è in arrivo l’obbligo delle bevande senza gas… La nonna chiaroveggente lo diceva e noi giù a ridere. Voilà, il pranzo non è servito.

    gene

  • Trombata al Grotto

    Alt! Vietato pensare male. Spiego.
    C’è un’esortazione che più di tutte ha connotato i ticinesi, verso sé stessi e verso i fratelli confederati: Nem al Crot! Generazioni al Grotto, famiglie, squadre, ditte, individui di ogni fatta ed estrazione, bambini e vecchi, ragazze in fiore, signore posate. Insomma tutta la popolazione e tutta l’innocenza dei bei tempi sociali e contadini andati, magari mai esistiti per davvero, ma sembrava. Una ruralità pedestre e motorizzata, un boom. Una transizione dai cibi personali delle famiglie al ritrovo pubblico; e sulla tavola quegli stessi prodotti, mazza nostrana e formaggi, vino e acqua. Poi la cosa si è evoluta e qualche piatto caldo è apparso, busecca e polenta, selvaggina, brasati, spezzatini, minestrone. Ma sempre, come si direbbe adesso, a chilometro zero. Nem al Crot!
    Senza fare troppa retorica, era bello. Un’oasi domenicale soprattutto, in ricordo dei ritmi della campagna, ma poi anche le sere di un periodo che abbracciava metà primavera, tutta l’estate e trequarti d’autunno, quando al massimo c’era il fuoco del camino, ma spesso neanche quello perché i tavoli erano praticamente tutti all’aperto.
    Gli anni Settanta e Ottanta del lontanissimo Novecento sono stati il momento di massimo fulgore del Crot, con balli e campi di bocce, tavoloni di sasso come dolmen megalitici affollati di stanziali e occasionali. Cibo buono, nostrano, a buon mercato, come se anche il mangiare fosse uno sguardo fiducioso e condiviso verso il futuro.

    Nem al Crot!
    A sem stacc al Crot!
    A l’ho ciapada al Crot!
    Bono la robo sarada al Crot!
    Indomenghe a vam al Crot coi canaja!
    (queste sono espressioni della mia lingua, ognuno ha le sue)
    Al Crot si consumano amori e fegati, nascono progetti e canzoni, si consolidano amicizie e si litiga. Politica e calcio, passera e uccelli. Brevi apparizioni e stanziamenti infiniti. Canti spontanei e Casadei.

    Poi, non si sa nemmeno in quale momento esatto, cominciarono ad avanzare timide insalatine, calici di vetro che si spezzavano le gambe sul sasso dei tavoli e dunque ecco i pratici tavolini lisci; affettati foresti (ditte apposite per l’ingrosso, ma con dignità, mah), formaggi gommosetti, formaggini sciapi, arrosti con salse da tubetto. E poi ancora pizzoccheri, con la scusa dei fratelli valtellinesi che sono come noi, pasta varia, olio d’oliva, risotto, tutta roba per la quale non bastava più un paiolo o un calderone. Carni di ogni tipo, prima le proletarie costine, ma poi filetti, entrecôte, costate e costatine con relativi contorni di patate rosolate e perfino fritte, ascendendo di finezza in finezza.
    Non si raccontava più solo a voce cosa ci fosse da mangiare, ma apparvero le carte dei menu, rilegatissime e rigide come breviari. Prima fatte a mano, poi con qualche fantasia da computer casereccio. Di fianco alle proposte obbligatorie, il prezzo che tic e tac faceva un passettino all’anno, in su, in modalità tendente al Black Angus o alla – ora lo dico – pizzanapoli. Argh!
    Nem listes al Crot!
    L’é fresch!
    L’é bel!

    Allora ci andiamo, ieri, in un Grotto della memoria. Ex-campo di bocce intasato di tavoli con tovaglietta a quadri; altri tavolini separatissimi da quattro posti; carta dei cibi e dei vini in magna pompa; cassa della musica vicino alle orecchie. Sasso niente, i gradoni sono ormai armati di cemento. Poca gente, tutti sconosciuti.
    La faccio breve.
    In quattro. Mangiati due affettati, una tagliatella con ragù di pollo e maiale, una luganighetta con patate al forno, due bruschette coi funghi, un gelato confezionato; bevuto tre bianchini, tre tazzini di nostrano, una gazosa, due bottiglie di acqua da mezzo litro, quattro caffè. Totale, 173 franchi e 10 centesimi.
    Quei dieci centesimi mi hanno fatto girare le balle.
    Io, Nem al Crot! penso che non lo dirò più, come quando non si vuole parlare del caro estinto.

    gene (temm da ladri)

  • Chiedi chi è Maradona

    La processione delle statue di Maradona continua e sono ormai numerose come i testoni dell’Isola di Pasqua, solo più brutte e meno somiglianti a mano a mano che vengono sfornate. Del resto si può capire: imprigionare il genio nell’immobilità di una riproduzione è impresa impossibile. Un genio libertario come quello del Pibe, poi, non contempla statue: mas justicia, menos monumentos.
    Eppure, niente, gli artistoidi non deflettono e oplà, partoriscono opere che sempre più spesso rasentano i lavoretti in plastilina dell’asilo intanto che lui, Diego, riempie ancora gli immaginari del mondo con il movimento, le parole e l’inventiva, altro che mummificazione e ricordo morituro. Ma del resto, con il Pibe ancora funzionante in versione live, ne avevano creata una di fronte alla quale lo stesso soggetto rappresentatovi si mise a ridere, forse per non piangere (andate a guardarla, sembra una specie di Apollo).
    Sui muri di Napoli vive e lotta insieme a noi grazie alle opere spesso ignote di artisti che ne colgono l’anima, o l’essenza distillata del mistero del suo calcio, perlomeno. Allo stadio, invece, ribattezzato col suo nome, le statue sono ben due, in concorrenza tra loro a causa degli appaltatori differenti ma altrettanto esibizionisti, con uno stile bronzeo che è come una camicia di forza attorno al Genio, trattenuto in posa lui che in posa non è mai.
    Ne è nata anche un’altra, non so dove, vista solo su una foto della Gazza e somigliante come una lumaca al leone. Neanche letto l’articolo, per ribrezzo. C’è n’è una a Santiago del Estero alta cinque metri che non è niente in confronto a quella di quindici a Dubai. La prossima potrebbe toccare la luna con una mano e magari buttarla nella rete di un Plutone uscito a vanvera. Anche nei presepi di Napoli fanno cose migliori, in attesa del bronzo tridimensionale di Scampia (in che senso, scusate?), luogo assai noto in campo culturale e neomelodico.
    Comunque, tutti i monumentos presentano un Diego inamovibile, con fattezze pesanti che mai avrebbero permesso non diciamo di giocare una partita, ma nemmeno di operare uno stop. Forse lo fanno apposta per insinuare dubbi quando il mondo crollerà e rimarranno qua e là le statue misteriose e interrogative come i testoni dell’Isola di Pasqua. E tutti ancora a chiedersi chi mai fosse quel D10S venuto da un’altra dimensione.

    gene

  • Iamasfinìo, a memoria

    Elmo chiole

    La maestra fa, subitissimo:
    Bentornati in questo luogo di sapere che si chiama scuola. Iacomo, vieni alla cattedra e recitami la poesia che vi avevo dato da imparare a memoria.
    Iacomo si alza e va alla cattedra e senza indugio declama:
    Tittullu: Iamasfinìo!
    Poi prosegue più blando in un silenzio stupefatto.

    Porsiempre chiarro eifu eso elmo chiole,
    y esa sceisa, que da tanta apparte
    de lo ultimerrimo urizzone lo guardo eschiulude
    Tambien setando y mirando, nofinitimai
    espazi da là da chele, y superumanni
    citti, y sproffonnissimma queta
    Yo in do pensei a parensi; aloche tan pocco
    el chero si stremisce nunca. I me el uindo
    udo frusar ni esti arbori, yo chelo
    iamasfinìo citto a chesta vousa
    ando compara’: y am ragordo l’eternitto,
    y le crapade staccioni, y la aquipressente
    y vivvante, y el dlindlon de eia. Iscì intrachesta
    imensitau u neghe lo soppensiero migo:
    Y lo nufragghio tambien dulsetto en esto stomarre.

    La maestra era svenuta quasi subito, circa a eschiulude, ma nessuno le ha badato fino alla fine della poesia, che è accolta da qualche applauso sconcertato. La maestra riapre gli occhi con una stanchezza che le vacanze avrebbero dovuto cancellarle e si rialza avvilita. Iacomo è ancora lì, fiero.
    Posso sapere cos’è quella cosa che hai cominciato a recitare? Io vi avevo dato l’Infinito…
    Ya, siertamente! Iamasfinìo! Traduccione de migomè.
    La maestra sviene di nuovo, Iacomo va al posto.

    gene (tiempo de ecolla)

    Postilla

    La versione del tizio di Recanati

    Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
    E questa siepe, che da tanta parte
    Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
    Ma sedendo e mirando, interminati
    Spazi di là da quella, e sovrumani
    Silenzi, e profondissima quiete
    Io nel pensier mi fingo; ove per poco
    Il cor non si spaura. E come il vento
    Odo stormir tra queste piante, io quello
    Infinito silenzio a questa voce
    Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
    E le morte stagioni, e la presente
    E viva, e il suon di lei. Così tra questa
    Immensità s’annega il pensier mio:
    E il naufragar m’è dolce in questo mare.

  • Collocchio de trabacco

    Le sue competenze quali sono?
    Avendo mì ghestudiat Biogologia, gò capìo que se meglio comer bien che bibir borlandao, ot vicevierse bibir bien que comer giamai. I ma gà insegnato, nel li lunghi semminatari de Controclerici, de non credderre a li falsorum de sielo e de tera e que est preferible sanisimo biastemiamentio, en caso de dificulta.
    Esperienze precedenti?
    Yo me vaggo por lo mundu ramingu y adasio, sense sudacchio, aroundo la comida e strafugendo da li pretaci et similorum. Ciapistess chel qui arrive, si no lo è bon y bel el regallo, si me gusta me lo tegno. Yo non azzeptire consilli pas richiesticchi, forevere, imparau al mastero de Pilosopia.
    Progetti?
    Amimeparque li etuddi de Biogologia y Controclerici y Pilosopia i a funcsionirti. Ahora me busca la gorra de etudiare las femmenesse, ma i ma dito che se tuto pieno y guà che mora gualguno para liberar ‘na cadrighia. Safà noto y nada, aspecci.
    Le faremo sapere, grazie.

    gene (tiempo candidatturalle)

  • Vierno de carrestia

    Me disescordavo que con l’avenir del vierno nota e nada sur la tabola. Se es finido el mundu aperitivicolo con los gamberitti e li spritzi, a schivarghe con schivizzi le olivaroscie. Suscitto e umusso, nada e nota enchia seitan-satan o chiella carnacchia turcovicchia. Tute ste robe da comida infighettao ié sta baloccati neli puerti dellu mundu desfatto. Son fignanca desparesatti spaghettorum e aseite de olivaroscie, ga restavaria solche butir sciuizzer ranciorum, chiesou da cruttire in patella, und el puerco contante salambeti e biondiolau, illuganig e iccodig, se lo branchiamo amò. Gamo pena ancoramò de verze e de tomatìu pasadi, y cornitti risecchitti, massa picolla de pomedetera e de pomedepianta. Ullu risu stracostacchia piegio dela naffeta o del gaso. Para suerte, in la canva ghe staveno da secolurom i scatolatti, raiviolhero, fasolli, catatonno, chilideburo, ciervellatti, uinerlini e abrasvursti imbaladi, todo mugiatto nello tomico retiro. Lu breddu se faserà in la magione, con i legnitti dell’aggrilia avansatti. El vin usarà da tacarse ch’el parria vinagre, megghiu de nada e de nota, tambien. Para cagar, no problem, sa mangiarìa tanpocochemeno e la papella no sierbe. Se branco n’uppoliticcantu lo cupo a ticchittitocchitti, ghe lo do allo catto e indi me tranguggio lo istesso catto grasocio.

    gene (tiempo de maggra)

    Lo catto espera

  • Mundo de cervessa

    Pichiò su lo copino esto sol de mmierda che lusise ianca de noche in dinsogno, yo sto a l’umbrii, promeso, per todo lo agnos che me restere para vivvir, ma promeso dabon. I se ugno o ugna, come se dise adeso, el me parla de bel temp o de trabacco, yo lo maledicco cun ugna maldicion maldidissima. I gà già pagurra de lo temporaliddi che vegnene iù de lo sielo mena benedictorum, gnià si fussa sasoni o binari sguzzati, dios del puerco.
    Inetanto che istò colla lavetta sula cabezza, mi ghe pensi a quai parte indoveche se scampa a cervessa, de beve e de abbagnarsi li pè, a rii e torentizi, dedentro e defora, desoto e desura. Tambien tanta perrò de cervessa, moltisima de poterghe perdesse ne li gorghi e sputacchiararla al sol de mierda e tiè, biggollo.
    Normal far na vergassa de nada, matin e sirri, gnià l’iddeuzza de tromba o de segga. Assa parlarria minga co li visini, toti derent nala sc’ciuma blanca a farse venir i pescitti e i dititti masitti, financo.
    Y scamparri sensagnià riusirghe a beberla tota neta, y cusinarghe derento la pastasiutta, fannacul lu mundo deportivo y trabacante de stoccass! Ollé! Ufunnu!

    gene (temporada de baggni)