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Venerdì di Pasqua

La processione commemorativa della Passione coinvolgeva figuranti, amici, parenti, curiosi e turisti. Grande tradizione in vigore da quattro secoli. Adattata eh. Ormai anche il Cireneo fustigava secondo le indicazioni dell’intelligenza artificiale. I legionari replicavano la truculenza spaccando le schiene con lunghe salamelle di capra. Il Cristo sanguinava col ketchup, attaccato al wi-fi per sentire Richie Havens e motivarsi di brutto. E la Madonna? Oh la madonna! Siliconata e gonfia alla bisogna, ma meno erotica della Maddalena che con sguardo languido sventolava la mini.
Il planing richiede la velocità dei flashmob, sennò i giovani mica ti guardano. Ci vuole anche qualche big fail, per sorridere. Il popolo in processione innalzava paramenti sacri con le scritte della pubblicità locale, che altrimenti la Pasqua non starà in piedi e il santo sepolcro non ce lo danno più alle Cantine Riunite.
Passando davanti al Neuro, salutano tutti. Una bellezza.
Ma le nuvole nere discesero dal Generoso come massi e si scatenarono su farisei e pilates. Alle tre, con le campane ammutolite, navigavano nella Breggia cartonati di Caifa e di Erode, mentre Giuda rideva, in salvo.gene
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Figure e figurine

Dove si discetta dell’Italia, ma in senso figurato
Di figure e figurine è fatto il martedì magro. La bella lingua di Dante dà una mano con le sue allegorie rinascimentali, ma sono i fatti a stagliarsi e lampeggiano come fiamme dell’inferno. Bisogna spiegare ai bambini che le figurine possono essere figure stilizzate, o anche adornate; che le figure sono immagini o imbarazzi. Miti delle caverne quando Enotria ancora andava per il mondo a spezzare le reni ai popoli subalterni, dosando la sublime arma del contropiede e le soporifere perdite di tempo. Tutti i rivali finivano preda della melassa immaginifica che dipingeva le piazze di tre colori risorgivi.
Sui libri di storia che venivano stampati a Modena campeggiavano fieri gli eroi olimpici come nell’antica Grecia e il popolo scambiava i doppioni nei mercati delle scuole e degli oratori. Panini per tutti.
Va’ che le figurine mica sono sempre uguali. Alcune diventano icone, dei santini a protezione dalle paturnie e dalla sfiga; altre si incollano sulle lapidi e giù a piangere. C’è tutto il mondo, nei libri di storia stampati a Modena; vi appaiono volti somiglianti a Bruce Lee o Jimi Hendrix. O magari un Von Ribbentrop al quale sovrapporre Maradona nelle giornate estive. Fierezze di popoli, bandiere, scudi, stemmi, arene, colossei.
Poi, le figure, ah, le figure. Quelle retoriche – le metafore sulla battaglia, le perifrasi sull’inganno, le similitudini divine – e quelle reali. Terre di incantamenti, i Balcani ne innalzano di ingannevoli e spaventose. Ringhi e bastoni non li scacciano, il malocchio politano non s’innesca e finisce tutto in barella, con un’aria un po’ da buffon.
Allora toh! I libri di storia non si stamperanno più a Modena. Staranno lustri in America, al Topps. E là,tra figurine e figure, infantini e trampan veglieranno sui poveri bambini che non hanno ancora visto il papà ai Mondiali, ma solo le brutte foto degli altri.
Pestalozzi e Freud si sarebbero grattati la testa.gene
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L’estraneo

La piazza è molto ampia e lastricata di basalto consunto. È racchiusa da imponenti edifici. Non c’è gioia nelle movenze mute delle persone che, come maschere, la percorrono senza un’idea di logica a me nota. Il senso di morte è quasi visibile e disorienta i sensi: una spessa nebbia di suoni putrefatti. Mi tocco il volto per confermare la mia esistenza.
Non andarci, mi dicevano gli amici. Ma il suo nome era un richiamo troppo forte per un ateo come me. Volevo indagare le mie certezze e quelle degli altri. Partii.
La vidi, la Città, le membra moderne dipanarsi da un torso calcinato e oppresso dalla furia umana di cemento e androni. Poi questa piazza, della quale non voglio nemmeno pronunciare il nome.
Dio qui non c’è, ammesso che da qualche altra parte ci sia.
O sono io che non vedo e non sento. Osservo uomini allucinati e dagli abiti anneriti o ialini, a capo coperto; donne velate e schive, periferiche. Chi sta appoggiato a un muro con la fronte, chi scalzo, chi prono. Tra litanie a fior di labbra serrate che di rado vengono interrotte da gridi laceranti, le bocche mutate in fauci.
Sirene fischiano all’improvviso e in pochi secondi resto solo. Sarà Dio che chiama? Il dubbio è subito travolto dai soldati che sono sciamati dentro la piazza livida, come esplosi dalle pietre, i volti nascosti da visiere nere, il corpo gonfio d’armatura e fucili. Possono sparare solo a me, l’unico estraneo rimasto.
L’ordine arriva da un dio che non sono riuscito a conoscere? Mi uccidono.gene
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arancione asfalto

Dal Pilotti è cuccagna di colori e fogge viste solo in tv, spesso in bianco e nero. Fino a lì, i pantaloncini dell’estate erano straccetti sbiaditi e dismessi dai più grandi. Magliette alla marinara o al massimo come quella che mi aveva portato il Pa’ da Zurigo, gialla con la Lotus di Fittipaldi listata d’oro stile il carro funebre del Barenco.
Dal Pilotti sono apparse braghette bianche con tre strisce sui fianchi di colore blu o rosso. Belle inguinali che così il sole giaguaro abbronza come i brasiliani. Con le magliette è ancora un po’ indietro, il mitico di viale Portone. La vorrei quella dell’Olanda, arancione con le tre strisce bianche (ma Cruijff ne aveva una con solo due, tanto per esagerare nell’anticonformismo con cui portava il 14, numero storico della riserva).
L’altro giorno ne è arrivata una bianca con le tre strisce blu, spettacolo. L’ho presa ma è durata una mattinata, il tempo di rovinare sull’asfalto col motorino e lasciarla a brandelli nella strada di campagna. Con le croste mi ci gratto adesso che sono davanti alla vetrina del Pilotti, che espone anche scarpette arancioni con le tre strisce gialle, che il Grazianet, tradendo la sua ammirazione per la morigeratezza della Cortina di Ferro, aveva esibito contro il Cresciano.
Niente da fare, i colori del nuovo mondo non ci sono ancora. Con la squadra ne abbiamo una verde stinta, di cotone infeltrito e con le braghette altrettanto fruste, ma rosse. Io penso che l’estate porterà consiglio: se non le trovo io le magliette in ordine, potrebbe trovarle il presidente.
Infatti, miracolo!
Siamo alla prima di campionato e come sempre arriviamo al campo due ore prima e con la pancia ancora in subbuglio per il brasato. Ma sul tavolo! La meraviglia. Maglie arancioni, che disturbano la vista non abituata alla modernità. Vabbè, le strisce sono nere, ma almeno sono tre, vere, originali. Io penso che la tombola sia andata benissimo, se no si andava avanti col verde moscio degli avi, simile ai prati in novembre. Qui c’è invece il tramonto infuocato dei mari del sud.
Non riesco neanche a correre bene, vestito così di tutto punto. Mi guardo le gambe, mi fermo a spolverare i calzettoni, osservo gli altri, mi pavoneggio impettito con occhiate al pubblico sconcertato.
Gli avversari, rimasti indietro nell’abbigliamento, se ne fregano e mi sorpassano come si fa con un carro di fieno. Ce ne infilano quattro e non facciamo neanche la foto.
Il presidente, con la faccia offesa, negli spogliatoi annuncia che alla prossima torniamo al verde infeltrito, così impariamo. Ma chissenefrega. Sono certo che il Pilotti domani le avrà di tutti i colori mondiali.
E invece: Ne ho una bianca se ti va, dice.
Mi viene in mente l’odore dell’asfalto e rinuncio.gene
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Notiziario in lingua facile

Sono rientrato in garage a passo di corsa, sfidando la sciatica che mi è saltata fuori sfidando una bambina di cinque anni a fare la ruota. Ho acceso la radio. C’è una canzone di Caparezza che mi fa sorridere dopo lo spavento. Poi il notiziario.
Buongiorno, l’esercito nelle strade e nelle piazze è per proteggere la popolazione in tempo di pace, ha detto il capo delle forze armate Colonnello Ursulo Vermen – il capo delle forze armate è incaricato dal Consiglio in stato d’emergenza, porta i capelli corti sulla nuca e la pistola alla fondina anche al battesimo della figlia Eva, quale esempio.
Vermen ha aggiunto che i centri di reclutamento sono aperti a orario continuato e invita tutta la popolazione a recarvisi per l’iscrizione e la consegna del pacchettaggio – il pacchettaggio è il corredo militare, compresa la carne di scimmia in scatola molto apprezzata dalla famiglie patriottiche.
Vermen ha inoltre detto che la delazione – la delazione è fare la spia – è sollecitata e ci sono premi in denaro per ogni informazione su persone sospette – sono considerate persone sospette quelle che si riuniscono a gruppi di due o più individui.
Il Colonnello ha aggiunto che le donne sono esentate dal reclutamento e devono dedicarsi alle vettovaglie e ai rammendi – vettovaglie e rammendi sono attività connaturate al genere femminile.
Il Consiglio, in una nota, ha comunicato la decisione di ridurre l’attività scolastica – l’attività scolastica è una moda che ha pervaso tutto il Novecento senza risultati rilevanti per il Paese. Il Paese è la Patria! non Preonzo o Cavergno. Le attività scolastiche, così come quelle sociali, tolgono risorse alla difesa armata.
Dopo il sequestro dei mezzi di trasporto privati e pubblici, ha proseguito Vermen, l’esercito si occuperà dei viaggi dal domicilio al posto di lavoro, nel caso non vi si possa recare a piedi. Non verranno accettati certificati di dispensa – la dispensa è quando un cittadino inadempiente cerca di venir meno ai suoi doveri con delle scuse puerili.
Chiudiamo con la meteo. Oggi soleggiato – soleggiato è quando c’è il sole. Ma è meglio stare al coperto per evitare i colpi.
Linea all’animazione.Mentre riparte Nella Martinetti, chiudo la radio e mi trascino nel bosco – il bosco è quel posto pieno di alberi e buche dove alloggiano molti disertori.
gene
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Il buco del Righino

Il Righino aveva il padre cacciatore, ma lui non era capace con le mani e gli cadeva tutto e forse si sarebbe sparato nei piedi. Un po’ grandino, scartate tutte le attività artigianali, disse che voleva fare il giornalista. Il suo pa’, che insomma, qualche porticina l’aveva costruita, lo portò al Corrierao, sezione “dei Piccoli”.
Fu in quel tempo che lo conobbi, al corso semestrale di giornalismo. Il Righino non era male, anche pur parendo appena sortito da chiesa col vestitino della comunione, ma un po’ vecchio in confronto ai suoi anni.
Intanto che alcuni di noi passavano mattinate e pomeriggi al corso tra la noia e la protesta, il Righino prendeva appunti con la sua bella biro. Poi, la sera, tornava al giornale – era finalmente stato promosso al Corrierao, seppur cronaca locale.
Ci pareva proprio indefesso, con sprazzi di simpatia quando si irrigidiva come punto da un cactus in occasione di qualche intemperanza verbale. Veniva anche lui, ogni tanto, in birreria per il pranzo disgraziato che avrebbe introdotto il pomeriggio di sonnolenza. Ma, agli schiamazzi etilici, tendeva ad andar via con qualche scusa – il meccanico, la stireria o altre cose che delegava.
Un venerdì sera che avevamo deciso di fare una festa di chiusura del corso – che in realtà non era neanche a metà – cantò in playback Adesso tu, che se non sbaglio parlava di uno nato ai bordi di periferia. Il Righino sollevò moti di tenerezza, forse un’infanzia complessa, forse una scarsa frequentazione pelvica, magari un orizzonte imposto di vedute strette. O quella cosa che prende certi individui nel confrontarsi con l’ingombrante figura paterna, che nel suo caso sparava colpi di fucile e intemerate politiche.
Boh, vai a sapere, non sono uno psichiatra.
Ma alla festa seguente, qualcuno a torso nudo sul tavolo, qualche altro all’arrembaggio delle pericolose e quasi vergini terre dell’altro sesso. E il Righino e un paio d’altri, invece, a dissentire. Ma non eravamo tutti parte di un collettivo ribelle contro il sistema?Nubi nere all’orizzonte.
Accadde il fattaccio. Verso mezzanotte, quando tutti eravamo ormai dal Luis o alla Clava con le birre, il dramma: il Presidente del governo era morto all’estero.
Il Righino, che appena prima era in redazione a ultimare le pagine che tutto il piccolo mondo antico avrebbe letto il giorno dopo, tornava in auto a casa e gli telefonarono per metterlo al corrente della notizia clamorosa. Lui, già sulla strada consumata dell’esperienza, disse che nessuno l’avrebbe pubblicata, troppo tardi, e andò a nanna.
Il giorno dopo, oltre a radio e televisione che ampliavano servizi, la morte del Presidente era in prima pagina su tutti i giornali del Paese. Tranne che sul Corrierao.
Penso che siano stati mesi difficili per il Righino. Concludere il corso, quasi ammutolito e inane alle beffe, e dare un senso alle cose.
All’inevitabile festa di chiusura, non partecipò. Superammo il lutto protraendoci fino alle prime luci dell’alba, anche per lui.
Diploma a tutti e poi via per le strade del mondo a svolgere la nostra professione, tra splendori e miserie. Il Righino, e io sono proprio contento, ce la fece a riemergere dal profondo buco e adesso che è passato mezzo secolo è salito così in alto da ambire alla massima poltrona del Corrierao.
Diciamolo senza troppi giri di parole: che culo!gene
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sedici di marzo

Anticipa i presenti, uno o mille
appena Scende la pioggia
Alla terza sillaba cantata
spiazza tutti i disattenti:
Io ascolto Morandi
(e mai che in casa sia passato
quell’infradiciato struggersi
tra Sanremo e il Cantagiro)
Poi alza il dito fermo e serio
lo appoggia a una fotografia:
Quella è la nonna
E invece sono io, ma va’
Sorride alla facezia, la sua
forse è di me che si burla
Scarpe messe con tremore
andiamo per le strade, a perdonarciAristocratico il suo eloquio
non si perde nel dialetto
Formula in un lampo rapido
la traduzione di salvadigh:
Io ascolto Selvatico
(un cantante che dei boschi
fa il suo regno sgangherato
e il cuore batte in libertà)Nel mio zaino penne e fogli
per non perdermi di vista
Lui ci mette la berretta
sciarpa e fune anche d’agosto
Oggi lunedì di marzo, il sedici
il campo è vuoto, non si gioca
Poco male, nei percorsi a menadito
si rincorre birra e traxLa notte è sogno, il giorno è abbraccio
nel timore che svanisca
e restasse tra le dita un’illusione
È fatto d’aria stupefatta
non si agguanta e avvolge
Dice che non fa quel che vuol fare:
Io non vado
Non andiamo? SìCosa siamo in fondo noi?
Ghost riders in the sky
o altre apparizioni
Nel Cielo blu, anche grande
volteggia Vagabondo
tra Miniera e Diamante
It’s not time, dice lui
Father and son, rispondo iogene
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outtake

La sera è calata improvvisa e la pioggia scombinata dal vento infradicia Panalexi, sospinto un po’ alla cieca. Il cartello è un fantasma luminoso e improvviso, e dice che viaggia a cinque chilometri orari e allora gli fa un emoticon sorridente. Ma lui rallenta lo stesso per non scivolare sul fango. Un’altra luce, tra le gocce, ora tremola sulla collina. Un faro? Ma il mare non c’è. Lo sa che è il Bar, il solo riparo dalla tempesta.
Sembra che ogni passo gli sia familiare e quindi ce la fa nel buio scosso. Ci arriva. Tentenna prima di aprire la porta scorrevole. Gli passano nell’amigdala il golden gol di Trezeguet, il ghiacciolo al limone, i baffi del Pa’, gli occhi della Dele e pezzi di parole sconclusionate, forse quelle delle due di notte.
Apre.
Come se fosse ancora il Novecento, i venticinque metri quadri sono stipati.
– L’é be’ oro! – dicono i volti in coro.
Lui gocciola come i pianti a matrimoni e funerali. Ma invece è il compleanno di sua sorella. Che arriverà dopo, bendata come per un sequestro, per non farle capire dove si troverà e perché e con chi. Il Ciclope, che ha ripreso possesso del Bar dopo trent’anni, gli allunga subito una sangria, con così tanta frutta che Panalexi se la versa nella sciarpa.
Come nell’antica Città perduta, anche lì ci sono bambini e vecchi, madri, nipoti. Non è altro, non è di meno, dell’umanità rinata dalle ceneri del tempo da perdere. Allora, come se la notte potesse essere ultima, ci si stringe con ordine al tavolone sommerso di pizzette e mortadella.
Panalexi, che si è quasi asciugato, considera che tutti sono amici, sopraffatte le divergenze, cancellate le incomprensioni. La porta si spalanca. Le figlie slacciano la benda sugli occhi della madre e i capelli si liberano come a Medusa. Un attimo di sospensione, in controtempo tzigano, poi fragore. E la gioia. Tua sorella sembra avere vent’anni, dice il Gat.
Retrocede anche Panalexi, quasi non avesse ancora la barba.
Forse non si muore mai.
Nelle ore incerte che precedono l’aurora, Panalexi esce, cammina nell’aria umida, fa un cenno di arrivederci al cartello digitale e all’emoticon ilare. E domani, vediamo poi, affronterà di nuovo il mondo e le sue intemperie.gene
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I foulard di marzo

La Mam si alza e beve il caffè, ma piano, che il pavimento rimbomba tutto e poi ci svegliamo, anche se io sono già sveglio e la Doni pure. La Doni è mia sorella. Il Pa’ è da un pezzo che dev’essere su a grattare la terra per scovare l’acqua. Lui non sta lì a fare il modello, ha dei pantaloni di velluto sformati, la canottiera sotto la camicia verde scuro dell’esercito che se anche s’impalta fa niente.
La Mam no. Anche qua in mezzo a sassi e ginestre, e se piove avvolti da nebbia e fumo, veste di colori e fogge moderne, come la Vanoni. La linea degli occhi è parallela alle labbra, non ha bisogno di colorare niente. I capelli sono corti sulla nuca e sulle tempie e quando taglia il fieno li protegge di un foulard con i fiori.
La Doni le assomiglia come una goccia d’acqua, solo che ha gli occhi scuri del Pa’. Anche lei si adorna di un foulard attorno al collo esile e poi con le sue lunghe gambe sfila sui sentieri, a volte imbronciata perché è troppo bella rispetto a noi ragazzotti montani e corti di passo.
Io non è che la capisco. Cioè, non capisco nessuno. Però provo a vederle, fissarle nella mente e poi pensare a loro due quando sono malinconico. Allora ne sento le parole, anche se sono una di qua e una di là. Penso anche al Pa’, ma oggi è il 14 di marzo e la Mam e la Doni fanno il compleanno. Sì, sono nate nello stesso giorno, qualcosa vorrà pur dire.
Il Pa’ torna, mette gli zoccoli e il pavimento trema. Per forza che ci alziamo. La Mam porta il caffellatte col pane, mi chiede se è caldo abbastanza. Accarezza la Doni sulla testa, dice qualcosa al Pa’. Fuori c’è il sole, non come ieri che tuonava.
Io lo so che mi vogliono bene e che mi lasciano stare perché sono fragile. Ma io non è che lo considero. Quindi, esco e spariscono, non le vedo più. Però ci penso a loro.gene
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a woman like you

Non è giorno normale
o prima o dopo o sempre
Nel roteare affranto un tale
si fa centro e nel mentre
uno sguardo acceso vede
una minuzia senza nota
Lui è a mollo e non crede
non ci crede e nuota
Ma rappreso tra capriccio e fiato
la mano tende alla salvezza
a donna o senso o fato
Poi sente la grandezza
di aggiungere sé stesso
all’impegno sconosciuto
Forse non di eros o guerra
anche d’altro chiede aiuto
per procedere su terragene

