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  • Alamo

    Si ritirarono nella baracca di legno, ultima resistenza alle decisioni dell’autorità. I ragazzi baraccaci avevano provato per lunghi mesi a difendere il rifugio dalla cupidigia di chi la voleva strappare per i suoi scopi, ma dal sindaco fino all’ultimo dei consiglieri comunali non arrivò più nessun sostegno. Perfino la stampa locale, che si era sempre occupata  di gatti smarriti, di interviste sul pranzo di Natale o delle assemblee della parrocchia, puntò il dito su Alamo, il nome che i ragazzi avevano dato alla baracca. In quel posto, mangiavano, bevevano, ridevano, parlavano, leggevano, si davano alla pigrizia e formavano una coscienza oppositrice per cambiare il mondo.

    Tutto ciò, quando il vento cominciò a soffiare verso una specie di fascismo di ritorno, venne indicato come resistenza al pubblico sentire. Prima piccole ritorsioni, togliere l’elettricità o l’acqua dicendo che erano semplici guasti. Poi comparvero nelle sere d’autunno uomini della vigilanza privata con l’arroganza codarda di chi veste una qualunque divisa, seppur brutta e sformata. La stampa locale, ben asservita, scriveva di cattiva accoglienza agli uomini mandati dalla legge, di incuria verso un bene pubblico, di fracasso notturno e di dedizione all’alcol.

    Un giorno, scomparvero i libri e la radio. Alla domanda dei ragazzi su che fine avessero fatto, le autorità risposero che non si sapeva ma che nei prossimi mesi avrebbero provveduto a sostituire il maltolto. Cosa che non avvenne, e anzi, sparì anche il fotbalino. Chi avesse la chiave oltre a loro, restava un mistero, ma che qualcuno entrasse di soppiatto era chiaro. Trovarono preservativi usati e mozziconi sconosciuti, la sporcizia della trasgressione adulta.

    Il consiglio comunale, in rappresentanza del popolo, votò la chiusura di Alamo una sera di dicembre, spiegando che quel ricettacolo di dissenso andava ridato alla gente per bene. I ragazzi vi si barricarono, armati solo di parole. La resistenza durò un mese e ai primi di gennaio cedettero. L’autorità aveva spedito un reparto antisommossa che stanò i ribelli con i lacrimogeni e, stando al rapporto, solo per errore, Alamo bruciò. La stampa incolpò i ragazzi, dopo aver ascoltato con compostezza l’esposto del sindaco in una conferenza stampa, abbellita con prosecco e salatini.

    Oggi, in quel posto dove stava Alamo, c’è un parcheggio a pagamento.

     

    gene

     

    Postilla

    Resiste al duro presente chi sente di avere per sé l’avvenire.
    Ugo Bernasconi

  • Anima?

    Se l’anima pesasse davvero 21 grammi, come farebbe a contenere i nostri macigni? incudineFacciamo due conti. Morti, tradimenti, bugie, colpe, vendette, dolori inferti e subiti, abbandoni, dimenticanze, oblii, perdite, sconfitte, inganni, ipocrisie, malanimi, malinconie, tristezze, miserie, debolezze, omicidi, stupri, violenze multiple e protratte, malattie, e avanti per ore. Perderemmo tonnellate, se l’anima pesasse, e li perderemmo ancora prima di crepare. E se li perdessimo invece e davvero solo al momento di crepare, faremmo un buco fino in Nuova Zelanda. Calcolando ancora, siamo in tanti ad essere passati su questa terra e poi morti, e molti di noi sono qua adesso e altri ne arriveranno, quindi il pianeta dovrebbe essere sparito da millenni, a furia di essere crivellato dai pesi dell’anima. E invece no, siamo qua a far finta che la nostra essenza valga solo 21 grammi, come nel film e nei blog. Cazzate. Il fatto è che l’anima ce la siamo inventata noi per pararci il culo di fronte allo sterminio millenario di tutti gli altri esseri viventi, una superstizione tramandata di sacerdote in sacerdote, di padre in figlio e di amante in amato. Ma non esiste, l’anima. Ammesso che nell’istante in cui si passerebbe dalla vita alla morte perdessimo davvero 21 grammi, ebbene, sarebbe solo aria, l’ultima che soffiamo fuori dal nostro corpo avvelenato e sommamente ingannato. Altro che anima. Non ci credete? Guardatevi attorno, avessimo un’anima non vedremmo tutto questo immondezzaio, non ci sarebbero uomini che sopraffanno tutto e tutti, non ci sarebbero guerre e ingiustizie, stomaci avvizziti o enfi, gabbie o fosse comuni. E ci sono invece morti, tradimenti, bugie, colpe, vendette, eccetera. Tonnellate peserebbe, l’anima bella e santa, che passiamo la vita a tentare di salvarla, ma che non esiste, e per fortuna, almeno non ci sono alibi. Prendessimo atto di questo, saremmo davvero più leggeri.

     

    gene

     

    Postilla

    Parliamone

  • L’uomo col sombrero

    Le storie sono normali, ma i personaggi no, non ci riescono. Uno di loro fu licenziato perpistolero corrispondenza, firmata dal tagliatore di teste. Un lavoro come tanti, in ufficio con la cravatta, solo che a svanire era il suo di lavoro e se la prese maluccio. Salì in soffitta, tolse dall’armadio la Mauser che il padre aveva tenuto via come ricordo dell’esercito e scese in strada piuttosto calmo. Si fece una decina di isolati a piedi, ciondolando pistola in mano, senza fare caso al fuggi fuggi della gente, tra cui molti incravattati come lui. Che però, la cravatta se l’era tolta e si era calato un sombrero di paglia con la scritta Birra Bellinzona stampata sulla fascetta di carta. Teneva un sigaro spento tra i denti, ai piedi scarponi delle truppe del genio induriti come sassi.

    Di fronte all’edificio si fermò come per legare un cavallo immaginario. Aprì la porta girevole con la scheda magnetica, e non con un calcio come si fa di solito. Puntò la pistola in fronte al portiere che si era avvicinato col fare del prete che confessa e gli intimò di precederlo fino alla porta del tagliatore di teste. Lo scacciò e poi, stavolta sì con un calcio vero, aprì la ridicola porta a vetri con nome e funzione del parassita che vi stazionava.

    Il tagliatore di teste, seduto in poltrona come un padre della patria, alzò le mani farfugliando le solite cose che si dicono in punto di presunta morte. Tenne la pistola spianata per svariati secondi, fino a quando non cominciò ad alzarsi un forte odore di merda dalla poltrona presidenziale. Abbassò l’arma, sogghignò, girò le spalle e uscì.

    Attraversò la strada fino al bar di tutte le sue mattine da vent’anni e passa, entrò, si appoggiò al bancone spostando patatine e caramelle per depositare il sombrero e con la pistola indicò al barman la bottiglia del Jack Daniel’s. Gli fu versato con cautela e terrore, poi la bottiglia venne rimessa al suo posto. Lui alzò la pistola e sparò all’innocente bottiglia, come nei mille copioni della frontiera.

    – Non ti ho detto di metterla via, uomo!

     

    gene

     

    Postilla

    Quando un uomo con la cravatta incontra un uomo col sombrero, l’uomo con la cravatta si caga sotto.

  • Confine

    Sei il solo che può farcela, mi ha detto il papà, mentre la mamma piangeva sulla panca di luna in fugalegno. Mi ha caricato la cadola sulle spalle e sul momento le ginocchia non parevano reggere il carico, e invece sì. Mi sono voltato quando ero già su di un bel po’, dove i larici sono pochi. La mamma sulla panca era un puntino appena più minuscolo del papà in piedi. Non ho potuto più guardarli. Un po’ dopo ho sentito due spari e anche se sono piccolo ho capito. Meglio andare, devo farcela anche se sono solo, come ha detto papà.

    La montagna sembra non finire mai e giù nella piana, con i nostri prati e le nostre case, la scuola è di sicuro ormai solo cenere. Hanno bruciato tutto, li abbiamo visti dall’alto. Poi, nel salire ancora, la mamma si era spaccata un piede tra due radici e il papà l’aveva presa in braccio, senza mollare la cadola, fino alla cascina. Ma da lì, è toccato a me solo di raggiungere il confine. Due spari, e la mia vita con loro è finita.

    Piango, intanto che prendo fiato, in piedi e con la cadola che vuole buttarmi a terra sotto il suo prezioso peso. Se riesco a portarla di là, avrò ancora una vita.

    Ascolto, li sento vociare, sono padroni del mondo. Riparto. Sulla morena pietrosa, il sole abbatte come ogni estate. Sono allo scoperto, ma loro non sono abbastanza vicini e forse non mi spareranno. Non si spara sui bambini, credo.

    Cammino, ma loro camminano più veloci. Io cerco un sentiero, loro seguono il mio, è troppo facile, come se non avessi già abbastanza svantaggi, io con la cadola e loro con il solo peso del fucile. Mancano meno di cinquanta passi alla bocchetta tra le cime che segna il confine. La pelle degli stinchi mi brucia, scorticata dalle pietre. Mi giro, come i ciclisti che a pochi metri dal traguardo sentono il plotone. Loro sono lì. Più in fretta che posso, smonto la cadola lasciandola cadere con sollievo, la slego e prendo uno dei libri. Apro e leggo ad alta voce.

    Avventura e libertà l’avevano sempre attratto, tanto da convincerlo che la sua vita si fosse svolta tutta in tempo di guerra. Ma l’unico conflitto sperimentato per davvero, forse, se lo portava dentro.

    Una fiamma nel ventre… S’è fatto buio, non li vedo più, neanche li sento. Bene. Dormo.

     

    gene

     

    Postilla

    Le vite degli altri sono inestimabili come tesori nascosti.

  • Schede

    Un mesetto dopo le elezioni comunali, dal nulla di una delle bucalettere del municipio macero schedefurono rinvenute quarantacinque schede valide ancora intatte nelle loro buste. Vennero conteggiate in fretta a furia e l’autorità annunciò che queste schede non avevano modificato gli esiti della consultazione, tranne per il trascurabile fatto che il sindaco di quindicina non era più lo stesso, ma il rivale.

    Si pensò che il disguido fosse da imputare all’aggregazione dei due Comuni, Avegno e Gordevio, in uno solo e che qualcuno si fosse dimenticato che le bucalettere erano due e non più una. Qualcuno ipotizzò che fossero state spedite in ritardo, qualcun altro che forse non erano poi così valide. Sorsero i sospetti per una qualche manovra del candidato perdente, scacciati con indignazione dall’autorità. Alcuni furono portati a credere che le trenta schede fossero giunte in tempo all’ufficio elettorale, ma che qualche solerte galoppino le avesse rimesse nella bucalettere per indebolire il rivale. Tutte illazioni, respinte con severità dalle autorità comunali e cantonali, forti della loro integerrima onestà e imputando di negligenza qualche oscuro funzionario, senza specificare quale.

    Un gruppo di cittadini contestò poi la pratica del voto per corrispondenza, colpevole del sorgere di casi come quello descritto e per la pratica delle “mani guidate” dai galoppini al sicuro delle case e degli ospizi, dove a vecchi ignari venivano compilate schede a piacimento dei mandanti (ma non c’erano le prove). L’autorità respinse con furiosissimo sdegno anche questa protesta, accusando i dissenzienti di essere “latori sobillatori”, pavoneggiandosi per questo slogan accusatorio che per loro rasentava la genialità.

    Tre settimane dopo, al momento dello spoglio per decidere a chi sarebbe andata la poltrona di sindaco, l’ufficio elettorale si ritrovò con bucalettere e urne completamente vuote. Due giorni più tardi, la posta del municipio fu sommersa da centinaia di buste con schede bianche e invalide. Ormai fuori tempo massimo, l’autorità si indignò di nuovo. Tié.

     

    gene

     

    Postilla

    1 – Sulla vicenda si è poi espresso anche il Municipio di Avegno Gordevio esprimendo il proprio rincrescimento per l’accaduto e sottolineando “l’unanime convincimento che la problematica emersa è stata frutto di un errore procedurale, che seppur grave, è stato commesso in completa buona fede”.

    “Il Municipio è fermamente intenzionato a chinarsi sulla tematica al fine di comprendere la dinamica dei fatti ed implementare le necessarie misure correttive affinché situazioni del genere non abbiano a ripresentarsi in futuro”.

    2 – Convincimento. Problematica. Procedurale. Seppur. Fermamente. Tematica. Dinamica. Implementare. Correttive. Futuro.

  • Uccello

    Zalanio salì sul mostro che dormiva esattamente ventiquattr’ore prima locomotiva 22dell’inaugurazione. Quel treno che si protendeva a becco d’uccello sui binari sfavillanti sembrava in agguato prima di mostrarsi al mondo intero. La linea ferrata, costruita in vent’anni e costata più denaro del previsto, aveva chiesto l’inevitabile tributo di vittime che le opere grandiose reclamano come dèi maligni. Lui stesso aveva perso un amico, “effetto collaterale” di un crollo imprevisto. Il potere era già metaforicamente a bordo dell’Uccello, da mesi, a bearsi dentro un turbinio di dichiarazioni indistinguibili tra delirio, propaganda e retorica.

    “Si potrà lavorare a Zurigo di giorno e dormire a Bellinzona, dopo aver preso l’aperitivo a Lucerna” disse uno di loro, il meno sveglio, convinto di lanciare il progresso invece di un’immane stronzata.

    “Col cazzo!” pensò Zalanio, mentre azionava i contatti.

    Non era come un tempo, che bastava la motrice. Ora ci si doveva trascinare dietro anche i vagoni, perché l’Uccello e i suoi pulcini erano una cosa sola nel design milionario.

    Non sapeva con precisione come manovrare, l’aveva visto fare un paio di volte e andò per tentativi, uno dei quali funzionò. Incredibile che nessuno avesse pensato a un blocco computerizzato della centralina di guida. Si mise in moto e in dieci minuti si infilò a trecento all’ora nella galleria, quel buco costoso e omicida. Sbucò di là nella piana verde e grassa. Via radio, era già stato allertato il dispositivo di sicurezza e la parola d’ordine fu “Pazzo sul treno”. I pazzi sono quelli che fanno aperitivi lontani da casa, pensò malinconico Zalanio.

    Nella piana centrale, l’Uccello volava radente le case, la gente stava sull’uscio a sbracciarsi, forse ignara, forse soddisfatta.

    Quando la linda campagna concesse il posto alla periferia perfetta adagiata sul lago, tirò il freno. L’Uccello stridette per lunghi secondi di frastuono e poi si arrestò, deluso forse di aver dovuto ripiegare le ali sul più bello.

    Zalanio balzò fuori, nell’odore di ferro rovente, scavalcò la recinzione e con aria rilassata entrò al Gasthaus Sternen. Birra in mano, discusse del tempo pazzerello con pensionati incuriositi dalle sirene.

     

    gene

     

    Postilla

    Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali

    Francesco Guccini

  • L’Imperatore

    – Ragazzi, guardate pure la partita. Io vado un salto a trovare la nonna.ranieri

    Nel viaggio verso la casa di sua madre, Claudio non pensò al fatto straordinario che di lì a poco sarebbe potuto diventare Imperatore, come nel destino del suo nome. Era contento di aver lasciato i ragazzi davanti alla televisione, tranquilli. Nel viaggio verso la casa di sua madre, Claudio si godeva quelli che potevano essere gli ultimi momenti da semplice patrizio romano. Portava con sé uno spumante, la mamma faceva gli anni e lo aspettava con il suo dolce.

    Mentre lui camminava per Roma, sereno come quando era bambino, fermandosi di tanto in tanto a salutare con il suo fare signorile, i suoi ragazzi, in un’altra città si mangiavano le unghie: la loro squadra era sotto due a zero alla fine del primo tempo. Non era veramente la loro squadra, era quella per cui facevano il tifo quella sera. Una squadra di ricchi, per la quale mai avrebbero tenuto se di mezzo non ci fosse stata quell’altra squadra, la grande rivale dei ragazzi. La squadra dei ragazzi era tutta blu e aveva già giocato il giorno prima, pareggiando. Poteva bastare, ma forse no. Toccava ai ricchi non farsi battere.

    – Ma non ti interessa la partita, Claudio? – chiese la madre, stupita.

    – Di partite ce ne saranno ancora mille, i tuoi 92 anni una volta sola.

    Mentre Claudio e la madre gustavano il dolce che le aveva preso il pomeriggio, i ragazzi riprendevano fiducia per il primo gol dei ricchi.

    A un certo punto, mentre si gustavano un cordiale, sentirono un boato che fece sobbalzare l’anziana. Saranno state le dieci e mezza o giù di lì. Claudio capì, ma fece finta che fossero le grida di una delle tante feste di Roma.

    – Ma se a Roma non ne fanno più di feste…

    – Avranno ricominciato.

    Claudio aiutò la madre a rigovernare, poi la baciò.

    – Ci vediamo presto, mamma, tra due settimane.

    Mentre tornava, immaginava i suoi ragazzi felici, nella città finalmente in festa. Ma lui non aveva fretta, preferiva arrivare tardi, per non disturbare la gioia di quella tranquilla e operosa città lontana. Una città che non aveva mai avuto gloria, se non quella di aver seppellito da poco un re morto sette secoli prima.

    Le volpi erano sfuggite alla caccia degli speroni e conquistato il titolo di Campioni.

    Inaspettati, sottovalutati, perfino derisi all’inizio dell’avventura. A Claudio avevano divinato una precoce caduta e invece, giorno dopo giorno, lui restava là, in sella al sogno. Ai quattro angoli delle terre conosciute il suo nome e le sue imprese viaggiavano di bocca in bocca.

    Quando varcò le porte della città, tutto era pavesato di blu, come un immenso cielo colmo di felicità. La gente si baciava, brindava, cantava. I suoi ragazzi erano certo in giro, ma Claudio preferì lasciare a loro la festa e andarsene a casa, contento e un po’ preoccupato: era diventato Imperatore.

    Il mattino seguente entrò in una cabina e chiamò la madre.

    – Che bella serata vero mamma? Il dolce era speciale, come te.

     

    gene

     

    Postilla

    Il Leicester City ha conquistato il suo primo titolo di Campione d’Inghilterra in 131 anni d’esistenza. Un’impresa leggendaria, forse la più grande nella storia dello sport. Tutto il mondo si è unito nel trionfo, tifosi dello sconfitto Tottenham esclusi. Nessuna grande idea della storia ha mai saputo fare tanto. Il calcio è magia.

  • Il casco

    La questione del casco l’aveva esasperato ogni dire. Il limite di sopportazione fu superato capelli e baffiquando la parrucchiera gli disse che s’era rovinato i capelli.

    – Vede, qui davanti, come sono fini e strapazzati? Dovrebbe smetterla di usare copricapi.

    Uffa!

    Oltre che rischiare la pelle nell’abbordare rondò, a causa di automobilisti dediti a tutto tranne che alla cautela, ci si metteva anche quello spiaccicamento dei capelli. Si ricordava della giovinezza con la zazzera sciolta a briglia, su e giù a morosare alla Brando. Ora invece, si trascinava quel cranio di capelli brizzolati e unti. Basta. Basta col casco e anche con il giaccone che non riparava d’inverno e che cuoceva d’estate. E basta anche con la moto, che aveva cominciato ad amare solo da ferma. Venduta. Quello che la prese non volle il casco, pazienza.

    Che bello però, basta spiegazioni a poliziotti noiosi come le mosche, basta sacramenti al tempo, basta capelli fini sul davanti e sfibrati come lui. A piedi!

    Che fare del casco? Farlo rotolare dalla cima del Pizzo di Claro?

    Intanto che ci pensava, si riassettò i capelli con sciampi cari come il fuoco e finalmente, dopo settimane d’aria e acqua, diedero l’idea di tornare al fulgore dei trent’anni, con in più il tocco di grigio che li faceva belli e ondulati come quelli del Petropoulus, un greco fuggito dalla guerra, con le tasche sempre piene di caramelle e dalla testa come un cavolfiore.

    Un giorno arrivò a trovarlo il Meo, che si infilò il casco, tirò giù la visiera e dal divano si guardò tutto Scacciapensieri come se sfrecciasse sulla Route 66.

    – Lo vuoi portare a casa tua?

    – No!

    – No?

    – Sì!

    Fine del circo.

     

    gene

     

    Postilla

    Non serve a niente essere intelligenti. Sarebbe meglio essere biondi e belli.
    Agota Kristof

  • Les anarchistes

    anarchia 22

    Non son l’uno per cento ma credetemi esistono
    In gran parte spagnoli chi lo sa mai perché
    Penseresti che in Spagna proprio non li capiscano
    Sono gli anarchici

    Han raccolto già tutto
    Di insulti e battute
    E più hanno gridato
    Più hanno ancora fiato
    Hanno chiuso nel petto
    Un sogno disperato
    E le anime corrose
    Da idee favolose

    Non son l’uno per cento ma credetemi esistono
    Figli di troppo poco o di origine oscura
    Non li si vede mai che quando fan paura
    Sono gli anarchici

    Mille volte son morti
    Come è indifferente
    Con l’amore nel pugno
    Per troppo o per niente
    Han gettato testardi
    La vita alla malora
    Ma hanno tanto colpito
    Che colpiranno ancora

    Non son l’uno per cento ma credetemi esistono
    e se dai calci in culo c’è da incominciare
    Chi è che scende per strada non lo dimenticare
    Sono gli anarchici

    Hanno bandiere nere
    Sulla loro Speranza
    E la malinconia
    Per compagna di danza
    Coltelli per tagliare
    Il pane dell’Amicizia
    E del sangue pulito
    Per lavar la sporcizia

     

    Leo Ferré

     

    Postilla

    Gli anarchici non fondano nazioni, fondano mondi

    Maurizio Maggiani

  • Il campione

    All’improvviso, nel verdeggiare di un pomeriggio d’allenamento, s’avvicina una leggenda.bocce “Vuol giocare con noi? Ma sì”. Un cuoco volante, nel senso della bocciata al volo esibita con leggerezza da rondine; due dilettanti sotto-occupati e in cerca di una ragione; un campione del mondo con la dolcezza spietata del fuoriclasse. Una barzelletta, sembra.

    Le squadre sono fatte subito, i dilettanti da una parte, il cuoco e il campione dall’altra. Si parte con alcuni accosti di livello dei due dilettanti, vanificati da rigoli incerti. Il cuoco disturba le operazioni con colpi di tosse e profferte ad alta voce, redarguito dal dilettante meno calmo e perfino dal campione suo compagno. La gara si mette sui binari della serietà di un gioco ben fatto.

    Mentre i sodali dilettanti tentano di prendere il largo nel punteggio approfittando della farraginosa messa in moto del campione, il tempo volge al bellissimo e attorno al campo di bocce intagliato nel lume della primavera si assiepa un ragazzino ricciuto. La partita scorre tra manchevolezze e prodigi, i dilettanti resistono come possono al campione che da solo volteggia e colpisce.

    Il campione, aperta parentesi, è davvero un campione, e del mondo; vestito di rosso, ammutolì l’imbattibile Italia in mondovisione. Chiusa parentesi.

    Dopo un momento di illusione dei dilettanti che si portano senza particolari meriti sul 5 a 2, con un filotto di dieci punti a zero il campione e il cuoco sorpassano e intascano la prima. Si passa alla rivincita, con l’idea di farcela che conforta i dilettanti, uno dei quali giornalista decaduto e l’altro giornalista licenziato di fresco. A latere, prima del match i due hanno polverizzato il loro comune ed ex direttore, bollandolo come patta molle e incapace, con più di una ragione.

    Ma la rivincita, dunque. Mentre il cuoco agisce da spalla, il campione lievita come una torta, lanciando flessuoso bocce inesorabili. Di riffa o di raffa, incamera tutto, mentre gli altri guardano e si inchinano. Il sopraggiunto ragazzino ricciuto sta lì a precisare le posizioni delle bocce colpite per sbaglio dal cuoco e dai due dilettanti, mentre sulle traiettorie del campione non fiata e non corregge, anche perché non serve visto che le bocce vanno precise come folgori sui giuramenti.

    A un certo punto, il campione dice che una volta bocce così le prendeva, indicando un bersaglio complicatissimo. Poi tira e pac!, una di qua, una di là, e uno dei dilettanti non può che dargli la mano, quasi commosso, anche se quel memorabile capolavoro sancisce un lapidario 12 a 4.

    Il campione spiega che, oltre a vincere un Mondiale (e lo dice come se avesse fatto la spesa al Cattori), ha praticato tanta ginnastica. I dilettanti e il cuoco ne ammirano l’agilità da ventenne nel piroettare quei tre passi di danza prima del lancio, mentre il ragazzino ricciuto vorrebbe veder giocare fino al fondo della notte.

    Il campione, ammantato di grazia e signorilità, ripone le sue bocce biancazzurre nella sacca, si spolvera le scarpette e offre da bere, come se non avesse stravinto. Si chiama Poletti. Campione del mondo. Novantuno anni.

     

    gene

     

    Postilla

    Quando apro il giornale, leggo sempre le pagine dedicate allo sport. Vi si parla infatti delle imprese compiute da uomini e donne, e delle loro vittorie. Mentre la prima pagina parla, in genere, dei loro fallimenti.

    Earl Warren