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  • Revolution

    Il Nuovo Ordine Mondiale, detto NOM, ma con amicizia, aveva assegnato la nostra terra a Mister Orange, un tizio abbastanza spaventoso. Non eravamo preoccupati.
    – A gam noto, sichè! – disse il sindaco alle giornata delle porte aperte.
    Proprio niente non l’avremmo detto nemmeno io e il Nandel. Lo conoscevamo il territorio: il petrolio c’era. E il Pep Gioia era stato di guardia anche quando lo stabilimento era diventato una specie di Amazzonia, di robinie e bresci vari. Uno non lo mettono mica di guardia se non c’è niente da guardare.
    Poi il Pep è diventato vecchio e in seguito morto. Desfarono le cisterne dello stabilimento, strapparono l’asfalto, buttarono giù il cemento, bruciarono le tegole con l’amianto dentro. Un fumo che neanche quando le ciminiere funzionavano notte e giorno.
    Tagliate le robinie e i bresci, poi ricrebbero e il Puda convinse tutti a starne alla larga.
    – I maja i sgenn – spiegò. – O leisgiù som libro.
    Ma col Nandel non eravamo convinti che non ci fosse più nulla, laggiù. E allora scavalcammo la morena e le ginestre e in mezza giornata raggiungemmo l’ex-stabilimento, all’apparenza solo una giungla che non voleva più nessuno, disputata tra Comune e Cantone per non averla, come al ciapanò.
    Ma noi due sapevamo dov’era il laghetto dei veleni e lo trovammo. I liquami venefici avevano fatto posto a uno stagno violaceo dove impazzavano rospi e topi grandi come carriole e colorati come al Rabadan. Ma bastarono due colpi in aria col Neutrii del Bian per farli andar via in processione verso Piancaman.
    – Ilé sot u ghé el petroli – disse il Nandel con i fiammiferi già in mano.
    Accese tutta la scatola e la gettò nell’acquitrino. Stemmo un po’ a guardare l’inferno tossico e fiammeggiante, poi battemmo in ritirata.
    La notte fu squarciata da sirene e rombi d’aerei.

    Il radiogiornale diede la notizia verso le sei.
    “Buongiorno dalla redazione. Apriamo con la notizia del giorno. Per motivi ancora imperscrutabili l’ex sedime della Petrol Chimica – ex-raffineria di petrolio che affiancava opere sociali come la donazione di giacche a vento ai bambini delle scuole – è stato devastato da un furioso incendio, si presume di origine naturale, anche se non si esclude l’intento doloso. Le autorità ringraziano sentitamente gli interventi dei pompieri e dell’aviazione, che hanno spento le fiamme verso le cinque di mattina. La magistratura ha aperto un fascicolo, su mandato del Presidentissimo Mister Orange. Il NOM si riserva di intervenire via terra e via mare per ristabilire l’ordine.
    Passiamo ad altro. Dozzine di rospi e topi di grossa dimensione, coloratissimi, sono stati avvistati sul Purscì. Il rave è stato interrotto dalle forze dell’ordine, i partecipanti arrestati in attesa di verifiche sulla possibile presenza di droghe e di minorenni.
    Ora spazio allo sport. L’Ambrì ha perso ancora e il suo presidente…”

    A quel punto, spenta la radio, andammo in Pasquei, col toscano in bocca a deridere gli automobilisti.

    gene

  • Capodanno senza titolo

    As fa feste a mortaretti de stu cazz
    – chilé-
    a sa spara par dabon da là e da scià
    – lailé –
    sense gnan savei parché
    e doman l’é ‘me ‘l dì dré

    Passa l’ann e nei a cheghèe
    valtri tucc ch’a sì gnomà
    di torleri in sola tere
    impegnei a fèe la guere

    A fèe la guere a quai pouret
    ch’u gà gnan el pan e tere
    e perdù in mezz al maar
    al fei neghèe sense vardal

    Solche i soll a v’interesse
    a vurì peu crompèe amò quée?
    Quatro sass che in crous i fa
    ona tombo là ala Gere

    gene

  • Buon anno, buon anno

    Di solito va che uno più ilare degli altri comincia da meno venti, senza pensare che in Mongolia hanno già finito da un pezzo.
    Al meno uno il bicchiere traballa e allo Zero è sul pavimento.
    I più timorati pensano a un desiderio cauto, o a una qualche promessa che verso febbraio sarà già travisata, minimo minimo.
    Qualche temerario dirà che si sposa, un fanfarone che smetterà con la carne, una fashion blogger paventerà limousine d’alto bordo.
    C’è chi annuncia che non metterà più nessun capo di colore verde, ohibò.
    Dei propositi degli altri non frega niente a nessuno.
    Del fatto che non scenderà nessun messia a fermare le catastrofi, neanche.
    A mezzanotte e cinque, si aprirà una bottiglia di qualcosa, e toccherà tracannare in bicchieri di plastica perché quelli di vetro sono sporchi o frantumati.
    Come i sogni, del resto.
    Intanto aspettiamo che facciano festa anche oltre l’Atlantico, ma tutti ormai stufi, si va di vomito o di fuga.
    Rintanati, o afflosciati, attenderemo un annetto per dire: che anno orribile, per fortuna è finito.
    Sì, okay, l’anno cambia, cambieranno i bicchieri, ma noi uguali a prima: indifferenti e invecchiati.

    gene

  • Il Figlio

    Mi saranno chieste cose impossibile, miracoli. Ma è perché nasco segnato: dopo poche ore già vedo tutta la mia vita. Perfino l’asino mi chiama Profeta. Per ora ho schivato il censimento dell’Imperatore, ma so che sarò presto riconosciuto. Lasceremo questa greppia non appena mia madre si sarà ripresa, per tornare a casa.
    Mi lasceranno in pace per tutta l’infanzia. Adolescente, potrò già pensare agli altri, ma mi chiederanno di essere casto.
    “Andrai in giro accogliendo fratelli, e qualche sorella”. Già. Nemmeno l’amore per me mi lasceranno, ma io la sposa clandestina la vorrò e lei mi accoglierà. Nessun miracolo, se non questo.
    I pesci saranno sempre pochi, il vino annacquato. Non farò che attraversare deserti mangiando polvere, con qualche riparo all’ombra di poveri ulivi. Mi è concessa l’ira, questo sì, solo per darmi del Maestro o del Sobillatore. Non potrò mai spiegare che la rivoluzione è nel cuore di ognuno e non sarò io a istillarvela.
    Eppure, nel rivoltante mercimonio di anime che nei templi sono deprivate dei corpi, innocenza offerta a un dio che nemmeno si mostra, pure io sarò tradito e sacrificato.
    Non sarò Re, non sarò più Figlio: questo mi basta. Che pace.
    La mia morte sarà lo spettacolo più grandioso. Avide bocche, orecchie chiuse, occhi come dardi: trafitto, inascoltato, divorato.
    Per quale scopo? Nessuno.
    Spero di restare nell’oblio di un sepolcro e tornare infine alla terra da dove sono fiorito oggi.

    gene

  • La madre

    Hanno parlato tutti. Penso di poter dire qualcosa io, che mi contorco dal dolore dell’anima in attesa di quello atroce del corpo, il pegno per la vita eterna. E non ci crede nessuno, solo il mio angelo mi sostiene. Non so se sia il vero padre del nascituro, non lo so, non conosco più l’amore carnale, mi sono ritrovata così un mattino di vento dopo una notte così stellata da far male agli occhi. Il mio sposo non è stato, dopo l’ultimo figlio non mi ha fatto che da padre. Buono, vecchio, ha sempre portato il pane in casa dopo giornate di lavoro con il dolce e paziente legno di cedro.
    So che mio figlio morirà giovane, in nome del padre suo, quello immateriale. Questo padre che fa morire tutti, che infligge sofferenze usando l’Uomo come tramite. Non siamo che polvere nelle sue mani, torniamo alla terra indurita intrisa di lacrime. Non c’è promessa, ma io so che sarà lui, mio figlio, a volere la speranza.
    Le doglie mi contorcono, la notte si avvicina e cambierà il mio mondo. Mio figlio mi ripudierà e io crollerò con il peso della mia croce. E poi seguiranno secoli di barbarie, di adorazioni tardive e inutili, di fandonie nel nome della fede.
    Questo bue e questo asino, dalla profondità dell’innocenza che esala tiepida dalle loro narici e che illumina i loro occhi, sono i soli esseri che mi danno la forza per non uccidere il figlio che nascerà, per consegnarlo alla vendetta.
    Sono qui per resistere avvolta nella colpa, muta e ubbidiente.
    Questo è il destino di ogni madre. Di ogni donna.

    gene

  • La vigilia

    Ancora due tramonti. La sposa delira. E a me tocca stare fuori fino alla fine del giorno, a scrutare il sentiero e le ombre. Ma è meglio, no? così non penso al padre di chi sta per nascere. Ci ha messo lui, l’Inconoscibile, in questa condizione di fuggiaschi? È lui che ci odia al punto di spingerci in una tana per salvarci la vita e preservare quella del suo feto sacro e illegittimo?
    Non sono molti gli anni che mi attendono; non mi dispiace, si riducono anche gli affanni e le schegge nelle mani a furia di piallare croci. La sposa invece è ancora giovane e nel suo sragionare disperato vede già la morte del figlio che si muove nel suo ventre. Non so dove vada a dissotterrare queste pene, ma è certo che quel padre le ha lavato il cervello. Nemmeno nella branda a occhi chiusi sembra avere pace. Nemmeno nei vaneggi si confessa. Non è neanche da perdonare, mi fa pietà.
    Questa terra contesa, smembrata da poteri religiosi e imperiali, non lascia il tempo per piangere. È una terra maledetta, anzi no: sono le genti a essere maledette. Non cambierà mai nulla, tutti quanti se la contenderanno, questa patria arida e senza amore, di assurda aria limpida e feroce lingua, di assassini e ladri.
    Nel nome di un dio o di un altro, per l’imperatore o il giudice, avvelenano il pane e i pesci.
    Dal sentiero non arriva nessuno, siamo soli, io, la sposa e il suo nascituro.
    Non posso dormire, la venuta è prossima.
    Se qualcuno arrivasse, porterebbe la morte.
    Porterà la morte.

    gene

  • Lettera di viaggio

    Cara figlia mia,
    camminerai su alcuni passaggi dove camminai io, quando lasciai Quemchi; troverai impronte al Paine, a Puerto Natales, El Calafate, gli stessi sguardi meravigliati al ghiacciaio o all’oceano, acque mobili alle quali apparteniamo.
    Sarà la Patagonia struggente che non conosce confini, anche se divisa dalla sciocchezza dell’uomo, che ha messo una frontiera tra popoli fratelli.
    È la Patagonia che ha accolto genti di tutta la epoche, reietti e fuggiaschi, che lì si sentirono e si sentono al riparo.
    È la terra-madre, la udrai anche tu cantare verso Antartide.
    Severa e maestosa, si impone per grandezza e solitudine, ma di quella solitudine che aiuta a ritrovare sé stessi, come il deserto cristiano.
    Ti accompagnerò da lontanissimo, e so che tu mi terrai con te. Sarà come un ritorno in un tempo e uno spazio tanto amati, che chiedono soltanto di fondersi con il senso vero del vivere sulla terra.
    Lì, in quella luce perfetta, sentirai battere il ritmo del cuore siderale, quello che le nostre civiltà alienanti cercano di seppellire sotto lapidi di cemento e ingiustizia.
    La Patagonia ti aspetta, ti riconoscerà.
    Buon viaggio, occhi miei.

    Francisco Coloane

  • Breve scambio natalizio

    Le feste di ‘stocass.

    Rompiballe, provocatore, impulsivo. Lo so come sei e come fai. Non alzare il volume dello stereo eh! Non azzardarti che abbiamo gente a cena.

    A me danno fastidio gli stupidi e i sapientoni ignoranti.

    Sempre ragione te eh?

    Non ragione. Ragionamento!

    Da quanto li sopporto? E nui agh ruom, e vanterie di questo tipo che le sento da anni e poi storti il chiodo nel muro. Sei polemico, intransigente, arrogante! Pigro! Io non so come faccio…

    Pregi, no?

    No. Non più. Neanche quelli là!

    gene

  • Pantheon dalla parola alla voce

    Dopo aver scritto il Pantheon, con gli amici ci siamo chiesti: e farne un audiolibro?
    Oh, spettacolo!
    Ma la cosa è scappata di mano e ne è uscito un drammone recitato. Un drammone perché tra rincorrere voci off per strada, registrare pioggia e pallonate, e altri rumori novecenteschi come il fumo delle sigarette dentro il bar, c’è stata la Sindrome di Deniro, o almeno il Morbo di YorMilano.
    Cioè. Mica bastava più leggere, no già: si deve recitare, si deve. Ma dove?
    In cantina. Solo che il cemento armato rimbomba, come rimbomba, e allora giù un pavimento di legno (sono falegname o caporale?) e una libreria stipata, per insonorizzare alla big charlie.
    Poi ci siamo messi, microfono da venti frs più porto, programma gratis, asciugamano in testa e accento svedese. Vacanze di Natale così.
    La Giulia ha fatto la Dele, il Francesco l’Emme giovane, la Giorgia la Milli. Io il narratore onnisciente, con qualche vocina di scherno qua e là, e sono aumentato di dieci chili per entrare nella parte.
    E gli altri, di cui vedete l’elenco in fondo, si sono occupati di disturbare il flusso d’incoscienza, con interventi ricalcati al millimetro su come sono fatti per davvero nella vita normale, che normale non è mai per nessuno e gnanche da morti stiamo calmini.
    Ci abbiamo messo un po’ eh, col Gian, a scambiarci missaggi che la ratatouille è una sciocchezza.
    A furia a furia, ecco il risultato, se inquadrate il codice lì in foto.

    O se andate diretti a:

    Gli amici del Collettivo Gere sono:
    Giulia Martini, Michela Martini, Gori Martini, Gianmatteo Genetelli, Francesco Tozzi, Gabriele Cerutti, Danilo Vanazzi, Alain Belingheri, Aleardo Bionda, Flavio Canonica, Walter Rosselli, Graziano Genazzi, Amos Snider, Massimo Grigoletto, Gian Marco Dell’Era, Luca Gasparoli, Ardito Papa, Alias.

    Il romanzo è disponibile su ordinazione o alla Libreria Locarnese o all’Artis di Maggia.

    Mi pare tutto, se manca qualcosa ditelo.

  • Dicembre a Losanna

    Saresti stata? Chissà
    Nemmeno mi ascolti
    non puoi, no:
    stai di là, oltre il binario Uno
    e il Due dove porterà?
    Sembri guardare me
    che m’imbarcherò dopo, o prima
    Andrai all’incontrario
    a ovest, il Giura Libre
    o forse Ginevra la Grave

    Di colpo mi sorgi davanti
    apparsa non so come
    E non mi guardi
    e io non parlo
    Svanisci e m’immagino:
    saresti stata amore?
    Saresti stata lutto?
    E subito mi accascio:
    brutta partita
    zero a zero alla Tuilière

    gene