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  • In direzione contraria

    Noi dobbiamo andare per di là. Lo so che mi stai per dire che gli altri vengono di qua, ma nave-contrarialoro hanno altro da fare che incunearsi in direzione contraria. Noi dobbiamo passare dove sono passati loro, per raccogliere le cose che buttano e per ripiegare le loro onde, così da poter navigare oltre il loro passato sepolto, verso il nostro futuro. Vedrai che all’orizzonte ne appariranno molte di navi umane in massa, ma ben poche saluteranno e ancora meno si fermeranno a scambiare doni. Se andrà bene, una di queste navi si volgerà e seguirà noi con una nuova ebbrezza. E stai attento, che da alcune tenteranno abbordaggi o spianeranno colubrine. Ti ricordi cos’ha detto Luca l’altra sera? Siamo fuori, fuori di testa, fuori tempo, fuori legge, fuori registro. Prendine atto e andiamo.

    Raccogliendo tesori, incrociammo genti, ma nessuno ci superò venendo da dove venivamo noi – che poi non sapevamo nemmeno più da dove fossimo partiti. Conchiglie di parole inutile, relitti di canzoni dimenticate, bottiglie con messaggi in lingue morte, fotografie dilavate di donne e di terre. Il mare tiene tutto, non butta niente; a noi tocca raccogliere, curare e rimettere in sesto, come si fa con i naufraghi.

    Andammo ancora, ammainando le vele solo in terre dimenticate e struggenti, guardando cieli stellati come se fossero nuovi. Più volte ci perforarono la chiglia e ci sbrecciarono gli alberi, ma erano peggio le tempeste, più forti e meno ostili di alcune navi corazzate, o di altre irte di remi manovrati da schiavi.

    Abbiamo una goccia di splendore da custodire, capisci? Per questo ci tocca l’ostinazione in direzione contraria.

     

    gene

     

    Postilla

    Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità di verità

    Faber

  • Il Pratico

    Forgiato su solide basi, il Pratico condusse un’infanzia a picco sui lavori dei padri per poi mettersi in proprio e scardinare territori con pietre e legna. Nel fulgore della maturità, realizzò denaro con la forza inarrestabile delle sue mani e con il  calcolato funzionamento del raziocinio. In poche parole: costruì, demolì, ricostruì e riempì di denaro la sua vita operosissima. Non si chiese mai perché, ma solo quando e come. Il Pratico divorava la sua vita a colpi di martello e calcolatrice. Maturò una splendida rendita con i risparmi, che in aggiunta ai contributi, gli prospettò una pensione dorata. Smetterò di lavorare e mi godrò la vita, annunciava. E quando arrivò il momento del riposo, fece il giro del mondo praticoassiepato su pontili di navi immense, abbuffandosi di cibarie per terra e per mare. La moglie gli leggeva i menù e lui ordinava e pagava. Parlava nelle sua lingua a tutti i popoli stupefatti da quei suoni. Non era importante capirsi, per quello bastava levare il portafoglio come si leva una Colt, ottenendo tutto senza nemmeno contare fino a tre. Poi le gambe gli divennero di legno e dopo una prima fase di resistenza in carrozzina si trovò inchiodato alla poltrona della veranda di casa. Per un po’ si godette il sole e il whiskey, la televisione e la compagnia cheta della moglie. Che, ovviamente, morì. Rimasto solo, accudito da una badante remunerata come una nababba, il Pratico fece un passo nel vuoto e comprò un libro, uno grosso e costoso come da suo imperioso desiderio. Non ricordo se fosse una versione illustrata di Guerra e Pace, ma quando si accorse che oltre alle strambe stampe d’arte c’erano da affrontare anche le parole, si arrese e morì.

     

    gene

     

    Postilla

    Le uniche cose indispensabili sono le cose inutili.

    Francis Picabia

  • Idioma

    Réus Ròuso Rasalingue-morte

    Ròdo Réde Quéde

    Ugu Sugu Sgiugu

    Tiri Siri Sòro

    Raga Rugu Sgbiugu

    Eu Au Vòu

    Fiòro Fióro Firi

     

    Li senti figlia che da lontano ascolti

    andati suoni d’altri mondi scuri

    impressi a fuoco rivoltati e smessi

    battono ancora come legna in pila

    la nostra che coperta

    secca

    sta

     

    Braga Breghe Cheghe

    Rivi Brivi Cridi

    Dòro D’òr D’óro

    Rasct Résct Ròsct

    Sgióp Sc-ciòp Sciòt

    Féje Féi iéi

    Fièu Fiuu Fòu

     

    Le senti figlia che da lontano ascolti

    il vacillare stretto in altri nomi

    non sai dove si vada o chi li porti

    le parole che scorrono nel sangue

    il nostro che nelle vene

    azzurre

    è

     

    gene

     

    Postilla

    1 – Quando una lingua muore, un modo di intendere il mondo, un modo di guardare il mondo muore insieme ad essa. (George Steiner)

    2 – I termini elencati sono in lingua preonzese. Attenzione agli accenti, mordono.

  • Leggero

    Servono quindici anni per dimenticare il tuo paese. Glielo disse così, il vecchio, come mettere una pietra d’angolo per una nuova casa. Luìs gli aveva raccontato il sogno della notte precedente, quella del suo compleanno, dove lui viaggiava tra sterrati impossibili e una buvette di Buenos Aires. In nessuno di quei posti ci era mai stato e nessuna immagine del sogno era riconducibile a quelle dei posti sognati fino ad allora. Che consistevano sì in una distorsione di case e scenari del suo paese, ma pur sempre uguali a se stessi e riconoscibili. Quella notte no, era altrove e si era poi svegliato contento, dicendo perfino alla sua amata di aver sognato bene. Per esempio, alla buvette di Buenos Aires, che poteva essere quella dello stadio di Bellinzona, chiese di pagare il biglietto per la partita a una donna oltre lo sportello, piuttosto sorpresa.

    – Non si fanno più qui i biglietti, segnor – disse in spagnolo con forte accento napoletano.sogno

    – E come faccio allora?

    – Non so. Paghi la prossima volta, oppure lasci perdere – concluse la donna, che doveva andare a prendere i figli o qualcosa così.

    Niente di particolarmente preoccupante, nei sogni di quella notte, nemmeno le picchiate con una jeep dentro avvallamenti che nella realtà avrebbero inghiottito mezzo e conducente. Tutto divertente e ignoto.

    Succhiando mate col vecchio, Luis raccontò, ingannando il tempo per festeggiare come si deve il suo compleanno. Quindici anni, ci vogliono.

    – Facci caso, ragazzo. Fino all’altro giorno, al terzo bicchiere di vino mi raccontavi della tua terra e al quinto mi spiegavi la tua gente di laggiù. Al decimo gli amori passati e poi in sogno apparivano netti tuo padre, tua madre, tua sorella, fissati negli stessi paesaggi onirici di sempre. Stavolta no.

    – Li dimenticherò?

    – No certo, li hai nel cuore per sempre, solo che sono spariti dall’inconscio. Li evochi con la ragione e l’affetto, ma sono andati via dalla parte più profonda della tua testa, quella che né io né te controlliamo e che spesso genera mostri. Anche se ci torni ogni tanto, al tuo paese, i tuoi piedi non sono più radici da quindici anni e la linfa non sale più. È una bella cosa, nel sogno di stanotte eri contento. È una nuova vita.

    – A cinquantasei anni?

    – Certo. A me successe appena prima dei settanta. Da allora, ho progettato un nuovo mondo e funziona ancora.

    Luis finì il mate e salutò.

    Pensò alla gioia incontenibile dei suoi genitori il giorno della sua nascita e capì che il senso di un compleanno è quello. Si sentì leggero come una farfalla in sogno.

     

    gene

     

    Postilla

    C’era una stella che danzava e sotto quella sono nato.
    Robert Frost

  • Nera – Trailer

    L’acqua è furba, dice il Bau sollevando una pioda del tetto. Ci infila una scaglia e spiega che così si devia il corso misterioso delle sue gocce. L’acqua la incanali come la vita, la argini, la sotterri, la devii, la opprimi; poi, quello che nei giorni di sole è un rivolo, nella tempesta reagisce svellendo tutto ciò che si oppone. E più è opposizione, più è travolgimento. La furbizia dell’acqua si dissimula in mille maschere e cela catastrofe. Nella lista dei suoi travestimenti c’è la Nera, che dissolse memorie con una recita istantanea e consegnata dagli scampati al Signor Oblio, sommo custode dell’imbecillità reiterata e della noncuranza ottusa. (…)temporale

    (…) Di colpo la notte cadde a pezzi con boato inaudito, zittendo il tuono e spegnendo il fulmine, frantumandomi tutti i pensieri, anche quelli che non s’erano affacciati. (…)

    (…) Il Frodo faceva impressione, ma era solo un grande elefante da guidare con prudenza e la camera d’aria seguiva la corrente, veloce e piana come se la Nera, dopo lo stupro, s’adagiasse sulla terra violentata per consolarla della perdita di prati e fiori. (…)

    (…) – A vamm amò, Nèn?

    Ci guardammo, fermi nella conoscenza.

    – Amò – risposi. (…)

     

    gene

     

    Postilla

    In uscita il 15 settembre (20.00) in anteprima alla Casa Cavalier Pellanda di Biasca. Lettura pubblica.

  • Pirach inverséi

    Quest’estate non ho visitato luoghi, non sono stato da nessuna parte. Lo dico perché tutti cateneve lo chiedete a vicenda: dove sei stato? Hai fatto vacanza? Ebbene no, nessun volo, nessuna apericena, nessun afterhours, nessuna coda. Nessun viaggio, tranne quello dentro la mia anima, che però è un tempo che mi prendo tutto l’anno, gratis e in buona compagnia. Beh, buona… a volte stare con se stessi è impegnativo e contradditorio, ma sempre leale, profondo e divertente. Mentre voialtri spiegavate sdraio o vi accodavate a griglie, io ho letto e discusso, a volte da solo, a volte con altri. Mentre voi tornavate alle vostre occupazioni di sempre, bofonchiando, con l’abbronzatura che stinge alla prima curva e la libertà oppressa, io sono andato avanti nelle verdi terre della mia anima, proprio come faccio il lunedì, alla fine del mese, in dicembre e in agosto. Mentre voi sospendevate la vita, dimentichi di miserie e sopraffazioni, come se l’estate fosse una lunga tregua, io mi sono occupato di sorvegliare ladri e mascalzoni che potevano agire indisturbati, tanto voi eravate al bianchino o alla pennichella. Tra l’altro, dico sempre “io”, ma siamo in buona compagnia invece, la compagnia dai pirach inverséi sense om ghèl. Potrei dire noi, ma non mi va di rappresentare altri alla cazzo. Ma ce ne sono di fratelli che suonano per il gusto, che contano storie belle, che spezzano il pane, che ridono senza bisogno di stare al sole di una riviera. Mentre voi vi sorprendevate per il burkini e ammiravate il coraggio dei sindaci e la tempestività dell’informazione, noi ricordavamo le nostre nonne. La mia, per dire, la vidi sciogliere per la prima volta i capelli bianchi lunghissimi quando sfiorava i novant’anni. Prima di allora, panét in tescte, fazzoletto in testa. Non credo le sia venuto in mente di andare al riale per il bagno, ma se fosse successo l’avrebbe fatto vestita. Quest’estate avete sfoggiato ninnoli e guardato culi, e chi se ne frega se avete figli o se siete in età pericolante. Io, noi, abbiamo coltivato peperoni e promosso Jannacci. Siamo meglio di voi? Certo. Mentre voi sognavate di voi, noi sognavamo gli altri.

     

    gene

     

    Postilla

    Se per te è impossibile vivere solo, sei nato schiavo.
    Fernando Pessoa

  • Over cinquanta

    Giornate magnifiche, davvero. Dunque. È sabato e siamo a Maggia per giocare con i SuperOld Boys, ultima categoria agonistica prima della morte, riservata a chi ha passato i cinquant’anni disprezzando la salute. Un torneo per sancire l’attaccamento all’esistenza tramite calcio, nel senso del gioco, in questa categoria ignota. Battesimo trepidante, per questo c’è anche il Meo, a guardare. La nostra squadra annovera calciatori che ne hanno viste tante, ma non tutte. Per accorciare la cronaca, dico che alla fine della seconda partita mi affloscio su una sedia di plastica, tolgo le scarpe e osservo il calzettone destro intriso di sangue. Alluce schiacciato, con unghia frantumata. Prima di ciò, altre disavventure: azioni inceppate sul nascere, cottura di menti, gol spaventosi e subìti, imprecazioni vane e un rigore contro che ci fa perdere il secondo match all’ultima azione, caso mai.

    Ma già da un antefatto si sarebbe dovuto intuire che poteva andar male. Spiego. Siamo lì a pallone flosciotiracchiare in porta per scaldarci prima del via e il Mansueto, al solito, svirgola d’esterno come un cavatappi difettoso. Tiretti che di solito muoiono a dieci metri dalla partenza, come ogive di carnevale. Gli faccio vedere come si colpisce di collo, al che lui dice che non è capace, ma io insisto stupidamente. Da notare che dietro la porta c’è la buvette, con gente assisa e totalmente disinteressata ai nostri drammi incanutiti o stempiati, o le due cose assieme. Bene. Il Mansueto cosa fa? Piazza il primo tiro di collo pieno della sua vita da impiegato, con forza inusitata. La palla sorvola felice l’asta, e plana…

    Dove? Sul testone del Meo (unico giovane presente alla funzione) il quale, preso da una delle sue disquisizioni sui bus, nemmeno s’avvede della bomba e all’impatto perde la birra e il filo del discorso. Con rammarico e stizza della Maddalena, che dà la colpa a me come per il terremoto. Il Meo mi dice ancora bravo, serio e partecipe, neanche fossi io la vittima della pallonata contronatura del Mansueto.

    Relegati poi all’ultimo posto, incassiamo fastidiosi incoraggiamenti del tipo “È solo la prima uscita”. Appunto. Cosa capiterà alla prossima?

     

    gene

     

    Postilla

    Ti dico, avevo capito che la giornata era una di quelle storte. Quando mi sono messo la camicia è caduto un bottone, quando ho preso in mano la mia valigetta, la maniglia è caduta. Ti dico, avevo paura di andare in bagno.
    Rodney Dangerfield

  • Lezioni di chitarra

    Ormai siamo alla deriva dell’intimità messa in piazza, alla quale pure io mi adeguo con chitarraquesti scritti. Ai quali è giusto opporre un sano “Chi se ne frega”. Ma come diceva il Silio a proposito del vino, “A mi am và”. Inutile quindi cercare giudizi sullo scrittore che si spreca nella banalità di un racconto al giorno, tanto i consigli non richiesti non si accettano e lo diceva anche il Mapèta al meglio dei suoi anni. Mapèta al quale nessuno aveva chiesto di regalarmi una chitarra, quando avevo quattordici anni, oggetto che mi ha distolto per non poco tempo dalle miserie dell’anima e da obblighi ridicoli. Ho imparato da solo e ancora oggi tengo fede al mio proclama: Voglio imparare tutte le canzoni. Non ce l’ho ancora fatta, ma tengo discretamente botta a ogni riunione di soci, colmando col canto il gocciolìo penoso della tecnica.

    Da piccolo mi chiamavano Baracheta, a causa del cantare per strada le canzoni del Vittorio, e altre. Con la chitarra, il Mapèta mi ha aperto un mondo e non ho intenzione di richiuderlo. Anzi, vado ancora e sempre in esplorazione. Una gioia, e scusate il termine così sovversivo in questo tempo scuro e afflitto.

    Fatto un po’ di tutto, con la chitarra. Tolto corde perché le dodici erano da fighetto (in realtà non riuscivo ad accordarla), portata a spalla sui monti, usata come elemento di seduzione e così via. Quella del Mapèta dev’essere ancora da qualche parte che non so. Oggi ho una Washborn, cioè, è dall’81 che ce l’ho. Suona sempre meglio lei e sono migliorato pure io, ma magari è solo l’entusiasmo del Meo che travisa la mia percezione della realtà.

    E mentre voi, giustamente, siete all’ennesimo “Chi se ne frega”, vado avanti ancora un po’ a spiegare cosa sia la mia gioia. Alla festa del mio paese, per la prima volta abbiamo suonato in pubblico mia figlia e io, anche lei con la stessa febbre da chitarra e canto. Come se avessimo di fronte tutto il mondo, ci siamo fusi nella concentrazione, aiutandoci nelle incertezze e buttando fuori l’anima. Già, perché senza il cuore, la nostra musica zoppa farebbe pochi passi sghembi. Padre e figlia, parlando di rivoluzione, di risposte nel vento, di cattive lune nascenti, del dolce bambino mio, di pescatori e locomotive, bionde trecce e fiori donati, leggeri nel vestito migliore, nelle strade di campagna o giù all’angolo, tra ninne nanne e galline fredde*, abbiamo scorto in alcuni occhi la nostra stessa gioia. Mia figlia è stata esemplare e con la sua voce calda e profonda mi ha permesso di fare il Richie Havens da carèe, in totale libertà. Nel cuore di quella notte, sono stato visitato da tutti, dal Mapèta in giù, e mi pare che mi dicessero “Bravo!”. Complimento che giro a Giorgia, senza di lei nella mia vita non saprei proprio.

    Mi direte: Gene, non hai di meglio da fare?

    No.

     

    gene

     

    Postilla

    *Father and son -Talking about a revolution – Blowin in the wind – Bad moon rising – Sweet child of mine – Il pescatore – La locomotiva – La canzone del sole – La Verzaschina – Leggero – Country roads – Down on the corner – Ninna nanna del contrabbandiere – Pulenta e galina fregia

  • Condanna all’Ambrì

    In principio, c’era l’andare ad Ambrì per la neve, le gallerie e gli strani discorsi degli adulti pattinatori epocain auto. Seguì l’indipendenza della crescita e del tifo di serata, non ancora vera passione, al massimo una sciarpa commissionata alla nonna e recapitata a campionato quasi finito. Più avanti, giunse la scoperta delle ragazze in curva e in buvette, scremate in breve a una sola, quella che non ci stava con te ma con altri cento sì. Arrivò di conseguenza il rivolgimento ad altri bacini imbriferi, ossia le sagre con balli lenti o i bagni al fiume, situazioni che qualcosa attaccato lasciavano: una morosa, inesperta ma meglio di niente. L’Ambrì, per merito di questa quiescenza sentimentale, tornava in auge; la dimenticabile idea di portare lei nella malagevole Valascia si faceva largo nel deserto di proposte, obliando le fatiche delle seduzioni passate. Dalla paziente spiegazione delle regole del gioco, passando per il patetico tentativo di coinvolgerla nei doveri emozionali che tifare comporta, fino alla camerateria da buvette, la liaison si sfibrava fino a rompersi e tu dovevi ricominciare daccapo andando a operare per feste e carnevali.

    Poi ti calmi, entrando nella modernità, convinto alla quinta o sesta cantonata, e ti senti un uomo con una grande donna al fianco, e ti dai ai progetti. Intanto l’Ambrì, spesso senza di te, inanella le solite cose: vittorie stentate o clamorose, sconfitte prevedibili o sconcertanti, acquisti di eroi e patacche. Ci fai caso di striscio, preso dall’esaudimento delle tue e altrui fisse sulla vita a due. Naturalmente, non dura e finalmente ti dici che la sola passione, urca, è l’Ambrì. E allora, su alla Valascia, di martedì e di sabato, cultore di una pista nel frattempo invecchiata malissimo dentro la quale gioca la squadra meno soddisfacente del globo. Ma a te non importa, chiaro, anzi i patimenti sono le medaglie immaginarie appuntate al posto di quelle vere e mai vinte.

    Un giorno, la transumanza finisce davvero, per motivi assemblati a casaccio come il lavoro, l’esilio o qualche hobby tipo il cinema o le escursioni. Anche se – pensiamoci – c’è gente della tua età che è ancora lì, in quello stato e in quello stadio (si fa per dire…), con la tessera stagionale esibita come una laurea, rischiando la pelle per il gelo e la morbosità, sull’orlo di catastrofiche salvezze condite di proclami per l’anno dopo. Tu, che ne sei uscito per puro culo, fai il ganasa e ne parli come di qualcosa ormai irrilevante. Infine annunci che se ci vai una volta l’anno è tanto, che ho altro da fare, io.

    Poi, seduto al cesso, leggi ogni riga dell’Albertoni sperando che sia o non sia tutto vero; inveisci contro la radio per gol invisibili o annullati e quando al Boscolo salta l’epica ti commuovi ancora.

    Tua moglie, se ce l’hai o ce l’hai ancora, ti fa notare pubblicamente che alla nascita dei suoi figli non hai versato neanche una lacrima e, anzi, sei andato al bar subito dopo il bagnetto postparto. E tu, avvicinandoti all’apparecchio, verso le nove e mezza di quel sabato sera con ospiti dediti alla musica sinfonica o alla numismatica, piazzi il famigerato: “cito n’atim ch’ié dré a veisg”, accompagnato da gesti nervosi con le mani e aria da resa dei conti contro il Rapperswil o altri majapom. Più tardi, da solo nella placidità del dormiveglia, tra nevi di un tempo e gallerie buie, sull’onda dei traballanti elementi forniti dal Lolli, immagini il gol. Non finirà mai.

     

    gene

     

    Postilla

    Testo internazionale: sostituendo alcune parole-chiave è adattabile a tutte le passioni e a ogni squadra (tranne una).

    g.

  • Adunata

    Sotto i giubbotti di pelle nera, sormontati da barbe alla Manson e caschi di foggia metal, harleybattono cuori borghesi e anime schizofreniche. In settimana e per tutto l’anno, i cavalieri imbrattano carte, operano transazioni, portano fuori i cani, mangiano sushi e cervelat, fanno rombare i tosaerba a trazione automatica, mandano i figli alle scuole private, si vestono come damerini di geova. Il sabato si credono Nicholson e Fonda e spandono denari e fumo per radunarsi in Piazza Grande o altrove. A centinaia, raggruppati come pecore e addobbati come lupi. Le loro Harley brillano di ferraglia tarocca, in una gara a chi ce l’ha più grosso e a chi ruggisce di più. Incolonnati verso Ponte Brolla, stivali bene in vista e occhiali firmati, sembrano andare alla ventura con sprezzo della quotidianità, e invece si fermeranno al grotto anelando pommes-frites e schnitzel, con occhio nostalgico. Di solito, vanno soli sul loro cavalluccio, ma alcuni esibiscono una dama appollaiata sul sellino, pure lei addobbata e virile, come si conviene a una massaia.

    Li guardiamo passare e scatta l’effetto-circo, nel senso dei pagliacci. Oppure ci aggiriamo nel serraglio osservando manopole, serbatoi, copertoni, manubri, decorazioni, adesivi, slogan. Loro, mentre noi aborigeni cerchiamo di scoprire dove possa essere finita la piazza degli ortaggi trasmigrati dalle valli per secoli, stanno appoggiati ai tavolini a sorseggiare bitter, col portafoglio bitumato e la conversazione scatarrata causa idioma unno.

    Chiaro che il Meo è acceso, a ogni Harley con casco sullo specchietto esulta come a un gol, e va bene poiché vederlo felice conta più di tutto. Ma quando a un suo giubilo un qualche unno con coda di cavallo e stempiatura si volta con aria da compatimento, la voglia di sgonfiargli le ruote incalza.

    Non so bene cosa facciano la domenica i borghesoni metallici, di certo non sanno riconoscere la malinconia leopardiana come effetto, ma si spingono più al pensiero della settimana entrante di management & consulting con la cravattina al posto dei chiodi. Il lunedì si affossano nella pancia della city.

     

    gene

     

    Postilla

    È un borghese: sogna intensamente soltanto le cose possibili.

    Maria Luisa Spaziani