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  • La felicità

    Decidere di rubarla all’oblio, riuscirci e metterci in giro fino a quando non ci avranno rolls lennonfermati. Il Meo, la Gigi, io, più il Frank alla guida, che lui è sempre bizzarro con le marce e gli spaventi da procurare ai pedoni. Si tratta della Rolls di Lennon, portarla a una nuova vita circolatoria è stato facile: il Meo e la Gigi dietro l’angolo, io a tenere aperto il portone, il Frank ad avviarla e portarla fuori. Come un immenso bob a quattro sgargiante, muoverlo e saltar dentro in corsa, tutti dietro tranne il Frank al volante con la paglia in bocca. Discendere cercando un assetto e una volta trovato passare alla risalita delle valli, bevendo e cantando con la Verzaschina in quadrifonia per lasciare al Meo il tempo di abituarsi agli spazi e ai tempi.

    Al decimo chilometro, si stappano le birre, panaché per il Meo, scura per me e per la Gigi. Al Frank, barbera Montorio come da status. Forzare una specie di posto di blocco formato da uomini della sicurezza imbarazzati dai caleppini, dalla scrittura e, in generale, dalla vita. Con i funghi allucinogeni disegnati sulle fiancate, passiamo in curva salutando la gente appollaiata al grotto, in un luccicare di cromo e d’occhi.

    ViaSuisse annuncia la presenza di una macchina colorata e fuori catalogo, con gente ignota a bordo, probabilmente in atto di infrangere più leggi in un colpo solo.

    A metà Valmaggia, la folla si dipana in vere ali, con le quali veleggiamo sulle note della Locomotiva e la fiaccola dell’Anarchia come antenna. Telefoniamo ai parenti, diciamo che stiamo bene e che torneremo, un giorno. All’imbocco della Bavona, balza a bordo la Maddalena e l’equipaggio alza il tono della libertà. È maggio? No, ma è Sessantotto. Il Frank pennella le giravolte tra Fontana e Roseto, il Meo propone Gavabondo e si canta tutti, meno il Frank che, se non fuma, barbereggia.

    La Rolls colorata scuote pietraie e ontani, attraversa abitati di granito. A Sonlerto si schiaccia il clacson e per risposta giungono incitamenti altissimi. Ormai il pubblico è da Tour. Lontano le sirene della pola, ma non ci avranno mai.

    Un balzo e siamo a Robiei, la Rolls psichedelica piega rododendri e dal Cristallina piomba a volo d’aquila su Bedretto, tocca i copertoni sull’asfalto, attraversa Airolo come favonio. Poi montiamo la Tremola arrocchiti per Piece of my heart, il frigobar inesauribile, i finestrini sempre bassi. Il Frank è Jim Clark, la Gigi intona Talking about a Revolution e si scola una guinness, il Meo una gazosa al mandarino, che a una certa quota è leggenda. La Maddalena è Angelina Jolie sulla Croisette.

    Sulla vetta dei quattro fiumi ci aspetta l’esercito, saltiamo dalla macchina in corsa e la guardiamo infilare il bouquet di fiori nella bocca del cannone.

    Torniamo a piedi, stanchi ma contenti.

     

    gene

     

    Postilla

    Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.

    John Lennon

  • Uomo di Maggio

    Poveri com’erano, quella bocca sembrava solo un cratere dove sparivano viveri. Poveri uomo di maggio.jpgcom’erano, la forza per capire l’assenza di voce e logica non la trovavano. Nato prima del dovuto, nel suo tempo e in quello della storia, il bambino era languido e assente. “Scemo” fu il responso del prete, confermato dai lumi del dottore. Quella parola, mitragliata dalle cascate di pioggia che quel giorno lavava scienzea e coscienza, convinse subito anche la madre. La donna superò la cosa fingendo che non fosse stata mai pronunciata, il padre si vergognò da lì alla fine dei suoi giorni. Non lo battezzarono, non ne valeva la pena perché il prete aveva detto che quella era l’anima di un gatto e che quindi il problema del Paradiso non si poneva. Gli diedero lo stesso un nome, come si fa coi gatti, appunto. Lo chiamarono Uomo, per distinguerlo dagli animali.

    Uomo mangiava, respirava, andava al cesso, si puliva e dormiva come gli altri, o più degli altri. Diventava alto e magro, avvolto nel suo presunto nulla. I suoi consumavano pane e companatico prezioso, pensavano con avarizia. Solo il timor di Dio impedì loro, più di una volta, di ucciderlo per pietà o convenienza o vergogna, ma il pensiero inchiodava vite e speranze.

    Il padre chiedeva alla madre da dove venisse quell’essere, sperando in un tradimento, seppur doloroso, che lo assolvesse dalla tara. La madre rispondeva sempre e solo “da te”. Domande e risposte sempre uguali, ogni volta che Uomo s’inadeguava nella vita. Il dileggio saltuario non sembrava scalfirne il distacco, a meno che qualcuno si spingesse oltre e gli provocasse un dolore fisico. Allora, afflitti suoni uscivano dalla sua bocca, lacrime scorrevano fino a quando con un dispiacere malinconico e profondo non si sedeva in qualunque posto si trovasse, fino a quanto bastava al suo male.

    Attorno ai vent’anni, vestito con stracci rammendati, si aggirava ancora e sempre da solo e senza meta, inoffensivo e inutile. Eppure, Uomo non si era mai perso, era sempre partito e tornato a casa senza sbagliarsi, dall’alba al tramonto. Buona cosa, che non torni a mezzogiorno, pensava il padre, così almeno a pranzo risparmiamo.

    Uomo sapeva vestirsi e svestirsi, mettere i sandali e toglierli. La madre si limitava a una strigliata equina prima di accompagnarlo a letto. Dormiva sereno, al massimo si alzava per uscire sul ballatoio per pisciare. Uomo non dava fastidi, non disturbava e non c’era nessuna possibilità di internarlo in manicomio con la forza poiché la sua mitezza sconfiggeva ogni ipotesi di pericolo, per sé e per gli altri. Ma la vergogna schiacciava sotto il suo tallone padre e madre, ogni maledetto giorno. “Almeno fosse violento, potremmo spedirlo a Mendrisio e dimenticarci di lui”, pensavano all’unisono, senza confessare.

    Poi, un giorno, non tornò al tramonto. Lo cercarono per ore e poi lo trovarono. Uomo stava appoggiato a un castagno discosto, solitari entrambi. Era sveglio, ma attorno lui segni di lotta furibonda contro gli spettri. Il dottore confermò: epilessia. Il prete aggiunse che quel male è la mano del demonio. Ce n’era abbastanza.

    Uomo varcò il cancello del manicomio di Mendrisio nel 1968, tirato per un braccio dal padre e seguito dalla madre con un fazzoletto in testa per coprire la canizie.

    Dopo tre anni ricevette la prima visita, alla quale non mostrò interesse. Il padre lo trovò altissimo e magrissimo, la madre pianse e basta. Il direttore disse loro che Uomo stava bene, a patto di legarlo con le cinghie a tavola e a letto. Con quattro pastiglie e una puntura, non sviene nemmeno, concluse.

    Altri tre anni più tardi, capelli rasati e una tuta grigia senza bottoni, da sotto la quale spuntava una maglietta con scritto Jackie Stewart, Uomo accolse i genitori alla seconda visita, un pomeriggio profumato di mandorle. Sorrideva, di fianco a una giovane infermiera dai capelli biondi, una Marilyn tutta per lui. Salutò, perfino, con un veloce gesto della mano. Sempre altissimo, stavolta non fece piangere la madre, almeno. Si era saputo che al manicomio erano cambiate molte cose, ma il miglioramento di Uomo era così grande da non poter essere compreso se non con la grazia di Dio.

    – Sono solo le nuove terapie, invece – sussurrò Marilyn con la stessa dolcezza con la quale teneva le dita di Uomo. E grazie a queste, sarebbe potuto anche tornare a casa per un paio di giorni ogni tanto, per cominciare, se fossero stati d’accordo. Erano d’accordo? Non potevano dire di no.

    Due giorni, non di più, il tempo per il prete di dire che dal demonio non si scappa e di far arricciare il naso al dottore, che preferiva ancora le vecchie cinghie. Uomo mangiò anche a pranzo, composto e silente. Non lo fecero uscire di casa, per il terrore di ripiombare nell’affettata commiserazione della gente. Lo riportarono a Mendrisio il mattino della domenica, senza neanche andare a messa, per non perdere tempo, che tanto il Signore avrebbe capito lo stesso.

    Uomo corse incontro a Marilyn. Non l’avevano mai visto correre, nemmeno da bambino. Rimasero al cancello, la ragazza salutò da lontano, ripresero il treno.

    Nel 1989, morì il padre. Cinque anni dopo, la madre. Non avevano mai più visto Uomo e avevano concluso il loro giro sulla terra, come diceva il prete, nella totale dedizione alla Santa Madre Chiesa, nella misericordia, in povertà e umiltà.

    A Uomo, dimesso dal manicomio a trentasette anni, trovarono un laboratorio di falegnameria nel quale imparò a creare dalle sue stesse mani, un tempo inutili. Ogni sera, ancora oggi, torna a casa di Marilyn come un Joe Di Maggio ritrovato prima di averlo perduto.

     

    gene

     

    Postilla

    Essere classificati come malati di mente era un requisito necessario per essere ammessi in un ospedale psichiatrico. Il medico specializzato veniva chiamato solo dopo che l’individuo era stato etichettato come pazzo o il comportamento era diventato problematico a livello sociale. Fino al 1890, vi era poca distinzione tra La classificazione di pazzo e quella di criminale. La classificazione veniva spesso utilizzata per limitare il vagabondaggio e i mendicanti, oltre che i malati di mente veri e propri. Nel 1858-1859 nell’Inghilterra vittoriana si diffuse quello che fu poi definito il Lunacy Panic, quando molti medici erano soliti classificare persone in realtà sane di mente, perlopiù semplicemente asociali, come malati di mente. Queste persone erano forse scomode o d’imbarazzo per le famiglie, che preferivano segregarle nei manicomi.

    I moderni ospedali psichiatrici si sono evoluti nel corso del tempo e in molti paesi hanno sostituito i vecchi manicomi. Lo sviluppo del moderno ospedale psichiatrico è correlato alla nascita della moderna psichiatria. Mentre in precedenza esistevano strutture che ospitavano il malato di mente, l’istituzionalizzazione come soluzione al problema ha caratterizzato la storia medica del XIX secolo. Per illustrare questo concetto con un esempio, in Inghilterra agli inizi del XIX secolo c’erano, forse, qualche migliaio di “lunatici”, alloggiati in una varietà di istituti diversi, ma nel 1900 questa cifra era cresciuta fino a circa 100.000 individui. Che questa crescita coincida con la diffusione dell’alienismo, in seguito conosciuta come psichiatria, ossia una vera e propria specializzazione medica, non è casuale.

    Il trattamento dei pazienti nei primi manicomi era a volte brutale e focalizzato sul contenimento e sulla moderazione del comportamento. Le successive e graduali riforme in molti paesi, con l’introduzione, ad esempio, di trattamenti più efficaci, hanno portato alla nascita dei moderni ospedali psichiatrici ove si tenta maggiormente di aiutare i pazienti, per quanto possibile, a controllare la propria vita nel mondo esterno, con l’utilizzo di una combinazione di psicofarmaci e della psicoterapia. Questi trattamenti possono anche essere imposti su base non volontaria. I trattamenti su base non volontaria sono tra le molte pratiche psichiatriche osteggiate dai movimenti antipsichiatrici, che sono invece, di norma, favorevoli ad un trattamento psichiatrico consensuale, a condizione che entrambe le parti siano libere di ritirare il consenso in qualsiasi momento.

    (Fonte: Wikipedia)

  • Questo padre

    Questo padre al quale fanno festa un dì all’anno, questo padre è una madre minore, comepadre e figlio se minore fosse la sua parte nella prosecuzione della vita. Accantonato dalla tecnica scientifica, soggiogato dall’egemonia del cuore femminile, scostato dalle finezze educative e scolastiche, questo padre passa sempre più per utile idiota, al quale far festa per un giorno e poi tornatene nella tua inadempienza, che è meglio.

    Questo padre che spinge carrozzine con troppa foga e legge fiabe senza capirle, nel vano tentativo di recuperare il terreno perduto, è patetico e schernito dalle dolci compagne depositarie della sapienza sentimentale.

    Questo padre che tenta di agguantare padelle e vestirsi di grembiuli, che brucia tutto su piastre e griglie, è lo spasso delle signore invitate, molto più aduse di lui alle incombenze casalinghe.

    Questo padre che impone un rigore filiale senza esserne convinto, solo perché la madre deve recitare la parte del poliziotto buono, lasciando a lui la poco convinta parte di quello duro.

    Questo padre separato che tenta di risolvere il silenzio con pizzerie e parchi giochi, mentre la madre, separata anche lei, ha la verità in mano e la ostenta con forza.

    Questo padre di cui non si tien conto quando parla di sentimenti e al quale si chiedono i fatti, da cacciatore qual è.

    Questo padre che tenta di recuperare ciò che non ha mai valutato, ma che si trova davanti un muro di comareccia solidarietà nel definirlo un incapace.

    Questo padre che sa fare una sola cosa alla volta, mentre la madre si occupa di tutto e lo dice e lo rinfaccia e se ne vanta.

    Questo padre a cui dedicare tortelli, mentre alla madre vanno fiori e baci.

    Questo padre per il quale il 19 marzo si trattiene il sogghigno di compatimento esibito tutti gli altri giorni.

    Questo padre al quale la madre dice “tuo figlio” quando le cose vanno male, e che si prende la colpa e guai a replicare.

    Questo padre che si aggira per i bar la sera, in ritardo per la cena che la madre prepara con la costanza che lui non avrà mai, è risaputo e dibattuto nei comizi tenuti negli stessi bar, ma al mattino, dalle madri operose.

    Questo padre che propone partite di calcio e gelati come massimo programma, mentre le madri offrono danza, musica, ginnastica e tè verde.

    Questo padre che non sa scaldare il biberon, ma nemmeno gli lasciano provare e poi gli dicono che non si assume l’onere.

    Questo padre che dimentica perfino il 19 marzo, che non è che San Giuseppe sia stato uno particolarmente furbo e i paragoni sono sulle bocche delle madri.

    Questo padre sarebbe quasi ora che tirasse fuori il meglio.

    Questo padre sa capire e lo dimostra, con mezzi suoi, considerati minori ma che minori non sono.

     

    gene

     

    Postilla

    Ci sono padri che sono madri e madri che sono padri. Che conta è l’amore

  • Ordinaria amministrazione

    Il carretto della legna, con due ruote e timone, era la sola àncora che tratteneva l’Avo carrettodall’andare alla deriva sullo stradone. Oltre alla presa delle gracili braccia mie e del Dani. C’era sempre questa storia dell’andare a raccogliere legna ovunque, oltre i confini dei prati, verso argini e morene dense di ginestre e rovi.

    – Criscto, am va più i gam dadré – s’esprimeva l’Avo con l’ironia di chi accetta l’invecchiare come un divertimento pieno di sorprese.

    Il Dani tirava il carretto, l’Avo si attaccava alla sponda, io tenevo l’Avo per un braccio. Macchine, ne passavano due all’ora, ma guidate da tizi pericolosi come il Demarchi o il Zeprian. Alla vista del primo, con la sua auto grigia in fondo alla tirata, ci si dava una voce e coll’Avo traballante ci si spostava oltre i paracarri, mentre quello sfrecciava occupando abusivamente carreggiate contromano, come se fosse il padrone dell’asfalto. Il Zeprian era anche più imprevedibile perché affetto da epilessia, al punto di essere finito in un burrone dei Pirenei e risalito illeso. La macchina non la trovarono più e gente locale gridò al miracolo perché da laggiù non era mai riapparso nessuno, mentre lui buttava lì uno stoico “Ordinaria amministrazione”.

    Noi, per tornare al problema del trasporto-legna, a volte dovevamo riparare nei prati mollando il carretto, ma i due calamitosi piloti riuscivano a non centrarlo mai. Quando svoltavamo al Pontaséll, nella stradina dei Campì, potevamo darci in salvo dal misero e letale traffico, solo che ci toccava costeggiare una roggia e coll’Avo pericolante quel solco di due metri non era meno del burrone del Zeprian. Di pausa in spinta, si giungeva alla stalla.

    – L’ére bè oro, ao c’a sii stacc, fegnanti? – interrogava l’Ava, seduta sul primo scalino intenta a tessere calze di lana, con lo scialle in testa a velare i lunghi capelli bianchi. Sempre la stessa domanda, e la proferiva con tono misto di scherno e rimprovero. Ma quando l’Avo le rispondeva con una semplice e definitiva bestemmia, lei s’inalberava.

    – Vargogno! A gh’è i canaja!

    Come se i canaja, i bambini, con le bestemmie non godessero e non si esercitassero.

    Stipato lo scarso e sudato bottino nella tettoia, ci sedevamo sotto il caco a mangiare pane e fontina, o tilsiter. L’Avo si accasciava nella poltrona, accendeva il toscanello e sogghignava alle reprimende della sposa.

    Liberati dall’impegno, noi tornavamo alle selvatiche scoperte del mondo. Ava e Avo stavano là fino all’ora di cena, che era come la colazione perché consisteva in pane inzuppato nel caffellatte.

    Appena il tempo di mollare la partita in piazza all’arrivo del Demarchi in derapage fuori controllo e poi, al triplice fischio finale del Pà che ordinava il rientro, a casa anche noi. Ordinaria amministrazione.

     

    gene

     

    Postilla

    Il mio smartphone è dell’anno scorso, è vecchio, me ne compri un altro, babbo?

  • La traversata

    Alla stazione, il Cicio scese ancora saldo sulle gambe, ma la salita verso il passaggio a prons pascqueilivello si fece tragica. Il centinaio di metri che mia mamma, ciclista instabile, pedalava con una certa scioltezza, a lui risultò impervia. Alla prima barriera, si appoggiò adducendo scuse e si capovolse sui binari.

    – Zio cane, questo buio infame – disse, da terra.

    Lo trascinai di là. Il treno passò indifferente.

    Lo stradone vuoto e buio stava tutto nella nostra memoria di ragazzi. Nella mia più che altro. In quella del Cicio non so cosa ci fosse, forse le tette del Forum 2 o le birre della Bavarese. Gli presi il braccio sinistro.

    – Aggrappati e cammina, lazzarone.

    Figure da via crucis, il Cristo io, la croce lui. Per fortuna nessuno frustava, se non l’aria instancabile della Riviera.

    All’altezza del campo da calcio di Claro, annunciò che voleva bere. Il bar più vicino stava a due chilometri e chiuso, altro che bere.

    Sul ponte di ferro volle guardar giù tra le sbarre e anche se non si vedeva un cazzo lui scorse piroghe.

    – Andate a lavorare! – urlò all’equipaggio immaginario, mentre pisciava.

    Lo lasciai dire e fare, tenendolo per la cintura.

    Oltre il ponte, nella boscaglia vicino alla cava di pietra, ci spaventammo da soli e corremmo fuori fino a incontrare di nuovo lo stradone. Lui cadde almeno tre volte, io neanche una.

    Ricomposti alla brutto cane, restava la tirata, con le luci del paese al limitare. Era meglio passare per i prati, così nessuno si spellava mani e ginocchia sull’asfalto.

    In piazza rinsavì, balzò in sella al motorino rifiutando aiuti e s’infilò a luci spente nel cuore della notte. Alzai le spalle.

    Il giorno dopo, sul tardi, suo padre mi disse, indulgente:

    – L’hai presa secca ieri sera eh? Capita, siamo stati giovani anche noi…

    Il Cicio la scampava sempre, il maledetto.

     

    gene

     

    Postilla

    Là dove c’era l’erba ora c’è una città

    Adriano Celentano

  • Il migliore

    Ha sempre vestito maglie sbagliatissime, per noi che del tifo-contro abbiamo fatto portiere ugo guidinecessità, ma Gianluigi Buffon è un calciatore eccezionale, già a partire dal ruolo di portiere, che è considerato un confino per gli impacciati e i pazzi. Poi magari la cosa evolve e diventi un supereroe, ma in genere quello che sta in porta è un bersaglio e se sbaglia viene centrato. Gianluigi Buffon ha sbaragliato tutti, con le fastidiose maglie di Juventus e Italia, due team che dalle nostre parti sono viste con il piacere con cui si ingolla l’olio di ricino. Ne ha fatte e dette eh, in questa sua vita sportiva, dai numeri sulla maglia che richiamavano olocausti (ma si affidò all’incoscienza come difesa), alla depressione, alle cagate in diretta su scommesse, prediche ai compagni riottosi o imberbi, difesa umanistica di pareggi che sono meglio della morte. Et similia. Sempre un po’ uomo tutto d’un pezzo, alternando reprimende e moralismi à la carte.

    Eppure, quel suo venire da Carrara potrebbe indurre all’inclusione nella categoria Libertari, chi lo sa. Di certo, col tempo, con l’eloquio s’è fatto prudente e circonfuso da una certa prosopopea. Nelle interviste si atteggia a padre della patria, rilasciando dichiarazioni che la stampa italiana rilancia come vere e proprie divinazioni. Ma ha ragione lui, cristo. Tuona contro i giovani viziati e la Juve torna a vincere; parla d’amore, e gli si invidia la propensione alla farfallina di culto (sposa solo modelle o tycoon televisive, di una certa avvenenza); sculaccia Cassano e Balotelli, e quei due spariscono dalle convocazioni dell’altro integerrimo che risponde al nome di Conte.

    In campo, Gigi è incredibile. A 38 anni è magro come un adolescente e non sbaglia di un solo millimetro la posizione dei piedi in qualsiasi situazione gli tocca trovarsi, come un ballerino di tango con la rosa tra i denti e la figazza avvinghiata. Sta per arrivare al record d’imbattibilità nel campionato italiano, che detiene quel simpaticone di Sebastiano Rossi con 929 minuti – non è che ad alcuni portieri a un certo punto critico tutti smettono di tirare in gol per cautela?

    A Gigi gliene mancano due di minuti, da far passare contro quel che resta del Torino (ci fosse ancora Meroni, o almeno Pulici…).

    Insomma, se il calcio mondiale, che non ha mai dato il Pallone d’Oro a Buffon ma lo celebra come il migliore della storia o giù di lì, e lui ancora volteggia impareggiabile, vuol dire che il ruolo è tornato in mani impacciate e pazze.

    Toccherà farlo santo.

     

    gene

     

    Postilla

    Forza Bayern

  • La resistenza dello scrivere

    Una serata a sentire Alberto Nessi, Fabiano Alborghetti, Antonio Rossi, Erika Zippilli e Yari invisibiliBernasconi. L’intercalare delle loro voci in lettura, in tema dell’invisibilità dei reietti che a vario titolo si battono per vivere, appostati oltre il margine. SOSTARE, impresa sociale di SOS Ticino, ha convocato alla Casa del Popolo a Bellinzona autori e pubblico, per costituire il punto di vista della letteratura sulla società. Per chi non c’era, pubblico uno dei miei interventi. Mi è piaciuto far parte di questa squadra resistente, mite e coraggiosa.

    Milano

    Non è la storia di un viaggio di nozze, ma di un giorno a Milano, per vedere luci e navigli, gente e tram. Partire da Locarno, andare a Chiasso, prendere il treno, arrivare in stazione Centrale. Salire su un tram vecchio, di quelli con avvisi all’utenza del tipo “Vietato sputare per terra”, vedere la città che si srotola come carta da parati. La Maddalena al fianco, e discutere del fatto che il Meo non è venuto, o meglio, non l’abbiamo portato e ci sentiamo un po’ in colpa, lo desiderava, ma sarà per un’altra volta. Arrivare a Porta Genova, scendere, camminare fino al Naviglio Grande, entrare in un ristorante siciliano, mangiare cose stupefacenti.

    Uscire e vedere che la gente in strada è decuplicata. Riprendere il tram, sempre il 10, scendere in Piazza Magenta, percorrere il corso, fermarsi davanti a Santa Maria delle Grazie. La Maddalena fa un giro nella chiesa gotica famosa per il Cenacolo di Leonardo, io sto fuori e parlo con un ragazzo del banchetto della comunità di recupero. È sloveno, ma intercala bergamasco.

    Ripartire a piedi in una folla smisurata, arrivare nel cuore della città. Moda, libri, alberi e migliaia di persone che certo non sono in guerra, come pacificate dal giorno di festa, o forse perché trentacinque anni fa moriva John Lennon. Qualche carabiniere, niente di straordinario, altro che sicurezza, altro che controllo. Bello, ma pare la curva sud della Valascia nei derby, non ci starebbe più nemmeno una spiga. Il Duomo che sfida chissà che con la sua maestosità.

    Ci manca qualcosa, anche se perdersi nella piazza con la Maddalena, così bella, vale il giorno. Ma manca qualcosa. Una birra? Può essere. Sedere al tavolino di un bar, fuori, ad aspettare lei che forse trova qualcosa che le piace in un negozio.

    Siedo da trenta secondi e arriva uno sconosciuto e prende l’altra sedia del mio tavolo. Chiedo se gli ho preso il posto, no, mi dice, è solo che lei ha un’aria che mi piace. Ordino una birra e chiedo al signore davanti a me se gradisce qualcosa. Una cioccolata. Ma solo se offre lei, risponde timido. Certo.

    Parliamo della bellezza di Milano e della sua anima popolare, del ’68 che lui ha fatto per strada. Ora abita a Correggio, ma Ligabue dice che è cambiato, ha la puzza sotto il naso, peccato, era gentile, è intelligente, fa belle canzoni, ma la fama confonde. Il pittore invece stava al delta del Po, era in gamba, precisa.

    Il signore si chiama Alberto, passiamo al tu. Sono anarchico-comunista, dice, e il treno per andare e venire dall’Emilia non lo pago a questo Stato infame. Infame anche il mondo, aggiunge, avvelenato e ingiusto con i poveri. E si preoccupa per questo mondo in vista a sua figlia, che ha otto anni (e mi sorprende, lui ne avrà quasi settanta, a occhio). Penso alla mia di figlia e credo che la fronte mi si increspi.

    Arriva la Maddalena, che sorride e pensa che solo io incontro persone così. Beve un cappuccino, Alberto guarda un tram e dice che quello sarà il suo, forse il prossimo. Ci alziamo, anche noi abbiamo il treno.

    Alberto mi abbraccia nella folla sul marciapiede, come in mezzo al fiume. Ciao fratello, dice. Ciao fratello, rispondo. Abbraccia anche la Maddalena, le dà un bacio. Poi andiamo e lui rimane lì. Ecco cosa mancava: un regalo di Natale. Ce l’abbiamo.

     

    gene

     

    Postilla

    Nessun organo di stampa era presente. Chiaro no?

  • Pietra che rotola

    Una notte di ricerca per ricondurre a casa la traduzione di un’opera universale. Tra birre e dylan 2fumo, è stata un’avventura di accenti e suoni riprodotti sulla carta. La costituzione di una grammatica inesistente per vestire un capolavoro con gli abiti del cuore, quello della lingua che la mia mente applica per contare o bestemmiare. Il dialetto di Preonzo è una riserva, protetta e minacciata. Del resto, Dylan – è di lui che si tratta – produce la sua letteratura con la riservatezza di chi non vuole essere la bandiera di nessuno, ma nel contempo riuscire a parlare a tutti, senza volerlo veramente. Dylan stravolge, è tra i grandi poeti del Novecento e il più grande inventore di resistenze in musica. E ancora continua a marciare. La sua Like a rolling stone ha spezzato la diga del folk per tracimare nel mondo finora conosciuto con la forza di un’alluvione. Una canzone assai lunga, ma una prosa poetica e concisa: il meglio, come Leopardi o Dino Campana.

    Il lungo preambolo per dire che quella notte è stata dedicata alla traduzione in dialetto di Preonzo di quel testo, ritmato per star dentro nella metrica dylaniana. Il titolo è un omaggio al Valégion, la montagna sacra che scarica i suoi sassi fregandosene del mondo ai suoi piedi. Come Dylan.

    Spero di non aver tradito. Domani sera la canto, credo.

    gene

     

    Un sass dal Valégion (Like a rolling stone)

    Un bot quan t’ere sgióuno t’es visctivi ben

    a la sgénn ag piaseve el té cuu

    L’è vére chi diseve “ocio mata,

    che an el sou u pasa” e ti…

    Ti te pensava, ch’it tirava in giir

    te ghignava, t’es lasava nèe

     

    Adés te parla sotvóus

    Adés te più iscì conténte

    Da scrusii na féte da pan

    E  quaicoss par marendèe

     

    Com a s’as sénn,

    com s’as sénn

    A mighi veigh ‘na cà

    Propi come un gnisun

    Un sass dal Valégion

     

    In chéle schére bóno,

    Signorina Dapartì

    Te  nacia solche

    par montèe el scagn

    Gnisun ch’i t’a insegnò a vìiu in la carèe

    Ma adess at tóco imparèe

     

    Te sempre dic “a m’an infà noto

    Dai sass raminéi”

    Ma ades t’ei varda in di écc

    E teg domanda da combinèe

     

    Com a s’as sénn

    Com a s’as sénn

    A véss dapartì

    A mighi véigh ‘na cà

    Propi com un gnisun

    Un sass dal Valégion

     

    Te mai vardò conténte i fasc preocupéi

    dai tòni e dai canicc

    Can chi dascmetéve da sgiughèe

    e i sgiugava con tì

    Te mai capiit che l’ére bel

    e che i pesciaat i’ére mighi par ti

    Te gh’ere in méen gnomà, da nèe a caval

    col té avocat e col sé gat

     

    As podeve bè savéll

    Che i ére tucc ball

    Dopo che te gà dacc tut

    Tut chel c’u podeve robèe

     

    Com a s’as sénn

    Com a s’as sénn

    A véss dapartì

    A mighi véigh ‘na cà

    Propi come un gnisun

    Un sass dal Valégion

     

    Tucc i regin e tucc i re

    Ié dré chi beu

    e i pénse da vantass

    con i pendénn e i cadenel

    L’è miou che t’eg fa vidéi

    l’ anél d’arsénn com’on bot

     

    Al Atlantic, visctidi da strasc,

    lui ut ciama, t’è po’ mighi scapèe

    te g’a più nóto, nóto da pèerd

    a s’at véed mighi e t’è g’à più nóto da sconn

     

    Com a s’ass sénn

    Com a s’as sénn

    A véss dapartì

    A mighi véigh ‘na cà

    Propi come un gnisun

    Un sass dal Valégion

     

    Postilla

    Mai creare niente. Verrà male interpretato.

    Bob Dylan

  • Il foulard bianco

    La casa era illuminata dal sole, ma ormai solo da quello. Negli oceani dell’amore, s’erano perse le perle e pure le conchiglie. Lui sempre fraterno, lei lontana, uno a poppa l’altra a prua, come se gonfiassero vele diverse. Avevano cercato le solite frasi.

    – Proviamo a rinvigorire il nostro vento.

    Ma poi, dopo mezzora d’amore, il vento tornava a calare, lasciando solo aria umida di pioggia.

    Non avevano figli, ma non per questo non erano stati felici. Anzi, il bastarsi da soli aveva innalzato attenzioni e cure, per anni, per giorni luminosi come il sole di adesso. Ma il sole di adesso era sfacciato e il cielo blu non si poteva quasi sopportare. Fuori dalle vetrate, giardini di fiori e piante, erba libera e tosata con cura. Dentro, posate d’argento, troppo numerose per loro due. Per questo, invitavano amici, per essere meno obbligati al loro modesto sentire.

    Nessuno dei due aveva mai tradito, ma se fosse successo forse non se lo sarebbero detto più, forse non sarebbe servito e da qualche parte avrebbe fatto male lo stesso.

    I pensieri però vagavano e a un certo punto anche i sogni immaginarono altri corpi. Lui nel foulardsonno risvegliava coiti ingovernabili con donne intraviste per strada, lei si cullava di parole senza suono che uscivano da labbra sconosciute.

    Di questo non dicevano mai, ne erano disturbati solo quando al primo caffè del mattino toccava guardarsi e parlarsi. A volte a lui veniva voglia di possederla e ci provava, ma lei era troppo assonnata e avvolta di parole notturne per accondiscendere.

    Un mattino, col sole che entrava di sbieco e illuminava la tavola, lei si decise.

    – In sogno c’è un uomo che mi parla con dolcezza. Ha un foulard bianco al collo. Credo che verrà e io sono qui ad aspettarlo.

    Lui restò a bocca aperta, non per la fuga di lei in un posto a lui precluso, ma perché quella dichiarazione gli parve follia.

    Il campanellò suonò.

    Lui andò ad aprire, e sulla soglia c’era un uomo della sua età, di una bellezza emaciata. Al collo aveva un foulard candido come la neve.

    Lo fece entrare e lei si alzò, illuminata da spavento e frenesia. Gli si avvicinò.

    – Sei arrivato, ti aspettavo… Chi sei?

    L’uomo svolse il foulard, premette due dita nel buco che era apparso nella gola e con suono metallico rispose.

    – Sono l’amore morente.

     

    gene

     

    Postilla

    La costruzione del mio amore
    mi piace guardarla salire
    come un grattacielo di cento piani
    o come un girasole

    Ivano Fossati

  • Verrà domani

    Non ci sono per caso giorni in cui non sai cosa dire perché ti sembra di aver già detto tutto, vuotoo ti sembra che altri l’abbiano già fatto per te? Da Omero a Petrarca, guerra e amore sono riempiti e svuotati. Poi arrivano Cervantes e Dostoevskij a scuotere l’uomo, con follia e tormento. Giungono Pusterla e Martini, con la ticinesitudine eletta a universo. A me che sono un granello, oggi tutto questo opprime e il mio blog pare patetico nella sua quotidiana e minuscola epopea.

    È difficile, quando mi paragono e soccombo.

    In giorni così vado avanti senza vele nella bonaccia dell’ordinario e forse ha ragione il Baco nel dire che si è rotto le balle nel leggermi tutti i giorni, che così facendo svilisco il mio lavoro.

    Ma forse no, forse ha torto.

    Leggo i giornali e mi dico che loro fanno anche di peggio, rovistando notizie come ratti nel pattume, eppure escono ogni giorno con la sicumera di chi informa senza pensieri, credendo di fare un favore al mondo.

    Anche oggi, in un giorno di quelli vuoti di idee, l’altruismo è necessario.

    E se non torna niente indietro e si sta come fogli bianchi appesi all’albo, pazienza. verrà domani.

     

    gene

     

    Postilla

    Ma procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza. L’ordine nessuna. Niente è più ordinato del vuoto.
    Marcello Marchesi