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  • Cippi nella prateria

    Non aveva promesse, la pianura battuta da vento e acqua, e i tergicristalli impazziti faticavano a star dietro. E poi si doveva pensare a come salvare una classifica emaciata. La giornata, pure lei, era cominciata di traverso a colazione, con il mio vecchio che risucchiava il pane dal caffelatte come una pompa idraulica. Poi c’era quella storia della messa che se ci andavo avrebbe fatto tanto bene alla nonna morta da poco, tanto per ricattare. Ma non ci andai e a mezzogiorno mi trovai nel piatto musi lunghi e una bistecchina impietrita.
    Andai alla partita, invece, con la stessa voglia della messa. I dirigenti avevano reclutato all’ultimo alcuni ragazzini per arrivare a undici, esserini turbati quando invece ci sarebbero serviti alcuni semoventi per mettere al sicuro almeno l’area di rigore. E pioveva come se non avesse mai piovuto prima. Gli altri erano una squadraccia che da neopromossa aveva l’entusiasmo dei primi anche se penultimi.
    Non c’era voglia di uscire dallo spogliatoio, le finestre appannate davano segnali d’inverno. L’arbitro, un quarantenne sale e pepe giunto dalla città con un vestito che sarebbe andato bene in una dolce notte da night club, non sentì ragioni: ai suoi cinquanta franchi di trasferta non rinunciava.
    Anche la monetina ci diede contro, obbligandoci a giocare contro vento. I pochi spettatori erano asserragliati sotto la tettoia della buvette come le mucche sugli alpi. Dopo neanche dieci minuti loro avevano già segnato e gli adolescenti avevano la bocca stortata dal freddo. Il nostro libero, quello che sta per ultimo e vede tutto, gridava ordini ma la voce tornava indietro spaurita e andava via verso sud, libera e inutile. Davvero mi domandavo se fosse la stessa cosa dei nostri discorsi sul mondo, quando le parole sembrano cippi di pietra nella prateria e poi ci si volta e non ci sono più. L’arbitro andava impettito qua e là fischiando a caso ma con senso del dovere. A centrocampo non riuscivo a tenere il volante in mezzo all’acqua orizzontale e alle entrate giubilanti dei loro criminali.
    Più volte il nostro libero, che vantava una certa carriera e pensava che contasse anche lì in mezzo al fango, chiese all’arbitro di interrompere e mandarci a casa: le raffiche sibilavano gocce come punte di coltello, non si vedeva quasi niente oltre cinque metri e il campo era una palude dove tutti stavamo perdendo brandelli di poesia. Senza nemmeno ridere o piangere. Ma l’arbitro spiegava con una certa deferenza che bisognava andare avanti imperterriti, anche solo per rispetto del pubblico, che ormai si era sfocato nella tempesta.
    Non si potevano segnare altri gol, il pallone o volava in favore di vento verso terre straniere o veniva respinto indietro con traiettorie arcuate che foravano la nebbia e tornavano a terra da qualche parte sconosciuta.
    Alla fine del primo tempo, alcuni ragazzi tremavano in lacrime e li dovemmo mettere sotto la doccia per provare a farli calmare. Mentre i pochi con le mani ancora salde imboccavano il tè agli infermi, il libero uscì in cerca dell’arbitro con un passo che in partita non gli era riuscito. Gli andai dietro perché mi pareva che non fosse più in grado di mantenere un contegno e anche lui aveva le labbra bluastre. Spalancò la porta dello sgabuzzino e agguantò l’arbitro, che si stava pettinando, stringendogli la casacca sulla quale lo stemma della federazione sembrava in procinto di piangere anche lui.
    – Se te la pianta mighi ilé subut a t’an crompi più da vistì – gli disse trascinando le consonanti che si indurivano nel gelo. Di quali vestiti parlasse non sapevo, ma l’arbitro, uno di quei duri che sotto minaccia e con la divisa maltrattata si sentono giusti tre volte, gli rispose che ci avrebbe squalificati tutti piuttosto che rinunciare ai cinquanta franchi.
    A quel punto tornammo negli spogliatoi, facemmo una colletta e gli portammo sessanta franchi, che accettò con un filo di disapprovazione. Chiamò il loro capitano e dichiarò finita la partita, senza nemmeno bere una birra con noi, il pidocchio.
    Mentre tornavamo con l’acqua che si spiaccicava sul lunotto posteriore e bisognava frenare di continuo, sorpassati anche dalla nebbia, pensavo che i sessanta franchi fossero stati spesi bene. Mesi dopo, quando ci eravamo quasi dimenticati, ci diedero per sconfitti a tavolino. Quello sì un cippo nella prateria. O peggio.

    gene

  • Tempest

    A trene a salustru
    a bujiss a nece
    a vara

    A ramini a raga
    a stremis a sgonfio
    a tempeste

    A scionco a sguara
    a inlaga a sverse
    a rabombo

    A bofo a suru
    a tramoro a cridi
    a stornis

    As quete as fiada
    as varda as piaca
    as sugu

    As maja as beu
    as terce as sgiugu
    as specie

    gene

    Postilla
    È durante la tempesta che conosciamo il navigatore
    Lucio Anneo Seneca

  • Le notti aperte

    Janos torna, o va, in un posto ricavato tra i muri in sasso, ai piedi delle sue montagne, un cortile lasciato quasi per miracolo alla sua semplice bellezza originaria. Ha con sé quattro foglietti che leggerà, qualcosa sul suo senso delle cose che ha provato a formare in una delle notti aperte che lo aiutano a stare in piedi. Spera in quel po’ di attenzione, forse solo nel non incepparsi mentre leggerà, con gli occhiali ormai. Una pioggerellina evapora via e lascia un cielo limpido che si imbrunisce felice nell’aria fresca di luglio. Alcuni ragazzi hanno organizzato questo piccolo festival per raccogliere qualche soldo utile a una colonia estiva che si farà, per bambini di famiglie povere o emarginate che non si possono permettere molto oltre il cibo e i vestiti. Già questo lo esalta e lo commuove, come una bella partita di calcio squilibrata.

    I musicisti che si susseguiranno sul piccolo palco addossato ai sassi sono tutti giovani, o almeno lo sono molto, ma molto più di lui. Tra loro, anche Gi, sua figlia. C’è un’attesa che la musica cominci, dentro a una dolcezza sperata ma non fino a quel punto lì, dove in uno spazio sospeso tra gli artigli del tempo tutti i partecipanti ritrovano quell’assieme preistorico, così piccolo e per questo enorme.

    Janos prende una birra e si accomoda in una delle sedie di plastica, in compagnia del suo amico Meo e della sua mamma, e di Gi che è tesa e pronta. Sono una famiglia e lui, con i suoi fogli nella mano sinistra che sembrano caldi, questa cosa la sente come una carezza.

    Prima c’è un duo che propone una bella canzone in spagnolo. Poi tocca a Gi, che sale sul palco con la sua chitarra. L’attenzione del pubblico, non più di cinquanta persone, è calma: niente strepiti da evento (che parolaccia, questa) o distrazioni da bar.

    “È quasi sempre bello se dal buio arriva il giorno
    È bello se le nuvole sono solo un contorno

    Ma fuori com’è?
    Come lo volevi
    Dietro le serrande il sole
    Ma fuori com’è?”

    Janos ascolta sua figlia, trepidando per qualche questione tecnica, del canto o della chitarra o dell’amplificatore. La sciocca tensione svanisce, Gi s’invola perfetta nella sua canzone, anche se non è sua ma di Coez.

    Il Meo vorrebbe correre ad abbracciarla ma Janos lo trattiene, ce n’è ancora una, questa volta di Sam Cooke. Gi la presenta ricordandone la breve e sublime vita di diritti spesso negati, sempre rivendicati. Ci sono anche Malcolm X e Mohammed Alì, come un universo che si comprime. Janos capisce che nei suoi fogli il senso c’è, e sono le cose distanti che si congiungono impastate di passioni e ragioni.

    “If you ever change your mind
    About leaving, leaving me behind
    Baby, bring it to me
    Bring your sweet loving
    Bring it on home to me”

    Gi viaggia nel suono risalito da un passato lontano e lo fa suo. Non ha mai cantato così bene, pensa Janos. E naturalmente si consola per le sue manchevolezze di padre, che seppure non volute, ci sono state, ci sono e chissà quanto pesano. Ma almeno in quel momento sente che la vita e gli inciampi sono quanto ha davvero e forse possono essere come vento tra le piume. La ama.

    Gi torna a sedersi, il prossimo sarà lui coi suoi fogli notturni. Fa in tempo a dire brava a sua figlia, che naturalmente è un vuoto di parole a confronto dalla danza del suo cuore che lei ha scatenato.

    Sale sul palco e legge, con uno sguardo rinnovato, quasi senza occhiali. Forse lo ascoltano proprio per questa sua voce nuova, una luce che nemmeno lui sapeva di avere e che gli andrà bene nelle sue notti aperte.

    gene

  • Non abbiamo niente

    Moleno 2021

    Testo scritto come sempre la notte, una incerta di giugno. Letto al palco libero benefico Badabum il 3 luglio

    Più ancora dell’avere in sé, è il bisogno di possedere che tormenta i giorni e le notti

    Non abbiamo niente, le cose che ci stanno accanto e le emozioni che teniamo dentro non sono stabili e definitive, ma vanno e vengono, nascono e muoiono, si perdono, si rompono, cambiano. Ciò che più di tutto pensiamo di possedere, la nostra anima, non ci appartiene: viaggia felice o distrutta trascinandoci appresso, spesso senza nemmeno ascoltarci. Spendiamo la vita a volerci conoscere, senza riuscirci, tanto è mutevole il senso che abbiamo di noi stessi. Ci aggrappiamo all’effimera certezza di un punto d’arrivo dove staremo bene, ma confondiamo un rifugio solido e chiuso, un porto, con una barca pronta di nuovo a solcare l’oceano senza nessuna terra in vista.

    Quante volte ci diciamo che non vorremmo essere fragili o cattivi, o che non vorremmo avere una malattia o una pena? Questi buoni propositi sono tardivi, inseguono invece di precedere i fatti che indipendenti da noi accadono e ci muovono poi per riflesso dal posto in cui siamo, ma senza sapere per dove e con chi, in quale tempo e spazio, come se ciò importasse davvero. Ci fermeremo per istanti che chiameremo giorni mesi anni, calcoli che sono solo il desiderio di una misura ignota che possa infrangere l’inerzia. Non troviamo nemmeno quella, confondendo reazione e progresso restando inchiodati sul posto.

    Quando usciamo o dobbiamo uscire dalla gioia, ci sentiamo prigionieri dell’infelicità che pare infinita anch’essa, eppure basta una mossa del domino, una tesserina che cade, per trarci incatenati dagli affanni e riportarci alla pace. E ancora una volta, immemori dell’accaduto, pensiamo che sia fatta, che abbiamo imparato. Poi arriva un qualche tipo di lutto, un’altra tesserina che cade, a frantumarci l’illusione in cui ci stavamo specchiando vedendoci finalmente belli e risolti. Qui è l’errore: crediamo di poter trattenere, di possedere consolazioni e misure, cose e persone, come vane fronde il vento. Non ce la faremo.

    Non solo non ce la faremo chiedendo aiuto, no, non ce la faremo neanche da soli, poiché proprio la solitudine ci spingerà di lato senza preavviso. E se insistiamo a volercela cavare con le nostre sole forze, o con la compassione travestita da ricatto che spesso infetta legami sociali e personali, non troveremo nessuno che ci dia un conforto o una spinta, non lo vedremo. Per questo motivo non possediamo neanche noi stessi, non ne abbiamo la forza, oltre a non averne il diritto.

    Qui arriviamo, o meglio torniamo al capolinea della tremenda idea sbagliata di poter possedere altro o altri fuori da noi stessi. E la mettiamo anche in pratica questa idea fallace, orbati, col risultato di agguantare e consumare con voracità cose e persone come se fosse un dovere. Che una volta prosciugate dal senso che abbiamo dato loro e dal compenso pagato, eliminiamo con il miraggio di lenirci e di mitigare il senso di vuoto che secca il sangue nelle vene, per sostituirle con qualcosa d’altro, che presumiamo nuovo e consolante, vagheggiando ancora il possesso e ricominciando il giro delle illusioni. È un veleno che goccia dopo goccia ci vela la conoscenza e quindi ci rende oppressi.

    Tutto ciò perché non sappiamo accettare l’assoluta verità, e cioè che non possediamo niente, non abbiamo niente. Se sapessimo accogliere questa certezza, questa soluzione, questo alleggerimento, all’inizio della nostra partecipazione alla vita, allora potremmo assaporare tutte le bellezze dell’effimero che si rinnovano a ogni respiro, meravigliandoci. Sgravati dal peso di essere e di avere o, ancor peggio, di conservare, fluttueremmo in continuo movimento appresso alla nostra anima che, in compagnia delle anime degli altri, ci accompagnerebbe alla completa libertà collettiva.

    Non si tratta di un’ipotesi di vita ultraterrena, o della mano di un dio invisibile, e quindi inesistente, e che pure vogliamo stolidamente possedere e dietro a cui ci nascondiamo, come i bambini quando si celano dietro la manina per occultarsi al mondo: non è questo.

    Si tratta invece dell’orizzonte mobile e visibile della nostra esistenza, di ciò che ci induce a camminare senza più pesi e senza il bisogno di giungere. E nel durare del viaggio senza fine, riempiti della luce aggraziata del non essere e del non avere, diventiamo immortali.

    gene

  • Estate di quartiere

    Più o meno è sempre così: il clou della giornata va in scena verso sera in Pasquei con la sfida finale di una specie di olimpiade che ha contemplato in sequenza:
    1. La gara delle barche in sagex riciclato, piuttosto rinomata. Dopo colazione, e per merito dell’acquazzone del giorno prima che ha spazzato via le rane e alzato il livello del Rio Bass.
    2. Bastonate. Attorno all’ora di pranzo, come conseguenza delle violazioni regolamentari della gara di barche di cui sopra. Se non completamente conclusa prima della pausa per obblighi di presenza a tavola, prosegue per un po’ con meno cruenza per via della proverbiale necessità di non incattivire buona parte dei partecipanti e precludendo quindi, per abbandono, la prosecuzione dei giochi tramite le altre discipline.
    3. Trafugamento oggetti. In piena canicola. È una disputa per portare nei rifugi delle rispettive bande cose di un certo valore intrinseco quali: camere d’aria di biciclette per i fucili a elastico; lattine per fabbricazione veleni; mele acerbe per radiotrasmittenti e granate; bottiglie di gazosa vuote da riconsegnare alla bottega dell’ignara Chìa in cambio dei soldi per il deposito; gelati, sottratti mentre avviene il rimborso.
    4. Sputamento di acqua sui parabrezza delle macchine di passaggio. Per questa disciplina occorre mappare con cura e in anticipo le vie di fuga in caso di frenata dei mezzi e discesa in campo dei guidatori imbestialiti, pericolosi seppur sporadici.
    Questa sequenza di gare si completa nell’afa che rallenta e quindi si riesce a capire che bisogna presentarsi per cena, altrimenti il castigo preclude l’atto finale, la partita in Pasquei tra i superstiti. Giro del tavolo, sì sì sì alle domande, e come fulmini fino alla piazza.

    Si fanno le squadre, di solito non più di quattro per parte per via dei castighi di cui sopra che hanno colpito i più scemi e ridotto i contingenti. Stavolta sono in sei. Bim bum bam, per ultimi restano sempre il Buseche, che è grasso e più che fare ostruzione non sa, e il Toda che magro è be’ magro ma se la palla gli arriva davanti lui corre indietro e viceversa. Il Gat e il Pedra è meglio averli assieme con le sassate che tirano nelle difficoltà, ma finiscono uno per parte. La Dele è l’unica ragazza e con le sue gambe chilometriche scavalca le panchine mentre corre e quindi serve quando la palla schizza lontano. Per finire c’è l’Emme che sarebbe il più bravo se non si distraesse a guardare la Dele e le sue spaccate in volo.
    Si è sul 12 a 12, punteggio raggiunto faticosamente a causa delle infinite discussioni per tiri vicino al palo che possono essere dentro o fuori a seconda del fairplay, o dei rimbalzi irregolari sui fusti dei platani. Per i falli la discrezionalità è totale, tranne toccare la palla con le mani o colpire qualcuno in faccia. L’oscurità avanza a balzi come quelli della Dele. Ormai, chi segna ha vinto. Il Gat finge di tirare una sassata al Buseche, che cade ingannato come un maiale prima dello sparo, e la palla arriva a dieci centimetri dalla porta vuota. Come sempre in questi casi, al posto giusto nel momento giusto si presenta l’uomo sbagliato: il Toda. Anche il suo piede disgraziato, usato solo sulla punta, può dare la vittoria, però. Però una merda. Il Toda è troppo veloce e con la stessa precisa dinamica di un bastone buttato da un dirupo manca la palla, prosegue per almeno cinque metri senza sapere per dove, prima che il Pedra lo abbatta indignato con un calcio in culo.
    Si scatena la rissa finale, una parodia della lotteria dei rigori, con la Dele che scappa sorvolando tutti gli ostacoli. A quel punto molla anche l’Emme, tanto che senso ha? Il Buseche è scappato via subito piangendo, il Toda idem. Restano solo il Pedra e il Gat che dopo un po’ di lotta decidono di andare a spaccare qualche vetro, per non buttar via la giornata.

    gene

  • La notte più bella

    28 giugno 2021, Campionati Europei, ottavi di finale
    Francia – Svizzera 7-8 dopo i calci di rigore (0-1, 2-3, 0-0, 0-0. 4-5r)

    La notte non è finita, l’acqua cade ancora con dolcezza sempre imprevista, il silenzio è spezzato da voci e suoni. Dalla Romania arriva un soffio d’estate atteso da dieci anni, quando in una sera londinese la Svizzera giovane perdeva la finale dell’Europeo U21 contro la Spagna, lasciando un senso di fierezza velato di malinconia per l’amore sfuggito. C’è strada da fare, si disse, ma sembra bella. Vedremo.
    Ora vediamo, sentiamo il profumo di una Bucarest tutta rossa, che tifa per loro e li aiuta nella più grande impresa del calcio svizzero, chiamato ad opporsi alla Francia campione del mondo, una squadra composita e di immenso talento. La Svizzera ne ha meno.
    Ne ha meno? Forse nei piedi acrobatici, forse nella furbizia che serve per le grandi recite, forse nella Marsigliese che invita alla lotta e non alla preghiera. Ma non sta tutto qua il talento, nelle cose istintive che la natura distribuisce un po’ ingrata: sta nella testa, nel lavoro costante di ripulitura delle idee, nel progresso. Il leader Petkovic ha sciacquato in cinque giorni le ultime incrostazioni dei suoi giocatori, forse aiutato da Tami, che era l’allenatore prezioso di quei ragazzi del 2011 e ora è qua a cullarne la forza e le fragilità.
    Quando la Svizzera entra in campo si mette la mano sul cuore e lo sente rullare, un ritmo di prontezza che chiama a raccolta tutti, compresi gli scettici e i sofisti, quelli che mandarono a morte Socrate regalandogli però l’immortalità.
    Bucarest si schiera subito dalla parte giusta, quella nobile degli sfavoriti. Ruggisce al primo gol di Seferovic che con le cosce alla Abdujaparov esplode sopra Lenglet. Si dispera quando in capo a un quarto d’ora di tempesta Pogba porta la Francia oltre quelle Colonne d’Ercole che la Svizzera di terra e di montagna non ha mai saputo superare.
    Eppure, seppure affranti, ci si ricorda che il mondo è da scoprire con il coraggio e che solo così si conquistano emozioni e conoscenza che fanno virtù. Torna Seferovic, lo segue Gavranovic e ora Bucarest è l’oceano infinito, increspato come la pelle dai brividi. La Francia è raggiunta dal veliero pirata e una vita esperta tra la salsedine non basta più: è il momento degli uomini di terra, della Svizzera che ormai rappresenta un continente, Grütli Balcani Bucarest Ticino.
    Ancora è buio, ancora piove a dirotto quando si scorge la spiaggia dei rigori. Sulla coffa c’è Sommer, il portiere, che discende a volo d’aquila nel solo istante possibile e con la mano sinistra aperta come un diario di bordo scrive l’ultima frase immortale.
    Questa notte non finisce più. Bianca come quelle di Pietroburgo, la prossima terra.

    gene

    https://ecodellosport.ch/stories/794/europeo-2020/la-notte-piu-bella

    https://www.rsi.ch/news/svizzera/Grande-festa-per-una-notte-magica-14191398.html

  • Titolo alla Danimarca

    La Danimarca ha vinto il suo secondo titolo europeo dopo quello del 1992. L’immagine della squadra che si racchiude a protezione di Christian Eriksen è potentissima, più di mille gol, più di ogni statistica e seppur sconvolti da quanto stava succedendo i giocatori danesi hanno presidiato eroici – sì, questa volta l’aggettivo si può usare con la pienezza del suo significato – la partita decisiva del loro compagno. È stata una fine di pomeriggio tremenda per tutti, ma soprattutto per Eriksen, questo giocatore elegante e gentile, rimasto a lungo in bilico tra la vita e la morte e riportato alla vita dalla prontezza dei soccorsi. Ma forse anche dalla forza soprannaturale del muro in lacrime ma imbattibile dei suoi compagni in maglia rossa. Quando è poi arrivata la notizia che Christian era salvo e cosciente, le due tifoserie scandinave di Finlandia e Danimarca hanno urlato il nome del giocatore: al Christian dei finlandesi ha risposto l’Eriksen dei danesi. Una due tre quattro volte. Una prova di civiltà superiore, da lacrime e brividi. La Finlandia ha poi vinto sul campo quando due ore dopo la partita è ripresa, ma la Danimarca aveva già in tasca il titolo europeo. E Christian Eriksen si era rimesso il vestito della vita. Indimenticabile.

    gene

  • La casa in rovina

    E sa ruu i padroi da ca’?
    I padroi da ca’ ié moort, dice il Nandel davanti alla porta in cima alla scala che a furia di marcire ha un buco nel quale infilarsi.
    Dentro è buio, c’è puzza di vecchio, la polvere intossica e i passi sono cauti. La leggerezza delle nostre piccole ossa è un’assicurazione per non far franare il pavimento di legno, o quel che ne resta. La casa è stata svuotata, forse prima di abbandonarla o da qualche ladro bisognoso. Il Nandel cammina su una trave, come la Comaneci, ma meno roteante. Lo seguo, carponi, però. Arriviamo oltre il primo locale in questo modo e poi c’è il pavimento, ma insomma, è meglio continuare ai bordi, dove sembra più stabile. Una scala discende, anch’essa di legno.
    Ma parché tut da len ch’u marsciss, dico.
    I sass i peise, risponde con saggezza.
    Sotto è buio, ma un’imposta si apre e la luce inonda cianfrusaglie a non finire. Spettacolo.
    Bon, la ca’ ala fam chilé, dice.
    Penso alla questione dei proprietari, ma dato che sono morti va bene, è un bel posto proprio al centro del paese vecchio, si possono vedere tutti quanti senza essere visti, quasi.

    Paesaggio (casa in rovina) – Giorgio Morandi

    Nei giorni seguenti si aggregano il Uoter e il Dani. Non che siano di grande aiuto, sono ancora piccoli, però fanno numero come nei film. Quando sembra quasi in ordine e ci stiamo dando i nomi in codice qualcuno bussa alla porta, come se quella fosse una porta in ordine e non un rottame. Quatto quatto, gli guardo i piedi da sotto il buco: sono quelli del Cicio.
    Pasa da sot.
    As sen fin da foro, dice una volta dentro. Si arruola e così siamo in cinque.
    Passiamo quasi un giorno intero nei paraggi, per osservare se qualcuno entra in quella casa. Nessuno.
    Così è nostra.
    Piantiamo qualche chiodo per appendere le giacche, raddrizziamo le sedie e il tavolo, cose così.
    Passiamo le giornate a proteggerci da interi eserciti che ci assediano, specialmente messicani. La sera torniamo dai genitori. I miei reclamano per lo stato degli abiti ma non chiedono dove mi sono conciato a quel modo. Nessuno di noi fiata con i vecchi, che rompono le balle e basta.

    Un giorno dobbiamo vedercela con i Pedrani, che vorrebbero entrare anche loro, ma non è che ci si fida. Ma come facciamo a dire di no?
    Che sitocc, dice il più grande, uno che se gli gira male scalcia di brutto.
    Non gli piace e se ne vanno. Però, merda, ora conoscono la casa.

    Sono passate due settimane, i Pedrani ci hanno tradito, le abbiamo prese quasi tutti dai nostri vecchi e alla casa qualcuno ha messo un portone nuovo senza buco, che sta come quando ti escono le calze vecchie dalle scarpe nuove.

    Mi hanno detto che l’hanno buttata giù e che ora c’è posto per una macchina. Vado a vedere col Nandel.
    Non c’è nessuna macchina, solo uno spazio recintato.
    Par forso, i padroi da ca’ ié moort, at l’ere dicc.
    Appoggiata a un palo della recinzione c’è solo una bicicletta.
    Ci abbiamo pisciato sulle ruote e siamo andati via di corsa.

    gene

  • Resistere ancora

    Le pareti di granito di una valle

    che protegge e ingabbia i sensi

    l’albeggiare nel seno della notte

    e poi lo schermo che s’accende

    Le luci di furore a disorientare il fumo

    le mura colorate a sfarinarsi

    il frastuono vile a sferragliare

    Un lasciarmi spaurito a scivolare

    sulla soglia indefinita dell’ignoto

    e per quelle mura e i loro cuori

    a me cari e ancor più se sconosciuti

    chiudo gli occhi e abbasso il capo

    Ma resistere e resistere si deve

    con il canto a pugni chiusi

    mentre il vento soffia e infuria

    Versi lievi che annodano le maglie

    come dita che s’intrecciano al futuro

    Che sempre aspetta e accoglie

    chi non ha pena o smarrimento

    e viaggia ancora e ancora e ancora

    gene

  • La violenza del potere contro il Molino

    C’è qualcosa di maligno e rozzo nell’abbattimento del Macello, una legalità deformata e applicata con tutta una serie di menzogne senza pudore. In fondo è la banalità del male già evocata da Annah Arendt. Non si alzino sopracciglia, la linea è quella: la distruzione morale e fisica di un mondo alternativo. Il tutto eseguito con un paternalismo nauseante nel suo nascondere la ferocia degli intenti. Sia chiaro, tutto questo massacro potrebbe essere solo stupidità, ma chi lo sa se non sia peggio di una strategia totalitaria ben definita? Borradori dice di non essere d’accordo con chi lo chiama fascista, ma ribalta la richiesta di tolleranza con la forza e sbatte in strada un modo diverso di vedere le cose, fatto di persone e storie, cultura e inclusione. Come lo chiamiamo? Non può non sapere, lui e la fino a ieri sconosciuta Valenzano Rossi, che l’autogestione è un’intenzione e una prova di società alternativa, garantita dalla Costituzione. E che quindi non ha i crismi operativi della democrazia e nemmeno le strutture (a questo punto, per fortuna). Non può non sapere che il Molino ha altre dinamiche decisionali. Lo sa, lo sanno. Eppure hanno schiacciato il bottone. Come li chiamiamo?

    Il potere politico ha deciso di abbattere nottetempo lo stabile ex-Macello, anzi, lo ha fatto abbattere perché queste signore e questi signori non hanno mai piantato un chiodo e non saprebbero come fare, che poi si suda e non sta bene. E allora avanti d’imperio, un dispositivo di polizia alla sudamericana, accuse di vandalismi agli occupatori dell’Istituto Vanoni (poche persone e per poco tempo, più un’azione dimostrativa) e tirando in ballo la famosa goccia che fa traboccare, in questo caso non il vaso ma la brocca (la sacralità di una proprietà privata abbandonata a sé stessa).

    Prima, sorridendo, era stata flautatamente buttata lì l’idea che una soluzione alternativa fosse apparsa d’incanto, ovviamente senza dirlo in anticipo, cosa che avrebbe magari fatto saltare il piano. Spiegando poi che nessuna azione era stata pre-concertata, nemmeno l’arrivo di forze dell’ordine vodesi (che probabilmente erano in gita aziendale a Lugano, già) e figurarsi l’abbattimento del Macello (le ditte hanno tutte dei picchetti il sabato notte, ovvio, pagati il giusto, di sicuro). Salvo poi fare retromarcia aggiungendo, a distruzione fatta, che il tutto era un’opzione (la chiamano così) e guai a stupirsi.

    Una bugia dietro l’altra, le accuse di provocazioni e vandalismi e di mancata volontà di trattare, il piagnisteo. Tutto con i volti decadenti della politica più bieca. Che, come in questo caso, non ha onta nel mentire, provocare, imporre, distruggere, tanto il dissenso quanto le idee, mortificando non solo il Molino o Lugano, ma il mondo intero.

    I veri vandali sono state le autorità, con le ruspe convocate nel buio della notte per distruggere uno stabile. Confiderei nella ragione dei cuori, autogestiti senza ingerenze, dove le ruspe non entrano e dove dire basta è un sollievo.

    gene