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  • Ribellione a dicembre

    Gli era sempre piaciuta l’entrata a pie’ pari di quando giocava a calcio. Il dicembre di quell’anno, che dapprima s’intendeva metaforico e santo – la tradizione, l’idea, la pace, la neve, l’altra guancia – lo volle pratico come spalare terra.
    Sveglia! C’è da fare, periodo buono per vendere e comprare!
    Ah ‘iocane. E il sacro allora?
    I money, tarluch! Dasedet!
    Verso il due, un martedì che albeggiava dopo il solito lunedì a tirare assieme un bel niente, si propose con grinta: faccio anch’io. Sfogliando di qua e di là, giornali e social più qualche distratta occhiata alla tele e orecchie acufeniche alla radio, aveva notato orsacchiotti di pangrattato, coltelli cinesi, ventole per stufa, white week, aberelli di polistirolo, corsi relazionali, consigli musicali e opere pie à la carte – elenco ridotto per questioni di spazio e possibile noia per chi legge, ndr, nota del resiatt.
    Faccio anch’io, ma cosa? In uscita, già sull’uscio, brillavano alcuni libroidi, raccolte di cose vecchie e di cose pretestuose che magnificavano odissee de ‘sto caz, gialli di un mondo improbabile, affermazioni estese di sé, depurazioni di stile in equilibrio, deliri di canaglie a invito, riesumazioni di cadaveri letterari. In fondo, Gesù Bambino ha tutto sotto mano.
    Un libro ce l’aveva anche lui, concluso qualche mese prima dopo cinque anni a mettergli un tetto di cemento armato su pareti di abete di 13 mm (le perline). Crollato e bocciato da alcuni editori? Ci rimase male, ma poi si era detto che lui si spezza ma non si piega, proprio il due se lo disse.
    Convocazione a velocità della folgore di tutti i santi del calendario, che non fanno mai niente tranne stare lì di fianco alle annotazioni – Compleanno del Senesio. Dentista. Riunione Ovini. Apericena coi Majoti. Fine dieta.
    I santi del Collettivo Cimitero, per colletta e autopublishing, dissero sì. E con uno dei loro miracoli, per il dodici era stampato e verso il venti almeno quattro copie erano state vendute, scambiate per pubblicazioni dei Geova, con tanto di porta a porta e prediche sulla decadenza.
    Altro che teorie sulla bontà e sui giusti modi di dire, sui viaggi della speranza e sui ritorni d’immagine. Le contumelie dei “clienti” meritavano ascolto.
    Venduto aveva venduto, contributo dato. Portò le sedici copie restanti sotto l’albero della piazza e gli diede fuoco come al primodagosto, divertendosi fino alla cenere.
    A Natale mangiò ravioli in scatola. Da solo.

    gene

  • Sottobosco è lui!

    Io so chi è. Io so chi è il Sottobosco Francesco. Non come il Cotti Alberto che sembra millantare il segreto, e poi satireggia ineffabile.
    Io lo so davvero. Altro che morte del giornalismo d’inchiesta!
    E mi girano le balle che il Sousbois si approfitti dell’anonimato per invadere territori non suoi.
    Si è venduto al Capitale! Orrore! il Francis.
    Come un mulo parlante qualunque. Dal suo eremo, un loculo bellinzonese, è balzato fuori e si è preso il diritto di sbertucciare il mondicello nostrano. E va bene, va bene, fai bene Francis a smerdare Lugano, fai bene a deridere il Libro Bianco, quello della verginità di una meretrice, ma più ricco; fai bene a incozzare i Dadò, i Mirante, i Pamini, i Chiesa; fai bene a tapparellare il misero penser-de-latrine del Regazzi, che non è neanche un Regazzoni e in curva fa cagare; ti ammiro, okay, quando obbietti che il Gobbi, in fondo, occorrerebbe farlo bere di più, così da farlo parlare in termini.
    Oh, io sono anche d’accordo sull’Underwood mascherato, come Zorro. Sono d’accordo con lui su tutto, sul calcio che esiste solo nel Sopraceneri o sulla vita sociale che a Lugano porta alla pena capitale.
    Sono d’accordo. Sono d’accordo, cazzo!
    Però, vendersi al Capitale no. Che cosa ci fa il Sottobosco in libreria? Non è che un rovo, che punge e non si penetra. E invece, tallo lì che fa la strenna.
    Allora, visto che toglie il pane di bocca a me come scrittore, diopo’, ve lo dico io chi è e come è tornato fino a qui, all’assunzione di gloria.
    Da un loculo, è risorto, appunto.
    Era stato laicamente incenerito alla fine di una vita e di una carriera esemplari, dove il pane era pane e non agglomerato di qualcosa. Dove il vino non arrecava etichette sboronesche, ma fermentava in cantine vietate ai minori. E le parole contavano!
    Come sia riuscito a rinascere, solidificandosi dalle ceneri come un golem del Motto d’Arbino, non so. Non lo so!
    Ma è lui.
    È il Righetti Argante! Lines Winching!
    Il radicalismo invece continua a essere morto.
    E comunque ci vediamo al firmacopie.

    gene

  • Come guarire la labirintite e altre abilitazioni

    Al limite, se proprio, scarpe senza stringhe, ma evitare di fare di testa propria, mi fanno quelli dell’assicurazione, per iscritto, che a me ci tengono, come dicono sempre nelle lettere dove parlano di costi e aumenti inevitabili, e in linea con il prodotto interno lordo.
    Bisogna che ci mettiamo in sicurezza, in guardia, dagli infortuni casalinghi alla pressione bassa, o alta. Quindi, scalette a norma per armadi di cucina, con imbragatura agganciata al lampadario, che poi per attaccare l’imbragatura al lampadario devo sempre chiamare Mario per tenere franca la scaletta a norma. Che una volta fatto tutto il gioco di funi e sono su a guardare dentro, la maggiorana è finita, magari e ti viene il nervoso.
    Una vita sana, mangiando bene, non arrabbiarsi, respirare.
    Da qualche mese mi gira la testa per una, dice il doc, labirintite.
    Non sgobbarti a mettere le scarpe, fatti aiutare, comprati un negro che te le allaccia, dice spiritoso e intanto mi gira il soffitto e anche un po’ le balle.
    Devo mettermi in sicurezza, se mi gira la testa verso destra, cioè quando il resto del mondo gira a sinistra, mi bevo una birretta o due sperando che oppongano una forza uguale e contraria. Sembra la parabolica a Monza.
    L’alcol fa male, anche un millesimo di cucchiaio, il nostro fegato si indurisce come avere una spina di cactus nel culo. I grassi! I funghi allucinogeni!
    I copertoni di riserva non ci sono più, ma dove vive?, troppa gente in strada a girare il cric. La canna della pigna, dove avete il formulario della messa in sicurezza annuale da controfirmare collo spazzacamin? Eh signore, se tutti fanno così. Ci vuole un corso, disciplina!
    Ci vuole un corso per bagnare la vigna, e un permesso per bagnare quella degli altri, con l’attestato che ha validità a decorrere da qua a là. In vigna, implementare occhiali e stivali a norma, non intercambiabili, usa e getta negli appositi raccoglitori, che trovi alla migros per circa dieci franchi cadauno, ma solo dopo previa e apposita presentazione dell’attestato di abilitazione. Quello per i voli interspaziali non va bene, non facciamo sempre i furbi, sciori!
    In caso di comunicazione alle autorità competenti, inviare con l’apposito codice un discorso registrato che contenga tema sviluppo conclusione, non saranno accettate registrazioni casalinghe, ma solo elaborate dai preposti studi fonici presenti sul territorio.
    Ma io sto a Bedretto! Vada a Biasca dal Delmuè, abilitato alla bisogna. Il Delmuè delle cantine? Lui. Riceve il sabato.
    Comincio a pensare di barricarmi in cantina come faceva il Delmuè.
    Parto, senza fumare in stazione che sennò i treni non ci vedono bene e il sistema radar si confonde. Non stare in piedi sul treno, forte il rischio di cadute impreviste. Se è pieno, prendere quello dopo o dopo ancora. Fino a sedersi a braccia conserte. Vietato stazionare in primaclasse, c’è gente che paga e si pretende rispetto. Il rispetto è tutto! Se dai, avrai!
    Il Delmuè non c’è, l’é in Pontron pala cascia.
    Protesto. Nel caso di dubbio, mi ha spiegato l’ufficio riformazione umana URU, richiedere il formulario per ottenere il formulario speciale FS, e apposito, con pagamento cash anticipato, quanto? sui venticinque.
    In caso contrario, non verrà rilasciato niente e messa a registro l’inadempienza, a meno che il sistema digitale non vi abbia già inglobato e in questo caso occorre comunque rivolgersi al funzionario, preposto anche lui. Se così non fosse, la procedura verrà interrotta e dovrà ricominciare dalle scarpe senza stringhe, fornite dall’assicurazione dietro pagamento, previa visita dallo specialista cantonale.
    Il doc spiritoso, amò. Quello delle battute sulle scarpe.
    Ag la faghi più…
    Alt alt alt! Stare sul divano a far passare la labirintite, hanno scritto per raccomandata, è una procedura non riconosciuta, a meno di sopravvenute esigenze terze e inderogabili, che non è il suo caso.
    Dopo tempestiva e finale richiesta per motivi di pace interiore, inevasa, ho buttato le scarpe dalla finestra.

    gene

  • Pantheon – Trailer

    […] Perché agivo così, con quella prudenza che lasciava al caso le sue mosse e mi paralizzava? Quando volevo invece vederlo… Stare con lui in qualche posto da soli. Parlarci baciarlo ascoltarlo annusarlo toccarlo, guardarlo muoversi, magari anche solo quando preparerebbe il caffè in un mattino di pioggia e lui pensa che non ci bado e così armeggia naturale, nella semplicità miracolosa delle faccende.

    E invece no, lo sfuggivo con il cuore in buzza e i pensieri aggrovigliati. Non sono capace di oppormi ai giudizi di mia madre e all’indifferenza stopposa di mio padre. Divento vecchia, immobile. E gelosa, che non so cosa fa quando va in giro, anche se ne ha il diritto. Non so nemmeno se mi voglia bene, ma potrebbe di certo odiarmi. Forse sono tutte cose che mi invento e quel bacio era stato solo un fare da ciocca. Dentro una bella festa che è diventata scottante per me, mentre lui tornava a buttar giù birre con i soliti idioti.

    Mi fa rabbia, lo desidero.

    Eppure non ho fatto niente, non uno schiaffo, non un sorriso. Tutto giocherà contro, i compleanni, le vacanze, l’automobile. Non so neanche come vestirmi, ho paura che ormai non mi guardi più. Non mi cerca nemmeno con gli occhi, quel cercarsi di nascosto che è così bello. Gli parlo a fare? Perché mi domanda se sabato sono in giro e io rispondo non so?

    Mi sento ingabbiata, morente nelle mie ritrosie, che non sono veramente mie nemmeno quelle: sono armate dai giudizi impietosi dei miei su di lui, e mai, mai, che spiegassero il perché. E allora resto lì a guardare la televisione, o il soffitto, senza capire niente. Lui di sicuro andrà ancora in giro con quelli del calcio, o chissà dove, a ridere con il Gabi, magari di me, che sono scema.

    Cosa me ne faccio dell’auto nuova? Sono quella del due di picche quando la musica finisce, e nel buio della notte mi sento davvero sola e la settimana che arriva è un dovere. Afflosciato come le passeggiate in campagna nella speranza di vedere lui, che non c’è mai e forse si nascondeva apposta per non incontrarmi.

    Non lo troverò il coraggio di dirgli queste cose, ho paura che fugga ancora, o che risponda che no, non gli interesso. E se lui fugge, cosa faccio io? Lo inseguirò con l’audacia che non ho, o resto a casa a mangiare i tortellini la domenica con la stessa voglia dell’inghiottire segatura? Mi detesto. […]

    gene

  • Breve trattato sul portiere e l’aromat

    Bisogna crescere, non star lì a fare i pici con la scusa che uno è fatto così e ciola, cambiare, facile a dirsi per te che al massimo ti domandi se ci va l’aromat. Ci vogliono momenti di confessione pubblica, ecché, fare ammenda, incassare gli eraora e i bravo, che fanno imbufalire come i staicalmo faniente quando hai sbagliato a porta vuota. Magari uno cresce be’ anche, anche se sul momento non se ne accorge e tutto ha in mente meno che starecalmo. E faniente una sega, faniente.

    Nel percorso di crescita del Genetelli, il momento più impegnativo è stato quando ha visto, alto come il Piz da Crèe, il suo fallimento.
    Allora, autofiction!
    Il Genetelli non aveva una squadra, sempre fuori età, piccolo generalmente. Triplare triplare triplare. Ma ala Lisc’chi, pantano bonificato, o in Pasquei, la piazza, quella con ostacoli durissimi come le panchine ad altezza stinco o la fontana che ingombra, come Schwarzenbeck con gli olandesi. Avversari più infidi del Meme o del Clod, ultime scelte del pari e dispari, o del Leti che scalcia da dietro.
    Un’idea è stata allora il passaggio, da attaccante a tutta piazza, a portiere. Sempre senza squadra e a dodici anni è un fardello grande come una pioda. Ok, portiere senza squadra, ma tenersi pronti. Allenamento in Busciarini, il Giani a tirare con i piedi, non troppo buoni, e con le mani, e il Genetelli tra due sassi e i guanti da giardino del Pa’. A balzare spettacolare anche quando non serve.
    Che portiere! ha detto il Giani il settimo giorno di sedute al crepuscolo. Al crepuscolo perché prima c’è la scuola. E la scuola ha il torneo. Il torneo dei paesi consortili. Almeno quello.
    Bisogna crescere, abbandonare il certo per il dubbio. Poi, ah, trasformare il dubbio in convinzione: basta con i gol da fare, è il tempo dei gol da evitare. Come per tutta l’esistenza, che il Genetelli in quei giorni immagina che possa spingersi fino ai vent’anni e a Anfield a prendere il posto di Clemence, dopo aver scalzato Rossini dall’ACeBe.
    La prima partita del torneo la salta per punizione da parte del Pa’, groppo irrisolto e più volte svelato in scritti meno onesti di questo. Ma la seconda è il debutto: portiere.
    Vincono quindici a zero, segnano tutti, anche il Meme che la sola porta che riconosce è quella di casa. Al Genetelli non arriva neanche un tiro, tanto che nel finale è andato avanti, sempre coi guanti del Pa’, ha dribblato tutti i poveretti e poi ha calciato a lato della porta vuota. Staicalmo faniente.
    Segnata sul taccuino del cervello quella data di merda lì, eccoli i fallimenti che ti fanno rialzare. Il Genetelli è tornato ai dribbling, diffidando delle porte, fino a circa sessantadue anni. Senza passare da Anfield, ma con la sensazione di essere cresciuto a dispetto delle opinioni. E l’aromat ci va.

    gene

  • Il Ministro delle Finanze Occultate

    Con lo sguardo impostato alla telecamera, dopo aver strizzato l’occhio al cameramen, il Ministro delle Finanze Occultate (Mfo) si preparò alle domande. Non prima di aver dato il saluto a tutti da parte delle istituzioni, per sentirsi spalleggiato.

    – Cosa intende fare per migliorare il potere d’acquisto dei cittadini?

    – Grazie per la domanda. Prima vorrei fare una premessa che tenga conto delle misure già implementate, frutto anche della collaborazione con la Commissione della Spendibilità Aggregata. Ci sono state una decina di riunioni nelle quali si sono valutate le criticità più evidenti. Quanto sarebbe costato ai cittadini l’aumento del carico fiscale imposto dallo Stato, piuttosto che l’impatto sullo sviluppo di altri progetti, e altri dettagli. L’iter è stato dibattuto nelle apposite sedi. Per rispondere alla sua domanda posso dire che siamo a buon punto, ma poi occorrerà l’approvazione del popolo.

    – Cioè, alzerete i salari e aumenterete le imposte ai ricchi? Il popolo sarà contento.

    – Prima di rispondere vorrei fare un passo indietro. Quando il mio bisnonno aveva vent’anni, faceva la fame perché non c’erano soldi. La situazione di allora è imparagonabile a quella odierna, che si lavora per cinque giorni a settimana e si hanno quattro settimane di vacanza all’anno. È chiaro che la situazione è migliorata dai tempi del bisnonno, ma secondo noi, dopo un’attenta analisi, non è più sostenibile.

    – Quindi alzerete i salari?

    – Esatto, come dice bene lei – scusi, per quale giornale scrive?

    – Il Popolare.

    – Ah sì, quel foglio un po’ estremista. Ma dicevo. Sì, alzeremo i salari con dei contratti collettivi. La nostra proposta, la più importante, è lavorare un giorno in più alla settimana e sarebbe uno scatto importante perché si passerebbe da 42,5 ore settimanali a 50,5. In previsione, come misura d’accompagnamento, si dovrà ridurre da 4 a 3 le settimane di vacanza, misura che è considerata sostenibile anche dalla Commissione dell’Equilibrismo.

    – Scusi la parola, ministro, ma non le sembra una stronzata?

    – Farò finta di non aver sentito questa provocazione, tipica del giornale per cui scrive e che non perde occasione per criticare senza sapere. Mi preme invece di sottolineare l’ottimo lavoro collegiale, sostenuto da tutti i partiti dell’arco costituzionale e dalla categoria degli imprenditori.

    – I sindacati cosa dicono?

    – Stiamo preparando un tavolo con le parti sociali che sono disposte ad accettare il nostro programma. Non tutti i sindacati operano solo con atteggiamento disfattista, alcuni sono dalla parte dei lavoratori e sono contenti per l’aumento delle ore di lavoro dei loro appartenenti. Del resto, il momento richiede sacrifici da parte di tutti, anche da parte dello Stato con il suo costo esagerato dato da impiegati e tecnici, e da sostegni sociali gravosi che ormai non sono più al passo con i tempi. Ridurremo anche gli sprechi per la scuola e per la sanità. Come vuole gran parte dei cittadini che sono stufi di questa eguaglianza senza merito. Non tutto può essere gratuito, neanche la salute, che andrebbe preservata dall’individuo, non protetta dallo Stato spendaccione. Chi può pagare studia, chi è ammalato si curi, chi non può studiare lavori, chi non può lavorare faccia una riflessione sul proprio comportamento. Il maggior carico di ore settimanali aprirà le porte a chi ha meno possibilità e a chi ha buona volontà.

    – In sostanza, lei dice che la paga rimarrà tale, ma si lavorerà di più? È una catastrofe.

    – Questo è il pensiero delle solite mele marce. Guardate che ci sono molti volontari che svolgono le loro mansioni gratuitamente. Si prenda esempio, per il bene del Paese e di chi produce ricchezza, dal volontariato che ingloba i cittadini che fanno senza sempre pretendere una ricompensa. Ci vuole più altruismo. Doveri, non solo pretese.

    – Dunque, lei sarebbe disposto a rinunciare al suo stipendio?

    – Stipendio non è la parola giusta: è un obolo per il tanto tempo che la politica mette a disposizione della comunità. Lo vorrei, certo, chi non vorrebbe lavorare gratis? Ma il mio mandato ha una legislazione precisa e che è, purtroppo, e lo dico a malincuore, immodificabile. Non siamo possibilitati a ridurre i nostri emolumenti. A questo punto mi sembra che non ci siano più domande. Grazie per l’attenzione e buon lavoro.

    Lo disse con un bel sorriso in camera, una mano sul cuore e l’altra alzata come saluto a qualcuno in fondo alla sala.

    – Aspetti! Scusi! Ancora una domanda! Cosa…

    Ma i microfoni si erano già spenti.

    gene

  • Come da ragazzi

    Due amici si rivedono dopo tanti anni. Si stringono la mano.

    – Come stai?
    – Non malaccio. E tu?
    – Ah, bene. Penso le stesse cose che sentivo da ragazzo: è bello stare insieme.
    – Sei sempre stato un immaturo sognatore, quasi inutile. Non hai nemmeno le rughe.
    – Ma se non ho ancora spiegato quali cose mi piacciono?
    – Le so, la fratellanza, l’amore, la musica, il gioco.
    – Anche l’aria di montagna, ti ricordi? La birra in agosto, la pioggia sulle lamiere.
    – Tempi passati. E cosa ci guadagni?
    – Niente, sono inutili, lascio il guadagno a te.
    – Non essere arrogante.
    – Scusa, ecco bravo, l’arroganza non mi piace, ora come allora.
    – Dillo a chi ci minaccia.
    – Chi ci minaccia?
    – Quelli che non lavorano, o rubano, o non rispettano la nostra cultura.
    – Quelli che rubano i boccalini per non lavorare?
    – Non prendermi in giro.
    – Ma no, la domanda è seria.
    – Non sei serio, cazzo!
    – Ero così anche da ragazzo, te l’ho detto.
    – Per questo non hai una posizione.
    – Sto in piedi, è poco?
    – Stai più seduto che in piedi.
    – È una posizione anche quella.
    – Io parlavo di un mestiere, una famiglia, uno stipendio, una ditta.
    – Ma quelle ce le hai tu, non ti basta?
    – E mi tocca mantenere quelli come te.
    – Esagera. Non sei contento di tutto questo tuo altruismo?
    – No, i soldi miei sono miei. Li guadagno alzandomi alle sette e andando a dormire alle nove.
    – Hai ragione. Ti ammiro. Sei felice?
    – Certo, mi piace il mio lavoro.
    – Era quello che sognavi?
    – Sì, da sempre.
    – Allora vedi? Senti le stesse cose che sentivi da ragazzo. Come me.
    – Però io mi sono fatto una casa, tu no.
    – Siamo daccapo: non tutti possiamo avere una casa, o almeno desiderarla. Sono contento per te. Io sto bene anche a casa degli altri.
    – O per strada…
    – Bello, in strada, fai cose, vedi gente. Come da ragazzo, vedi che caso?
    – Quando starai male non avrai nemmeno un posto dove farti curare.
    – Ollallalà.
    – Devo andare, pausa finita.
    – Ci vediamo.
    – Tra vent’anni. Ciao.
    – Allora ciao.

    gene

  • Tema – Il primo giorno di scuola

    Ho un po’ di vergogna, anzi tanta, con la mia mamma che mi tiene per mano, per mano vaccaeva, a passi brevi mentre attraversiamo la piazza e ci sono il Senesio e il Minio a guardare, coi forconi appoggiati e io provo a nascondermi dietro la mamma, che però mi strattona per la mano e mi tocca salutare mentre i due li vedo che sghignazzano. Io non so proprio cosa sia la scuola, cioè lo so, ma non bene e non so parlare e il grembiule nero mi fa la forma di un soldatino smorto, ho visto nello specchio del corridoio. Davanti alla scuola, cioè di là perché in mezzo c’è lo stradone dove di solito tiriamo calci e sputiamo acqua, mi viene da scherzare i compagni che in questa estate hanno inseguito rane e brancato rami di nocciolo per la guerra e adesso sono lì come scemi. Tutti in grembiule, fanno brutta figura. La scuola è ancora in ombra, l’ho vista diverse volte ma non ho mai pensato che fosse la scuola. Pensavo fosse disabitata.
    Smettila, dice la mia mamma tirandomi la manica.
    Di solito lo dice quando corro o salto, ora lo dice anche se sto fermo, forse ho fatto una faccia. Sembrano cambiati tutti quelli che conosco e quelli che non conosco non lo so, sono più grandi. Sono quei grembiuli lì e le facce e le mamme a imbarazzare, di solito non ci sono né gli uni né le altre e le facce che si fanno non sono quelle di guerra o d’acqua. Poi ci sono le bambine, apparse dal nulla, io in sei anni non le ho mai viste e sono convinto che loro il grembiule ce l’hanno sempre, anche prima di oggi. La maestra è una vecchia con tanti capelli, ci fa sedere, io sto di banco col Busi che mi sento meno straniero. Il banco ha una ribalta che guai a toccare senza permesso, dice subito la maestra vecchia. Poi ci dà cose, preghiamo, ci chiama per nome e dobbiamo fare silenzio. Scopro che il Leti si chiama Alessio e che il Checo è invece Moreno. Non male, dico ahahahaha Moreno! e lui mi scalcia. Poi si va avanti a braccia conserte fino a quando la maestra vecchia, si chiama Irma, ci dice che sono le undici e mezza e possiamo tornare a casa. Facciamo in tempo a sputarci acqua in piazza, sento il fischio del mio papà e vado a mangiare. Sono già stufo.

    gene

    da Ingombranti – Una raccolta (Giorgio Genetelli)

    2025, edizioni Temposospeso


  • L’orologio, il tempo e il Pa’

    Il mio Pa’ amava Thun, per gli aerei e il cibo, cose importanti in tempo di guerra. A me la cittadina piace per la sua posizione tra montagne incredibili che la sorvegliano. Una ha dato anche il nome allo stadio, Stockhorn. Dopo la partita toccherà fare un giro largo per tornare in stazione. C’è la processione di tifosi, giovanissimi che in branco fanno i duri con gesti belluini, ma poi sono teneri.
    Incontro Kerouac che mi dice a bruciapelo: “Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West. Dovevo andare.”
    Va bene Jack, devo andare anch’io, nel buio dell’Oberland. Nella luce sfavillante di Berna al mattino, penso a mia figlia e aspetto un’altra partita. Non ho gli affanni del mio Pa’, la guerra, la fame. Ne ho altri, non rimarchevoli, più simili al mondo beat. Uno è la velata malinconia.
    “Il mare non bagna la Svizzera e soprattutto Berna.” dice Marcello. Okay. Allora volterò le spalle a Palazzo Federale e alle sue delegazioni. Non per rivolta, cioè, un po’ sì, ma perché mi devo concentrare sulla partita del pomeriggio. Che come tutte le partite sarà preceduta da distinguo e motivazioni, si svolgerà a caso con la fortuna a sbriciolare tattiche e trappole. Dopo, seguiranno scuse, giustificazioni e cose così.

    Penserò a tipi brillanti, alle loro vedute.

    Ne incontro uno mentre attendo l’orario per una stange. “Lo sviluppo è un viaggio con molti più naufraghi che naviganti”, mi fa Galeano sedendosi.
    “Vale anche per una partita di calcio?”
    “Soprattutto. Anche se pensiamo di no, il fútbol è perfetto per capire la vita”.
    Urca, penso, cominciamo belli pesanti. Il mio Pa’ credo che non la vedesse così, quando mi intimava di non pensare solo al pallone.
    A quest’ora posso solo immaginarlo, il fútbol, quello del pomeriggio al Wankdorf, col suo orologio fermo all’ultima partita giocata nel vecchio impianto. Il tempo mica si ferma. Oppure sì, lui immobile e noi in movimento dentro di lui?
    “I giorni sono forse uguali per un orologio, ma non per un uomo.” Ciao Marcel, siediti pure, ti offro una Madeleine. Stamattina sono tutti in giro eh? Comunque, per l’orologio del Wankdorf di certo i giorni sono tutti fermi e uguali, hai ragione.

    Stasera, al ritorno, sono certo che anche il mio Pa’ sarebbe d’accordo: meglio una partita che la guerra. Vincere, perdere, pareggiare, sarà un presente indaffarato. Poi solo il passato che non vale più e un futuro da immaginare. L’importante è stare lì imperterriti come l’orologio del Wankdorf, a vedere il mondo che passa.

    gene

  • La divinità caduta ancora splende

    11 agosto 2025

    Nella sera delle stelle cadenti, la più brillante di tutte si offuscava, rannicchiata sull’asse del gabinetto. Come una parentesi che si chiude, piegata su stessa per contenere le convulsioni delle braccia. Questo non è un racconto immaginifico, è la cronaca di una realtà che verso le sette di mattina si è ammantata di sconforto. Questo sentimento non lo provavo da millenni. Al punto di pensare che non esistesse nemmeno più. Uno sconforto erratico come un masso gigante che, liberato dal ghiacciaio razionale del mio cervello, ha schiacciato il mio spirito. Ma non per qualcosa che stesse succedendo a me, cioè, sì indirettamente colpiva me e l’afflizione era tutta mia. Però era la stella ripiegata a scatenare il dolore, acuito dalla vista dei suoi vestiti pronti sulla seggiola, ma inutilizzati e sfocati dalle mie lacrime.
    Mentre la stella nuda si afflosciava nei suoi tormenti incontrollabili e giunti da un ignoto spaventoso. Eppure questa stella cercava di trattenere la sua luce, con la forza interstellare dei suoi sì, va bene, alle mie domande. Con la forza che nessuno può conoscere. Sì, al mio incitamento ad alzarsi da quell’asse maledetto e riposare nel suo letto color firmamento.
    E allora sorge di nuovo, si sposta al lavandino. Ma rimane lì inane, senza aprire il rubinetto o guardarsi allo specchio. Sempre più pallida, a mulinare il suo tormento con le braccia e le mani, impossibilitata a controllarne gli spasmi. E ancora le domande, e i sì, i va bene. Ma senza riuscire, fragile come un’esclamazione a vuoto.
    Questa stella, che è la sola divinità apparsami, e nessuno ne abbia onta, ha cambiato il corso dei miei pensieri. La divinità, la stella, ora stava lottando per fermare il mulino delle sue braccia. Ma io ero un Don Chisciotte incapace di affrontare quel vortice, arreso alla disperazione pervasa di dolore e rabbia, travolto dal pianto in tempesta.
    Eppure, ecco un’apparizione, venuta da lontano. Con fermezza femminile si fa sulla soglia. Con i poteri di Eos.
    Allora, allora, la divinità si è lasciata vestire, e splendendo ha disceso le scale, ancora incerta. Ha messo le scarpe ed è uscita nella luce dell’alba. Col cuore gonfio d’amore, e l’umano sconforto ricacciato al suo posto nel nulla, io ho capito: tornerà a risplendere. Ce la farà.

    gene