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  • Viaggio a Gariss

    Tutta la spataffiata simil-omerica di giovedì era solo l’anticipo delirante del pellegrinaggio da Monte Carasso a Preonzo, prendendo per le montagne però, per il gusto di riagguantare terra incontaminata. Teleferica fino a Mornera, trasferta pedestre fino ad Albagno, ristoro con birra e massimi sistemi e poi la partenza del vero cammino per Gariss (Agarizio, secondo documenti comunali datatissimi).

    “Sull’erta che porta alla bocchetta d’Albagno, attorno al ’70, il Pà chiese al Mapèta se funzionava.

    – As sén el tof di vermen in la tère – rispose aulico l’improvvisato compagno di viaggio, per dire che la situazione era piuttosto verticale.

    Mi ricordo che in cima, esprimendo il forte desiderio di una paglia che non aveva, il Mapèta ne trovò una per terra, ingiallita e rinsecchita dai mesi all’addiaccio e se la fumò come se fosse l’ultima.”

    Noi due, la Maddalena e io, siamo meno epici e beviamo un powerade blu elettrico. Da lassù, Gariss non si vede ancora e la discesa è fatta di pietre su pietre, senza sentiero battuto. Mi sembra che di lì non ci passi mai nessuno e nessuno si vede. Appena sopra Cusall, quando i prati cominciano ad accogliere, due camosci timidissimi e rapidi balzano lontano come se non avessero mai incontrato un bipede, figurarsi due.

    Poi arriviamo a Gariss, tra steli d’erba secca, un tiglio che non ricordo e una luce andalusa che paralizza, come se ogni movimento possa farne svanire la bellezza assoluta. Non è San Moritz o il Piano delle Creste, non ne ha la maestosità e la fama, ma tiene ribellione e intimità come nessun luogo al mondo. Discosto dalle grandi vie alpine, percorse da migliaia di turisti, sembra difendersi con un’ostilità che si scioglie solo quando si capisce.

    Sono davvero quasi quindici anni che non passo da lì e lo spiego alla Maddalena che da parte sua è al debutto assoluto. Nessuna nostalgia assale, tutto è ancora vivo e forte, come si conviene a un posto dell’anima. Mi scappa da ridere, in modo irrefrenabile, al pensiero dei giorni passati lì col Dany, il Denco, il Uoter, il Cicio e altri dilettanti della vita. Ne racconto una, per dire dell’inutile e necessaria filosofia.

    “Attorno alle quattro di mattina, col Dany stiamo facendo avanti e indietro con i tasti play e rewind del registratore, per raccogliere testi sconosciuti da cantare. Altri dormono. Poi uno si sveglia furibondo, il Lore, ed esce dalla stanza inviperitissimo.

    – Piantéle. A si bè più canaja! – dice spingendomi, con l’aria delle grandi disapprovazioni.

    Il Dany, con quella faccia seria che mette su quando è al massimo dello spasso, risponde beffardo:

    – Ma a sem dré a regisctrèe.

    Il Lore se ne torna indignato nei suoi appartamenti e dopo una decina di minuti sveglio la camerata avviando la motosega nel dormitorio, tanto per divertirsi ancora (non tutti apprezzano).”

    C’è poco tempo per fermarsi, bisogna riprendere la marcia per Preonzo e la discesa è interminabile. Ma io non me ne andrei più da Gariss, commosso e felice. La Maddalena capisce, ma è inflessibile. Salvo impressionarsi per gli immensi abeti bianchi, i Biézz, secolari e indefesse sentinelle alle quali si ispirò sicuramente Dino Buzzati.biézz

    Altri due camosci nella Val Piana, schivi e veloci come i parenti di Cusall. Umani, neanche uno, che spettacolo.

    Alle sette di sera arriviamo al Crot dal Biondo, coi piedi in fiamme e il cuore occupato da una giornata da appuntare nell’anima. Totale del viaggio, dieci ore per dieci chilometri.

    Ecco, la verità è questa, e la cosa di ieri alla Tolkien dei poveri è spiegata.

     

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    Postilla

    Rifugio in pietra nella Valle di Moleno (di Preonzo, ndr), a 1.422 m, circondato da prati. Il rifugio non dispone di guardiano ed è aperto da maggio ad ottobre per gli ospiti, che potranno usufruire di una cucina completamente attrezzata con legna o gas e acqua corrente.
    La Capanna Gariss mette a disposizione 20 posti letto, tutti con coperte di lana. Il camino crea un’atmosfera accogliente. L’accesso è possibile da due lati con tempi di marcia compresi fra le 3 ore e 30 e le 4h. Il rifugio non è dotato di telefono e non è nemmeno possibile chiamare con i cellulari.
    http://www.ticino.ch/it/alpineHuts/details/Capanna-Gariss/13381.html)

  • La conquista di Agarizio

    Aurora dita rosate aveva ceduto il passo alla gloria del sole. Con gli otri quasi vuoti, Adelmo agarizioe Maddalena giunsero al Bagno, ultimo pozzo prima dell’erta verso il Passo dei Profeti, cosiddetto per la leggenda di una falange intera precipitata di sotto nonostante l’avviso dei tre saggi, che in quel terribile posto vivevano di spirito e preghiere per i naviganti dispersi.

    Qualunque cosa attendesse i due amanti, a loro non importava; quella era la strada per il ritorno e l’avrebbero percorsa tutta, pagando ogni prezzo, se fosse stato necessario. Non avevano forse conquistato Lexio con il braccio e la seduzione, appena due giorni avanti? Non avevano forse aggirato il Gisso con l’astuzia e conquistato il palazzo di Re Elietto con la forza?

    La petrosa Agarizio era la Patria anelata, terra di fieno che sfida la roccia e armenti che dell’equilibrio sono maestri, capaci di sorvolare burroni. Adelmo era partito dieci anni prima, solitario alla ventura, inseguendo chimere. Ma Agarizio non aveva mai smesso di chiamare, con flautata voce di sirena, fino a farsi di nuovo irresistibile, schiava del terribile Orocco Palmato, assassino bestiale.

    Adelmo ora tornava, non più solo, ma con Maddalena, regina strappata alle angustie di un regno oltre le Colonne d’Ercole, immalinconito nella decadenza.

    Ma la strada non era ancora breve. Oltre il Passo dei profeti sarebbero discese le pietre, a migliaia, scintillanti nel loro eterno franare una volta libere dalla morsa gelida dei ghiacciai; più giù, oltre i Piani di Preda, frondosi di alni, si sarebbe distesa Cusallo, prateria ammantata di galban e sgiopp fino al’orlo della terribile gola a strapiombo, tagliata da un sentiero largo un piede; tra i faggi e il pericolo di imboscate, sarebbero giunti a Garina, terra di mezzo e avamposto di Agarizio. Poi sarebbe stata la resa finale. Se Zeus avesse voluto.

    Al Passo dei Profeti, mentre si dissetavano, si materializzarono i fantasmi della Falange Perduta, un incantesimo che Maddalena affrontò con lo Sciulello dai Sctrii, zufolo in legno donatole dal pittore Francesc quando, lei, ancora in fasce, lacrimava dalla culla e la madre disperata pensava le morisse lì. Adelmo aveva già alzato lo scudo, pronto allo scontro, ma non servì, la Legione si dissolse al suono lacerante dello Sciulello.

    L’Ariete Bifronte di Cusallo caricò tra gli alni verdi ma Adelmo gli mozzò uno dei quattro corni, sapendo dell’avvertimento atavico che ripetevano nelle notti accanto al fuoco. La bestia si fece di pietra e poi si sgretolò ai suoi piedi, come cenere in un campo.

    S’accamparono a Garina e fecero l’amore, per ingraziarsi gli dèi e per il piacere terreno del respiro caldo. Ritemprati, mangiarono e bevvero dalla sorgente della Serra, acqua benedetta da Afrodite. Guardarono Agarizio, ancora lontana ma già brillante di bellezza. Gli armenti pascolavano nell’intensità del verde. Di guardia, l’ultimo e più grande nemico: il malvagio e infernale Orocco Palmato, uomo-uccello dalla rapidità della tigre e dalla mole del bufalo, insensibile al sesso e alla pietà.

    Se l’arte della seduzione nulla avrebbe potuto, meglio lasciare Maddalena a Garini, al riparo delle fronde. Adelmo la baciò come si sfiora una rosa e si avviò con lo scudo a tracolla, una fiaccola accesa nella mano destra e la daga nella sinistra, avvolto nell’aura dell’eroe che s’apprestava a diventare.

    L’Orocco Palmato fiutò e si volse quando Adelmo apparve sul motto del Cagello, come vento di tempesta. Spostò le pecore in gruppo a lato dello stallino decrepito, con la calma di chi non teme ombre. Ma l’ora dell’Ade avanzava nel meriggio. Quando l’essere si lanciò divorando la distanza, Adelmo aveva tremato un solo istante, lungo come il piacere e gelido come la grandine. Quando l’Orco gli si avventò con l’ultimo balzo ferino, fece la sola mossa possibile, buttarsi a terra in avanti, tra gli arti palmati dell’avversario. Per un istante poté vedere lo stupore sull’orrendo viso, mentre l’Orocco Palmato lo sorvolava e poi precipitava nel burrone che apriva la bocca nell’attesa da consolare. Dopo un volo interminabile concluse la sua abiezione infilzato in un tronco di larice pietrificato dal fulmine.

    Adelmo chiamò Maddalena, che con passo divino lo raggiunse all’entrata di Agarizio. Dieci anni d’esilio, scontati e riscattati. Varcarono la soglia, entrarono nel tempio, pavesato di gloria eterna e s’amarono tremanti come la prima volta.

     

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    Postilla

    Seguirà la verità, che come in ogni Odissea si nasconde nella follia.

  • On the road

    La Porta del Sud si apre davanti e noi scendiamo imbizzarriti col motorino, incurvandoci sulla strada del Gottardo. Tutta la Leventina è un incanto con le sue grandi case di pietra che sembrano fare a gara con le tremende montagne per arrivare al blu del cielo. Qua e là si vedono cantieri disabitati perché gli operai in agosto tornano alle loro terre, quasi tutte nell’Italia meridionale. La Monteforno invece non s’arresta, ne scorgiamo i fumi oltre il cielo velato di Bodio. Biasca ci osserva severa e ribelle, a guardia delle Tre valli.

    Lungo la sponda destra della Riviera non ci sorpassa nessuno e le praterie sembrano spingere contro il fianco della valle paesi come Iragna, Lodrino, Preonzo. Attraversiamo un vecchio ponte in ferro sul Ticino, verso Claro, avvolti da un forte afrore di fieno fermentato. Il passaggio a livello ci ferma per lunghi minuti. A Castione, la periferia della città comincia a intravvedersi, preceduta da altra campagna.

    A Bellinzona, con una birra da 1 franco, si sta seduti come forse fanno a Siena o Marsiglia. Il Piano di Magadino sembra lungo cento chilometri, tra coltivazioni di pomodori infuocati e grano che aspetta di ingigantire. I motorini sono in riserva e solo a Gordola troviamo un distributore, con un signore che ci offre un gelato quando diciamo che arriviamo da oltre le Alpi.

    Poi, Locarno, una magia arroccata a un passo dal lago, ai bordi di una piana quasi paludosa e vuota. È il Delta della Maggia. Incredibile come in questo luogo convivano città e campagna e il piccolo agglomerato di Solduno sembra discosto come uno di quei posti patagonici raccontati da Coloane.

    Girare a Ponte Brolla verso la Valle Maggia è come aprire il refrigerante. La strada infila altri paesi con la gente nelle piazzette a prendersi cura della vita. Una gazosa al mandarino, che da noi non esiste, e ripartiamo, sorpassati piano dalla Valmaggina che sembra darci un benvenuto.

    Da Cavergno, però, molti Saurer e Berna, gialli, invadono la strada della Bavona e ci tocca accostare un sacco di volte. Sono i lavori alle dighe, ci dicono, necessari con la loro promessa di benessere e di impiego. Torme di bambini e bambine sbucano dai boschi e ci salutano. Una s’imprigiona nella rétina, mora e lucente.ragazza astratta - dipinto

    Impolverati e coi sensi all’erta, arriviamo a San Carlo, gli occhi pieni di sabbia e di immagini d’immense rocce e minuscole case. Il sasso è tutto.

    Sotto un cielo stellato che forse solo negli oceani si può pareggiare, chiedo a Ludwig dei suoi pensieri. Non c’è un paese così bello, mi risponde. È vero, il Ticino è incredibile, tanta terra, montagne maestose, acque infinite e niente traffico o distese di case nelle pianure. Studenti come noi, con le tasche vuote, trovano da mangiare e da bere per cinque franchi, la gente ci sorride e nel cuore sappiamo che questa terra così ospitale e dolce non cambierà mai, che il progresso non sfregerà il suo candore.

    Tra cinquant’anni sarà ancora così, perché la bellezza non sfiorisce. Torneremo sempre. Magari ci sarà la bambina mora e lucente e io la sposerò anche se sarò solo un vecchio freak.

    Lothar e Ludwig, agosto 1965

     

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    Postilla

    Assai mi piacciono le chiare fonti

    i cieli azzuri e gli altri monti

    Canto popolare

  • La chiave

    – La porta è aperta.porta finta

    – Non abbiamo la chiave!

    – Sì, ma cazzo, è aperta!

    – Eh, no, le porte senza chiavi non vanno.

    – Ti spiego con calma… La porta è chiusa, tu hai la chiave, la metti nella serratura, la giri per una mandata o due, abbassi la maniglia e spingi. Ci siamo fin qua?

    – Sì, solo che la chiave non ce l’ho.

    – Va bene, non ce l’hai… Se la porta è chiusa e non hai la chiave, la porta resta chiusa e non si apre. Ma se la porta è aperta e tu non hai la chiave, il problema non sussiste e tu puoi passare di là. No?

    – Mi chiedo perché la porta è aperta…

    – Ma che ne so… Ti avverto che piove a dirotto e siamo fradici, se non te ne sei accorto. E oltre quella porta, c’è il riparo.

    – Sarà di qualcuno quella porta, magari è in giro e non gradisce che si entri.

    – Magari è dentro, magari s’è scordato. Entra, minchia!

    – E se fosse una trappola?

    – Già, sarà dentro con lo schioppo.

    – E se fosse una specie di invito fasullo?

    – Esefosse esefosse! Possiamo solo saperlo quando siamo dentro. Entra!

    – Prima tu, che te ne fotti della chiave e di tutto quanto.

    Pressato dal diluvio e inviperito dalla discussione, si lanciò con impeto attraversò il vano. Con un rumore di ossa rotte si ritrovò per terra di schiena, con tutta l’acqua sulla faccia. L’entrata era solo dipinta, come le gallerie del coyote.

    – Serve la chiave.

     

    gene

     

    Postilla

    La realtà esiste nella mente umana e non altrove.
    George Orwell

  • Alzati Pinin!

    A malincuore, si levò dal suo orizzonte a ginocchioni e si resse sulle tremule gambette. Aveva Alzati Pinintenuto testa a tutte le esortazioni, quelle dei medici e dei parenti, fin quasi ai due anni, ma si dovette rassegnare poiché la solfa era ormai ininterrotta. Alzati Pinin! I genitori applaudirono allora l’ergersi di una vita pronta a stare con il mondo.

    Alzati Pinin! È tardi. Basta dormire. Fuori dal letto!

    Alzati Pinin!, la lavagna, la preghiera, il castigo, il canto, la ricreazione, l’interrogazione. Altro che lettura, scrittura, aritmetica, geografia, pensieri.

    Alzati Pinin! Devi giocare, tocca a te. Dalla panchina al campo, dal bordo alla piscina, dalla seggiovia alla discesa, che non si sta nel vento a fare il giro dell’impianto tutto il giorno, assiso a godersi panorama e scene umane.

    Alzati Pinin! E prega, che non si può venerare da seduti. Alternativa: Inginocchiati Pinin! E confessa peccati e colpe.

    Alzati Pinin! Oggi si va al cantiere, a spaccar pietre e impilarle. Alzati Pinin! La pausa è finita.

    Alzati Pinin! Si suona e si canta meglio in piedi.

    Alzati Pinin! Puoi e devi baciare la sposa. Il Corpo di Cristo! Amen! Andate in Pace!

    Alzati Pinin! Devo sbarazzare!

    Alzati Pinin! La piccola piange! Guardale dietro con tutta questa confusione! Il risotto s’attacca! Andiamo al mare, al supermercato, alla partita, in montagna!

    Alzati Pinin! Non è che troverai un altro lavoro standotene lì a leggere e fumare.

    Alzati Pinin! Ti tocca, il giudice sta per emettere la sentenza, un po’ di rispetto.

    Alzati Pinin! C’è l’ora d’aria!

    Alzati Pinin! Sei libero, non vorrai star qua dentro tutta la vita no? Vattene!

    Alzati Pinin! C’è l’inno nazionale, non fare il solito.

    Alzati Pinin! Stanno per parlare il Presidente, il Direttore, l’Avvocato, il Generale, il Sindacalista, il Leader, l’Artista.

    Alzati Pinin! Forza, ce la puoi fare, la febbre è passata.

    Alzati Pinin! È arrivato il dottore.

    Alzati Pinin! Metti un passo dopo l’altro, appoggiati al bastone, fidati delle stampelle, sono fatte apposta per aiutarti a camminare.

    Alzati Pinin! Saluta il reverendo!

    Alzati Pinin! Dai!

    Pinin…

     

    gene

     

    Postilla

    Non solo per noi stessi stiamo nati.
    Marco Tullio Cicerone

  • Rosselli e la banda

    La banda passò per il funerale, il primo di quella fatta, senza preti e con bandiere rosse e barcellona banda piazza la seunere. Impolverati di segatura, con la sega circolare muta ai piedi, guardammo il corteo, sentimmo la musica. Ci venne da sorridere e ci piacque, stabilendo che nella remotissima idea di morire, l’avremmo voluto così anche noi quell’ultimo viaggetto. Il Rosselli, liberale dell’Ottocento, faceva Carlo di nome, come l’esule socialista ammazzato dai sicari fascisti. Forse, il nostro, nemmeno sapeva dell’esistenza di quell’altro, ma ne ricalcava tratti e impennate.

    – Dio non esiste e non è mai esistito – gridava dalla finestra al passaggio della vergine Barbara, avvolta in quel nihab nostrano che si chiamava fazzoletto e sobbalzante al sacrilegio lanciato per dispetto dall’inveterato anticlericale.

    Per il resto, vacche e forconi, vino e latte, fieno e grappa. Una vita che oggi definiremmo spettacolare, ma che per quei tempi era norma. Nell’ombra inquieta del Rosselli Carlo (e di avi non meno riottosi) stazionava anche il figlio Renato, prosecutore genetico di tutto quanto fioriva su quel ramo, dal ripudio della religione alla resistenza contadina verso le sciocchezze della civiltà e della modernità.

    Quando il dottore disse al Renato, alle prese con alcuni acciacchi, che era giunto il tempo di bere più acqua che vino, l’altro comprese e annunciò che allora gli sarebbe toccato berne sei litri al giorno, di quell’acqua. E così fece, forse.

    Di acqua in acqua, un giorno lo portarono all’ospizio e in poco tempo dipartì, come era logico avvenisse. In certi casi, la medicina, l’acqua e la normalità uccidono.

    Bruciati e dispersi, il Carlo e il Renato Rosselli albergano ancora nelle nostre idee di ragazzi sporchi di segatura. Non se ne andranno e viaggeremo insieme con la banda e le bandiere, quando sarà il momento giusto.

     

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    Postilla

    Una educazione liberale è l’essenza di una società civile, e l’essenza dell’educazione liberale è l’insegnamento.

    Bart Giamatti

  • Giro della Terra

    Scese in strada per capire il mondo. L’opulenza ormai sbiadita, ma conservata viandanteottusamente come un trofeo polveroso, disegnava una proterva difesa dell’esistente e soffocava ogni slancio. I poveri, sempre più numerosi, venivano additati e poi relegati in una specie di ludibrio. Strani personaggi agghindati e motorizzati erano i ricchi falsi, mentre i ricchi veri avevano colonizzato tutto quanto fosse a portata di potere. Lo Stato riduceva aiuti e solidarietà, bersagliato da slogan sulla libertà promossi da politici senza scrupoli che avevano ridotto strati enormi di popolazione alla schiavitù del debito, diretta conseguenza del lavoro pagato sempre meno. Ciò che in passato era stato affidato ai colpi di fucile delle guardie, ora era perpetrato a colpi di carta bollata, licenziamenti improvvisi e incassi selvaggi, sotto i quali la libertà dei poveri soffocava nel ricatto e nel bisogno.

    Si guardò in giro. Umani fissi, nervosi, chiusi nella loro fretta solitaria; altri, indolenti o forse dolenti, inoperosi ai bordi della strada; vecchi con sparute borse di cibo; donne con occhiali da sole e foulard dentro macchine giganti; giovani col naso nello specchio del telefono. In calzoncini e sandali, lui era guardato con distratta commiserazione dai suoi pari, invisibile agli altri come un emblema decaduto e sepolto. Solo che lui non decadeva, il suo aspetto e la sua vita erano un inganno all’opulenza sbiadita, uno sberleffo alla libertà ingabbiata, un dribbling al regime depresso di vita, alle condizioni, ai compromessi.

    Dentro di sé albergava la rivoluzione, ma sapeva che non sarebbe vissuto abbastanza per vederla in atto in quelle strade, dentro quei cuori intimoriti e confusi, oltre che immemori. Ne scorgeva tracce negli occhi di qualche passante, in qualche parola scritta; ne coglieva la speranza nei rifiuti ostinati di un bambino; nell’emozione di una maledizione alla radio e al governo. Ma duravano istanti, queste luci, subito inghiottite dalla disapprovazione.

    La strada che stava percorrendo era d’asfalto, tra case in costruzione e altre già finite e all’apparenza vuote, come in attesa di vite che non sembravano entrarci mai. Supermercati affollatissimi, bar deserti. Ogni cinque minuti passava una macchina della polizia, a passo lento, come se vigilasse sull’imminenza di un danno e non sulla realtà addomesticata della rassegnazione. All’edicola, i giornali eruttavano interviste tutte uguali, commenti banali, esaltazioni di baci clandestini, indagini sui cani abbandonati, prediche, ipocrisie.

    Quando il modello di vita cresceva sulle divinità del denaro e del possesso, l’asfalto era nero e fresco; ora che tutto apparteneva a qualcuno, si fissurava d’incuria sottile. Pareti smunte di una tonalità, come un velo sugli occhi; siepi sempreverdi sostituite da pannelli di ferro o muri di cemento armato tirato a liscio.

    Per la prima volta si sentì un migrante, tale e quale gli altri fratelli di terre ignote minacciati di espulsione. Migrante in marcia su quella strada arcinota e stravolta.

    Continuò a camminare, oltre case e ponti, lasciando alle spalle l’opulenza sbiadita e la fissità umana. Il cielo si fece davvero azzurro, la brezza sospinse, l’acqua di un rigagnolo lo dissetò, l’asfalto diventò terra, i sandali trovarono senso materno. Lui non si pose più domande e avanzò ammantato di eroismo, immaginando senza pensare.

    L’ho incontrato l’altro ieri, dopo il terzo giro della Terra. Nella sua pelle resistente come cuoio, pareva felice.

     

    gene

     

    Postilla

    La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene.
    Montesquieu

  • Dell’amore versione 2

    – Andato via così, come una fuga, forse da me. Forse non gli piaccio proprio. O forse è troppo tonto. Sono sei mesi che lo guardo e gli passo accanto, in mezzo agli altri compagni. Gli ho parlato poco, ma non volevo essere sfacciata o che pensasse male di me, che fossi la solita oca. Mi piace tanto, ma lui niente di niente,  reporter e motorino, sempre in corsa appena fuori dalla scuola. Oggi ci sono davvero rimasta male, più delle altre volte. Che ci è venuto a fare qua, su questa montagna? A prendersi di gioco di me? A fare un giro, come dice lui, e non ci credo neanche per un po’… –  disse lei, con femminile disincanto.

    – Non ti sei sprecata a trattenerlo… – punse il giovane, accasciato per fatica sul solito muretto sghembo.

    – Hai visto il muso che teneva? Come se fossi l’ultima persona che volesse vedere.

    – Forse ero io che non voleva vedere…

    – Ma che c’entra! Nemmeno ti conosce. È lui che è un bruto.

    – Già…

    Stizzita, lei aiutò il giovane zoppo ad alzarsi, gli prese la mano, la spostò sul suo fianco e fontanacon la sua cinse quello di lui, per aiutarlo senza molta tenerezza a camminare fino alla fontana, dove la vacca aveva lasciato libero il posto, incurante di tutto.

    Con profonda tristezza, dopo averlo aiutato a sedersi sul bordo della fontana, lei stette in piedi in silenzio, con la brezza nei capelli scuri, guardando a valle, verso qualcosa e niente.

    – Se fosse venuto per me, avrebbe portato fiori…

    – Ora che farai?

    – Lo cercherò o lo dimenticherò.

    Prese di nuovo il fratello sottobraccio, accolse la mestizia e s’avviarono a casa.

    Quando scese dalla montagna e alla fine di settembre tornò a scuola con il cuore in mano, decisa a interrogare, lui non c’era più. Seppe che aveva cominciato a lavorare via dalla città. Pianse, per amore mancato o orgoglio ferito.

    Conobbe altri amori, reali e sofferti. Non lo cercò mai. A quel tempo andato e perduto ci pensa ancora, ogni tanto, quando vede una fontana.

     

    gene

     

    Postilla

    L’amore s’annida senza eredi all’altezza.

    g.

  • Dell’amore versione 1

    Per amore aveva inghiottito nella testa del motorino una strada sterrata di montagna che margheritarifiutavano anche i muli. Per amore tutto suo, che dall’altra parte cenni decisivi non ne aveva ricevuto mai in quei sei mesi di inappetenza e sonni disturbati. Un mazzo di margherite nella mano destra, quella del gas, che poverine perdevano petali a ogni scossone e in cima quella trincea di ghiaia e sterpi erano solo steli cascanti con qualche traccia sporadica del m’ama non m’ama. Lassù, di fianco alla chiesa, la casa del suo amore. Appoggiò l’esausto mezzo a un muretto sghembo e con la miseria in mano s’avviò. Gli tremavano gli arti, per anchilosi da viandante.

    – Non c’è – disse la mamma del suo amore, forse interrogandosi su chi fosse quel giovane arnese o forse no.

    Per tutta la strada si era detto che se lei ci fosse stata, allora lo amava. Ma considerò il fatto che non ci fosse come un errore di valutazione e scartò la sconfitta proponendosi un’altra sfida: saltare in sella al motorino prima che suonassero le campane. Mentre trascinava di corsa gli scarponi, risuonò il rintocco. S’afflosciò sul muretto, rischiando di ribaltarsi di sotto. Ma si riprese quando s’avvide che il rintocco maledetto era solo il campanaccio di una vacca indifferente appostata alla fontana. Volò sulla sella appena prima che il campanile suonasse le due.

    Bene, lo amava. Ma dov’era ora il suo amore? Neanche l’aveva chiesto alla madre, crollato come fu sotto il flagello delle sue ardite illusioni.

    Scese di sella, rilassato e pronto all’indagine. Si misurò in una breve camminata, svoltando dietro la chiesa dopo aver dato una pacca alla vacca, sempre intenta a bere.

    Poi il suo amore apparve, bella come nessuno, gli adorati capelli scuri nella brezza, la pelle accarezzata da quel sole, benedetto finalmente. Quando lei appariva, lui non vedeva più niente altro per mezzo minuto, sempre così, anche a scuola.

    Passati i trenta secondi di cecità, di fianco al suo amore apparve un mostro che la teneva stretta con un braccio attorno al morbido fianco, e lei, la bella, accondiscendeva la bestia facendo altrettanto.

    – Oh, ma che sorpresa! Che ci fai qua?

    – Pasavo.

    – Ti fermi con noi?

    – Spiace… evo tronare zù.

    Ogni parola gli usciva con la grazia di un ciottolo che rovina.

    – Allora ciao.

    – … au…

    Riprese la discesa con qualcosa appollaiato dentro al petto, come una cibaria incastrata ai piedi della digestione, ma peggio. Ci pensa ancora, ogni tanto, quando vede una margherita.

     

    gene

     

    Postilla

    Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.

    Fernando Pessoa

  • Il Paziente Zeta

    – Si tratta di una patologia. Rarissima, inguaribile. Non c’è ricerca, non c’è casistica e Rastrello acquafortequindi non si producono farmaci né si studiano terapie. I soggetti appaiono normali, come lei adesso su quella sedia. Il solo con cui avevo avuto un contatto, nel 1976, era ormai internato e incapace di condurre una vita sociale. Non ne ho potuto trarre indicazioni utili, poiché la sua capacità di relazione era compromessa in modo definitivo. Questo che con lei mi si presenta oggi è un caso curioso, ma è certo che si tratta della Sindrome Vibrattile, e non scherzerei, se mi permette. Lei mi dice di aver compiuto una buona carriera nell’esercito e che i gradi le hanno aperto le porte dell’economia privata e pubblica. Possibile però che il disturbo si manifestasse già allora, ai tempi del grigioverde, ma così lieve da essere catalogato tra le comuni insofferenze alle quali siamo soggetti pure noi, senza nocumento per la carriera e la vita sociale. È anche possibile confondere causa e effetto. Mi spiego: la sua patologia condiziona la sua percezione del mondo, non il contrario, come molti sono tenuti a credere, tra i quali lei stesso. Un esempio: le dà fastidio il ronzio delle api?

    – Sì, specialmente di notte.

    – Mentre dorme?

    – Sì.

    – Ecco vede? È chiaro che se lei stia dormendo non possa sentire le api. E inoltre le api non sono animali notturni. Lei è pervaso dal ricordo della loro vibrazione, che agisce nell’inconscio corrompendolo al punto da farle credere che le api stiano disturbando il suo giusto sonno. In quei momenti vorrebbe sterminarle, vero?

    – Sì! Tutte!

    – Si rassegni, non potrà. Le api, e tutto il resto del mondo disturbante, sono solo nella sua testa. Purtroppo questi di cui abbiamo parlato sono i sintomi avanzati della Sindrome Vibrattile, una repulsione verso esseri viventi che si muovono e producono suoni e che lei crede stiano cospirando per prenderla in giro e rovinarle la vita. Una patologia con la supplementare particolarità che il paziente, in caso di conflitto, mente in modo sistematico sui fatti accaduti. È più di una mania di persecuzione, è qualcosa che ha a che fare con il rifiuto del mondo e dei suoi abitanti. Sintomi del genere non sono patologici fino a quando si limitano a momenti senza conseguenze stabili sul nostro umore. Ma da come mi descrive il suo stato attuale, lei ha varcato la soglia di un bel po’.

    – Quindi?

    – Le prescriverò dei farmaci, che sono solo lenitivi. Ma per poter stare meglio, lei deve provare a cambiare ambiente, a cambiare casa, a cambiare lavoro, a cambiare continente, se ne ha la possibilità.

    – E quei bastardi della musica potranno andare avanti a disturbare la gente in eterno?

    – Quei bastardi, come li chiama lei, non sono il problema. Il problema è lei. Ho analizzato i suoi comportamenti con il mondo che la circonda ed emerge l’incapacità di relazionarsi persino con familiari e amici. È chiuso in una gabbia, invisibile a lei, che la discosta dal mondo reale e, a causa della reclusione, la porta a questo furore contro suoni e vibrazioni come elementi di disordine e indisciplina. La Sindrome Vibrattile, appunto.

    In quel momento, il telefono del dottore vibrò sulla scrivania, suonando.

    Il Paziente Zeta s’alzò dalla sedia, prese il fermacarte di granito e colpì il dottor Jung spezzandogli un braccio.

    Alla polizia disse che il dottore l’aveva aggredito e che lui si era salvato solo grazie alla prontezza datagli dalla sua carriera militare. Nessuno parlò di Sindrome Vibrattile, al processo lo giudicarono sano di mente e assolto per legittima difesa, respingendo le spiegazioni del dottor Jung. Poi fece causa al dottore stesso per diffamazione. Vincendo.

     

    gene

     

    Postilla

    Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.

    Il rumore non prova niente. Spesso una gallina che ha semplicemente deposto un uovo schiamazza come se avesse deposto un asteroide.


    Mark Twain