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  • Amragordi

    Non era stata bene, la nonna, forse una bronchite a minarle la già sghemba camminata.mezzogiorno_sulle_alpi Appena ripresasi, dall’ombra del frassino annunciò a mia madre che sarebbe andata al ricovero, che di pesare sugli altri non aveva intenzione. E col tono che usava verso il nonno quando gli ordinava di levare il fiasco dal tavolo, senza replica. Due giorni più tardi era già al Paganini e Re di Bellinzona e la vita nella casa di Claro con cortile fiorito era conclusa anche per me. Nel medesimo istante era finita anche l’infanzia, che a pensarci adesso era durata più del normale, ma me ne sono reso conto solo ieri, per dire del ritardo sentimentale che mi ha sempre ostacolato.

    Mentre la nonna viaggiava verso la fine con una certa resistenza orgogliosa in quel ricovero, conquistai la patente di guida e lei decretò che per le gite domenicali, unica deroga alla quiete malata della settimana da degente, il solo pilota ammesso fossi io. Basta con i motori di zie, zii, cugini, nipoti, figli. “Solo il Giorgio”. Vietate le obiezioni, come col fiasco del nonno. E se non potevo, magari per il calcio, si barricava nella stanza senza remissione fino alla domenica seguente.

    La sola clausola che poneva all’amore totale che mi regalava – il Giorgio è il mio preferito, declamava alle cene tra parenti, incurante delle facce tirate nel dispetto – era la solenne promessa che al suo funerale non mi sarei presentato con i blò, come chiamava lei i jeans.

    Un giorno morì, concludendo una vita travagliata che racconterò un altro giorno. Portai la croce davanti al carro funebre, da ateo precoce, con un paio di pantaloni neri di gabardine che il giorno dopo bruciai.

    Da ventotto anni non varco il cancello del cimitero di San Nezéi, dove sta domeniche incluse. Non posso dimenticarla. Si chiamava Georgette. Mia figlia si chiama Giorgia. Un po’ terroni e ce ne vantiamo.

     

    gene

     

    Postilla

    L’éve pou bél a Sot Matro

  • Minatori

    Questa luce di giugno mi acceca. Non solo il giorno a offendere le mie pupille, anche le minatorescarpe di vernice, i microfoni, gli ottoni della banda, gli occhiali a specchio, gli ori e gli argenti, diademi e collier, specchi e perline. Quelli che non hanno smosso una pietra, e si pavoneggiano per il cantiere del secolo, mi hanno messo sulla soglia della baracca come un portiere d’albergo con casco, mentre loro azzannano il catering tra un’orazione e l’altra.

    Penso ai miei fratelli di Frontale che centimetro dopo centimetro hanno smosso la roccia senza farla crollare; penso ai fratelli neri dalle cento lingue che all’alba sono entrati nella miniera uscendone la sera, a inciampare nelle stelle, come dice Francesco.

    È la prima volta che sto qua di giorno e, così lindo, non sembra neanche lo stesso posto che ho scambiato con la mia casa in groppa alla Valtellina. Al posto dei rimbombi che hanno scosso le nostre viscere e quelle della montagna, odo le allocuzioni dei capi di Stato che, come reverendi del progresso, ricevono inchini, ringraziamenti e battimani.

    Cari ministri, noi mangiamo il panino con la bologna come sempre, che è poi buono. Voi avete promosso, delegato, convinto e pagato (coi soldi del popolo), ma a scavare siamo stati noi e se qualcuno ci ha lasciato la pelle, bene, è uno dei nostri. Passerete col vostro treno, abbagliante pure quello, sulle note della banda e nello sbattere di bandiere, mentre noi andremo per il mondo a offrirci a un altro buco nella terra, cantando la speranza di poter mangiare la bologna senza soffocare nella polvere.

     

    gene

     

    Postilla

    E meno male che c’è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare

    sennò la nostra vita sarebbe come una barchetta in mezzo al mare

    Francesco de Gregori

  • Biancaneve e il nano

    Quando è successo? Forse quando un nano vizioso e ricco decise di trombarsi biancaneveBiancaneve immersa nel suo sonno placido. Biancaneve sarebbe poi la regina del nostro villaggio, che è un villaggio montagnoso dove i libri sono rarità e si preferisce il denaro. A un certo momento pensavamo che questo denaro crescesse sugli alberi che vestono la nostra terra là dove non è ancora denudata dal progresso. Questo nostro misero villaggio, che aveva trascinato la sua fame a dorso di mulo tra baratri e oltre gli oceani, ha cominciato a far poltrire i suoi nani nelle case ristrutturate sullo stile inesistente delle favole. Appunto, il paesello diventò come Biancaneve, servito e riverito da nani operosi che erano venuti da sud a svolgere lavori di merda che a noi schifavano. Neanche la strega cattiva ci capiva più un cazzo e si arrese alla ottusità della damigella, che si beava tra nani rossi e blu pensando che fosse una fiaba.

    Ma in una grotta scavata nel marmo, ziocane, cresceva il nano vizioso che avrebbe stravolto la polis. Tirando farina dal naso, incantò molti nani come lui che lo seguirono alla conquista di quella scema di Biancaneve. E in una notte di tempesta, mentre lei sognava prìncipi inesistenti, la mise incinta senza che se ne accorgesse fino al parto, dimentica delle fatiche passate in anni lontani dai suoi nanetti onesti e un po’ stupidi. Come un’ape regina, mise al mondo centinaia di nanetti brutti e grassi come il padre, che a loro volta razzarono a dismisura copulando incestuosi con la madre deficiente.

    Nel giro di vent’anni, mentre Biancaneve l’idiota nemmeno si rendeva conto della proliferazione che aveva sturato, i nani cattivi comandavano tutto. Chiusero le porte, segregarono Biancaneve in cantina, e incaprettarono tutti gli altri nani che non erano della loro stirpe, rossi, blu, gialli e soprattutto neri. Il nostro villaggio, nel quale pure c’erano alcuni giganti buoni ma pavidi, si ritrovò dominato da questi nani deformi, che come colore simbolo avevano scelto il verde, in onore ai parenti del villaggio confinante che sembravano saperla lunga con la loro Teodolinda. I giganti, per aver salva la pagnotta, seguirono delle cure speciali per diventare nani pure loro e conformarsi così alla nuova società. Quindi, tutto ciò era stato possibile a causa dell’incoscienza di Biancaneve la stordita.

    Oggi, siamo in rovina e i nani verdi la mettono giù dura. Il mondo ci ha girato le spalle e loro stanno là ad aspettare di respingere nani stranieri e pronti ad accogliere nani turisti e ricchi, senza sapere che il nostro villaggio non interessa più a nessuno, neanche alla strega cattiva, emigrata in Sudamerica o chissà dove. Non abbiamo nemmeno più lo specchio per guardarci. Il nano progenitore è finito all’inferno e senza lui a guidare le sue legioni di nani minorati, possiamo solo far finta di litigare, dato che non sappiamo più fare sul serio nemmeno quello. E Biancaneve dorme ancora, sognando reami.

     

    gene

     

    Postilla

    Questa è una storia di fantasia alla quale non è arrivato nemmeno Asimov. Ogni riferimento a fatti, persone, favole o luoghi è puramente casuale. Vietato piangere di commozione.

  • Verdun 1916

    Credo che piova, ma non so, potrebbe essere questa infinita terra bagnata che cade dopo verdunessere saltata in aria. L’artiglieria non smette mai, tuoni inarrestabili di questo tempo maledetto nel quale si muore. Quando leggerete, potrei essere in frantumi anche io, come migliaia di altri francesi e, credo, tedeschi. Stamattina, Jules è sparito. Vi ricordate di Jules? Quello che giù da noi a Guillestre portava il pane con il mulo? Abbiamo cercato, lui e io, di vivere proteggendoci a vicenda da pallottole e lanciafiamme e ce l’avevamo fatta fino a stamattina, quando una granata se l’è tritato, spandendolo nel raggio di trenta metri, quindi anche addosso a me. Credo di essere sordo. I colori sono quelli da mesi, di piombo e fuoco, ma i suoni sono spariti, a parte un fischio, sostituiti da vibrazioni di passi e tonfi di corpi e di pezzi ferrosi. Non sento la voce del capitano Raymond, ne vedo solo la faccia grigia, che quando mi si rivolge non so se sia inferocito o premuroso. Siamo nella merda, in ogni senso, come soldati e come uomini. Questa battaglia sembra cominciata da mille anni e c’è l’idea che ne durerà altri mille. Per cosa? Per ridare alla Francia una striscia di terra rubata dai tedeschi? Ma se abbiamo guadagnato settanta metri, dicono, al prezzo di duecentomila morti… La putrefazione si sente nei vestiti e nei capelli, è marcia anche la sporca minestra; si arrugginisce l’anima e il fucile; si ammuffisce la noia; ci ottunde la paura. Quando andiamo avanti nella terra di nessuno, grandina metallo e  non so se stiamo marciando avanti o indietro, persi nel fumo delle esplosioni e degli alberi bruciati. Dovremmo essere nel sole di maggio, ma il sole non me lo ricordo. Credo che mi sparerò a una mano, sono già d’accordo con un basco di Biarritz. Se anche mi passassero alla corte marziale, andrebbe meglio di adesso, almeno finirebbe in pochi istanti, il tempo per un crucco di vederci oltre il parapetto della trincea e spaccarci il cuore. Ma potrebbe andar bene invece, tornare a casa come invalido, in fondo una mano non è così importante.

    Ne approfitto per maledire la Francia e la Germania e tutte le nazioni di questa terra. Ci hanno traditi, siamo solo bestie da macellare. Se sopravvivo, lotterò per l’Anarchia, anche con una mano sola. A morte i re e le regine, gli imperatori, i generali, i presidenti, gli ammiragli, i governi e tutti coloro che hanno cancellato il senso del vivere. Ora vado all’assalto, ma stasera, se rientro, mi sparo col basco.

    Vi bacio.

     

    gene

     

    Postilla

    Questa spaventosa battaglia divenne una sacra leggenda nazionale in Francia, sinonimo di forza, eroismo e sofferenza, i cui effetti e ricordi perdurano ancora oggi; fu la più lunga battaglia di ogni tempo, coinvolse quasi i tre quarti delle armate francesi, e benché nella storia, e nella stessa prima guerra mondiale, ci siano state battaglie anche più cruente, Verdun detiene probabilmente il non invidiabile primato di campo di battaglia con la maggior densità di morti per metro quadro.

    (fonte Wikipedia)

  • Cupìdo

    segantini-blog
    Le cattive madri (1894) – Giovanni Segantini

    Mi saliva un fremito di piacere inaccettabile. Le sue labbra sul mio capezzolo a cercare il latte sembravano avere un che di demoniaco. Lo lasciavo fare, ma mentre lui si ingollava, a me si rovesciava il capo, si chiudevano gli occhi e si apriva la bocca. Fuori, una distese di neve dove non transitava nessuno. Quando il piccolo si staccava soddisfatto e già dormiente, dovevo andare avanti da sola fino a sbriciolare il desiderio. Lo guardavo dormire e lo maledicevo, quel frutto di una colpa inenarrabile. Ho cercato in tutti i modi di considerarlo innocente, ragioni che quando si attaccava al mio seno svanivano in una nuvola di odio e di resa. Credo di aver visto qualcosa di simile in un quadro di Segantini, dove un orrido Cupìdo straccia le resistenze di una sirena arenata su un albero. Quella visione, riportata alla mente, mi dava ancora languore, mentre la mia prigionia morale mi concedeva un solo istante di spasimante agonia nel vortice dell’inferno. Non so se Segantini la intendesse così. Lo uccisi. Nella prigione vera dove mi hanno rinchiuso posso consolarmi quando voglio, sola e incontaminata. Penso ancora a lui, a volte, mentre mi sfioro.

     

    gene

     

    Postilla

    Il sacrificio è la sola, vera perversione umana.

    Elsa Morante

  • La Banca

    Il momento è arrivato e i quattro ripassano il piano per l’ultima di mille volte. Pianta della zona, percorso, tempi, vie di fuga e compiti. Il Frank in auto, il Meo a far da palo, il Gene e il Gas a irrompere.

    – Ma è una banca ricca? – chiede il Gene, dimentico delle reiterate spiegazioni.

    Il Gas sbuffa, il Frank annuisce, il Meo osserva il prospetto orario.

    Poi partono sul pickup bianco, svoltano in via del Commercio e fanno scendere il Meo col compito di assumere un’aria sfaccendata o al limite di infastidire i passanti con domande su clima e salute. Fanno il giro del quartiere, e tornano lì, in via del Commercio, dove al 32 c’è la Banca Ticinese. Il Frank accende una paglia stazionando al volante col motore acceso. Il Gene e il Gas entrano con l’aria di due clienti poco abbienti. Dentro, due anziani e la solita donna incinta, che nella letteratura delle rapine non manca mai e di solito fa casino. Questa, almeno sta seduta a leggere.

    – Questa è una rapina! – esclama il Gene a mani nude. Fa parte del piano che parli lui, il clintGas preferisce agire muto.

    – Non ci sono soldi – replica la ragazza allo sportello, vestita come una della defunta Swissair.

    Istante di smarrimento.

    – Come non ci sono soldi? – chiede il Gene allibito, mentre il Gas arretra di un passo e guarda in alto per sincerarsi, dove in effetti sta scritto Banca Ticinese.

    – Non leggete più i giornali?

    – No!

    I due vecchi borbottano, la donna incinta alza gli occhi dalla rivista con somma compassione.

    – Beh, riassumendo, questa banca è stata svuotata dai suoi amministratori. Il contante è andato con loro. – spiega con dolcezza la ragazza allo sportello.

    – E allora lei che ci fa lì?

    – Rispondo a quelli come voi e ai clienti che chiedono soldi. Sempre la stessa cosa: non ci sono soldi. Oggi siete il centoventesimo e il centoventunesimo.

    Il Gene e il Gas si consultano, mentre da fuori entra la puzza di nafta del pickup del Frank. Vedono il Meo che parla con un tizio, tranquillo come un frate.

    Non potendo portar via mobilio o vetrate, optano per l’ultima chance.

    – Avrete gadget, agendine, penne…

    – No. Babbo Natale è passato stamattina e ha fatto valere un’opzione del 1946 che lo autorizza a portarsi via tutti gli omaggi. Ho caricato le renne io stessa. Mi spiace.

    – Senta signorina, siamo venuti qua in quattro, due dentro e due fuori. Non possiamo andar via a mani vuote… – spiega il Gas con insolita gentilezza.

    – Già, cazzo! – rafforza il Gene, casomai il concetto fosse troppo fumoso.

    La ragazza fa un giro degli scaffali e torna con un plico di scartoffie.

    – Beh… non le vuole nessuno, ma avremmo un centinaio di azioni della Banca… E un abbonamento stagionale per la teleferica di Comino.

    – Dia qua! – esclama il Gene, senza far caso alla perplessità del Gas.

    Firmano la ricevuta, salutano, escono. Prendono per mano il Meo, incantato dal camion dei rifiuti, gli mettono al collo l’abbonamento per Comino, saltano in macchina e il Frank parte sgommando come se avesse l’Interpol alle calcagna.

    Naturalmente, un paio d’ore e un centinaio di chilometri dopo, all’Osteria del Lago, vengono a sapere che le azioni della Banca Ticinese non valgono più nulla. – Notizia di dieci minuti fa – spiega il barista mentre si rimira nello specchio.

    Escono, vanno in Bavona e mangiano costine. Pacenza.

    L’anno dopo li arresteranno, assieme agli altri azionisti della scomparsa Banca Ticinese, per riciclaggio ed evasione fiscale. La scampa solo il Meo, dato che l’abbonamento per Comino sarà invece ancora buono.

     

    gene

     

    Postilla

    Un capitalismo senza bancarotta è come un cristianesimo senza inferno.
    Frank Borman

  • Il Faggio bis

    Là dove c’era il Ciliegio ora c’è il Faggio. Ma per un pelo. Fino a venerdì tremavo all’idea di doverlo strappare alla sua nuova terra conosciuta in novembre, che gli pareva così ostile da obbligarlo a tenersi attaccate ai rami le foglie dell’anno prima, secche e rattrappite, come un rimprovero alla mia violenza. Le sue povere gemme marroni parevano trattenere solo il gelo dell’inverno in attesa del niente.

    Per farla breve, avevo idea che per malaccortezza il trapianto e la potatura l’avessero fulminato.

    Ma in quel sabato di maggio così bello, con le visioni rivierasche del mio paese lontano, gemma di faggioanche il faggio bavonese ha deciso di smettere il broncio. Sono salito inquieto alla casa della Maddalena, con il Meo a tallonarmi impegnato in progetti di teleferiche e treni, e mi sono fermato davanti a quella pianta giovane e già solitaria: le gemme marroni s’erano schiuse a giovanissime foglie seghettate, verdi come il trifoglio d’Irlanda.

    Con timore ne ho presa una tra le dita, lo stesso timore di quando prendi in braccio la figlia nata da un minuto. Era di velluto. E così tutte le altre. Le ho contate, cinquantuno foglie, poche meno dei miei anni.

    Forse per la gioia di avermi visto felice nella dolcezza di quel giorno speciale, il mattino seguente, ubriaco di rugiada, il Faggio aveva dato fondo alla sua giovinezza ingigantendo le sue straordinarie foglie.

    Per festeggiare, e per consolare il Meo che già immaginava il dolce suono della motosega, riponendo a fatica l’idea, ci siamo concessi una birra davanti alla pianta adolescente che forse sorrideva.

     

    gene

     

    Postilla

    Dell’importanza del faggio parla anche il naturalista latino Plinio che racconta come, nel bosco sacro che circondava il tempio di Diana sui colli Albani, esistesse un faggio che il sacerdote, custode del tempio, venerava quasi fosse la personificazione della dea di cui egli era lo sposo. Lo baciava, l’abbracciava, dormiva sotto la sua ombra e gli versava vino sul tronco come a una vera moglie.

  • Il maggio

    Nella limpidezza che ondeggiava tra il fieno quasi maturo, il mio paese era apparso adagiato nel sole di maggio, dopo la curva leggera, oltre i resti dell’industria dei Sessanta. Se mi avessero dato una randellata in testa e poi trascinato bendato in mezzo a quella distesa di prati, al risveglio avrei sentito l’odore della mia terra senza neanche bisogno di respirare. Ma i miei occhi erano spalancati e la bellezza riposta nell’immaginazione dell’esilio era balzata fuori indomabile. Girai nella strada di campagna, cento metri prima dell’abitato, e sorvolai il cavalcavia dell’autostrada, in una corsa lanciata come con la Vespa, quando con mia figlia ancora piccola e aggrappata alle mie ginocchia si giocava a sorvolare il vento. Rasentando la campagna a fianco della golena del Ticino guardavo l’immensa montagna sopra il paese, con lo sfregio del Valegion che l’ammantava di insopportabile sensualità.

    L’auto, credo per conto suo, aveva infine imboccato una delle strade che da est portano dentro l’abitato e che una volta, al posto del banale asfalto, erano di ghiaia. Dai finestrini abbassati entrava tutto quanto avevo lasciato più di dieci anni avanti. Colori, muri, profumi, parole sospese. Nel passare accanto al cimitero, feci finta di nulla, come se là dentro non ci fossero le radici in cenere.

    Al campo di calcio smontammo e abbracciai mia figlia, impegnata con una distesa di altri ragazzi in uno di quei tornei con i giocatori avvolti nei palloni trasparenti, che sembra di vedere uno sbarco alieno e forse lo è. Solo che l’alieno ero io

    Credo di aver trascurato la Maddalena e il Meo. Cioè, ero lì con loro, ma rintanato dentro il mio cuore, che non è una cosa districabile. Arrivò anche il Gas con Anna, riapparsa da chissà quale oblìo, e ci incamminammo a piedi nel vecchio quartiere del paese, quello dove ogni pietra parla a me ancora oggi. Un mondo a parte, dice il Gas. Lui viene dalla città ma ha un’anima contadina come la mia. Anche la Maddalena ce l’ha, il Meo invece è più edile e si diletta a contundere piante con il martello di gomma dell’Agricola. Anna non so.

    Quando siamo tornati al campo, la Gigi – mia figlia la chiamo così, sarò libero di farlo no? – era fradicia d’acqua, per ostacolare il sole battente, e l’amavo più di sempre, ma non l’ho detto.

    Il Meo cominciò dar segno di stanchezza nervosa, alla Maddalena dava fastidio la musica elettronica. E così, a minuti saremmo partiti. Mi stampai un’ultima immagine di quella piccola Woodstock con musica meno divertente e meno fango.

    Svoltando nella strada che ha tagliato quella che fu un resto di morena alluvionale acconciata di ginestre in fiore, guardai ancora una volta la campagna che come un mare verde lambisce le case addossate in maniera andalusa. Ogni esilio è una forma di rispetto muto al proprio coraggio. Quindi, andare.

    Alzai il volume della radio, nei profumi del maggio di casa mia e nel vibrare della mia malinconia.

     

    gene

     

    Postilla

    Quei giorni di maggio quando tutto è suggerito, e niente ancora soddisfatto.
    Francis King

    prons da riall 2014

  • La fattoria degli animali

    La piti coi sé eufattoria animali

    ch’i ióo vés poiéi

    apréu al porscéll

    c’u sc-cróbio

    sense savéi c’u narà

    in sóisgio a Danedèe

     

    El fuìn c’u curu

    a rénn al poléi

    ma u dégie

    an el camaréll

    folò da corlói

    par netass el cuu

     

    Lascpri e saiòtri i pòso

    sót al sgèll d’ocióuri

    finiit i busc-ch da raghignèe

    La ratére l’é in dinségn

    e pan i giir i dérm

    téis

     

    Om neséll u bregére

    ma l’è più óro da tetèe

    intan che ‘l luf

    us léche i liff

    e la bélere la gà góro

    da sanguèe

     

    U varaa el stòlsc

    ug na aséi da bòu e sc-crovatt

    Adés u quéde piséi apréu

    che unu da cùi bésc-c ilé

    la crapa

    par majala tutu

     

    gene

     

    Postilla

    1 – Quando cerchiamo di paragonare l’uomo a un animale, il problema è l’uomo, dato che l’animale resta se stesso, mentre l’uomo cambia in peggio. Perché per definire la malvagità, ipocrisia, ferocia, aggressività, pigrizia, eccetera, ricorriamo a paragoni con gli animali? Non abbiamo coraggio? Ma quando l’uomo avrà fatto sparire tutti gli animali, a quale metafora ricorrerà? Come faremo a capire Orwell?

     2 – Dialett in sacocia

    3 – Traduzione

    La chioccia con le sue uova

    che vogliono essere pulcini

    vicina al maiale

    che grufola

    senza sapere che andrà

    in sugna a Natale

     

    La faina che scruta

    di fianco al pollaio

    ma adocchia

    anche la dispensa

    zeppo di tutolo

    per pulirsi il culo

     

    Lucertole e cavallette riposano

    sotto il gelo di ottobre

    finiti gli steli da rosicchiare

    La biscia sta sognando

    e anche i ghiri dormono

    sazi

     

    Un agnello bela

    ma non è più tempo per poppare

    mentre il lupo

    si lecca le labbra

    e la donnola brama

    di dissanguare

     

    Vola l’avvoltoio

    ne ha abbastanza di insetti e maggiolini

    Adesso desidera da più vicino

    che una di quelle bestie lì

    crepi

    per mangiarla tutta

  • El dotor

    Tre settimane. Così, dalla cura abitudinaria del giardino e dalla lettura distratta botero due donnedelle notizie, si passava alla morfina, se la voleva. Non la voleva e non la prese, male non ne aveva, se non quel fastidio sotto il mento. La ghiandola, o che cazzo fosse, gli si gonfiava di giorno, ma al mattino era sparita, o nascosta. Però el dotor era stato chiaro: ti restano tre settimane, non vale neanche la pena curare, troppo pericoloso, troppo vicino ai nervi facciali. Troppo inutile. C’era solo da aspettare la morte, e la cosa lo incuriosiva come se a cinquantasei anni ci fosse finalmente ancora qualcosa da scoprire. Abbandonò il lavoro, non aveva più senso, se mai lo avesse avuto. Si rese conto che da anni attendeva la pensione, quando in attesa c’era altro, invece.

    La donna della sua vita lo avrebbe accompagnato fino alla fine, una consolazione. Scelse le canzoni per la funzione al crematorio, poi si diede alla rinata voglia di vivere. Curiosa la cosa. Prima s’abbandonava al mondo che aveva catalogato come incomprensibile nella sua banalità; ora gli pareva brillante nella sua dolce futilità. Abbracciava e baciava i figli, che non aveva ancora informato per chissà quale istinto di protezione, e che da parte loro si ritraevano disorientati da tanto slancio. Si ridiede alle bevute come da giovane, e come da giovane passò in rassegna tutti i culi delle donne in transito. Spese un centone con una grassona, un sogno riposto chissà dove e rispolverato in zona Cesarini senza un minimo di colpa. Da buon uomo, lo disse alla donna della sua vita, che la prese un po’ così, come un vezzo da moribondo.

    L’ultima settimana, senza nessun dolore fisico o morale, scrisse e stracciò foglietti di memorie. La ghiandola era sparita, forse per beffarlo. Poi passò il termine e come una donna incinta non ci badò, preferendo abbuffarsi di costine e fumando come un turco. Pensò anche a un bel volo dalla diga, per provare l’ebbrezza, ma fu dissuaso dalla donna della sua vita, per non sporcare.

    Passato un mese dalla sua ipotetica morte e già in sovrappeso, tornò dal dotor. Meravigliato, il luminare rifece alcuni esami dopo avergli detto che comunque lo trovava mica male e che era ammirato dal suo stoicismo.

    In uno splendido mattino di sole agostano, squillò il telefono di casa. Ci siamo, disse alla donna della sua vita. El dotor gli disse di passare, che gli esami avevano risposto. Per strada pensò che in quelle poche ore avrebbe potuto uccidere qualcuno della sua lista nera, ma lasciò perdere.

    La cosa è strana, disse el dotor, dilungandosi poi in dissertazioni confuse.

    Uscì in strada con la sensazione che fosse meglio prima. A casa, la donna della sua vita era a letto col vicino, ma lui non se la prese. Fece la valigia senza piegare abiti e partì. Oggi vive da qualche parte in Sudamerica e dicono che sia felice con una mulatta grassa.

     

    gene

     

    Postilla

    Chissà come moriva la gente prima dell’invenzione di tante malattie.
    Stanisław Jerzy Lec