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Il trittico – II
Seconda parte

1966
Finirono la birra di corsa e ripartirono, il Meo dieci passi avanti, come all’attacco dell’Izoard, l’Asino a rincorrere e l’Adelmo a trattenerlo con immensa fatica. Più l’animale aumentava il passo, più il Meo tentava l’allungo. Arrivarono a cascina di corsa, stravolti, e fu l’Asino a intuire che lì ci si poteva fermare, avendo visto il ragazzo chiudere la fuga.
– Era ora, maledetti – singhiozzò l’Adelmo, come se parlasse direttamente dal mantice del suo sterno infiammato.
Passarono la prima notte in trittico, inchiodati ai loro dubbi.Meo
La storia del ragazzo sembra uguale quella di tanti altri tipi strani. Discosto e silenzioso, aveva camminato solo dopo i tre anni. Il ritardo apparve chiaro a tutti da subito, tranne a sua madre, che con l’amore scacciava le perplessità. Bartolomeo lo aveva scelto lei, come nome, in onore alla chiesa di Vogorno che tanto le era piaciuta, in uno dei pochi giorni di libertà della sua vita di moglie devota. Tra il marito e gli altri tre figli, le sembrava a volte di non avere nemmeno tempo e diritto per respirare. Nonostante tutta l’incomprensione patita e subita ogni maledetto giorno, sembrava che ogni dolore le scivolasse sulla pelle ambrata dandole una specie d’immortalità. Era bellissima. Per questo non pareva possibile, agli occhi voluttuosi e indagatori di tutto il villaggio, che potesse essergli capitata la disgrazia di un figlio deficiente. Intuita la commiserazione, Maddalena ostentò senza più nessun pudore la potenza dell’amore materno per Bartolomeo. Maledicendo tutti con la forza del pensiero.
Il primo a cadere sotto i fulmini dell’anatema fu il marito, rovinato a catapicco in fondo a un precipizio inseguendo pecore volanti. Maddalena non l’avrebbe voluto, in fondo, ma una maledizione resta una maledizione e quindi amen. Partiti poi i tre figli distratti e conformi, all’inseguimento di sapere e fortuna che in quel posto erano come cercare un lichene nel bicchiere del vino, restò sola col ragazzo. Per mangiare si adeguò all’assistenza dei vecchi del ricovero.
Tutta quella libertà, che svuotava le giornate della presenza rumorosa di fratelli padre e madre, svegliò il Meo, che cominciò a girovagare, arraggiandosi a conoscere quel mondo aspro che lo circondava. Nel peregrinare, a godere della neve o raccogliendo fiori da portare alla mamma, un giorno cadde a terra fulminato da una corrente interiore che lo lasciò a sbattere per infiniti minuti. Stoico com’era, si rialzò rattrappito e come un granchio si avviò verso casa. L’Adelmo lo vide da lontano e capì che qualcosa andava meno del solito nella camminata sghemba di quel ragazzo. Scese dal trattore e lo raggiunse. Il Meo perdeva sangue dalla fronte, niente più di un graffio, ma il suo viso era del colore della cenere fredda, impiastricciato di bava e raggrinzito dallo sforzo.
– Che hai fatto?
– Niente di niente.
– Ti fa male?
– No!
– No?
– Sì…
Mentre gli parlava, il ragazzo guardava l’Hürlimann, cento metri più su. L’Adelmo, capito al volo che il mezzo agricolo era un’attrazione per quel giovane stravolto, mise insieme le due cose. Convinse il Meo a montare in carrozza e lo portò al ricovero, che lì di malanni se ne dovevano intendere.
(continua)gene
Postilla
Un racconto in tre o quattro parti e per il quale bisogna portare pazienza. Nessun riferimento a persone esistenti, dico davvero. Una storia di ostinazione, lealtà e amicizia.
g. -
Il trittico
Prima parte

In tre. L’Asino, il giovane Meo e lui, l’Adelmo. Un trittico, più che un triangolo. I vertici sentimentali si rincorrevano invano senza mai formare una figura geometrica conclusa e chiusa. L’Asino amava il giovane con la dedizione degli animali all’uomo; l’Adelmo fraternizzava con l’Asino e il Meo con precisa distinzione tra bestia e persona; il Meo fuggiva l’Asino con angoscia e tedio, a seconda dell’animo suo. Non si poteva lasciare il giovane solo con l’Asino, altrimenti il primo si allontanava infastidito inseguito per amore dal secondo; non si poteva lasciare l’Asino solo con l’Adelmo, perché l’animale soffriva l’assenza del ragazzo e diventava nervoso; quando l’Adelmo restava solo col Meo, l’Asino ragliava disperato.
Dunque, salvo in alcune ore della notte dove trovavano da riposarsi al sicuro dei loro sogni, stavano in trittico, senza triangolare cateti e ipotenusa.Asino
La storia dell’Asino è piuttosto semplice. Nessuno lo voleva più per via del carattere intemperante e lo trascinarono alla fiera per provare a rifilarlo a qualche ignaro forestiero. Di macellarlo, neanche per idea, che un diavolo simile, pensavano, avrebbe avvelenato tutti. Ucciderlo e basta sarebbe stato immorale.
Una giovane bestia indocile che non socializzava né con capre né galline, e meno ancora con quelli del suo stesso genere. Il prezzo era così basso, cinquantasette franchi trattabili, che l’Adelmo tentò l’affare. Il Meo, che in mezzo a quella fauna avrebbe voluto andare al cesso ogni tre minuti per l’inquietudine che il tutto gli scatenava, s’irrigidiva come un manico di badile nel capire che l’Adelmo era attratto dall’Asino e sapeva che questa cosa gli avrebbe demolito la serenità. L’Asino, invece, una volta strappato alla fiera e al suo vissuto, avrebbe raggiunto una certa mansuetudine.1966
Alle tre del pomeriggio erano già sulla strada di casa, rasserenati a geometria variabile: l’Asino dalla presenza del ragazzo, il ragazzo da quella dell’Adelmo, che di suo conto era fiero di aver portato via la bestia per meno della metà del prezzo.
A mezzo cammino, assetati, legarono l’Asino al palo della luce di fianco all’Osteria del Tiglio e si sedettero al tavolino di latta rossa, pronti per la birra. Il problema relazionale balenò in tutta la sua chiarezza non appena appoggiarono le labbra riarse al boccale gelato. Un raglio dolentissimo e tonante.
– Avrà sete? – chiese l’Adelmo al ragazzo.
– Non m’interessa quell’Asino! – esclamò il Meo, pallido come appena prima di una crisi.Adelmo
La storia dell’Adelmo è più complessa di quella dell’Asino. Alle spalle un paio di catastrofici affari di cuore e alcune imprecisate ma perigliose scelte su cosa farsene della vita, all’imbocco dei quarant’anni s’era relegato in fondo alla Bavona, valle alpina roboante di genti in estate, malinconica nelle stagioni di mezzo e sepolta dalla neve in inverno. A furia di bracciate, nuotò nella corrente del lavoro occasionale, racimolando quel tanto che bastava con doti casearie affinate nel dubbio e alcune capre che poi diventarono una ventina. Si aggiunsero sette mucche e un toro riottoso che non voleva nessuno nemmeno quello, ma che andava bene per la monta a pagamento. La sua strada era stata tortuosa e affollata, ma gli mancava sempre qualcosa che non sapeva bene, probabilmente una donna che lo amasse.
In mancanza di ciò, l’impennata di gioia giunse quando conobbe il Meo. Diventarono amici per un caso della vita di cui si dirà più avanti. Il suo sgangherato trattore, un Hürlimann verde, era fascinazione assoluta per il ragazzo. Quando riuscì a convincerlo a montarci, il Meo avrebbe voluto non discenderci più. Ogni giorno, avanti e indietro a far provviste, a vedere la teleferica, con o senza carro dietro, l’Adelmo alla guida, il Meo sul sellino alla destra del macchinista. Quando riuscì a convincere il ragazzo a salire in teleferica per vedere i lavori alla diga, al Meo si aprì la meraviglia di quel Nuovo Mondo fatto di ruspe, camion, scavatrici e operai. L’amicizia levò in volo nel cuore del giovane. L’Adelmo cominciò a intravvedere un senso alla sua vita.
(continua)gene
Postilla
Un racconto in tre o quattro parti e per il quale bisogna portare pazienza. Nessun riferimento a persone esistenti, dico davvero. Una storia di ostinazione, lealtà e amicizia.
g. -
Cinque centesimi di terra – Ultimo atto
Primo atto

Secondo atto
Terzo atto
Quarto atto
Quinto attoRientrò la nonna e con tutto il suo buonumore di massaia troncò la storia a un passo dalla fine.
– Zitto, non sa niente – sussurrò il nonno.
Mangiammo come clandestini, il nonno risucchiando la minestrina, io rattrappito dalla curiosità. La nonna, ignara e un po’ senile, mi chiese cento volte di come stavano i miei.
Alle sette, la nonna andò in piazza con altre comari. Nella penombra, ci sedemmo di nuovo sul divano e il nonno riaccese la pipa.
– Quando avrò finito, mi devi promettere che non ne parlerai con nessuno, nemmeno con i tuoi, prima che io e il Sante non saremo sottoterra. E non ci vorrà molto, a finire la storia e pure a morire. Molti immaginarono, tanti hanno bisbigliato, ma le accuse sono rimaste dietro le persiane. Quando il Nerio e il Neli partirono per l’America, sapevo che non sarebbero tornati. Sono morti da tempo e solo io e Sante ormai li teniamo nel cuore, assieme al segreto di quella sera di giustizia e caso. Prometti!
Mi alzai, il nonno mi mise una mano sulla testa.
– A prométi in sóla téscte dal pà! – esclamai serio e fiero come un gallo.
Il nonno proruppe nella sua risata migliore, liberatoria. Mi risedetti.
– Bravo pinin, so che tuo papà non perderà mai la testa. Allora… Il Sasso della Cadrighi balzava, noi guardavamo dall’alto, il prete scrutava il Campo Verde a luci spente. Il paese dormiva o pregava. Il tempo rallentava i battiti e, appena dopo l’ultimo, il sasso atterrò con forza di meteorite, qual era. Il boato e l’aria spostata non poterono più essere scambiati per tuono e vento, e in pochi minuti salirono le voci della gente che si era precipitata fuori dalle case. Potevamo solo immaginare la scena. Con un sentore di impazienza e angoscia ci precipitammo a valle, saltando scalini e tagliando sentieri che stavano nella nostra memoria più forti di qualsiasi dolore. In un baleno eravamo davanti al Campo Verde, col fiatone, ma la calca di compaesani stava qualche metro oltre. Il Nerio bestemmiò.
Il nonno tacque di un silenzio tagliato da un sorriso, forse amaro.
– L’ére ruò giusct el sass?
Tirò sei o sette boccate lentissime, infinite.
– Sei ancora certo di volerlo sapere?
Annuii senza fiatare, scrollandomi dai capelli gli ultimi rimasugli di campagna e fanciullezza.
– Era scuro come in bocca, ma potevamo vedere che le sopraffazioni gravate sulle spalle di tutti i poveri avevano scatenato le energie della giustizia per polverizzare i calcoli del Nerio. E non solo quelli. Il tetto della canonica e le mura che davano sul Campo Verde erano spariti e al loro posto troneggiava la preistoria. Ci facemmo largo impiastrati di fango e pioggia. Da sotto il Sasso della Cadrighi spuntavano una manica di palandrana nera e una mano molliccia che nell’ultima smania si aggrappava ancora alla terra.
Il nonno si levò di tasca il cinque centesimi e me lo diede. Andai a casa.gene
Postilla
FINE -
Cinque centesimi di terra – Quinto atto
Primo atto

Secondo atto
Terzo atto
Quarto atto– Vedi, – riprese il nonno – non è che fossimo anticlericali per puro principio. È che da noi si erano approfittati di miseria e ignoranza per farci paura e fregarci serenità e roba. Che la roba era poi quella che era, pascolata da vacche magre tanto al piano quanto agli alpi. Non sono come quelle che vedi adesso alla tele, rotonde e perfino di colore viola, che sanno giocare a calcio o addirittura parlano. Le nostre muggivano di fame nelle stalle buie, antri di merda e olezzo che se ci fosse stato il Besomi avrebbe chiuso tutto e noi saremmo potuti partire subito per Ellis Island, a schivare la certezza di morire qua in cambio di un periglio perenne e sconosciuto. In mezzo a questo vivere, ci si metteva il prete, che leggeva e scriveva lettere a chi non ce la faceva e redigeva testamenti in nome di Dio. E non solo uno eh, ma tutti i preti passati di qua. Una lunga sequela di offerte con l’anima tra i denti e nessuno che si rivoltava per il terrore della maledizione di un Cielo cattivo. Quando il Nerio perse la poca pazienza che aveva, erano già tempi migliori, anche se di poco.
– E el prevét da adés l’è amò iscì?
– Non lo so, se potesse farebbe come gli altri. Solo che ora c’è la scuola per imparare come si possa stare al mondo senza piegare la testa. La chiesa è mezza vuota anche alle messe grandi, lo so perché la Matilde si lagna ogni tre per due. Ma quelli lì non cambiano mai, sono abituati da sempre all’avidità e al potere. Oggi è peggiore il raggruppamento terreni, che per mettere assieme appezzamenti il sindaco e soci hanno fatto calcoli sulle zone di pascolo e quelle da costruzione e qualcuno è diventato ricco e qualcuno è tornato povero. Adesso però non conta. Il giro al vento lo diede il Sasso della Cadrighi e di questo ci occupiamo. Potevano essere le tre di notte quando partì con la lenta potenza di locomotiva, come metaforicamente ti spiegavo…
– Metafonicamente?
– Metaforicamente. È una cosa poetica, perché la vita senza poesia è niente. Quel sasso era la poesia che stava per abbattersi sull’ingiustizia. I calcoli del Nerio non si confutavano più: il Campo Verde stava sulla traiettoria e il sasso non avrebbe fatto danni ad altre cose o persone. Diluviava e tutti erano tappati in casa, assediati dal timor di Dio. Fu come mandar giù un carico di legna dal filo a sbalzo, solo più grande e rumoroso. Il Nerio aveva le mascelle serrate dalla tensione, credo che improvvisamente temesse di aver sbagliato la balistica e che il sasso finisse sulla casa di qualche disgraziato. Noialtri tre stringevamo pugni di gloria nell’immaginare l’ira del prete. Il Sasso della Cadrighi planava di un volo interminabile e bellissimo. Parve sfondare le porte della storia e del tempo.
(continua)gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g -
Cinque centesimi di terra – Quarto atto
Primo atto
Secondo atto
Terzo atto
Il nonno raccontò finalmente la leggenda del Sasso della Cadrighi.
– Il Sasso aveva l’impronta di due incavature nella parte a monte. Dicono che fossero le mani del diavolo che spingeva. A valle, invece, l’incurvatura di una schiena, quella della Madonna, che fermò la spinta del demonio con la sua sola forza di donna seduta. Seduta su una sedia, una cadrighi. Tutto qua. Balle, ovviamente, perché quando scoppiò la mina del Nerio, calibrata dal Neli e dal Sante in mezzo al rombo dei tuoni, non c’era nessuno a tenere il Sasso. Che partì lento come una locomotiva a vapore, ma poi…
– Ma parché el Neli e el Sante i iutava el Nerii?
– Perché sì, perché anche le loro madri, morte giovani, una di tisi e l’altra di polmonite, lasciarono né tanto né poco alla chiesa, convinte dal prete che la loro vita terrena era stata di una tale santità da sentirsi fortunate per la prematura chiamata e che quindi un dono simile andava ripagato con qualcosa che servisse ai fedeli meno fortunati che ancora transitavano su questa terra di stenti e che ci avrebbe pensato lui. La mamma del Neli, quella della tisi, acconsentì alla donazione del mulino che quella disgraziata famiglia possedeva come unico rimedio alla fame. Pensa che, privati del mulino, si ritrovarono a mendicare per mesi, col prete a dar loro un po’ di pane secco facendolo passare come quello moltiplicato dal Cristo. Il Neli, che era il più grande, trovò lavoro alla cava e spaccandosi le mani sfamò tutta la famiglia inchiodata in casa dalla miseria. Ma la giurò. Al Sante andò diversamente, ma male comunque. A lui, quella stalla che finì nelle mani del prete, doveva servire per metter su casa con la Giantina, con la quale qualche progetto lo faceva, ma che poi svanì quando la ragazza capì che l’amato non le avrebbe dato un tetto; prese la strada della città, ingabolando un borghesino (era bella eh, ma proprio bella) e lasciando il Sante con la rabbia di un toro. Il prete si era fatto due nemici, tre col Nerio.
– E a ti au? chél c’u t’ére facc el prévet?
– Mah, niente. Però le ragioni dei tre mi bastavano. Chissà, forse è il suo fantasma che mi manda la Matilde tutti i giorni. Vedi che prezzo ci tocca?
Scoppiò a ridere fino alle lacrime, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Gli presi la pipa dalla mano raggrinzita, feci un tiro e ridendo mi ingolfai anch’io. Entrò mio padre, nascosi la pipa sotto le chiappe con la velocità di Tex e per fortuna che lui infilò subito la porta sull’aia, stizzito e preso da chissà quale incombenza. Lanciai la pipa lontano, che l’ottomana già si attizzava. Spensi sputando. Raccattai la pipa, intatta. Il nonno si sbellicava. Nell’aria si annunciava la sera. Il tempo correva. Come il Sasso.
– Che era ormai partito…
(continua)gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g. -
Cinque centesimi di terra – Terzo atto
(…) – Perché tra l’andar su al Sasso e il tornar giù, sempre di notte e senza luce, tra forre e torrenti, senza farsi beccare da qualche insonne e chiacchierone, c’era rischio che tutto andasse in malora. Il Nerio ardeva di vendetta e poteva mandare in vapore il suo stesso piano. Inoltre il parroco non era scemo, aveva capito da quelle poche parole rabbiose che qualcosa covava. Pensò che il Nerio gli avrebbe bruciato il raccolto o magari cosparsa di ghiaia quella terra benedetta e generosa. Quindi, tra una messa e una confessione, un battesimo e un’estrema unzione, si piazzò di guardia alla finestra della canonica che dava a nord, proprio sul Campo. Probabilmente confidava nella fretta impetuosa del giovane, e lui era pronto a denunciarlo all’autorità terrestre, visto che il Nerio di quella divina se ne fregava. Intanto che il prete stava acquattato come una faina, noi stavamo alle strategie del Nerio. Eravamo in quattro, due dei quali, il Neli e il Sante, lavoravano in cava e la polvere nera era la loro specialità. Il Nerio ci metteva il furore, io la calma per l’attesa del momento buono.
Bussarono alla porta. Prima ancora di aprire, il nonno già dormiva. La Matilde.
– Caro, è tanto che dorme il Barba?
– Na mezzóro, anda. Tel cognóss el Nerii?
I bambini, si sa, chiedono.
– Non nominarlo mai!
E se ne andò furente, inseguita dal ghigno del nonno.
– Bravo pinin. Dopo notti e notti di preparativi, scavammo una buca a valle fino a quando il Sasso della Cadrighi non stette in bilico sull’erta come una cavalletta su una spiga. Il Neli e il Sante vennero con l’esplosivo. Diluviava, i lampi arrivavano sempre un respiro prima dei tuoni, vicini e fragorosi. C’era d’averne paura e, se fossimo stati credenti, pareva la collera di Dio. Eravamo certi che il prete era alla finestra, dato che ci eravamo presi la premura di passar davanti alla canonica per tre volte ogni mezzora. Non troppo loschi, ma abbastanza da indurre il reverendo ad aguzzare gli occhi sul bene sottratto. Immaginava carri di ghiaia, poiché con quell’acqua rovesciata dal cielo la sua idea del fuoco veniva a cadere. Ma a cadere fu il Sasso della Cadrighi. Lo sai perché si chiamava così?
Scrollai di nuovo il capo e altre infiorescenze volarono nell’aria. Il nonno mi fece fare una boccata, che tanto era ora di provare. Pizzicava, buttai fuori subito. Gli ripassai l’arnese. Aspirò due volte.
– Questa storia del Sasso è una delle superstizioni che la brava gente chiama segni del demonio.
– Com’el brancacarasc?
– Peggio. Pensa che lì ci volevano fare anche un convento, se i corvi non avessero portato via la calcina di notte. Ma il sasso stava là, a far da monito contro le empietà, secondo le fandonie di preti e poveri di spirito. Una leggenda. Che adesso ti racconto, ma tu non crederci.
(continua)gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g. -
Cinque centesimi di terra – Secondo atto
(…) – Tra i terreni finiti in pancia alla parrocchia, dicevo, c’era il Campo Verde, di proprietà dei due fratelli Rosselli, anarchici e anticlericali da matti, che di quel campo se ne fregavano, preferendo murature e legnami. Il Campo Verde lo chiese in affitto l’Angelini, che faceva confine con la sua masseria, oltre che con la chiesa, e che su quel campo, ben disposto e fertile come nessun altro, ci contava. Se lo tenne, gratis, coltivandolo per dieci anni a frumento e patate, intanto che i Rosselli andavano in Spagna a lanciare sassi, ricevendo in cambio un’imboscata franchista che li lasciò secchi. Per una vecchia legge sui benefici d’uso, l’Angelini ne ottenne la proprietà carpendola al solo erede dei Rosselli, il Nerio. Tieni a mente questo nome: Nerio, Nerii in dialetto. Bigotto com’era, l’Angelini donò poi alla parrocchia quel terreno usurpato, un secondo prima di uscir di casa coi piedi in avanti, per salvarsi l’anima in extremis. Doppio ladroneggio. Il Nerio fin lì s’era occupato di tutt’altre cose e nemmeno sapeva più se il Campo Verde era degli zii o di chissà chi. Fu il Senesio a metterlo a giorno della doppietta Angelini-prete ai suoi danni. Né uno né due, ebbe pronta la vendetta e anche la maniera di realizzarla.
Il nonno si prese una pausa per un’altra tirata. Mi passò la pipa, che tenni in mano come dinamite accesa, e riprese.
– Secondo alcuni astuti calcoli, astuti lo diceva lui a noi, aveva stabilito che il Campo Verde stava sulla linea di rotolamento del Sasso della Cadrighi, se lo stesso fosse franato. E che il Sasso della Cadrighi, grande com’era, al momento dell’atterraggio nel Campo Verde, sempre se fosse franato, ci avrebbe fatto un buco che ci sarebbero volute tre generazioni per svuotarlo dal sasso stesso e riempirlo di nuovo di terra buona. Margine d’errore, il diametro di un cinque centesimi. A noi pareva impossibile, ma il Nerio, che sognava la catastrofe di notte, ci convinse. Il Sasso della Cadrighi stava duecento metri sopra il paese. Sai uno di quei sassi dimenticati dai ghiacciai? Un masso erratico, di quelli che in Valmaggia ci mettevano sopra la terra per crepare di fame più adagio. Trenta tonnellate, cento forse, grande come questa casa e quella dell’Ottavio messe insieme. Un cubo di granito venuto dalla preistoria. Un’impresa non impossibile, comunque. Ma la cosa bella è che mancò poco che il Nerio non lo dicesse al prete, un giorno che quello gli aveva intimato di abbassare gli occhi davanti alla croce, che ciò che è dell’uomo è di Dio e che quindi lui stesse rispettoso nel sapere che la sua anima era già salva grazie al Campo Verde. ‘Tienilo d’occhio il Campo, prete’ gli rispose il Nerio dardeggiando. Bisognava fare molto in fretta, capisci?
– Parché?
(continua)gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g. -
Dizionario per immortali
Da Prons al món

In la cunu – Nella culla sonnecchia l’Umano strappato all’incoscienza di embrione e feto e avviato al cammino tutto suo della vera incoscienza.
I ròi ròi – Sonagli. Le madri dell’Umano li appendono per chissà quale allegria a quel recinto dove lo confinano per il suo bene e che è la prima delle tante prigioni che lo attendono.
A bup bup – Il gattonare. È la condizione naturale dell’Umano, alla quale è stato strappato con un lavoraccio millenario da un processo evolutivo di grande rompimento.
A pé pé – I primi passi corti e sbilenchi che l’Umano, sbagliando, crederà di poter poi fare a meno nel cammino che gli spetta o che gli tocca, ma che si ripresenteranno in forma acuta, e con grande disappunto, sul finale di gara.
In bop – A cavalcioni. Di solito dei padri, che si trasformano in cavalli per la gioia dell’Umano figlio, ma non si accorgono di essere invece degli asini, con grande nocumento all’umile nobiltà del somaro.
A dól dól – A penzoloni e contento starebbe l’Umano se fosse ancora e pienamente scimmia. Non essendolo più, si adopera a replicare quel che gli resta dell’istinto tramite azioni e speranze appese a un filo sottilissimo o attaccate a una corda con macina di mulino all’altro capo.
A fur a fur – Fretta affannata. Che l’Umano usa per inseguire doveri e responsabilità, con il rischio-carlona dietro ogni angolo, e staccando se stesso senza riuscire a tagliare nessun traguardo e men che meno a mettersi al collo una qualsivoglia medaglia.
A buréle – A rotoloni. Destino di quasi tutte le opere fattuali e sentimentali che l’Umano considera eterne, o quantomeno solide, salvo poi accorgersi del contrario quando le catastrofi sono già avvenute.
A cupìch – A capofitto. Nelle avventure, nelle emozioni, nelle visioni e nei progetti che l’Umano considera parte di se stesso. Compreso, in modo più o meno composto, il precipitare nella tomba.
gene
Postilla
L’è tut un gravetèe.
g. -
Cinque centesimi di terra – Primo atto
Quel cinque centesimi finito chissà per quale caso nel fornello della pipa, e scoperto a fine fumata, lo fece tornare all’epoca in cui una monetina così valeva un destino e non un niente come oggi.

S’alzò dall’ottomana e percorse i due metri fino alla credenza dove stavano rintanati la bottiglia del cognac e i bicchierini. Ne versò un dito e gli venne da ricordare una cosa, ancora prima che l’ambrato liquido gli fluttuasse sotto la lingua. Mise in tasca la monetina.
Giovanni. Mio nonno. Tra gesta e voglia di vivere era arrivato a novant’anni, traballando sulle gambe spesso ingovernabili. Per questo, lasciava l’ottomana solo in casi d’urgenza: mangiare, bere, dormire, andare di corpo. Da lì, osservava quel che gli restava del mondo, resistendo alle noie, prima fra tutte la visita quotidiana della Matilde, nipote tediosa e zitella come nel miglior campionario dei penitenti alla Madonna di Re. Come ne sentiva il passo, fingeva il sonno.
– Che peccato, il barba dorme sempre – si lamentava la vergine.
Si fermava per vedere se le si sarebbe concessa udienza, con quella petulanza da vespro e poi, ostacolata dalle supposte profondità letargiche in cui veleggiava il “barba”, batteva in ritirata. La porta non aveva ancora finito di richiudersi, che il nonno già riavviava la pipa.
La sera del cinque centesimi, mi chiamò dopo il primo sorso di cognac. Ciondolai dall’aia fin dentro il tinello.
– Ti conto quella del Campo Verde. Ci vuole tempo. Ne hai?
Annuii, facendo svolazzare foglie e biada.
– Siediti qua pinin – mi disse accomodandosi sull’ottomana. Ubbidii, non sapevo se mi sarei annoiato.
– Pensa che dove stai tu di casa adesso c’era stata una campagna estratta dalla palude. Le strade erano di ghiaia e il parroco comandava anche sul sindaco. Per questo la chiesa era sempre dipinta di fresco, mentre a casa nostra si scaldava pel giorno dopo tutto quel poco che avanzava dal giorno prima. Mi ricordo di aver mangiato la stessa polenta sei o sette volte. Davvero eh? Altro che ravioli in scatola o altre prelibatezze moderne. Ma comunque, il parroco era grasso e aveva le mani mollicce come uova di rana. Non che io gliele abbia mai strette, ma dicevano. Questo bel tipo qua riusciva a strappare lasciti da ogni disgraziato che abbandonava la terra e se non riusciva a convincere il morente, convinceva un parente che il passaporto pel cielo costava, mentre per l’inferno bastava assai meno. Terreni e risparmi, già miseri, prendevano dunque la strada della chiesa, passando prima per quelle sudate del prete. Maneggiare soldi e testamenti non ha mai procurato calli, tra parentesi, ricordatelo. Tra i terreni finiti alla parrocchia…
Fece un tiro e mandò fuori un fumo bianchissimo.
(continua)gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g. -
Ago
Da fòro la firi

la fumu
la impienis i selédriA senti la gugiu
sgerada
impienii la visìghiA staghi pulito
s’a fumi
s’a pensi quaicòssPar tutu la viti
l’é dicc
e quanta a so mighigene
Postilla
Data di scadenza sul fondo della confezione.
g.

