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  • Niente

    La luus da travers ai fei

    can l’è quasi l’oro da dasmet

    da camolèe par noto

    dré ai altri scanati,

    quai voll pa’ l’ugu

    ma pisei par mighi

    restèe indré da l’umbrii

    La duru poch

    la luus da travers ai fei

    ma l’è asei par domandas

    s’an vaar la pene da camolèe

    col fiaat in di calsei

    Da chi a ‘m pezet

    l’umbrii la sarà smorsada,

    i scanati i vorerà amò

    rantighèe dré al noto

    Ma l’é ilé che ti

    te podrà imbesuitt

    e majèe ‘m techet

    da pan e majoco

    con noto

    gene

  • L’origine del mondo

    L’attesa era durata tutto il giorno, ingannata andando per sassi nel riale fino a rischiare la pelle in quel posto che chiamano “La Terza Tasca”. Era giusto far salire i brividi, di freddo e paura, a piedi nudi in anfratti e strapiombi: serviva a preparare la partita. Eravamo ancora in balia dell’estate, tra libertà e solitudine, quando a dieci anni non conosci il senso dell’una o dell’altra e i confini non esistono, se non quelli dati dalla luce e dal buio. Luce: in giro per il mondo. Buio: a dormire. Ma visto che i confini sono sempre da superare, quella partita sarebbe stata disputata dopo il tramonto, in accordo con quelli del paese di là, anche loro, come noi, ansiosi di essere più forti.
    Il campo era stato scelto al limitare del fiume, un pezzo di campagna discosto e meno sconnesso. Uno per paese era stato scelto a rappresentare tutti e per imbastire alcune regole: niente calci o pugni a gioco fermo e soprattutto la definizione delle misure del campo. Alle otto, nella luce calante, gli altri arrivarono in bicicletta, anche a tre sullo stesso mezzo, scendendo come uccelli rapaci dal loro paese in collina: erano tantissimi e ci intimorimmo subito. Noi, che nella palude avevamo un mazzo di case umide, eravamo poco più di quelli che sarebbero andati nel campo a farla fuori una volta per tutte.
    Quando cominciammo era quasi buio, ma eravamo d’accordo che saremmo andati avanti anche nella cecità della notte, fino all’aurora, poi ci si sarebbe accordati a seconda del momento. Il pallone cominciammo a non vederlo bene dopo un’ora e un numero imprecisato di gol da una parte e dall’altra. Quelli che guardavano facevano chiasso, aiutando l’orientamento in campo. Dalle loro voci si intuiva dove potesse essere il pallone. Nelle rincorse ci si scontrava con violenza, ogni tanto qualcuno piangeva o bestemmiava.
    Senza più riconoscere i compagni dagli avversari e col pallone finito chissà dove, attraversammo le tenebre inventando ogni passo come sull’orlo della Terza Tasca.
    Un chiarore spinto dal canto degli uccelli annunciò infine l’aurora e ci fermammo a guardarci, prendendoci in giro per quanto eravamo sporchi e insanguinati. Quelli fuori avevano gli occhi che sembravano cadere dalle orbite, per la stanchezza e l’eccitazione. In quel conciliabolo da derelitti, qualcuno propose di andare avanti fino al sorgere del sole, ma la proposta fu dichiarata insensata, quella era una partita di notte ed era il buio a convalidarla.
    Era impossibile ricostruire il risultato senza fare a pugni e decidemmo allora di tirare in porta a turno fino a quando qualcuno avrebbe sbagliato. Ma il pallone non si trovava. Qualcuno era ancora in uno stato passabile, ma i più piccoli piangevano e si buttavano a terra per opporsi alla fatica. In quel momento decisivo per le sorti dell’orgoglio apparvero padri e madri, a frotte, coi volti stravolti dalla rabbia e ci riportarono a casa a calci e schiaffi. Non riuscimmo in nessun modo a tenere aperti gli occhi quando sorse il sole.

    gene

  • La leggenda dei fratelli Dotti

    Risultano nati a Mairengo, i due fratelli Dotti che un sabato di settembre, l’undici per essere precisi, hanno segnato un gol ciascuno. Oh, chiaro che a segnare un gol in qualche sport, nel mondo, sono stati in miliardi, quindi che notizia è, si chiederanno nei peggiori bar di Belfast e Iquique. In effetti non è una notizia, ma qualcosa di più: i fratelli Dotti quei gol li hanno segnati nella nuova pista del ghiaccio dell’Ambrì Piotta, aperta al gioco dell’hockey e al pubblico proprio quella sera lì e distante da Mairengo qualche chilometro, percorribile a piedi, se si vorrebbe.
    Nella loro ancor giovane vita è probabile che anche i Dotti siano andati a piedi qualche volta nella vecchia pista del ghiaccio, trascinando borsoni fin da piccoli. La vecchia pista si chiama Valascia, quella nuova è così nuova da non avere ancora un nome. Quando le squadre e i tifosi ci sono entrati dev’essere stato come quando si scendeva dalle montagne alla fine dell’estate e le case al piano rimbombavano alle parole, odoravano strane e brillavano. Era un effetto spaesante, dopo mesi in cascine nelle quali aleggiava fumo tra afrori compositi, le voci erano racchiuse in pochi metri senza eco, la luce entrava da feritoie e i muri trasudavano secoli dalle pietre. Un po’ come la Valascia, la vecchia pista.
    I fratelli Dotti, che si chiamano Isacco e Zaccheo e già in questo trascinano qualcosa fuori dal tempo, probabilmente (bisognerebbe chiedere a loro) si sono trovati di fronte alla razionalità della nuova pista del ghiaccio e hanno deciso di affidarsi subito alla follia che abitava quella vecchia. Da difensori sono andati all’attacco segnando quei due gol, trascinando nell’avventura tutto il pubblico che nella nuova pista non aveva ancora preso confidenza con seggiolini e comfort sconosciuti. Il ruggito della vecchia Valascia si sarebbe sentito forse fino a Mairengo, ma la nuova ci ha provato e ne sono venuti fuori diversi boati, anche se i materiali isolanti comprimono tutto dentro e fuori non si scompongono nemmeno i grilli.
    Tra lo stupore generale per l’effetto, dei gol e dei suoni, Isacco e Zaccheo Dotti hanno inciso i primi rimbombi nella nuova pista, uno ciascuno. Alla fine saranno sei i gol che l’Ambrì segnerà nella porta avversaria. Ma anche nei peggiori bar di Iquique, di Belfast, o di Managua e posti così, saranno i nomi di Isacco e Zaccheo Dotti a ingigantire leggende, tramandate dall’intramontabile sot a cu biot.

    gene

  • Afghanistan

    Che bella la disposizione del ministro

    nel parlare ai delinquenti con il mitra,

    mentre vittime si contano innocenti

    alle porte dell’inferno che si spaccia

    per un cielo arcobaleno di speranza

    e invece è tutto un sotterrare d’oltremare,

    impedendo fermamente di salpare

    a donne bimbi vecchi col terrore nelle vene

    Il ministro e la ministra, c’è da dire,

    scarafaggi in coppia e riscaldati,

    in fondina di minestra con le lettere

    che formano sul bordo, come un gioco,

    o una spiritica seduta,

    Morte Abbandono Rifiuto Ipocrisia

    La patria in cui anche noi si sopravvive

    mercanteggia l’esistenza di popoli lontani,

    massacrati da spettrali in barba e mitra,

    ben disposti a déi vigliacchi e papaveri fioriti

    a patto che nessuno, beninteso,

    si presenti a mano tesa alle porte dell’inferno

    il nostro, elvetico

    gene

  • Salvate i soldati boomer

    Quando lo racconteranno ai millennials non ci crederanno. Eppure anche i boomer hanno i loro tormenti, tipo la scuola. Reclute. Comincia in luglio, quando le altre scuole chiudono e il mondo va in vacanza o si butta nel torpore ozioso delle scuse estive per non far niente. La leva militare è invece un tormento di quattro mesi con abiti ripugnanti e aggeggi da portare in giro con la voglia dei penitenti, sempre a comando e con la libertà delle sere civili trasformata in traveggola.

    Il primo giorno, dopo un viaggio in treno con aria da gita, arrivano lì alla caserma come tanti brozzoni west coast e nel giro di qualche ora si ritrovano con lo schioppo oleoso e un pranzetto a base di wienerli e acqua.

    Che gente, fa il Malfanti nel suo dialetto di Sonvico con la e finale, dalla gente al campe. Intende, indicandoli, i superiori già vestiti di tutto punto e che aspettano come faine al pollaio.

    La prima sera, porcocane, a guardare dalla finestra il tramonto argoviese in molti si commuovono, ma solo perché alle dieci bisogna essere in camera. Alle dieci! Anche il giorno prima si rincasava alle dieci, sì, di mattina però. E il risveglio nella camerata è una luce abbagliante, urla di comando, colazione col Nesquik (e acqua) che probabilmente ha dentro qualcosa per non far tirare l’uccello, l’organo con cui si ragiona attorno ai vent’anni e che per l’esercito è un simbolo di ribellione da reprimere. Altro che mammine e morosette.

    Le prime settimane sono tutto un imparare distintivi e regole formali. Ma neanche all’asilo tra elefanti e gelati come contrassegni, però è così.

    Mi fanno male i piedi, risponde il Rovelli alla domanda sul motivo delle adidas Rome invece degli scarponi.
    Come ci si annuncia? lo corregge il caporale Sieber, un pivellino di origini ungheresi con dei tic espressivi non da poco.
    Caporale, mi fanno ma…
    Caporale! Zappatore tal dei tali! E poi può parlare.
    (zappatore è il corpo delle truppe del Genio dove ci si illude di costruire cose sensate, con la zappa)
    Caporale, Zappatore tal… Rovelli… ehm… cosa devo dire adesso?

    Vanno avanti ancora un po’ a non intendersi bene, poi il Rovelli deve correre a mettersi gli scarponi sennò la sera niente libera uscita, per nessuno dei centoventi della compagnia e la colpa la danno a lui.

    Qualcuno finisce agli arresti perché proprio non ce la fa a ubbidire, ma in genere si adeguano cercando tattiche più furbe per sbrindellare il sistema. Tipo annunciarsi di ronda e nascondersi al nemico, con le birre e i salametti. Oppure rubare in cucina dell’ottima carne di scimmia in scatola da far esplodere col fornellino da campagna.

    Ma quando c’è da pulire l’attrezzatura varia e infinita è meglio darci dentro. Se si perde qualcosa lo si va a rubare ai tedeschi, tanto loro ci credono e non hanno tempo per i dubbi. Il coltellino, se perso, va ricomprato, sedici franchi. Col cazzo! Lo zappatore Stillhard ne ha uno abbandonato a terra mentre si concentra allo stand di tiro immaginando comunisti, e zacchete e ciao, sedici franchi risparmiati.

    Se si comportano bene, la sera hanno tre ore per andare in città.

    Sciamano dal Gasthaus Sternen al night, questo ovviamente ancora chiuso, gli orari non sono quelli della caserma. E allora, giù birre, e i rientri canterini si trasformano in marce punitive il giorno dopo, con tanto di cerchi alla testa che fanno davvero amare la terra patria che sono chiamati a difendere.

    Il Malfanti non ne vuole sapere, assomma ammonizioni a tutto spiano e non lo vediamo per giorni e giorni.

    A stagh in preson a faa nigot, e come dargli torto.

    Il mercoledì pomeriggio c’è il prete con i gradi di capitano, e seduti ai banchi come scolari ripetenti bastano gli sguardi per divertirsi a ‘sta cosa folle. Il seminario è frequentato anche dalla foltissima colonia degli anticlericali, ma solo perché per due ore possono dormire senza patemi, liberati dal senso della vita all’incontrario propugnato da un prete graduato.

    Il giovedì è in programma la ginnastica, ohibò, per la quale il Rovelli si presenta in trenig verso le nove ma lo rimandano a cambiarsi poiché comincia solo dopo pranzo. La ginnastica non è mica una partitella o qualche corsetta, no: è strisciare e saltare immaginando un nemico, col caporale Sieber a rendersi incredibile con una tutina Nabholz della Ackermann che le hanno finite anche a Budapest.

    Poi, per due mesi ritornano in Ticino, dislocati a mettere in pratica l’addestramento, con strade da scavare sulle montagne leventinesi e territori luganesi da difendere a costo della vita e con granate finte. Per dire, lo zappatore Toscanelli, che è uno di quelle parti, va col Malfanti a difendere la madre e si assentano per un giorno, come catturati dal nemico, e nessuno se ne accorge.

    Ormai si è al punto che gli zappatori hanno capito come va e tra una scusa e una fuga riescono a non fare quasi niente di utile, inseguendo il dilettevole come se fossero vacanze. Il tenente Blumenthal non è molto d’accordo sull’andazzo, ma il Malfanti gli fa che se non è contento può tornarsene nel suo Grigioni di merda. Col risultato di finire piantonato in cucina, massima punizione possibile a quel punto del servizio che si sta più al Grotto Serta che in tenda.

    Una sera prendono su un Pinzgauer e in una decina fuggono di frodo a Lugano per far festa, ma sulla precaria strada del ritorno bucano. Piantano il mezzo e se la fanno a piedi. Il giorno dopo, inchiesta, che cade nel nulla come a Corleone. Sono tutti sfiniti, compresi gli uni e gli altri.

    L’ultima settimana, tornati in Argovia, è interminabile nella noia dell’attesa e nell’atroce pensiero che sì, sta per finire, ma gli hanno rubato quattro mesi di vita. E sappiatelo questo, voi generazioni future che li accuserete di eccesso di bambagia!

    Okay, di tutto questo i boomer ne parleranno a ogni rimpatriata, annoiando le eventuali mogli e suscitando fastidio nei figlioletti millennials alle prese col ketchup sintetico. Senza peraltro riuscire a spiegare quanto è stata dura la vita al fronte, con un nemico immaginario che incombeva e la stretta necessità di schivare il rancio per mangiare i salametti portati da casa.

    E quel dover fare i conti per tutta la vita con la nostalgia della crema Stalden alla vaniglia o del paté in tubetto.

    Diranno, facendosi compatire.

    gene

  • Un altro modo di vincere

    Non poteva essere altrimenti, in termini numerici: sette gol l’Aarau, zero il Someo. Secondo la logica ferrea che le reti in più fanno la vittoria, marcano il territorio, definiscono un valore, acconsentono di continuare il cammino drammaticamente eliminatorio, questa è la cosa che conta. E non ha nemmeno senso parlare delle categorie di differenza – le sei a favore dell’Aarau è come se si facesse giocare una squadra di prima elementare contro una di seconda media – poiché sembrerebbe una scusa, una pregiudiziale da attivare col sorriso, tanto è uguale, sarà bello lo stesso, è stato bello lo stesso. Il senso è che ci sono altri valori essenziali.
    Uno di questi è il convincere una parte di popolo ad andare allo stadio, in questo caso il campo, termine che più proletario non si potrebbe. Un altro è riuscire a mettere sotto i ragazzi dilettanti con nuovi allenamenti e nuovi pensieri, ragazzi perlopiù in vacanza dopo un anno di lavori e dolori e con tante altre cose nella testa. Infine, il giorno della partita, unire questi due elementi e fare in modo che ne venga fuori una cosa ben fatta.
    Il mio amico Patrick, che è il presidente del Someo, è una specie di Mujica, e anche se non sa dell’umiltà indefessa dell’uruguayano, fa le stesse cose con pochi soldi e tante idee ordinate, e con la gentile capacità di coinvolgere il popolo. La cosa è riuscita benissimo, il campo si è colorato in quella luce d’agosto che già propenderebbe per settembre ma è trattenuto dalla canicola. I suoni sono cristallini come i primi vagiti del mondo e perfino i gutturali canti ritmati dei tifosi ospiti sono accolti con piacere, tra un vaffa a squadre non presenti e attaccamento ai cervelat. Rispondono improvvisati i cori di uno sparuto gruppo ultrà biancoblù che stravede per Nino, incitandolo a non avere paura, che altruismo e fantasia contano di più che tante balle tattiche.
    E poi si gioca, quelli dell’Aarau sono giovani cavalli di razza anche quando camminano, il calcio è il loro lavoro, hanno quell’istinto animale nel girarsi, nel saltare, nel sentire l’odore del gioco, nella percezione degli spazi e delle traiettorie. Quelli del Someo, però, si piazzano con una forma ancestrale, con la fermezza dei muli sotto la pioggia e andranno avanti così per novanta minuti, semplici e precisi, con quella dignità del fare le cose per bene e poi vada come deve andare. La partita si svolge con una regolarità geometrica: gol a scadenze regolari, squadre che interpretano sé stesse con coerenza, popolo in festa, aromi di premio per tutti, dalla vittoria al cibo e alla birra.
    Già, perché quando tutto è finito si rimane lì in tanti, forse tutti. Mentre si mangia un risotto, quello sì, almeno da semifinale mondiale, si ha il tempo per applaudire i ragazzi del Someo che ovviamente si aggiungono alla festa. Applausi anche a quelli dell’Aarau, ma sono omaggi un po’ malinconici perché loro stanno oltre la rete metallica, separati, seduti sui gradini degli spogliatoi mentre mangiano da scodelline di plastica, forse birchermuesli o integratori che l’ordine militaresco dei professionisti impone. E vanno via presto su un bus immenso, salutando un po’ stancamente, mentre quelli del Someo rimbombano al campo fino a notte fonda e qualcuno torna a casa a piedi nel buio colloso, vincendo la partita.

    gene

  • Le nuvole

    I nugri bian sto bot

    ié a ferense,

    in sto dì da sost

    da l’acqua d’aost

    A voltarel i fa feste

    coi got a bombasini,

    ié storn e mut

    Is mou adasi par mighi

    faigh ghiti al ciel,

    sadanò ag vegn

    amò da ghigneèe

    e co l’acqua da i ecc

    in gorondo

    o be’ piou a sidel.

    Peu tucc a lamentas

    dai nugri negri

    a gotoi

    gene

  • Discorso per ipotetico Primodagosto

    Mio padre non avrebbe potuto giurare con la mano sinistra alzata, quella dei sentimenti, della fede e del coraggio. Anche se lui credeva ai valori che oggi sempre più sono fraintesi, gli mancavano il medio e l’anulare e quando l’alzava sembrava uno sberleffo. Al Grütli ci era andato per i Tiri di Campagna, esibizione pacifica e sportiva, dove il giuramento non era richiesto, bastava una buona e innocua mira. Nel 1291, dunque, non l’avrebbero scelto per fondare la Svizzera, a causa di quella mano sinistra mutilata che si atteggiava innocente a un gesto scaramantico o di dileggio ma che di certo non era buona per un giuramento.

    Oggi, in questo Primo d’Agosto 2021, forse la sua menomazione sarebbe vista come un vanto e salire sul pulpito facendo il gesto delle corna in occasione di un qualche discorso pubblico potrebbe essere una referenza per tutti quanti sono in qualche modo diseredati e un’opposizione alla malignità del potere. Di certo, mio padre non salirebbe su nessun palco, se non per rappresentare tutti quanti, lui che conservava in sé i fondamenti del liberalismo e della laicità, lui che avrebbe arricciato moderatamente i suoi baffi e il suo naso nel sentire e vedere questa società e questa politica che parlano di divisioni e disuguaglianze come ineluttabili e necessarie.

    Mio padre era falegname, costruiva invece di distruggere e, seppur privo di due dita sacrificate al mestiere, ci sapeva fare senza l’impeto di giurare e in particolare di giurare il falso come spesso è accaduto in questo anno doloroso. Avrebbe potuto essere una ferma opposizione ai discorsi pubblici di chi invece abbatte nel buio, come gli infami eserciti che nelle notti millenarie della storia decimavano, e ancora decimano, popoli e città col favore delle tenebre. Li udite questi spergiuri, proprio oggi, per radio o per televisione, nelle piazze e nei palazzi, e certamente stanno parlando di valori che per primi misconoscono abusando del loro potere. Sono stati incaricati di parlare al popolo in questo compleanno della patria proprio per questo, per rilanciare una verginità perduta nei bordelli della prevaricazione. Ascoltateli bene, per smascherare il vaniloquio della prepotenza paternale.

    Non so cosa direbbe mio padre, alzando quella mano sinistra difettosa. So però che saprebbe rinvigorire qualche cuore ferito, reclinare qualche volto ipocrita, lenire qualche afflizione immeritata.

    Invece tocca a me tenere questa allocuzione e sono ormai giunto alla fine. Sebbene abbia ancora tutte le dita, non giuro lo stesso su nessuna bandiera perché la mia patria è l’università delle genti e degli animali, dei fiumi e delle piante, del cielo e della terra, delle montagne e del mare. Non giuro, dunque: preferisco abbracciarvi, sorelle e fratelli.

    gene

  • Le tre meraviglie dell’Olimpo

    Qua il consiglio è: mettere in cuffia la musica preferita e prepararsi in sella con Jolanda Neff, Sila Frei e Linda Indergand. E via. Pedaleranno loro, le meravigliose ragazze svizzere, a noi basterà goderci questo viaggio tra la natura giapponese. Ci saranno sobbalzi dei cuori tra le pietre, occhi annacquati dalla fatica e dalla felicità, gambe impiastricciate di fango e mani artigliate ai manubri, per tirare e per aggrapparsi a un sogno là in fondo: l’Olimpo.
    Nelle curve sarà come alle giostre, che qui, in questo posto di terra e bosco, un tempo c’erano davvero e poi sono state dismesse. Si va. Tornano oggi, le meraviglie del parco giochi, e per empatia sentiamo anche noi la forza e lo sforzo di Jolanda, Sila e Linda. La musica si fa più forte e le emozioni ormai non si contengono, eppure questa ragazza d’oro e acciaio non si ferma mai, non può e non vuole, l’Olimpo si avvicina.
    Anche Sila e Linda sentono che il grande giorno sorge, anzi è levante come questo paese lontano e che si chiama Giappone ma che ormai è tutto rosso e pentacolo. In fondo all’ultima fanghiglia si vede un prato e poi una striscia d’asfalto. Jolanda agguanta una bandiera e alza le braccia per dondolarsi sull’altalena dell’Olimpo, dove gli dei la accolgono e tutti insieme sollevano anche Sila e Linda. Le tre meravigliose e nostre ragazze, con le quali tutta una popolazione si fidanza seduta stante, ora volteggiano nel cielo di una gloria che è così grande da non riuscire nemmeno a pensarla.
    Oggi si può ascoltare musica e vedere immagini, senza fare nient’altro. Bisogna ringraziare lo sport, che fa straparlare, piangere, ridere. Ma soprattutto, fa vincere con la gentilezza delle ragazze scolpite nell’eternità olimpionica: Jolanda d’oro, Sila d’argento, Linda di bronzo.

    gene

  • Girotondo

    Non mettermi tra le cose perdute,

    un biglietto di treno o una speranza,

    come se non ci fosse posto

    al mondo per qualche domani

    che, chissà, aspetta guardingo

    Abbandonati i giorni famelici

    di un canto all’alba solitaria

    in un prato scostato dai rovi

    dei giorni uguali e voraci,

    resto fermo in me, ma un passo

    ancora mi muove avanti

    Non sono perduto in una linea,

    ma accolto in ampio cerchio

    congiunto nelle ore non paghe

    di un tempo interminabile

    Nella notte che segue, tra il lume

    di un viaggio senza biglietto,

    in un orizzonte coperto,

    potresti ritrovarmi, quanto intatto

    non so, ma certo lì, simile

    gene