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Castigo
Nell’angoscia del respiro mozzato, dal tramonto all’alba mi trafiggevo di miraggi che
svanivano al tac del bilanciere. Non trovavo requie, quella vecchia avida meritava di morire. La collana di mia madre era andata perduta nelle sue mani grinzose, in cambio di denaro d’usura. Soldi non ne avevo più, gli ultimi li avevo spesi per il vino nell’osteria di Via Cancelleria, quella stessa notte.Percorsi la via fino a Piazza Ladislao, spasmi a strozzarmi la bocca dello stomaco, acidità nel naso e nella gola, lo stiletto nella tasca del pastrano e il gelo nelle ossa. Guardavo le luci a gas e prendevo coraggio, volgevo gli occhi al selciato e lo smarrivo. Più volte stetti per tornare alla stanza dei miei giorni sfumati a dissipare talento. Ma avanzai.
In Via del Voto, al 37, la casa della vecchia era lì, buia. Lei stava all’ultimo dei tre piani. Mentre salivo i gradini di legno disseccato da mille passi, il cuore mi parve fermo, nel terrore di una porta che si aprisse. Davanti a quella della vecchia riprese a battere come un martello su un’incudine. Da dentro nessun rumore. Scostai l’uscio e una massa grigia mi urtò la gamba. Arretrai raggelato e richiusi. Il gatto balzava giù dalle scale, infernale. Ridiscesi e fuori dal portone vomitai vino fermentato e pezzi di pane interi. Mi pulii la bocca con la manica e di corsa attraversai vie e piazze fino a casa, come se avessi il diavolo aggrappato al pastrano.
Entrai nella cella che era la stanza, mi gettai sul divano e nascosi la testa sotto la coperta lercia. Non piansi, non respirai. Il bilanciere faceva tac. Stetti giorni e notti in preda a una corrente che mi bruciava il sonno. Meritava di morire quella vecchia avida. Il pensiero inesorabile del fallimento mi annientò. La collana di mia madre era perduta per sempre.
gene
Postilla
Siamo tutti dei falliti rispetto ai nostri sogni.
Romain Gary -
Il voto
Era un mondo fatto così figliolo, a suo modo tremendo. In mezzo a guerre e atrocità, ci
facevano credere che andare a votare fosse un dovere assolutamente necessario.– Cosa significa votare?
– Il popolo poteva dire sì o no a qualcosa proposto dal potere o da suoi rappresentanti. Oppure, anche, partecipare al voto per decidere chi entrava o usciva dalla composizione del potere. Si chiamava democrazia.
– E perché non c’è più?
– Perché prima della rivoluzione, la democrazia s’era consumata da sola.
– In che senso?
– Cominciammo a dover decidere cose marginali, leggi che colpivano minoranze come donne velate, senzatetto, giovani, mutilati, profughi, malati e vecchi. Mentre la struttura sulla quale era cresciuto il nostro progresso stava crollando per consunzione, noi andavamo in processione a eleggere candidati che nei loro comuni erano di cattivissimo esempio. Le campagne elettorali non parlavano più di idee o progetti, non alimentavano soluzioni per un progresso giusto e sereno e condiviso, erano feroci battaglie personali, con cartelloni promozionali sempre più grotteschi, slogan stanchi e frusti, lettere anonime per screditare i rivali, denigrazioni, voti per corrispondenza strappati quasi con la forza, scheletri cavati dall’armadio, bugie, accuse. Il tutto mascherato d’ipocrisia, la sola copertura del viso ancora legale.
– Ma perché tutto questo?
– Per l’ottusità. Ricorda, se un popolo è ottuso o ridotto in quella condizione, i suoi rappresentanti saranno i re e le regine degli ottusi, quindi ottusi al massimo livello.
– Che brutto…
– Dai, che è tutto passato. Andiamo a cercare acqua.
gene
Postilla
Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare.
Mark Twain
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Ezechiele numero zero
Biblioteca Cantonale di Bellinzona, 2 aprile 2016
Il primo racconto Arbok è intitolato Morto per amore, un libro che si nasconde come una perlina nella collana, schivo e poco distribuito.

Un numero zero. Proprio come Ezechiele, l’indifeso protagonista, che appare sulla scena chiedendosi il perché di un buco in strada, immaginando di riempirlo e dopo alcune pagine saluta il pubblico finendo, morto, nel buco della sua tomba.
Anche noi avevamo un buco da riempire, però Morto per amore era il solo racconto di cui eravamo forniti. Eravamo un collettivo in numero di due.
Come fare a riempire il buco?
Una storia dopo l’altra, un libro dopo l’altro, il buco è sempre lì, ma meno vuoto. Il Collettivo s’è fatto banda.
Tornando a Morto per amore, Ezechiele ha un altro buco problematico, nella testa. Fatica a stare al mondo, deve farsi aiutare, capire. Deve capire. Con domande: a cosa serve questo, a cosa serve quello, perché e percome.
Un po’ rompe le balle. Il dottore e il prete lo danno a turno per pazzo o senz’anima, come facevano con Don Chisciotte. La sua Dulcinea è Liliana, una Dulcinea che lo accudisce, platonica e reale quanto l’altra era immaginaria e inadempiente.
Pure noi del Collettivo, a turno, pazzi o senz’anima come i gatti, abbiamo la nostra Dulcinea e si chiama Letteratura. Ne strappiamo un lembo di veste senza mai riuscire ad afferrarla, ma di lembo in lembo, immaginiamo un vestito. Da Arlecchino, colorato come le immagini di Gabriele, straparlante di storie inventate ma più vere del vero.
A un certo punto della sua follia, Ezechiele sta davvero male, non capisce più chi sia o chi possa essere e anche noi cominciamo a dirci: dove andiamo? ce la faremo? cosa succederà? Liliana e Letteratura ci curano, ci lavano, ci vestono, mentre dottori e preti ci consigliano di smettere e di andare al manicomio o in confessionale.
Ezechiele si riprende e comincia ad appassionarsi ai libri: i suoi sono cataloghi di moda, le collezioni Vögele, dove vede scarpe bellissime con le quali girare nudo in piazza. E intanto noi afferriamo altri libri e li mandiamo nelle cassette delle lettere, perché finalmente qualcuno ci ascolta, tante Liliane.
Morto per amore contiene ciò che muove la vita e quindi la letteratura. La Morte e l’Amore cantati da tutti – da Omero a Steinbeck, da Rosselli a Giudici -; due vestali senza le quali l’esistere non ha senso. In mezzo, c’è la vita di Ezechiele, così strampalata e bisognosa; e la nostra, fatta di Nuvole e cartoni, di Una questione di memoria, di un Undicesimo gradino per andare a Lugano e ritorno, di un Arcolaio per filare sulle Ali della notte, ritoccando il Cicleur.
Poi però Ezechiele muore per amore e per davvero. Sulla sua tomba, buco maledetto, Liliana deporrà, mese dopo mese, anno dopo anno, i cataloghi di moda, un espediente per farlo vivere in eterno, per parlarci e colmare d’amore quel buco.
Ecco, noi del Collettivo siamo qui per chiedere a Ezechiele il permesso di portargli anche i nostri libri, di fianco ai suoi cataloghi, mese dopo mese, anno dopo anno. Una volta convinto lui, li daremo a voi e voi li leggerete. Poi potrete posarli come fiori di campo sempre freschi. Ezechiele per una volta non chiederà, ma ve ne sarà grato in silenzio. A voce ve lo dico io, a nome suo. Grazie.
gene
Postilla
L’apice della crisi si toccò quando un mattino di mercato Ezechiele traversò la piazza affollata di bancarelle, nudo e con il solo ornamento delle scarpe scamosciate numero 46 infilate alle mani. Liliana mollò la borsa della spesa rompendo le uova e avvolse l’esposizione con lo scialle di lana. Ezechiele lasciò fare, impettito davanti alla fontana. Il dottore arrivò e imbufalito piantò una bella puntura nella spalla destra del “giovane esibizionista”, come l’aveva apostrofato lui. Lo fecero sdraiare su una pelle di capra e una volta addormentato lo caricarono su una scala e in quattro lo portarono a casa sua, seguiti dal dottore incazzato, da Liliana in decolleté e dal prete intento a latineggiare qualcosa. Prima di assopirsi sulla pelle di capra, Ezechiele tirò fuori una frase sola: – Le scarpe vanno bene. Smetti di schiacciarmi la testa.
(da Morto per amore – Giorgio Geneteli – i racconti Arbok Group – Anaedizioni)
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Licenziato dopo 33 anni
Gastone Albertoni è stato licenziato da laRegione, quotidiano nel quale ha lavorato 33 anni
(ahi, le ricorrenze…). Una notizia che mi ha toccato nel profondo per due motivi: uno, Gastone è più di un amico mio, è un fratello di idee, musica, bocce, calcio, bibite, passioni e vita; due, nel 2004 ricevetti lo stesso trattamento dallo stesso giornale, guidato da Matteo Caratti e prodotto da Giacomo Salvioni e quindi so cosa si prova di fronte all’ingiustizia e alla ferocia di chi pensa solo al profitto da maturare sulla pelle di chi lavora.Senza una motivazione plausibile, con la malignità ottusa degli assassini (questo è un assassinio professionale), hanno lasciato per strada un uomo di 56 anni che nel giornalismo era una voce potente e autorevole, un uomo che ha dato tutto al giornale fin da quando si chiamava ancora Dovere e che a quel tempo di certo rispettava i suoi lavoratori. Nel mondo dello sport e dell’hockey in particolare, Gastone ha cantato e raccontato gesta, ha vissuto in redazione lavorando come un mulo, con il suo carattere ombroso che cela allegria e intelligenza, ha tenuto viva la memoria storica dello sport e dell’etica. Sempre onesto e argomentativo, scomodo e sincero. L’hanno licenziato e a difenderlo non ci sarà nessuna categoria, solo quelli come me che lo amano.
LaRegione, che tanto critica i licenziamenti selvaggi (non da ultimo quelli alla RSI) dall’alto di un presunto progressismo, rimarrà impunita anche questa volta. Ricordo che la redazione sportiva in dieci anni è stata decimata senza pietà: oltre al sottoscritto, sono stati licenziati senza motivo spiegato Rolf Stephani, Fabrizio Maggi, oltre a una serie di tipografi e compositori, per non dire di altre figure professionali che hanno mandato avanti il giornale per anni. Gastone è l’ultimo della serie, ma non sarà certo l’ultimo della storia di quel giornale ad essere decapitato dalla mannaia in mano a Salvioni e accoliti.
Gastone Albertoni deve ricostruire la sua vita a 56 anni, e ce la farà. Ma questa vergogna rimarrà come un colpo di mazza nella pietra.
Se questo è un giornale… se questi sono uomini degni…
Spero che la loro coscienza bruci ogni mattina, ma non succederà e continueranno nell’ipocrisia e nella selvaggia opera di demolizione dei lavoratori e delle idee. Mi vergogno io per loro, se non ce la fanno.
gene
Postilla
Diffondete pure, a volontà.
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L’attesa
L’attesa invade questo lunedì d’aprile, unico e banale come i lunedì, come gli aprile, come
gli anni e i secoli. Bello perché non sai cosa potrà succedere, banale perché tutto quello che potrà succedere è ineluttabile. Però questo lunedì d’aprile contiene un’attesa malefica, che contrae i muscoli del petto premendo sulle ossa. Tra poche ore potrei ritrovarmi a scrivere o a brancolare nelle nebbia improvvisa, tra il desiderio di cambiare e l’obbligo di farlo. Tra poche ore svelerò il mio nome e la mia storia, se sarà necessario farlo, altrimenti rimanderò, forse a mai. Toccherà aver pazienza, più voi di me, perché io più che altro sono stordito dall’attesa. L’attesa di qualcosa che arriverà e che non ho né avrò possibilità di determinare. Potrebbero essere trent’anni di guerra o di pace, non lo so, dipende da come finirà l’attesa e quale volto mi mostrerà il mondo. Non ho dormito in questi ultimi giorni, mi sono visto vecchi film e repliche di trasmissioni mediocri, molto sport. Ho ascoltato mio figlio. Sono passato e ripassato dal bar, inquieto. Ho fatto più volte visita ai miei vecchi genitori, ai quali non ho potuto dire ancora niente perché niente ancora so. Ho stanato motivi, tutti plausibili, tutti falsi e spietati. Mi sento una pedina di un gioco del quale non ho più controllo. Oggi saprò, l’attesa finirà. Vada come vada, penso che nulla sarà come prima. Questo lunedì e questo aprile sono diversi. Attendo.gene
Postilla
Il protagonista è mio amico, ho provato a immaginare quello che sente lui.
Come lui, aspetto di aggiungere una puntata, ma spero di non doverlo fare.
Come lui attendo, avvolto d’inquietudine e affilando coltelli, lucidando nomi e compilando elenchi.
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Conigli
“Non abbiamo fatto in tempo a capire, era tutto un fumo, tutto in fumo. Mesi e mesi di
lavoro finiti in cenere”.È solo una delle tante testimonianze raccolte nelle sedi dopo gli attacchi che a una settimana dalle elezioni hanno costretto il governo a proclamare lo stato d’emergenza. Tutti i candidati di tutti i partiti e di tutte le liste civiche si sono stretti a difesa della democrazia. La popolazione, invece, è tutto sommato tranquilla, anzi, si potrebbe dire che sono diminuiti gli incidenti causati da disattenzione dopo che dai bordi delle strade sono spariti i cartelloni elettorali pieni di facce simpatiche e di trovate geniali.
La situazione sembra sotto controllo, ma la paura è stata tanta. Gli attacchi simultanei e coordinati sono stati lanciati su tutto il territorio, colpendo anche appuntamenti mondani tipo le degustazioni di vino, le recite amatoriali, i raduni pre-partita, gli standing dinner, le messe e le processioni, i cortei contro l’aborto e quelli contro gli omosessuali. A seguito della barbara aggressione, una spessa cappa di fumo ancora avvolge pianure e vallate, ma l’istituto meteorologico di crisi prevede che in due giorni la situazione tornerà a livelli accettabili. Alla tele hanno decuplicato i servizi su meteo e qualità dell’aria.
Conferenza stampa del presidente.
“Il terrore ha colpito al cuore la nostra democrazia, ma noi non arretreremo di fronte a questi nemici proditorii. I nostri valori sono più forti di ogni terrore. In questo momento chiediamo ai cittadini di stare in casa e di sopportare con pazienza i numerosi controlli di polizia necessari a prevenire nuovi attacchi. Le elezioni sono procrastinate a data da definire”.
Quante le vittime?
“Ehm… né feriti né morti, per fortuna, ma lo spavento e il disorientamento sono stati grossi”.
Danni materiali?
“Cartelloni elettorali e santini bruciati, vino rovesciato, gamberetti schiacciati, ostie a terra, tosse, lacrimazione degli occhi, prurito da combustione, blocco delle mestruazioni, rilassamento delle vesciche, tonache e cravatte chiazzate. Non è poco, ma abbiamo già avviato la ricostruzione di tutto”.
E gli attentatori?
“Tutti i morti, in numero di 122”.
Ottimo bottino…
“Diciamo che si sono tutti fatti saltare in aria, noi non abbiamo avuto il tempo di sparare un solo colpo”.
Ci sono ipotesi sulla loro appartenenza?
“Abbiamo ricevuto la rivendicazione degli attentati, da fonte verificata”.
E?
“Beh… si tratta probabilmente di una nuova frangia estremista…”
E il nome? Riesce a dircelo?
“Non so… suona strano… ‘Aia Libera’”.
Cristo! Ma chi erano?
“E va bene! Coniglietti kamikaze! Dotati di cintura esplosiva con sarasette e mini-lanciafiamme. Con le sarasette hanno spaventato i presenti che a loro volta, nella calca, hanno rovesciato i tavoli della propaganda e delle vivande; con i mini-lanciafiamme hanno incendiato i cartelloni elettorali sulle strade. Una tragedia… una tragedia… È l’orrore!”.
Coniglietti kamikaze? Lei intende i veri coniglietti, nel senso di quegli animaletti con le orecchie lunghe che si tengono in gabbiette o in tinello?
“Esatto. Ma kamikaze, che noi abbiamo rinominato Conikaze. Cresciuti nella nostra società… bestie che pensavamo integrate e invece covavano rancore. E pensare che a Pasqua abbiamo perfino fatto festa per loro e con loro, derogando ai nostri immensi doveri elettorali per omaggiarli”.
Dica: quando finirà l’emergenza?
“Mai!”.
gene
Postilla
Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.
(Martin Luther King) -
Ricreazione
Alla terza di campionato, quando ancora non si sa quando dove e perché, ci aspettavano a
Ponte Tresa, luogo incerto, genti sconosciute e temute senza nessuna vera ragione. Un preconcetto. Il campetto era un campaccio, piccolo e pelato come un piccione vecchio. Eravamo ragazzi, da poco usciti dalle ricreazioni con il loro calcio rude e selvaggio, fatto di partitelle di dieci minuti e risultati impossibili, tipo undici a sette o diciotto a zero. Difficile trovare una quadratura su un campo normale, con maglie e numeri a pesare sull’anima. Se a scuola conoscevamo i polli e non li sceglievamo mai, in un campionato vero era come affrontare spedizioni in altre aie di contadini coi fucili spianati.Mi ricordo che per tutto il primo tempo navigavo a centrocampo con “Andava a Rogoredo” di Jannacci nelle orecchie. Non so dire se mi distraesse o mi pungolasse, so solo che al tè eravamo avanti due a uno, con un gol del Busi in mischia e uno dell’Alfio in rovesciata, fortuna e abilità in due colpi.
Mentre canterellavo tra me e me (“no no no no non mi lasciar”), cominciò il secondo tempo. L’allenatore sembrava contento, ma non si poteva dire quanto contasse, dato che ci diede alcune dritte vaghe con la birra in mano. Ma la cosa si stava comunque facendo combattuta. Loro erano più grandi e più grossi di noi, forse un po’ lenti, ma allarmanti. Solo il Seba teneva botta davvero e su un paio di corner salvò la baracca liberando con la sua testa bionda. All’ala avevamo Gerardo, tutto finte e soliloquio tattico, un metro e quaranta maltrattati da una serie di calci che l’arbitro, come da sempre fanno gli arbitri ormai vecchi per l’arte, faceva finta di non vedere e sentire.
Poi, loro pareggiarono, passeggiando sulle nostre esili ossa. Ma Jannacci arrivò con quella frase, “dès vò a töo i mè deées chili, poi si vedrà” e lanciai sotto porta; il loro stopper, che pareva un obelisco semovente, la stoppò sul frichin, come se si sentisse Beckenbauer e non invece un pirla di frontiera. Il Seba, che aveva adocchiato per tempo la situazione, gli arrivò addosso e lo spinse in fondo alla rete insieme alla palla. Mentre quello reclamava, il nostro biondo gli rifilò un pugno nello stomaco e poi si piazzò in attesa della rissa. Che venne come grandine. Non sentivo più Jannacci perché un ceffone mi fece fischiare un treno rotto nell’orecchio destro. L’arbitro osservò, gente entrò in campo e solo dopo lungo tempo la situazione si calmò. A quel punto l’arbitro sospese la partita e ci mandò tutti a casa.
A ricreazione, tutto questo succedeva di rado.
gene
Postilla
Ma Nino non aver paura
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Utopia
L’estate del ’74 non si dimentica. Cominciata con gli ultimi giorni di scuola e finita sul
divano di casa, in lacrime, col pà che, da sempre affascinato dalla Germania, si era votato alla totalità dell’Olanda. Mi mise una mano sulla spalla:– Ié sgiugò ben l’isctéss.
Già, bene. No, non bene, non benissimo: oltre. L’Olanda aveva giocato in modo sconosciuto fino ad allora, polverizzando conoscenze e tradizioni. La palla viaggiava seguendo percorsi imprevedibili e finendo in gol, in un tripudio crescente che scuoteva la nostra placida Riviera e la trascinava su strade ribelli. Una follia generale. Ogni ritaglio di giornale finiva nel mio innocente album, prodotto dalla lezione olandese sul calcio. Ogni mattina era un brivido, ogni sera un’attesa. Ogni partita una gioia.
Di Cruijff si sa tutto, ma è un dovere ricordare l’esempio che ha dato a tutti i calciatori della sua epoca e di quelle a venire, anche a quelli come noi che oltre la campagna ticinese non siamo mai andati. Osservate: in ogni giovane che gioca a palla in una squadra ci sono movenze, corse e posizioni che sono archetipi, cose coscienti o incoscienti, il cui seme è arancione e porta il numero 14.
Se c’è una vera felicità nel calcio, l’ha insegnata quell’Olanda, che aveva in Cruijf il primus inter pares, la luce che illumina un collettivo di eccellenze.
Per la prima volta, su quel divano, capii che vincere poteva anche non contare e smisi di piangere.
Il giorno dopo, andai nei prati e ricominciai a giocare, gesticolando, passandola ai compagni, impegnandomi e accettando i limiti miei. Senza cadere per un nonnulla, senza fingere, senza mollare un contrasto, senza star zitto, andando sempre avanti.
Cruijff mi ha insegnato che il calcio è come la vita, bellezza, impegno, altruismo e immaginazione. È stato un maestro.
gene
Postilla
Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.
Oscar Wilde
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Adéu
Johan Cruijff ci lascia, orfani. L’olandese ha cambiato il calcio, nel senso collettivo e
individuale del termine, da giocatore, da allenatore, da dirigente e da libero pensatore. Ha saputo mettere insieme due cose all’apparenza inapplicabili e estreme: l’individualismo ribelle e la visione collettiva di tutto. Cruijff è arrivato alla luce del calcio alla fine degli anni Sessanta, quando questo gioco era una serie di sfide individuali sullo stesso campo, e se l’è portato sulle spalle per approdare alla totalità d’espressione di squadra. Ha cambiato tutto, vestendo le maglie dell’Ajax, dell’Olanda e del Barcellona. Queste squadre ancora oggi sono costruzioni con le fondamenta nell’insegnamento tecnico ed educativo del mitico numero 14, non derogano dalla loro ricerca di bellezza collettiva, sfoderando giocatori che da soli sono già l’immagine del talento e dell’educazione.Cruijff è stato un tipo scomodissimo e magnifico, immarcabile da giocatore, visionario da allenatore e imprevedibile quando prendeva posizione, nel calcio, nella politica o promuovendo etica.
Fervente attivista per i diritti dei calciatori quando non aveva ancora vent’anni, repubblicano, antifranchista e catalano. Al Barcellona – la Catalogna è la sua terra da quarant’anni e dalla Catalogna è considerato un figlio prediletto – ha applicato la perfezione dell’anarchia, l’ordine assoluto al servizio di tutti e culla della bellezza. La Barcellona che ancora oggi omaggia il suo nome a ogni sonante vittoria vestita di colori impensabili per chiunque altro.
Perse il Mondiale del ’74 ma costruendo la leggenda di una squadra rivoluzionaria; nel ’78 non partecipò ai campionati del mondo, non certo per le minacce di morte – a occhio, quest’uomo ha avuto il coraggio di Achille e l’intelligenza di Ulisse – ma per non dare lustro all’orrendo regime di Videla che trucidava il popolo d’Argentina con il sostegno degli Stati Uniti. L’Olanda perse anche quella finale, ai supplementari. Con Cruijff in campo mai e poi mai gli arancioni sarebbero stati sconfitti, ma forse non sarebbero tornati a casa vivi.
Cruijff è nella triade dei migliori calciatori mai apparsi, con Maradona e Messi, tutti eroi del Camp Nou. Dovendone citare solo uno, il più grande è stato lui. Siamo con te amico, come sempre. Més d’un home. Adéu.
gene
Postilla
Perché non avresti potuto battere un club più ricco? Io non ho mai visto un mucchio di soldi segnare un gol
Johann Cruijff
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Imparare
Entrare nella Scuola, salire le scale, aprire la porta, entrare in Aula. Stare in piedi a
guardare e ascoltare gli Allievi. Basta questo per imparare. Quindi, applicare come obbligo la presenza di consiglieri di stato e gran consiglieri e municipali e membri di commissioni e tutta la pletora di chi decide al ribasso senza sapere un cazzo. Obbligarli tutti e a turni forzati, ma non a gruppi: da soli, così non si faranno scudo con altri della loro stessa risma. Un politico in Classe, ad ascoltare e a guardare, senza aprire bocca, una sede alla settimana, in modo che anche loro possano sviluppare una Coscienza su cosa sia l’Istruzione e soprattutto cosa siano le Persone, gli Allievi, i Bambini, i Ragazzi, i Giovani, il Futuro. Obbligarli poi a resoconti dettagliati di fronte al Popolo, e non solo nelle loro incestuose sale di potere.Osservare il piacere degli Studenti nell’ascoltare cose nuove, osservare la Passione delle Maestre e dei Maestri nel condividere Sapere e Sentimento. La Scuola è Istruzione e, appunto, Sentimento. Istituita come forma di Progresso da qualcuno che ci vedeva bene, oggi è sotto attacco proprio da chi dovrebbe promuoverla: tagli, pressioni, ricatti, assenza di programmi, derisione e accuse.
Il mercoledì ha portato in Piazza e nelle Scuole vacanti migliaia di Allievi ticinesi, la meglio Gioventù contro l’abiezione, la Solidarietà contro l’ottusità. Se i politici si fossero sporti da Palazzo delle Orseline avrebbero visto. Ma purtroppo, molti di loro sono impegnatissimi a dire stronzate in vista delle comunali e per vederli tocca passare in rassegna i cartelloni appiccicati ovunque, dove sorridono Ebeti sperando nell’ultimo voto. A vederli così, sembra che a scuola non ci siano mai andati, per questo la ritengono inutile e forse addirittura nociva. La politica, di certo, ha approfittato della giornata di vacanza in più, donata senza richiesta per compensare le malefatte che si protraggono di anno in anno.
Obbligare le istituzioni all’Educazione e all’Istruzione. Altrimenti, mandare tutti a casa, in vacanza perenne e forzata, senza nemmeno un libro.
gene
Postilla
Le iniziali maiuscole spettano solo a chi merita

