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La vigilia del Venerdì Santo

Un giovedì come questo qua di oggi il Sergio ci aveva tolti dalla bottega, il Cicio e me, per ingaggiarci nella sua aia a sgomberare ramaglie e pietre cadute dai muriccioli.
Occorre premettere che col Cicio era un continuo sbeffeggiare alle spalle del capo, guardandoci bene dal farci prender via. Eravamo apprendisti, cercate di capire a quanta libertà dovevamo rinunciare stando al chiuso a piallare e a segare. Ci ritagliavamo quindi dei momenti di sberleffo, anche perché il nostro capo era piuttosto severo e incalzante (per farci smettere di chiacchierare allo stesso banco, ci separava spedendo uno di noi all’altro capo del magazzino, usando l’invariabile ingiunzione: Sgiugu da sto cò! Gioca da questa parte).
Ci spediva di rado nell’aia, il Sergio, primo perché non “rendeva”, secondo perché credo temesse qualche trucco. Era successo una volta che, come nel giardino dell’Eden, avesse lasciato una sola mela sulla pianta ben oltre la data del raccolto. Forse per studiarne la resistenza alla caduta, o per richiamare lì i merli e abbatterli a fucilate, o chissà perché. Fatto sta che la mela rosseggiava sull’albero spoglio e, mentre usciva dal cesso, al Cicio venne la tentazione di mangiarla. E lo fece. Il Sergio invece mangiò la foglia non appena si accorse del peccato e chiese chi di noi due fosse stato, ma ovviamente non era stato nessuno e la mise via mentre noi si stava per finire a crepapelle nel riso.
Così, quel giovedì, ormai dimentico della mela, ci chiamò fuori e ci affidò sega e roncola per sminuzzare le ramaglie, e mazzotti per ingentilire i sassi da caricare poi nella carriola che lui avrebbe guidato per trenta metri come un macchinista eroico, fino al mucchio ordinato dall’altra parte dell’aia.
Il giorno dopo sarebbe stato un venerdì, santo per alcuni, non per noi tre che a quelle cose lì non si credeva, e non si crede nemmeno adesso, penso.
A un certo punto, il Sergio ci offrì il caffè nella sua cucina, più che magnanimo e disposto anche a raccontare una delle sue storie pervase da un senso dell’umorismo che si può apprezzare in pieno solo se si è nati e cresciuti in una piccola comunità dove tutti conoscono tutti fino agli antenati di tre generazioni prima. Momenti di spettacolo, chiusi dal Sergio stesso che sancì la ripresa dei lavori.
Quando uscimmo, alla vista della carriola, l’umore del capo si capovolse: aveva la ruota a terra, l’infingardo mezzo. Ci un silenzio di una decina di secondi, per raccogliere le idee e permettere al Sergio, piuttosto paonazzo, di proferire l’immortale invettiva, alzando gli occhi in un punto preciso del cielo: Ma doman te crapa veh!gene
Postilla
Pasqua di resurrezione? La ruota è a terra ancora adesso.
g. -
Cent’anni di reclusione
Accudire, trasmettere dagli stadi, battere il ferro in istituto. I lavori di noi tre. Non si può: case chiuse (non in quel senso), sport ibernato, atelier deserti. Il governo ha stabilito con dovizia di argomenti e spiegazioni che le sorti progressive passano per una sola e iconica frase: State a casa. Spesso con il punto esclamativo. Un programmone.
Del resto è il sogno di tutti i governi, la reclusione dei cittadini e l’ubbidienza agli imperativi semplici: State a casa (cazzo, magari). Consiglio, invito, imposizione. Condanna morale, sociale, materiale. Riprovazione. Pubblico ludibrio. Multa. Mancano ancora gli arresti domiciliari… Ah no, scemo.
Noi siamo in tre a domicilio, in un quartierino di quattro case. In due delle altre stanno giovani famiglie con bambini, nella terza due pensionati germanici che sono spaventati come in guerra (mmm… tedeschi in guerra… mmm).
Verso le undici, immagino forse dopo telelezioni guidate, o per le coccole delle mamme (e ora anche i papà, urca), i quattro bambini delle due famigliole si riversano nel piazzale a furoreggiare.
Noi siamo io, la Maddalena e il Meo, che per così tanto di fila tutti e tre assieme non siamo mai stati ed è bello.
All’impazzare dei bambini, il Meo si piazza dietro il vetro della porta principale e dice preoccupato: I bambini sono matti. Quando io, che passo ore sul divano in garage a cercare frasi tra le carte del solitario elettronico, apro la porte per rientrare quasi immancabilmente schiaccio un piede al Meo che, stoico, fa finta di nulla.
L’altro giorno, nel pieno pomeriggio dilavato da un sole splendente e ricamato dai canti degli uccelli (Finalmente liberi, cinguettano, lo so, me l’ha detto il picchio rosso in alfabeto morse), il Meo si è piazzato sull’uscio aperto, a piedi nudi come sempre quando è in preda ai suoi blocchi, intanto che i bambini spadroneggiavano in tondo, come a Indianapolis, passando dalle bici ai monopattini alle macchinette pedalanti. A volte a piedi. Un vortice. Urla di sfida, di trionfo, di gioia, di scherno. Capricci. Declamazioni di superiorità e di sfida. Concessioni forzate. Pianti, a turno.
E il Meo, fremendo sulla soglia, in apprensione, a esclamare in ripetuta sequenza:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!
Più qualche parolaccia che, certamente secondo la Maddalena, ha appreso da me.
La Maddalena – lo conosce in un modo così misterioso che io non ho ancora saputo svelare, e mai credo – ha detto che secondo lei sono emozioni troppo forti per lui. Io ho opposto che invece avrebbe potuto fargli bene sul suo cammino accidentato verso le relazioni.
Aveva ragione lei: quella notte il Meo lanciava nel sonno le sue inquiete raccomandazioni:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!
Però, il giorno dopo è tornato ad appostarsi, scagliando le sue grida, ma ridendo.
Avevo ragione anch’io dunque, che in reclusione la ricerca della ragione è necessaria quanto l’aglio l’olio il peperoncino. Per stare in equilibrio, s’intende.
C’è l’idea che le cose andranno per le lunghe, a sentire le conferenze contrite del governo, maschere e mascherine per la soddisfazione del controllo totale (presunto, nessuno si illuda).
Per resistere e opporsi, il piazzale continua a essere una piazza, le distanze socialmente ottime a causa del rombare dei bolidi in eterno movimento.
Ci si ribella così e voglio proprio vedere come faranno a convincerci, quando sarà il momento, di ricominciare a produrre, ma senza abbracci, tutti belli composti. Accudire, trasmettere dagli stadi, battere il ferro in istituto. Me la vedo proprio ‘sta cosa. Che non funzionerà neanche con gli avvertimenti del Meo:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!gene
Postilla
Mi ribello; dunque esisto.
Albert Camus -
Lasciare Ilio
Tornare a casa? Decidono di aspettare un po’, quelle sette reti pesano sull’anima nel mattino di primavera, raggiante e beffardo. Magari al Grotto Paradiso si potrà provare a mangiare senza deglutire ironie. Allora, incassati nella Giulietta verde attraversano il Luganese e risalgono la Valle del Vedeggio, come a fuggire da una terra straniera e ingrata, come navigare via da Ilio. Sul Ceneri c’è il vecchio albergo con bar calcinato. Gli altri sono andati a mangiare tutti assieme in un posto dalle parti di Pregassona, a ingrassare ulteriormente il nemico che li tratterà con condiscendenza, visto che pagheranno per inghiottire sconfitta e qualche raviolo.
Tre birre e poi altre tre.
Succinti e stentorei.
– Putanaeva!
– Pedri!
– Fatto schifo!
Bisogna sedimentare. Altre tre.
La vecchia strada del Monte Ceneri si srotola verso terre più consone all’umore, con quel Pianaccio che già s’infesta di capannoni a caso, ma almeno hanno messo alle spalle alcune montagne ridicole e che vanno bene per quelli di Sotto.
Puntatina a Carasso, a sentire il Lele sproloquiare di politica, ombrelli e donne. E altre tre birre, più un pacchetto di Parisienne. Nessuno fuma, come norma. Il Gabi è andato al telefono per dire a casa che avrebbe tardato. Gli altri due non hanno nessuno ad aspettare veramente e saltano l’impegno, sogghignando al sussulto di coscienza del socio.
La Giulietta sembra sapere la strada e arriva precisa nel posteggio del Grotto Paradiso.
– Ti ricordi quella volta a Bodio?
– Quella del campanaccio?
– No, quella della nevicata.
– Ah sì, l’hanno pagata quei puzzoni.
Pomfrit e antracó. Ma con calma. Prima una tajada, va’. Insalata? Erbaccia, ma sì. Un litro. E pane. Non c’è pressa. Intanto tre birre.
Non fumano, il pacchetto lo tiene l`Emme, per dopo, semmai.
Ascoltano l’Orazio che conteggia le puttane del Metropol, precisando che ieri gliene mancava una, quella piccola.
– Volete sapere? Fatta anche quella!
Album completo. Gli allungano una birra, anche se non potrebbe per via delle pastiglie.Due ore dopo sono ancora lì al tavolo, tranne l’Orazio che è balzato in sella al Puch, verso la pista di pattinaggio a guardare le ragazze.
– Ma c’è ancora il ghiaccio in maggio?
– No. Fa niente. Immagina.
Dunque: Gabi, Emme, Petans. Alla deriva al Paradiso, che digeriscono buttando lì corteggiamenti etilici alla cameriera, che ci sta fino a un certo punto. Hanno intaccato le Parisienne e buttano fuori il fumo come incalliti.
Tentano di ricordare un tempo un po’ andato nell’intontimento delle due del pomeriggio. Lo fanno singolarmente, in un quarto d’ora di silenzio talmente irreale che la cameriera è lì lì per chiedere se qualcuno sta magari male. Poi al Petans viene in mente che gli hanno rotto le balle anche oggi.
– Ancora fuori a gridar dentro che loro in Seconda la buttavano avanti senza cagate. Un giorno li masno. Che poi, vanno avanti tutta la settimana a Cà dal Geni a pontificare. Uno ha l’anca, l’altro gli toccano insieme le ginocchia. Perfino il Puda, che nessuno ha mai visto fare qualcosa, dice che una volta erano più forti e poi sghignazza. Solo che in Seconda hanno preso duecento gol in quattro anni, bella la difesa, propi.
Il Petans è impulsivo, ma stenta a farsi valere. Di solito parte eroico e poi si ritrae quando si deve decidere qualcosa.
Il Gabi, che invece è piuttosto sardonico, lo sa, e visto che in mattinata non ha segnato e la cosa gli gira, tira nella porta lasciata incustodita del Petans:
– Noi però, sette solo oggi. Se la buttavi in avanti qualche volta magari era meglio – gli dice.
Con la tovaglia a quadri rossi e bianchi stesa davanti sembra un presentatore della tele a Riuniti per Natale in California.
Il Petans, ormai, un bracciante senza lavoro.
L’Emme non ha voglia di discutere e va fino al bancone per vedere in intimità se la cameriera magari magari, ma c’è solo il padrone che gli allunga un nocino agratis quasi per compassione, intuendo forse i sette gol che si porta dietro. L’Emme in effetti è un po’ giù, ma per via di quella cosa che ha fatto senza pensarci e che non vuole nominare neanche a se stesso. Il nocino è troppo dolce, come per dispetto.
Il Petans tenta un attacco disperato, ma dubitativo:
– Non ho neanche giocato il secondo tempo…
Il Gabi lo abbatte in contropiede:
– C’è un perché.
L’Emme si scuote:
– Più di uno – esclama a caso, tornando a sedersi.
Finiscono il pacchetto di Parisienne.
Il Gaby chiede alla cameriera il conto e indicazioni sulla strada per Moroscetto, ma lei dice che non sa bene dov’è, è lì da poco, quasi scusandosi.
Partono sulla Giulietta verde, che c’è ancora tempo.
(…)gene
Postilla
Under 79 – FC Preonzo 7-1
Note: Breganzona, 34 spettatori; tempo splendido; colomba pasquale negli spogliatoi. Nell’Under 79 ritorno in campo di Morsanti dopo 13 anni di squalifica.
Fonte: El Scrobion – Quotidiano indipendente -
A proposito di Lili
(…)
L’ultima settimana di settembre si presentò così fredda che i balestrucci precipitavano dai fili della luce. Rane in pieno sconcerto si scaldavano nei letamai. Foglie spaventate cercavano rifugio nelle tasche dei passanti.
– Per me le cose non vanno bene – disse l’Ezechiele guardandosi i piedi.
La Lili pensò alle solite cose sul cervello traballante, ma invece lui aggiunse che sentiva le stagioni e i giorni ribaltarsi senza più senso. Aveva ragione l’Ezechiele, con quel gelo di adesso e il vento di gennaio, per non dire dell’acqua di luglio. La Lili non sapeva più come vestirsi, o spogliarsi.
A quei tempi l’Emme era ancora un ragazzino che si perdeva via con le boccette e non ci faceva tanto caso alla Lili, che gli pareva vecchia. Ma adesso ci pensa, eccome, e non è che sia passato tanto tempo, ma dai dodici ai diciassette ai maschi il fisico dà fuori di matto e la testa non ci sta dietro e le vecchie ringiovaniscono. Il fantasticare sulle doti della donna matura, peraltro senza averne idea, a meno di voler scambiare per istruzione le vanterie inverificabili degli altri pubescenti compagni di sventura sessuale, lo faceva sentire un uomo, ma già.
Ormai l’Ezechiele era morto e la Lili era tornata ad annoiarsi con le solite facce e le solite proposte grossolane. I giovanotti invece le piacevano perché li teneva in pugno con un semplice cambio di passo o una gonna rossa. Pensava sempre all’Ezechiele, quel ragazzone in balia della pazzia che lei si era presa a carico per compassione. Anni a combattere contro i suoi terrori, a farlo mangiare, a dargli fiducia. Quando tornava a casa era sfinita, ma leggera per il senso che dava alla sua vita. Immaginava, nei momenti migliori, che sarebbe durata per sempre quella splendida illusione di fare a meno dei pesi che trascina l’attrazione.
Bella la Lili, ma lei non si curava degli uomini, le bastava l’Ezechiele con i pensieri improvvisati o capovolti, asessuato a vent’anni come a tre.
Ma poi è morto e la Lili, che fare, di nuovo, che balle, cristo.
E come le foglie in primavera gli era tornata la voglia, ma visti i maschi in giro preferiva fare da sola quindi.
Come l’Emme, per il quale però non era una scelta e dal suo cuore, o da più giù, gli precipitava la passione sui piedi che si facevano di piombo. Per questo la caduta degli uccelli dai fili lo sgomentava: sembravano pezzi di sé. La cosa se la ricordava bene anche se erano passati molti anni e allora ci aveva fatto caso solo con lo stupore dei bambini quando non hanno una spiegazione. Ma adesso ci vedeva dei segni sciamanici, come direbbe il Nandel.
Ma era solo il desiderio di provare la femmina. La Lili era innalzata a suo desiderio, una donna che certamente avrebbe saputo come fare, un torbido segreto, una catapulta di sconcezze che non avrebbe preteso di baciarlo sulla bocca come le ragazzine della sua età, che per sfiorargli una tetta bisognava far su discorsi della madonna e aspettare che fossero sul punto di rincasare. Ma perché mai non si fanno toccare alle sette invece che alle dieci? si chiedeva ogni tanto. E poi, se appena appena una di loro la prendeva sul serio, te la trovavi attaccata il giorno dopo e c’era da vergognarsi e non si sapeva come svignarsela. E di darla o chiederla, neanche per idea.
Quindi era rimasto alle pippe.
E quando la Lili, verso mezzogiorno, sul camion della Migros che ha un passaggio strettissimo tra le due file di scaffali refrigeranti e che gli stava davanti di un centimetro scarso, si voltò e gli disse “ma che bel giovanotto”, lui sentì il cestino della spesa che lo trascinava agli inferi del sesso. Rispose un gnrgh e poi, per strada, si convinse di aver perso una grandissima occasione. E sull’illusione del non accaduto ci costruì un mondo torrido ma a manovella.
La Lili, che aveva capito con quel misterioso intuito che hanno le donne, ci giocò per un po’, tipo che quando lo incontrava gli sorrideva ravviandosi i capelli o aprendo appena il giacchetto, tanto per vederlo incespicare nell’imbarazzo. Ma quando lui aveva deciso di buttarsi in qualche modo che non sapeva, lei aveva già smesso e si era messa con uno di fuori. All’Emme dispiacque di non vederla quasi più, neanche sul camion della Migros. Superò la cosa con classe, entrando in un coro alpino misto, dove gli capitò per davvero una matura ventenne allegra che lo mollò dopo che lui ebbe manifestato segni di relazione fissa e lei ma neanche per sogno.
Ci rimase male, ma almeno la storia dei balestrucci smise di tormentarlo. Il più era fatto. O almeno credette, come chiunque.
(…)gene
Postilla
Ci sto lavorando seduto sul momento
g. -
Il delatore
Testo scritto nel mese di febbraio del 2016. Il tempo corre e noi non impariamo niente di niente
Ebbene sì, sono un delatore e me ne vanto. Cosa ne sarebbe della società senza quelli come
noi? Un caos. Noi siamo quelli che arrivano dove l’ordine non ha forze, siamo i cittadini che segnalano alle autorità coloro che infrangono la legge. Certo, non siamo tenuti al rigore che toccherebbe a magistrati o giornalisti, noi facciamo un lavoro più generico. Le nostre segnalazioni possono basarsi anche solo su premesse del tipo “Mi pare di aver visto…”, oppure “Ho sentito dire…”, o ancora “Non sono sicurissimo, ma…”. Tocca agli altri verificare i fatti e le infrazioni, noi siamo solo cittadini al servizio della legalità, senza nemmeno prendere un franco per la nostra opera.Del resto, abbiamo sempre avuto un ruolo importante nella Storia, dall’Impero Romano al Terzo Reich. Quanti eretici abbiamo denunciato all’Inquisizione…
Durante il Ventennio abbiano segnalato numerosi conoscenti al Partito Nazionale Fascista, perché dissidenti, perché comunisti, perché ebrei, perché anarchici, tutta gente pericolosa per l’ordine costituito.
Nella guerra di Spagna abbiamo fatto i nomi di molti rivoluzionari, favorendo la vittoria di Francisco Franco.
Ai tempi dell’Unione Sovietica abbiamo contribuito con le nostre denunce a evidenziare le pericolose derive di dissenso, aiutando l’impero nel riempire i gulag.
Siamo stati nell’ombra, ma sempre al servizio dell’autorità. Certo, a volte è stato giustiziato un innocente, ma si tratta di normali effetti collaterali.
Oggi che tutto è più confuso, ci occupiamo di osservare i comportamenti dei cittadini più indisciplinati e riferire delle loro infrazioni. Non siamo gendarmi, siamo gente che nella vita fa l’impiegato, il falegname, il broker, il pensionato, che fa altro insomma. Ma siamo vigili e responsabili, e appena succede qualcosa di strano, avvisiamo la polizia, diamo testimonianze ai giornali, tramite lettera o a voce (spesso in forma anonima per evitare rivalse).
Il clamore del presunto stupro sul treno che agita il Ticino è partita da una nostra delazione, anzi, mia. Che colpa ne ho se grazie al mio spirito civico s’è fatta confusione? Io non so bene come siano andati i fatti, non mi importa. Non ho visto bene, ma insomma. Non ho responsabilità se i giornali hanno dato notizie imprecise, non tocca a me verificare. Come non tocca a me svolgere il lavoro della magistratura. So solo che se non ci fossimo noi delatori occulti, il mondo non sarebbe più sicuro. E Dio sa quanto sia più importante la sicurezza rispetto alla libertà, con tutti questo migranti straccioni che minacciano le nostre donne, le nostre figlie…
Dovrebbero premiarci.
Firmato: Anonimo.
gene
Postilla
delazióne s. f. [dal lat. delatio –onis, der. di delatus, part. pass. di deferre «portare, riportare, deferire»]. –
1. L’atto di denunciare segretamente, per lucro, per servilismo o per altri motivi, l’autore di un reato o di altra azione soggetta a pena o sanzione, o di fornire comunque informazioni che consentano d’identificarlo: la cospirazione fu scoperta in seguito alla delazione di un rinnegato.
(Dizionario Treccani) -
Le perle del Merluz
Omar Ravani ha scritto questa recensione sul Merluz Vogn, forse sotto l’influsso della quarantena, ma è venuta bene e l’autore del libro gli è molto riconoscente. Ravani ha scattato anche la foto e ne ha fatto una composizione.
Il libro si può ordinare scrivendo una email a: info@directions.ch
https://gabrielecapellieditore.com
di Omar Ravani
“A Lindsey, per quel che sappiamo noi due”. È la prima frase che si trova nel libro del Gene, il “scior Geni” come lo chiama la mia mamma. Se avete capito la finezza*, vuol dire che siete pronti per affrontare il suo “Merluz Vogn”, romanzo nel quale c’è tutto il Giorgio Genetelli che già abbiamo trovato nelle sue opere precedenti. Sono onesto, pensavo di gettarmi in un’opera nostalgica, di quelle che ti fanno rimpiangere l’essere cresciuto ed esserti costruito delle sovrastrutture inutili nel tuo modo di fare e pensare. E invece il gene-libro non è per nulla questo. O meglio, non è solo questo. C’è sì quel gusto di “rétro” che fa tanto bene al cuore, ma c’è, soprattutto, una forza nei personaggi che non è arginabile nelle poche righe di questa modesta e indegna “recensione”. Il piccolo Merluz Vogn è un pellerossa, ma non solo, è anche un cowboy, un marinaio, un ciclista, un ladruncolo, un chierico, un discolo, un… Insomma in quell’estate di un anno indeterminato attorno ai sessanta, nella quale il protagonista passa il tempo dai nonni, succede tutto quello che nel mondo di un bambino sia giusto debba succedere. I “noni”, molto meno presenti (eufemismo), della “mama” e del pa’, non si occupano molto di quello che il nipotino fa durante il giorno. Ma non per questo sono assenti: il “nono” con i suoi racconti e il suo modo di comportarsi è un faro, e guida il Merluz Vogn sulla via che, secondo il sentire comune di una società di paese ancora profondamente osservante e bigotta, non è sempre retta.
Il centinaio abbondante di pagine del volumetto edito da Capelli scivola velocissimo, ma non per questo non va a scavare nel fondo delle coscienze. Alla fine di ogni giornata di avventure, la chiusa del Gene è geniale e pungente. Tanto che quando si inizia un nuovo racconto, immancabilmente preceduto dal pesce in cima alla pagina, si ha voglia di leggerlo anche solo per sapere come andrà a finire. E va sempre a finire che si sorride o si mastica amaro. Si riflette, in ogni caso. Ma soprattutto quello che c’è all’interno è una collezione di perle: una fra le più splendenti è la ramanzina, in dialetto da “Prons”, del “nono” davanti al feretro di un amico, che termina in maniera tragicamente comica “… Aloro tel sa chel ca faghi? A vaghi a cà e in trii dì, giustu el tem de saludèe, a crapi an mi e peu a vegni a catat. Ganasa.” Potente.
In ogni caso, il Genetelli ha fatto centro. Avete solo una scusa per non ordinare il “Merluz Vogn”: dovete non essere mai stati bambini. Sennò fatelo. Non ve ne pentirete.* se non avete capito la finezza, allora già che ci siete leggetevi anche il Becàaria, La conta degli ostinati e La Partita, sempre del “scior Geni”. Male non fanno di sicuro…
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Il Merluz è un’ipotesi di futuro

Oggi è il Primo d’aprile, la festa dei pesci, e sarebbe stata la data d’uscita del mio romanzo Merluz Vogn. Ma il virus ha colpito anche la fauna ittica e allora, in combutta con Gabriele Capelli, l’editore, l’abbiamo messo in acqua da una decina di giorni e se la sta cavando, quasi in solitaria.
Vorrei parlarvi di lui, del romanzo cioè, e del senso che un tempo così eccezionale potrebbe aver già modificato. Non nella mente dell’autore, ma nella percezione del lettore. Avevo scritto questo testo nel pieno della follia di un mondo teso al consumo sfrenato delle risorse naturali e umane del pianeta allo scopo di incamerare ricchezze a scapito del progresso e con grave danno per le presenti e le future generazioni. Ferita gravemente, l’immaginazione, che solo fino a pochi mesi fa offriva letteratura del presente, con fughe prima innocue e ora inutili nel giallo di ispettori detective assassini e risoluzioni, si è inaridita e cerca nutrimento ormai quasi solo nel provare a capire cosa sarà di noi dopo questa crisi planetaria. Non ci provo: la mia opposizione alla letteratura imperante e alla massificazione completa si è già materializzata, inconsapevolmente fino a qualche settimana fa, in questo romanzo, che tratta di un mondo passato, ma che qualcuno ha già definito fantascienza.
Cominciai a scriverlo – un anno fa, ma è passato remoto e da qui il tempo verbale – cercando di sfuggire alla gabbia della trama-a-tutti-i-costi, così necessaria secondo le linee editoriali che vanno per la maggiore, affidandolo a un visionario puntiglioso come Capelli che invece andava (e andrà) alla ricerca di voci controcorrente.
Con l’aiuto del mio amico Gian, che mi ha fatto da editor oltre che da compagno di viaggio, ho provato a fare in modo che la storia emanasse tutta la forza possibile dai suoi personaggi, i quali non seguono un filo narrativo coerente, ma impongono invece la loro vita e vitalità a dispetto del mondo circostante: il paesino diventa continente, l’avventura diventa epopea, le regole squadernate, i dolori condivisi, le gioie collettive.
Non ho operato scelte linguistiche definite (non ne sono capace), ma ho lasciato fluire una specie di gergo direttamente dagli interpreti, a partire dall’Io narrante e giù giù fino alla comparsa di due righe. Ci sono parti in dialetto funzionali e oscure che risuonano come musica atavica, che poi si sciolgono in un italiano spurio, espressione di fanciulli che a volte non capiscono nemmeno le loro stesse parole, per non dire dei sentimenti. Ogni azione e gesto contengono un’innocenza per la quale ogni capo d’imputazione risulta vano: è così e basta. Furti, calci, bugie e liti sono necessari quanto carezze, empatia, amicizia e solidarietà. Un mondo che già nella genesi era diverso dal presente di due mesi fa e che oggi ottunde anche me, proprio come se mi trovassi davanti agli occhi e dentro al cuore un’ipotesi di futuro (che ingenuamente spero sia un futuro molto prossimo). È la nostalgia dello spazio, non quella del tempo.
Merluz Vogn si appoggia su due gambe, assenza e presenza, e avanza a passo vertiginoso nel tempo ridotto di un’estate. Un’andatura così sicura e al contempo così goffa che il riso si sovrappone al pianto e viceversa.
Non so quanto possa divertire o attrarre. Di certo, il lettore capace di estraniarsi dalla realtà ne trarrà piacere, mentre quello in balia della terribile quotidianità lo troverà futile o, forse, addirittura irritante. Però non so, tutto è incerto.
Il Merluz Vogn nuota per adesso in acque tranquille, con le librerie chiuse, ma aspetta le rapide per far vedere quanto sia abile e libero nel suo mondo irreale. Che comunque rischia di essere più bello della realtà. Del resto, cos’è la letteratura se non dare vita all’ignoto? È scivolata di mano anche a me, proprio come un pesce d’aprile.
Giorgio Genetelli
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Isabella e il Merluz in sacocia
Isabella Visetti, la popolarissima allieva di Dialet in sacocia e giornalista alla RSI, nonché lettrice di assoluta finezza (e soprattutto persona cara, carissima) ha mandato questa riflessione su Merluz Vogn, romanzo di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore). A me sembra che risulti più un compendio che un commento. Mi ha commosso.
Il libro si può ordinare scrivendo una email a: info@directions.ch
https://gabrielecapellieditore.com
Di Isabella Visetti
In questi giorni di transizione verso l’ignoto, qualcuno ha scritto che la gran parte dei libri sembra non avere più niente da dire, solo parole in fila, di maniera, quasi menzognere. Un po’ perché la realtà che descrivevano non esiste più, un po’ perché forse si è già risvegliato qualcosa nel profondo di ognuno di noi che fa apparire tutto diverso.
Ho letto “Merluz Vogn” due volte. La prima volta con un’interruzione dovuta all’esplosione dell’emergenza Corona virus in Ticino. Quando ho ripreso in mano il libro, con testa e cuore in allarme, con il sentimento di un’apocalisse incerta e fumosa, ho scoperto che il racconto teneva, le frasi continuavano a parlarmi. E ditemi se questo non è poco. La seconda lettura l’ho fatta nel pieno della crisi e l’effetto è stato quello di avere fra le mani un’opera di fantascienza, proiettata in un futuro lontano, non in un passato scomparso.
“Merluz Vogn” – lasciamo al lettore il piacere della scoperta sul significato del titolo – parla infatti di un mondo che non c’è più e che per i giovanissimi non è mai esistito, tratteggiato in modo efficace senza nessuna concessione al passatismo nostalgico. Un mondo dove “case nuove vengono su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso”; dove lo stemmino del Liverpool è “ritagliato alla brutus da una federa lisa”; dove a cena c’è sempre caffè e latte per inzuppare il pane del giorno prima; dove il fotbal è un “jolly buono per tutte le occasioni”, ma per impararne le vere regole occorre andare allo stadio, nel borgo; dove il telefono, attaccato alla parete di una stanza sempre chiusa, non si sente e non serve a niente. Dove però serve l’atlante per individuare i luoghi da dove arrivano le cartoline del papà lontano e dove non c’è alcun supporto per dar voce al dolore dell’assenza materna, che è un buco silenzioso, in cui un undicenne potrebbe annegare e dunque cerca di starci alla larga finché ci riesce. Non c’è il ritornello “si stava meglio quando si stava peggio”, qui vibra anche quello che manca, quello che non c’è, quello che potrebbe addolcire o facilitare la vita pratica, ma anche lenire (il verbo torna spesso) la tristezza cacciata in un angolo del cuore, la paura del mostro sotto il letto, il rimpianto di un abbraccio che non c’è stato.
Terminata “la prigione della scuola”, i due protagonisti, l’io narrante – affidato alle cure dei “noni” per l’estate – e il Nandel occupano spazi di libertà con la foga di chi deve inventarsi tutto per sconfiggere la noia. Ogni giorno un’avventura dal niente: gareggiare con le barchette lungo il fiume, raccattare camere d’aria per fionde infallibili, imitare le epiche battaglie degli eroi dei fumetti del lontano West, incantarsi con narratori da bettola, ridere a crepapelle (meglio in chiesa o ai funerali: dissacranti e anticlericali senza saperlo); ammirare le gesta di Merluz Vogn, che governa una piroga in mezzo alle rapide; giocare a nascondino in piazza, per una volta anche con le bambine… E poi il dono dell’estate, il “giir dala Svizeri”, che rompe la routine di giorni sempre uguali e distribuisce gadget come “un convoglio umanitario in zone sinistrate”.
Del resto, dice il protagonista, “che cosa si poteva fare se non inventare?”. Una domanda che non è retorica ora. L’immaginazione e la fantasia, ingredienti che crescendo dimentichiamo e che sono così vividi nel libro, sono anche quelli che ci tornerebbero utili come forma di resistenza in questo presente strano. Il ricorso all’invenzione, agli espedienti dei due undicenni che “allestiscono dialoghi” e sono una fucina di idee, carica la storia di un’atmosfera straniante, in un’epoca indefinita ed eterna.
“Merluz Vogn” è anche un laboratorio linguistico originale. Merito (ma lo sappiamo già da prima di questo libro) di Giorgio Genetelli, che rifugge da quella lingua che odora di scuola di scrittura. La sua penna freme, nasce come le previsioni meteo nel libro: “osservando le nuvole e misurando il vento nei capelli”. Un’autenticità che stordisce, un’autenticità a cui contribuisce il dialetto e l’uso che Giorgio ne fa, distillandolo in gocce preziose tra le pagine, con la sapienza di chi sa maneggiare benissimo la sua forza espressiva, così fulminante e definitiva. Con coraggio, lui e l’editore sono però andati oltre, introducendo interi paragrafi dialettali. La pagina divisa in due colonne, una per accogliere la traduzione che corre in parallelo al testo italiano, senza così interrompere il flusso narrativo. Una sfida vinta, un regalo al lettore che si concretizza appieno in uno dei passaggi più forti del libro, il discorso al Brusu, “il defunto Brusu Roselli come l’esule socialista, anche se non lo sapevamo”. E così tutti possiamo rimanere “terrorizzati da un incendio di parole”, parole in dialetto pronunciate dal “nono” davanti alla bara dell’amico morto.
I capitoli, contraddistinti da un pesciolino guizzante, sono simili a scene teatrali, già pronte per essere rappresentate, perfette grazie a una narrazione essenziale e mordente. Il capitolo finale del libro è invece una poesia, una lunga poesia dove c’è tutto. Anche quel dolore da capire che nemmeno il Nandel può spiegare e che, lo sappiamo, non basta una vita per venirne a capo.
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Strade di Toscana
Guida ragionata per neofiti
La chiamavano Coppa Carnevale e dopo i fatti memorabili si capirà perché. In tempi di vacche obese, dunque, il giornale mi aveva spedito a Viareggio per seguire una squadra ticinese (Luganiga, nome fittizio, quello vero non mi viene proprio) impegnata in quel torneo giovanile. In più, c’era da raccontare il ritiro dell’AC Bellinzona, una corazzata che puntava a una primavera di gloria (invece no, invece no, cazzo!). Anche gli altri giornali avevano un inviato, pure la radio. Infatti, sulla Golf aziendale, in viaggio con me c’era il radiofonico Lolli, con il quale condividevo quegli esordi dopo il famigerato Corso di Macolin, dove in due settimane si forgiavano giornalisti sportivi completi. Per dire della serietà del mestiere…
Ma bon, allora, col Lolli si viaggiava bene ed entrammo in Viareggio piuttosto sicuri. Solo che il nostro albergo era al Lido di Camaiore, cominciando così a pascolare, guardando di qua e di là invece che la strada.
Lo dico: sarà tutta una storia sul pascolare, l’andare alla deriva. Insomma, il Lolli lancia un Ocio! ma tagliamo la strada a una Panda e sbam. Noi quasi fermi e lei a cinque all’ora, ma arrivano lo stesso i vigili. Abbiamo torto e lo diciamo subito, ma loro se la prendono con l’autista della Panda. Che è una vecchietta asmatica in preda all’ansia e che per quello stava andando in farmacia.
– Lei faccia un po’ di silenzio – le dicono, mentre a noi quasi quasi ci danno una medaglia.
Non è che parlasse molto la vecchietta, a dire il vero. Comunque, ci hanno lasciati andare senza neanche una multina simbolica. La vecchietta non so, forse l’hanno rinchiusa a Ventotene.
Scusate il tempo presente, ma noi giornalisti sportivi siamo così, attraversiamo le epoche e i verbi e facciamo confusione. Torno al passato.
All’hotel trovammo, oltre alla squadra granata, anche il Botti e il Sciarini, colleghi, già piazzati in precedenza perché erano e sono un po’ gagà e quindi avevano bisogno di una suite e pensavano ci fosse il pienone, a febbraio, ma già. E invece, hotel aperto solo per noi, ma coi cancelli chiusi alle dieci di sera (e capirete il perché di questa informazione).
Il mattino dopo, ci alzammo con in testa il programma preciso: l’esordio dei bambocci del Luganiga contro l’Atalanta, alle tre del pomeriggio, a Margine Coperta, dalle parti di Montecatini, e giù a ridere.
– C’è tempo – disse qualcuno tra l’approvazione generale.
Alla Golf mancava un faro per colpa della vecchietta, ma tanto in Italia a chi non manca un faro?
Partimmo verso l’una, io alla guida, il Botti di fianco con la cartina spianata, il Sciarini e il Lolli dietro a fare l’autoradio. Naturalmente, come ben si sa, i discorsi in macchina distolgono dal tragitto e verso le due siamo quasi al momento della fatidica frase e prevedibile risposta:
– Chiediamo a qualcuno!
– No!
Ma poi chiediamo lo stesso a un pensionato, appostato sul ciglio di un marciapiede da riparare ma che secondo me è così ancora adesso, dove sia la strada per il campo da calcio.
– L’è la terza a sinistra, ‘un potete sbagliare, scè una ‘urvetta e poi un pontiscellino.
(Che poi la terza è sempre la seconda o la quarta)
Il Botti, invece di guardare strada e cartina, chiama la mamma al telefono, ma zio cane. I due dietro ridono come villeggianti intanto che io comincio a perdere la calma alla ricerca della curvetta e del pontiscellino del menga.
Mentre il Botti sta dicendo alla mamma che va tutto bene e che è tutto bello, all’ennesima deviazione sbagliata mi esce una serie a voce piuttosto alta di porco e di cane, abbellita da farabuto porscel, con escursioni sulla madre lavoratrice del Cristo e sul Cristo stesso. Tanto siamo in Toscana e apprezzano.
Il Botti appende e mi informa, molto serio, quasi accigliato:
– La mamma è scandalizzata.
Comunque, me ne sbatto e dopo altri animali accostati al creatore e dintorni, scavalchiamo il maledetto pontiscellino e arriviamo infine al campo, che è però quasi finito il primo tempo e i Luganiga sono già sotto di un gol, almeno quello, per fortuna. Ci vogliono a dir poco venti minuti per recuperare formazioni e marcatore (nome dell’arbitro, introvabile, nessuno sa niente). Nella ripresa, l’Atalanta ne segna un altro e la trasferta è dunque salva, almeno per me e il Lolli (gli altri due sono un po’ sbroja).
La sera, dopo aver buttato giù due righe insulse per il giornale, cenammo nell’androne deserto con quelli del Bellinzona e qui non possiamo dire ancora oggi dell’incidente diplomatico, non insistete, non è il caso.
Facemmo in giro a Viareggio nel tepore della sera attardata, con le chiavi dell’hotel ben in tasca, poi rientrammo piuttosto disciplinati.
Ma nel cuore della notte il Sciarini ebbe un impulso di un certo tipo ed evase.
Il mattino dopo ha un piede così, bucato in cima all’inferriata che cinge il lager, l’hotel cioè.
– Che stiano chiusi i giocatori okay, ma a me non mi rinchiude nessuno.
Due ore dopo sarà al pronto soccorso, antitetanica e immediato rientro al domicilio, che in Italia mah, meglio il San Giovanni.
Rientrai anch’io, il Lolli l’avrebbe fatto nel pomeriggio, il Botti penso che intendesse proseguire come sirenetto della Versilia per un altro paio di giorni.
Della vecchietta nessuna notizia.
La Coppa Carnevale conquistata al primo colpo.
Qualche anno dopo mi licenziarono e fecero bene.gene
Postilla
Da eterno a ghè doma al Signor
Presidente Gilardi -
Il Merluz secondo Simone
Simone Bionda ha scritto questo testo su Merluz Vogn, romanzo di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) per presentarlo il 1° aprile a Preonzo. Data ovviamente rinviata a quando si potrà. Intanto ecco la sua disamina, articolata e profonda, divertente e attenta. Da leggere fino in fondo.
Il libro si può ordinare scrivendo una email a: info@directions.ch
https://gabrielecapellieditore.comPresentare a Preonzo un libro del Giorgio (e scusatemi l’audace similitudine) è come per un commissario di polizia incontrare l’indiziato che torna sul luogo del delitto. In effetti, lo scenario in cui si svolgono i fatti narrati in questo libro è quello che tutti, qui, conoscono bene. Sarebbe fin troppo facile verificarlo dando uno sguardo alla mappa a colori tracciata con affettuosa abilità in fondo al libro. Non ce n’è bisogno. Del resto, l’autore non ha fatto nulla per celare i suoi riferimenti, certamente non (!) del tutto casuali, al contrario di quanto scrivono spesso in esergo i romanzieri quando hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Non so se anche il Giorgio abbia qualcosa di cui farsi perdonare, ma non credo, in ogni caso, che ciò potrà verificarsi attraverso il potere mistificatorio della letteratura. Peraltro, non è la prima volta che accade con la sua opera, poiché sia Il becaària, sia La partita non dissimulano le coordinate spazio-temporali degli eventi narrati (a loro rischio e pericolo, si potrebbe aggiungere). Anche in questo caso, come nel Becaària, i toponimi non lasciano spazio al dubbio: Pasquei, Carèe da mezz, Albiet, RiiAll, Rio Bass, Campì, Salvete, Casinete, Pian Caman, Pian Perdasc, Pian dala Roso, Cher, Teid, Valegion, Roscero, Purscì e via enumerando. Questa volta, però, anche i nomi di persona sono perfettamente identificabili: Puda, Pantoni, Santin, Zepri, Iumf, el Brusu, Miniett, Demarchi, Renatin, Mapis, Dani, … Insomma, per chi, come me, è nato e cresciuto a Preonzo questo libro del Giorgio avrà il sapore della cronaca strapaesana, una cronaca che si può però già definire leggendaria, in bilico tra storia e mitologia. Un libro che tuttavia, appena fuori dai nostri stretti confini, verrà letto come una sorta di romanzo picaresco, che potrebbe essere ambientato ovunque e da nessuna parte, dove nomi di luogo e di persona potrebbero benissimo essere sostituiti da altri, altrettanto validi e altrettanto leggendari, in tutte le lingue del mondo. È, questo, un processo inevitabile: ciascuno parla e scrive di ciò che conosce (o almeno dovrebbe) e conosce ciò di cui è in grado di parlare. Non gliene faremo una colpa, dunque, poiché colpa non è la sua. Gli faremmo invece un torto se leggessimo questo libro come la cronaca giornalistica di fatti reali, avvenuti in un preciso luogo e in un preciso momento, compiuti da Tizio e Caio. C’è, credo, molta invenzione in questo romanzo, come deve fare chi fa questo mestiere, quello del romanziere. Umberto Eco soleva dire che nessun lettore si chiederebbe se Cappuccetto Rosso sia esistita davvero: sono favole (e il romanziere ha il diritto se non il dovere di inventare), favole che però, spesso, dicono molto di più della realtà in cui viviamo della cronaca quotidiana in senso stretto.
E allora partirei dalla quarta di copertina, dove si dice che «Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto». Una “cronaca”, dunque, vissuta tra sogno e realtà, entro un “confine” letterario sfumato, a metà strada tra il genere alto dell’epopea e quello considerato, forse a torto, basso del fumetto. L’epopea, se proprio si vuole, è quella omerica, dell’Odissea più che dell’Iliade, il poema del “ritorno”, nostos in greco; il fumetto è senza dubbio l’amatissimo Tex Willer, che attraversa come un filo rosso i giochi e le vicende dei due protagonisti pre-adolescenti: la voce narrante (a focalizzazione interna), priva di un nome ma, a colpo sicuro, alter ego dell’autore, e l’amico di mille battaglie e scorribande, il Nandel, che a me ha subito ricordato, ma lo stesso discorso potrebbe valere per l’io narrante, il Riccetto dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. I ragazzi, poco più che bambini, di cui narra il Giorgio sono proprio dei “ragazzi di vita” (vivi, vivaci, vivacissimi) e poco importa se lo scenario in cui si muovono sia piccolo, addirittura minuscolo, specie se confrontato con la Roma proletaria dei quartieri suburbani del secondo dopoguerra, quelli in cui si svolgono le vicende dei ragazzi pasoliniani. Le pulsioni e, vorrei dire, l’umanità profonda che dominano le scorribande del Nandel, del Dani, del Uoter, della Sandra, del Savit sono esattamente le stesse che animano le imprese del Riccetto, del Caciotta, del Lenzetta, del Begalone ecc… Qui, adesso, non si tratta di cercare a tutti i costi dei modelli nobili per il Merluz Vogn, operazione che non pare necessaria. Ma sarà necessario avvertire, almeno, che scrivendo negli anni ’50 del Novecento Pasolini aveva descritto un’umanità del tutto analoga a quella che il Giorgio ha descritto nel 2020 in questo romanzo, significativamente ambientato, però, negli anni ’70 del secolo scorso (come già Il becaària), quasi cinquant’anni fa dunque, in un Ticino, come dice la quarta di copertina, «irrimediabilmente perduto», un Ticino ancora semirurale, in cui i primi segni (e scempi) dell’industrializzazione, in ritardo rispetto al resto della Svizzera (anche dell’Italia, occorre dirlo), si manifestavano, a sud del villaggio, nella «raffineria di petrolio con i possibili veleni che le facevano da fossato» (p. 23), tornata recentemente, e tristemente, agli onori della cronaca (che possiamo accostare, sia detto per inciso, al Ferrobedò del romanzo di Pasolini); a nord dai cantieri delle «case nuove che venivano su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso» (p. 11), le case con siepe e giardino della nuova borghesia, e dei nostri padri (anche del mio), che si affrancavano così dal mondo contandino e dal paese vecchio dei loro, di padri. Proprio quella borghesia omologata e omologante, anche nel linguaggio, verso cui si scagliava la polemica socio-culturale di Pasolini. Erano, questi due luoghi, i confini estremi e opposti di quel “piccolo mondo antico” perduto per sempre e offrivano ai due protagonisti il materiale (di scarto) utile per i loro giochi d’infanzia, innocenti sì, ma anche al limite della temerarietà, come quella volta in cui il Nandel «aveva deciso di volare» (p. 17) lanciandosi dalla terrazza di cemento di una stalla, con un improbabile paracadute formato da neri ombrelli rimediati in discarica e un ombrellone dell’Alemagna preso in prestito da Ca’ dal Geni. Fine della corsa, un letamaio: «L’è un varèe da merde», avrebbe chiosato il Nandel.
Per non parlare, appunto, del dialetto: «romanzo post-dialettale» lo definisce sempre la quarta di copertina. Come il romanesco nel romanzo di Pasolini, il dialetto di Preonzo è onnipresente, in varie forme. È presente, certo, nei nomi e nei toponimi (anche se Prons non compare mai, neppure Preonzo del resto: suggerirei comunque, specie ai più giovani, di leggere il romanzo con la toponomastica di Preonzo a portata di mano e con l’avvertenza, però, che spesso restano i nomi e cambiano le facce, e l’incontrario, tutto può accadere). Ma è presente soprattutto nei racconti di secondo livello narrativo, per intenderci nei racconti secondari interni al racconto principale, secondo il modello delle scatole cinesi, quando a narrare non è l’io narrante ma è un personaggio del racconto primo, spesso il «nono», che racconta al nipote, cioè l’io narrante, un aneddoto del passato. In questi casi, il dialetto è predominante, al punto che, con una felice scelta tipografica, è offerta a fronte la traduzione in lingua e in corsivo, su due colonne parallele. Desidero leggervi uno di questi aneddoti (cfr. pp. 101-102, in dialetto, si capisce), anche perché riuscirà forse a stemperare, o inasprire, a seconda dei punti di vista, la delusione per il Carnevale triste di quest’anno:
[…]
Un Carnevale finito in tragedia, dunque, o in tragicommedia, se si preferisce. I racconti del “nono” (ma altre volte saranno quelli di altri personaggi) sono funzionali al recupero di vicende doppiamente leggendarie, poiché l’espediente sospinge ancor più nel passato e nel mito, quando cioè il protagonista non era ancora nato, vicende che si perdono nella notte dei tempi e che riemergono il tempo di un capitolo. Ma il dialetto si insinua ovunque, dentro e fuori i discorsi diretti dei personaggi, in parole quali saiotri (cavallette), marsciauro, el Camarel, marende, pizocon (gnocchetti), tolon, matelet, el bulo, Besava, Bruseves (le più ardue con traduzione a piè di pagina). Quando non è dialetto puro si tratta di formule o parole calcate sul dialetto, oppure di italiano regionale e di antonomasie. Qualche esempio: gazosa, postale, sagex, fotbal, far casotto, verdi verdenti, fa niente (per non fa niente), la tele, uno su in età, dischi da metter su, fare un po’ i da più, condrizzata, slozza, pomcips, carta gommata, zibak,le donne biotte. Una lingua che, in termini tecnici, vuole essere il più possibile mimetica, vuole cioè imitare le abitudini linguistiche non solo dei personaggi e del loro contesto sociale, come già faceva la letteratura verista prima e neorealista poi, ma anche della loro epoca. A questo scopo sono decisivi i riferimenti, costanti, alle marche dei prodotti: Opel, Simca, Alemagna, Omaltina (per Ovomaltina), specialine, Campari, Rivella, Toblerone, Simmenthal, Venturini; agli idoli della musica: Adriano Celentano e i Beatles; dello sport: Merckx, Banks e il Liverpool (dominante, ieri come oggi). Insomma, una fitta rete di rinvii a un preciso momento della storia, quegli anni ’70 in cui è ambientato anche Il Becaària, periodo caro all’autore, non solo perché all’epoca poteva dirsi giovane e bello, ma perché era un periodo di grandi fermenti sociali, artistici, culturali, con uno slancio libertario e creativo, anche nello sport, che forse non ha eguali nella storia del Novecento e che certo non è paragonabile al nostro tempo di passioni ed estetiche tristi.
Si arriva così a uno dei temi portanti, lo sport, appunto: la box, il ciclismo e il calcio, in ordine crescente d’importanza. Il Giir dala Svizeri, per chi si trova sull’asse nord-sud che dal San Gottardo conduce al Monte Ceneri, apre l’estate come il Torneo della Riviera di Cresciano la chiude (o la chiudeva). Di quest’ultimo il Merluz Vogn non parla, ma parla del Giro della Svizzera, a cui è dedicato almeno un capitolo. La parte del leone la fa però il calcio (altra passione pasoliniana), in tutte le sue forme, da quello praticato dai “ragazzi di vita” in Pasquei o nel cortile della chiesa, alla Germania Ovest che sfidava l’Inghilterra, passando per i «nostri» che indossavano «maglie rosso scuro». Del resto, nell’aletta della quarta di copertina, l’autore è definito «falegname, giornalista, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore», anche questa volta, immagino, in ordine crescente d’importanza. Ma il calcio, in questo libro, più che praticato è guardato: alla tele (nell’Osteria), dal vivo (allo stadio) o da bordo campo. È il caso del bandereta, felice di nome e di fatto, che il pa’ dell’io narrante aveva immortalato in un componimento di terza maggiore, letto dal figlio in un momento di malinconia, sotto le coperte dello zio in casa dei nonni. Anche questo un “racconto secondo”, ma in lingua, dove figurano parole letterariamente connotate quali ottenebrato, onta, mormorando e riottoso, che il giovane lettore non capisce fino in fondo, e infatti non sa «se ridere o piangere» (p. 68). In queste storie, in effetti, ci si trova sempre sul crinale tra il riso e il pianto, con un occhio che ride e uno che piange, come le due antitetiche storie d’emigrazione, raccontate rispettivamente dalla “nona” (che legge una lettera dall’America, ripescata chissà come in un «cassetto impregnato di naftalina», p. 45) e dal “nono”: la prima finita bene, la seconda finita in un tragico naufragio al largo di Aspen Cove, «om sitocc dal gò, e bononot sonodou». Quasi a ricordarci che un tempo eravamo noi i poveri disperati al largo di Lampedusa (e si aggiunga, per inciso, che anche l’acqua è uno dei temi portanti del libro, fin dal titolo, sul quale tornerò alla fine del percorso).
L’altro tema portante su cui mi voglio concentrare, che affiora continuamente a pelo d’acqua, è il rapporto conflittuale tra l’io narrante e la chiesa o, più in generale, la religione ufficiale. Si comicia così dall’affermazione, fiera e beffarda attribuita al Brusu, secondo cui «“Dio non esiste e non è mai esistito!”», urlata «dalla finestra al passaggio della Ulia, vergine avvolta nel panet e che sobbalzava al sacrilegio inveito per dispetto», per finire con il suo funerale, rigorosamente civile, con la «banda […] senza preti e con bandiere rosse», un funerale così diverso da tutti gli altri a cui l’io narrante aveva fin lì assistito. Eppure anche l’io narrante, come tutti gli altri, aveva compiuto la sua onesta carriera nell’istituzione ecclesiastica, quale chierichetto «in cotta bianca» (p. 41), e le cose erano andate avanti tutto sommato bene, fino a «quella volta fatale» (p. 43) che ora vi leggerò (cfr. p. 43, a partire da «In ginocchio»):
[…]
In questi capitoli, come in quelli sull’emigrazione, viene fuori abbastanza bene la lezione di Plinio Martini, certo quella del romanzo maggiore, Il fondo del sacco, ma anche quella del Requiem per zia Domenica: la Ulia, in fondo, altri non è che una zia Domenica della Riviera, così come il Don Lanzetti un severo e intransigente Don Giuseppe, «arrivato in paese a sostituire un reverendo libertario che piaceva alle donne», lui che «a pensarci di donne e libertà non pareva intendersene» (p. 41). Non pareva intendersene neanche di bambini, per la verità, come quando «a Molon» la ribellione spazientita di una bimba da battezzare, nello stesso giorno del matrimonio dei genitori che avevano già messo al mondo due gemelli (sacrilegio!), mandò a monte la festa e il banchetto che il Don Lanzetti pregustava: «La bambina non la battezzarono più. E vive benissimo» (p. 38), chiosa questa volta con sarcasmo il narratore. Gli eroi e i santi dell’io narrante, infatti, non sono quelli della Bibbia, ma quelli della mitologia classica e pagana o quelli laici di Tex Willer e del Far West, così lontani ma per certi versi così vicini alla realtà narrata, un po’ come diceva Francesco Guccini a proposito della via Emilia in un album che ha fatto la storia del cantautorato italiano. Ecco allora apparire, sulla via campestre che dal Bescon conduce alla Risera, il Fonso e il Delmo che si sfidano in una corsa a perdifiato su due cavalli decrepiti, che montano «come due sacchi di merda», sognando «la Carolina, quella del Nord, di cui gli avevano raccontato alcuni zii emigrati» (p. 25).
A questo punto, mi sono accorto che non ho ancora detto niente della cornice, o, se si preferisce, del racconto primo in cui si inseriscono questi quadretti bucolici, questi capitoli, che per la loro forma brevissima, privi di titolo e di numero, potrebbero essere letti anche in modo sparso. È il momento di parlare dunque dello spunto che innesca la macchina narrativa e di chiudere il viaggio. Alle soglie dell’estate, in quel breve periodo che sta fra la gioiosa fine delle scuole e l’odiato corso di nuoto, l’io narrante viene informato dal padre, con tono grave, che la madre andrà «in clinica, a riposare» (p. 6) fino a settembre e che lui, il padre, andrà «in mare» e poi all’alpe. Quindi, il figlio dovrà trascorrere le intere vacanze estive con i nonni. Alla gioia della prima reazione istintiva – finalmente la libertà! – si mescola subito «la punta di un dolore di cui appena si accorgeva», un senso di malinconia e di distacco, quasi di una perdita irrimediabile. La spensieratezza di un’estate randagia a casa dei nonni sarà sempre accompagnata dalla nostalgia per un’assenza dolorosa, solo parzialmente compensata dalle cartoline del padre. Di qui quell’incertezza costante che domina queste pagine, atteggiata ora al riso ora al pianto, la stessa che emerge dai singoli capitoli e dalle singole avventure, fino al 9 settembre, fino alla problematica agnizione finale che qui, per ovvie ragioni, non rivelerò. Insomma, su queste pagine si stende un profondo senso di nostalgia, quella nostalgia che, secondo la quarta di copertina, sarebbe «volutamente bandita» e che invece è la vera protagonista di queste storie. Ma questa non è la nostalgia di un nostalgico, è la nostalgia dell’Odissea, quella di Ulisse che, dopo mille peripezie in mare, come un Merluzzo ostinatamente controcorrente, ritorna nella sua Itaca a riconoscere la gente che ancora e sempre gli vuole bene.
Simone Bionda


