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Mille giorni

L’è ‘na firegne da mili dì
a contas su meno rop
a goto a goto da i ecc
Dal radio pouri canzoi
in mez a parol stremiit
‘na punturu da scià
om paltó da len da là
L’è miou fèe ‘me ‘m bot
dó banchet e denn len
in do feuch
a fèe cress la brasa
par vardèe s’as veed
quaicos c’as cognos
om ciol dasmentigò
o ‘n’idee novo novente
forsi om moon meno scicc
da sto canocc
L’è ‘na firegne da mili dì
e da mili bestemmgene
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Elezioni comunali, occhio al dettaglio

“Ormai ci siamo, tu devi stare nell’ufficio elettorale e controllare la nostra lista. Se a mezzora dalla chiusura qualcuno dei nostri non ha ancora votato vieni a Ca’ dal Geni con la lista degli assenti e noi andiamo a prenderli a casa.”
Questo me lo disse il Pres alle otto e mezza, mentre io rimpiangevo il letto. Lui era in pista e fortemente, e già al sabato sera gongolava perché nelle prime aperture avevamo triplicato i voti degli Insetti, secondo le sue stime che nelle elezioni passate non avevano sbagliato di una virgola e ben prima degli exit poll. Andai ai seggi in veste di commissario elettorale, quegli incaricati dei partiti che per legge potevano assistere alle operazioni di voto a garanzia della regolarità. Mi sedetti in posizione strategica e posai il bigino con i nomi sulle ginocchia, per non essere sfacciato.
Alle nove in punto si diede inizio ai giochi.
Ogni volta che entrava, uno degli avversari, gli Insetti appunto, scrutava con odio la mia matita che segnava una stanghetta come nel gioco delle carte.
Le due urne, una per il Municipio l’altra per il Consiglio Comunale, erano state fabbricate, secondo me, nell’Ottocento e recavano graffi e buchi come se le avessero prese a coltellate.
A proteggere la segretezza del voto, solo una tendina che velava gli sguardi indiscreti ma lasciava filtrare le voci:
– a chesto chilé a gal daghi mighi gnan moort!
– incheu a la pichi seche socialisti! (non c’era neanche la lista, ndr)
– a pos fèe la ponto al lapis?
– a capisi noto…
– torleri!
Il viavai si fece intenso dopo messa, momento in cui gli Insetti recuperavano terreno mentre i nostri erano ancora al bianchino e a rischio smemoratezza. Bisognava alzare le antenne, dalle elezioni dipendeva la prosperità di tutto il paese, che secondo il Pres poteva stare a galla solo con noi al comando.
Mi pareva che le cose non stessero andando benissimo. Con la questione del voto alle donne, in voga da qualche anno, lo struso della conta era diventato di difficile gestione. E dopo messa ne arrivavano a frotte, esaltate dal prete e dubbiose sul da farsi. La Linda, ad esempio, moglie di un nostro incrollabile tesserato, mi guardò con occhi ribelli e prima di scostare la tendina butto lì un inquietante “oggi lo frego!”. Stanghetta tra gli incalcolabili, categoria che si faceva paurosamente folta.
Verso le undici e un quarto, secondo le mie verifiche, stavamo andando meno bene del previsto. Ma alle undici e mezza mancavano ancora tredici integerrimi e poteva essere un buon segno. Mi precipitai a Ca’ dal Geni e consegnai il rapporto al Pres, che si era bevuto sette caffè e tremolava dal nervoso. Tornai in fretta e furia al seggio, aspettando l’arrivo dei ritardatari che certo il Pres aveva raccattato dove sapeva. Ma a fronte di alcuni Insetti conclamati, dei nostri ne giunsero solo due, alticci al punto di essere capaci di annullare la scheda per qualche segno fuori posto.
Ma comunque, avevamo il vantaggio del sabato e con due conti stabilii che avremmo vinto per 112 a 93.
A mezzogiorno vennero apposti i sigilli e tornai a Ca’ dal Geni, dove era arrivato anche il presidente sezionale, tutto in ghingheri e prodigo di pacche sulle spalle ai valorosi di quella roccaforte. Si bevve di tutto nel segno dell’ottimismo: i conti tornavano senza dubbio, c’era quell’euforia incrollabile di quando si pensa che il mondo non può cambiare, non di colpo almeno. Eppure qualcosa non mi quadrava. Chiesi al Pres come mai in undici non si fossero presentati.
“Avevano la mazza, cristo! Con loro faremo i conti dopo” rispose livido.
C’era da attendere il notiziario delle due.
Quando dalla radio squillò la sigla, calò un silenzio rispettoso, anche da parte degli ubriachi. Si rinsavisce sempre di fronte ai momenti clou per l’umanità.
“Liberali 101, conservatori 102. 2 schede nulle. Grazie, è tutto”.
Solo in quel momento disperato mi ricordai che, a causa delle stanghette e dell’andirivieni, mi ero scordato di votare.
Il Pres mi guardò e, dalla faccia da coglione che mi era venuta su, capì. Fece un cenno di muto accordo eterno.
Nella foga si era scordato anche lui.gene
Postilla
L’adulto non crede a Babbo Natale. Ma lo vota.
Pierre Desproges -
Non tornano i giorni

La primavera rubata
e sarà la seconda
I graffiti di gesso
che la pioggia dissolve
Bambini strappati
al sapere di scuola
che a sua volta e da tempo
imbriglia colori
Nervosi e rinchiusi
dentro case appassite
di noia e discorsi
frusti e più stanchi
Cosa faranno se un giorno
per colpa adulta e mortale
libertà imprevista
esploderà nelle mani
ancor piccole e gaie
e scomparsi andranno
come lacrime nella pioggia
come gessi slavati
i giorni preziosi
che non tornerannogene
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Non mi funzionano le donne

Lo ammetto, non riesco a scrivere di donne in modo distaccato. Quando ci ho provato mi sono pentito, troppo invadenti o troppo assolute. Ad andar bene mi escono madri figlie sorelle, sempre beate, intelligenti, sensibili, amorevoli e libere. Ma appeno immagino una qualche morosa mi viene male e la prima cosa che risalta è il farmi sentire un irresponsabile. Se poi azzardo un racconto in terza persona, con personaggi immaginari, appaiono quasi sempre maschi leggendari e soccombenti, che suscitano risate o affetto, ma quasi mai vengono presi sul serio. Una volta ho provato ad affidare a una eroina il ruolo principale, ma costei ha messo in merda tutto il mondo maschile con una semplice scatola di matite colorate, per il cui tramite ha dipinto un mondo inarrivabile e sono stato roso dall’invidia.
Una volta ho tentato un epistolario tra un innamorato e la sua bella. Disastro. Il tizio le ha scritto una prima lettera piuttosto formale, una specie di missiva commerciale per celare goffamente la propria gelosia e la relativa incapacità di gestire il distacco; lei gli ha risposto dicendogli di smettere di bere e di mettersi in ordine. Mi sono sentito nei panni del tizio e non sapendo come uscirne l’ho fatto morire a causa di un albero sulla testa, così, una cosa traumatica per non dover approfondire la relazione, nella quale avrebbe comunque avuto la peggio, come sarebbe capitato a me.
Quando mi sono addentrato nei dialoghi tra un uomo e una donna, poi, è stato come buttarsi nelle ortiche: lui declamava imprese inverosimili e lei ne sorrideva scettica. Nel mio primo romanzo, l’idiota maschio di turno riesce ad andare a catafascio sbagliando strategia in ogni relazione, accavallando tradimenti, i propri, e relativi abbandoni da parte di ragazze e donne molto più in gamba di lui.
Per un periodo ho scritto di preti, per mettermi al sicuro. Solo che anche uno di loro ha buttato la palandrana tentando di innamorarsi secondo parametri astrusi. Sono tornato con cautela alle donne, ma mi è uscita una specie di angelo custode che veglia sulle bizzarre azioni di un infelice che alla fine muore e lei va avanti tutta la vita a portargli sulla tomba cataloghi di scarpe, che a lui piacevano di brutto. Questa donna mi ha sconvolto, io che mi dimentico perfino di portare un fiore ogni tanto.
Allora, visto che proprio non sono capace, sono tentato di arrendermi. Siete troppo avanti ragazze e nei miei racconti la fatica che vi appiopperei forse sarebbe davvero troppa, con pessimi effetti sulla mia coscienza e su quella dei personaggi maschili.
gene
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Una vita immaginata

Nel mio paese in bilico tra folate di vento c’è il piccolo cimitero, che mi era ormai sconosciuto. Non entravo da anni, ma quel giorno ci andai d’impulso. Padre e madre dimoravano lì, ridotti in cenere dentro a un loculo, al riparo dal vento e dagli occhi. Mia sorella in terra, come i nonni, i bisnonni, i prozii e tutti gli antenati ignoti. Il cigolio del cancello interruppe lo stridere meccanico che, tenue ma inesorabile, mi abitava da qualche tempo. In fondo a destra c’era la minuscola tomba tutta compresa nel suo candido marmo abbellito di ghiaietto. La luce del giorno accarezzava appena la cima delle montagne ma lì era ancora quasi notte, quel momento in cui gli uccelli si preparano a cantare il loro inno alla vita. Tutto era ancora silenzio e i miei venti passi scandirono il tempo. La foto incastonata mostrava il volto di una bambina di pochi mesi, un tempo breve come il cammino dal cancello a lì, il soffio di un 1964 impietrito. Ai piedi della foto, alcune primule, fiori precoci che sbiadiscono in poche settimane eroiche. Andai fino alla fontanella, riempii d’acqua l’innaffiatoio che pietoso aspettava e tornai alla sepoltura versandone qualche goccia, come a segnarmi il cammino nel caso mi fossi perso. Bagnai le primule, posai l’innaffiatoio e aspettai l’arrivo del sole. Immobile, pensai.
Pensai a mia sorella a sei anni e al suo primo giorno di scuola. Al caffè e latte dei mattini d’inverno, ai regali di Natale e per lei una bambola, ovvio, alle corse nella primavera, ai pianti sommessi per un capriccio, all’avvento della femminilità, allo studio e ai suoi occhi scuri. Alla sua gioia del primo amore, alle lacrime dell’addio che sarebbero durate qualche settimana, al suo nuovo amore. Pensai ai suoi vestiti, dapprima dismessi da altri e poi tutti nuovi per lei, le scarpine allacciate e poi scamosciate che spuntavano appena dalle zampe elefantesche dei jeans. Gli abbracci e i litigi. A lei che si sposa, che ha figli ai quali trasmette dolcezza e ribellione. La vedo affranta quando muore la mamma che non ha nemmeno sessant’anni e lei invece nemmeno trenta. E la guardo sommergersi di dolore per mesi, trafitta nel camminare e nel respirare. E poi rialzarsi senza inginocchiarsi mai più. Capire il suo volermi bene senza dirlo perché sono complicato. E ora la vedo trepidare per i suoi figli così diversi in un mondo ribaltato. Mi sento che le dico di stare tranquilla, che i giovani ce la fanno sempre, ma senza essere sicuro di averla consolata.
Non so se la vita che avevo immaginato per lei le sarebbe piaciuta, ma il sole arrivò e le primule umide brillarono come oro. Seguendo le gocce ancora fresche arrivai senza smarrirmi al cancello, che cigolò per un istante prima di lasciare il posto allo stridere meccanico e indefesso che non mi abbandona mai.
gene
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Dove vai Ferling?
Ma poi la libertà cos’è? Magari è mettere in discussione tutto, sì, e dunque anche la libertà stessa, ammesso di poterle dare una qualche misera forma; o il divertente te stesso coi capelli al vento e le parole incastonate in fiori e slum, tanto divertente che poi si piange. Più che un diritto, la libertà è un dovere, altrimenti non si campa fino a centun’anni come te, cedendo forse qua e là ma sapendolo e volendolo. Non so se farcela è un merito, anzi: forse libero è chi inciampa sul più bello e, con i gomiti scorticati da un asfalto imprevisto, sta sdraiato al tepore del pomeriggio in attesa di niente più. Stare in piedi per volontà sembra una prigione e allora tanto vale barcollare. Liberi, o credendo di esserlo. Ecco, forse la libertà è credere nella bugia stessa del suo nome, una mistificazione che si mette lì come fosse una pietra inamovibile sulla strada dei diritti. Ma un uomo libero, quali diritti può vantare senza che appaiano privilegi? Poter esercitare una libera scelta è forse libertà, ma potrebbe essere un merito calato sulle teste reclinate di chi i meriti non li vede riconosciuti, perché malato, disoccupato, emarginato, solo. Un privilegio, dunque, esatto nella sua ipocrisia. Dimmi se sbaglio, Ferling: la vera libertà non è forse essere privati di tutto, anche della propria libertà, e preferendo che l’abbiano in dono gli altri? Fosse di tutti, allora non sarebbe più un privilegio. Non sarebbe questo bene, da solo, l’orizzonte da raggiungere sapendo che forse non lo si raggiungerà mai? Credo che tu sia campato così tanto nella speranza di capire, o almeno che qualcuno di noi capisse. Non capisco, e preferisco ancora che tu non fossi andato via.
gene
Postilla
Osa essere un guerrigliero poetico non-violento, un antieroe.
Lawrence Ferlinghetti
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Il privilegio

Andare allo stadio, adesso, non si sa se sia un privilegio o un dovere. Pochi incaricati hanno la possibilità di vedere le partite dal vivo. Oh, dal vivo è un parolone, in un momento così tragico per tutti. A me tocca per professione, quella sempre un po’ fanciullesca del giornalista sportivo, ed è un piacere contribuire a riportare al pubblico l’impegno dei giocatori e cercare di lenire l’orrore del vuoto. Detto questo, a volte la cosa è alquanto divertente, se non comica.
Mercoledì scorso a Berna si è messo a nevicare di brutto e a due ore dall’inizio della partita il Wankdorf era bianco. Pazienza, mi dico, e tanto ci sono i trattori supersonici che spazzano il prato di plastica come la Zamboni alla Valascia. E io sono al coperto, tié. Quindi, disposti i fogli con i poveri appunti e poggiata la cuffia, vado in sala stampa a fare il John Belushi con i panini. Quanto torno, il mio tavolo è la Streif in mezzo alla tormenta, i fogli sono appiccicati dalla neve come colla di pesce, la cuffia gronda. Mi aspetto che da sotto la sedia arrivi un qualche animale siberiano a mordermi. Asciugo tutto con la carta da cesso, ma quando provo a scrivere le formazioni sul foglio non faccio altro che buchi e strappi sulla carta fradicia. Guardo il collega romando e si ghigna.
Poi comincia la partita, vado alla cieca e a memoria (labile), Siebatcheu segna il solo gol della partita mentre io riverso migliaia di parole nel microfono e non so nemmeno se qualcuno mi senta in quella Patagonia. Bisogna essere positivi, nel bel senso originario del termine.
Alla fine, completamente congelato, raggiungo l’auto che si sbrina a Olten, ma tossisce a tre cilindri perché una martora deve aver rosicchiato i cavi come fossero grissini. Dal Seelisberg al Gottardo proseguo a passo d’uomo dietro agli spazzaneve, ascoltando almeno due edizioni del radiogiornale, e poi arrivo a casa. E sapete come? Contento. Dunque, andare allo stadio è un privilegio, per me che ho ribrezzo dei privilegi.gene
Postilla
Young Boys – Losanna 1-0
Rete: Siebatcheu -
senza titolo*
Non si può più fare niente, non si ha voglia di fare niente. Niente che contenga in sé un grammo di dignità per dare valore allo stare al mondo. In questo limbo, è più facile imbattersi in un chiodo tetanico che in una prospettiva. Viaggio in lungo e in largo per quel che resta del mio lavoro: vedere e raccontare partite di calcio. Treni vuoti o zeppi, senza un bisbiglio, uno sguardo. Potrei sfruttare la giornaliera a metà prezzo (franchi 75) e girare tutto il giorno senza che alcuno mi rivolga la parola. Anzi, senza vedere alcuno rivolgere la parola a qualcun altro, a meno che non sia il cellulare (il bracciale elettronico allacciato da noi stessi). Ieri le sole parole che mi sono state rivolte sono queste: Lei non può stare qui e si metta die Maske. Ho biascicato un pardon, andando via senza nemmeno un improperio o una maledizione. Ho raccontato per un’ora e mezza dentro un microfono appeso a uno stadio deserto senza avere la minima idea di quanti mi ascoltassero, uno, nessuno o centomila.

Ho parlato al telefono con mia figlia, mi pareva di dovermi nascondere nel lurido cesso del treno per non scatenare i soliti sguardi di disapprovazione. Anche lei è messa così, non dorme, non suona, lavora di malavoglia, da casa. Che la casa dovrebbe poi essere il posto in cui stiamo con noi stessi e invece ci viene invasa dal lavoro a distanza (la odio questa definizione), pagato male come prima, senza indennizzi, senza incentivi, senza pietà.

Allo stadio guardo i giocatori e mentre magnifico le loro gesta come se niente fosse, come in un disturbo bipolare, riesco a pensare che ci dev’essere qualcosa di meccanico a spingerli, una molla da caricare come gli orsetti delle giostre. Non si vede gioia, non si vede rabbia, ma solo un andare avanti e indietro in uno schema mandato a memoria e privo dell’espressione di sé. Una mascherina divisiva e uno schifoso disinfettante (a me anche la pistola puntata alla testa per vedere se sto sotto ai 37 gradi) proteggono e lavano via gli ultimi brandelli di coscienza insieme all’invisibile e ipotetico mostro sellato dai cavalieri dell’Apocalisse che ci comandano senza un piano leggibile, però parlandoci a ogni ora e magari, speriamo, anche loro senza sapere se c’è vita in ascolto oltre la telecamera e il microfono cellofanato.

Nei lividi cambi di treno, le pavimentazioni linde delle nostre stazioni deserte luccicano di passi perduti e di pioggia, illuminate a giorno da lampade design, retaggio dell’inutile. Vicino alla macchinetta dei biglietti, nessun dispensatore d’alcol per disinfettare le mani, ovvio; un chiosco bianco come una sala operatoria, invece, vende alcolici che consumo da solo senza più il pudore della deplorazione sociale. Ormai è normale, accettato, da qui parte la discesa verso il niente, il baratro che seppellisce i fiori e il senso della vita.

Va avanti da un anno, e a dirlo prima ci sarebbe parsa una distopia. Solo che si protrarrà, davvero e ancora. Ogni giorno c’è un aggiornamento dei mesi da allungare, qualcuno osa dire “anni”, e delle cose da togliere al poco che ci resta. Ormai stesi al suolo, franano ancora minacce e rimproveri, scuse e menzogne, come se ci volessero conficcare al centro della terra e che non se parli più. Non si può più fare niente, non si ha voglia di fare niente. Così si muore per davvero, mille volte al giorno. Senza nessuno che ci parli o ci ascolti.
Curiosamente rinasco di notte, nella condizione naturale del dormire poco. Faccio sogni che mi pongono in posti sconosciuti. Non si affacciano più luoghi a me noti, è un nuovo mondo popolato invece da persone care e conosciute che si ingegnano nel darmi conforto. Sono viaggi avventurosi in una scenografia nuova di zecca che, penso, sia allestita dal mio subconscio allo scopo di salvarmi. Quando mi alzo li ricordo per brevi istanti, poi il vuoto ricomincia a calpestarmi e il rumore sordo dello sfacelo si fa assordante quando entro a comprare il pane.
Su un asse della tettoia, come sul muro di una prigione, con il coltello aggiungo una tacca: non so cosa sto contando, ma di certo è una resistenza.
Non posso fare niente, non ho voglia di fare niente.gene
*Un titolo sarebbe un avvilimento in più
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Bruciati
Fèe vii la rolo e restèe
con la boco suciu
e l’eu marsc in man,
‘me ‘m Setbel sech
consumò dal fum e dal vin
da cui bei ciocoi d’om bot
moort anzitempo
E ciapèe la colpo,
an

gene
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Gli avvoltoi

I medeghe da scià e da là
ca’ par ca’
a veer denn i uss e sarai dopo
‘na punturu o la moortEl nes fieu sense calsei
che da foro u vores nèe
in mez ala neu
u dis ch’ l’è mighi freccLa Nona daleisc e daparlei
i noni ié sempre daparlou
apene tevi in ca’
e i pensei in do scafGnomà i notiziarii
chi porto el moonn
dadenn, e da foro
cito e procesionSense comunion e pas
sentei dasmentighei
ao chi pasa solche lou
ambulanz e puliziiAi scolti più d’am pez
ma i va innanz a sciascèe
da puntuur sense paghèe
almen chel par i pouritOgni tan im dis a mì
ch’a dovres propi provèe
a vegh denn om moort in ca’
al post che reclamèeAg iò sgià ‘ui, i mè moort
cari ganasoi sghebei
e s’a nei foro di bal
am fei om gran rasustTut l’é ormai ragò
e chel ch’ l’é in pei
u paar secò in la polgro
e in soi test i vara i stolscIm vegn denn in stansa
im fa ‘na punturu
i dis ch’a sem a post
e col muson scondù i vàIntan el fieu u sta a pe’ biot
la Nona la barbesge
i moort ié sempre moort
e i stolsc ié dré a bechèegene

