Home

  • Cicleur in viaggio

    Cinque franchi a settimana, con le michette alla pausa delle dieci che costavano venti centesimi. Tanto mi dava la mamma. C’era scuola anche lcicleur - zeller 2a mattina del sabato, quindi la spesa per la ricreazione ammontava a un franco e venti, quattro e ottanta il mese. Un calcolo che mi riusciva, uno dei pochi. Per il resto le X e le Y rimanevano tali, sempre e per sempre. Incognite insolubili nella corrente dell’algebra, che io non capivo da dove venisse e dove andasse, che osservavo come chi sa di annegare se si butta in acqua e quindi sta a riva. La mamma mi aveva già allungato le maniche del reporter con la lana verde dei calzini. Non so dire se fossi cresciuto io o si fosse ritirato il cappotto a furia di usarlo, sporcarlo, lavarlo. Il verde da foresta pluviale si era fatto di muschio avvizzito. E avvizzivo anch’io in quella scuola precisa e inutile, secondo me. Un giorno di forte insofferenza reciproca, il maestro di matematica mi dichiarò: – Genetelli! Fai quello che vuoi, ma non rompermi l’anima!

    Da lì, disegni e sospiri guardando fuori e un tre diplomatico sul libretto a fine anno.

    Poi soffrivo anche di cuore, vere palpitazioni. L’odore di Irma, i suoi capelli chiari, i jeans stretti e la ruvidità svizzero-tedesca offuscavano tutto. Era stata lei a illudermi, arrivandomi alle spalle un pomeriggio che andavo a prendere il bus.

    – Ehi Gene, dove vai?

    – Ho la posta…

    Si chiamava così il bus, e per chi è nato sotto Chiasso può sembrare che si aspetti di entrare nella buca delle lettere per lanciarsi oltre le galassie.

    Non ricordo se scambiammo altre parole, ma forse sì. Solo che io ero già a immaginare atti eroici per salvarla e che si concludevano con la mia morte, tra pianti di massa e discorsi di lei sull’amore eterno e perduto.

    Due anni a questo modo.

    (…)

     

    gene

     

    estratto da Cicleur – Giorgio Genetelli

    ©i racconti Arbok Group – numero 20 – ANAedizioni

  • Ecatombe

    Viaggiano gli ultimi della terra, fra nodi d’asfalto e muraglie di bitume.licantropo

    Stretti corridoi d’erba incolta tra fili e recinti.

    Sulle colline dove pascolano armenti in serie non si passa, tocca precipitarsi tra vicoli e rondò non più per rivoltare zolle ma per svellere cassonetti immondi.

    Un pasto guardingo col cuore in gola, sfregando la faccia nei resti buttati alla rinfusa dall’opulenza, poi via.

    Molti si fracassano nel fragore sfrenato di lamiere con ruote, altri sono inseguiti nel buio fino a tane che sono sepolcri.

    Le madri lottano e si immolano per salvare la prole, i padri agognano sentieri.

    Con passi di tamburo e gutturali lamenti di vento, gli ultimi della terra s’incolonnano già decimati, fiato bruciante, arti che dolgono nella volata.

    I padroni della terra e del cielo non concedono tregua, ogni occhio è un mirino, ogni pensiero è abbattimento.

    Il cerchio stringe, gli ultimi della terra ora comprendono che si va senza speranza, ma ancora senza resa, sul filo spinoso di rovi in golena.

    Il lamento della fuga è un battere pesante di blues.

    I primi s’arrestano coi tendini in fiamme a un metro dalle barriere di metallo, gli altri sono addosso ed è tutto un cadere nella rovina del passo serrato.

    Le barriere si chiudono anche dietro e di lato, il lager finale.

    Sono duecento e più, il loro fiato esce vaporoso dalle nari come dalla coda di un jet.

    Fermi, sono fermi.

    Dagli alberi, decine di occhi entrano nei mirini.

    C’è ancora un momento per rimpiangere scelte e vita che non verrà.

    Mille esplosioni, attimi di ferocia giubilante.

    Ora il vapore è fumo, un acre sudario che la terra inghiotte tra singulti, il silenzio è rotto solo dagli uomini che scendono dall’imboscata declamando come eroi.

    Gli ultimi della terra giacciono, morti e lacerati.

    Un rauco pianto, un colpo alla testa a chiudere l’estremo sussulto d’agonia.

    Ammucchiati su carrocci da monatti, sono scaricati al macello comunale che si erge crematorio nel cuore festante della città.

    Le greggi escono ordinate nello spicchio di campagna incastrato tra capannoni, i bambini tornano all’asilo col grembiule stirato, i cacciatori prendono possesso del talamo.

    La razza è salva.

     

    gene

     

    Postilla

    Esistono leggi che sterminano cinghiali orsi e lupi.

    Esistono leggi che convalidano olocausto.

    Esistono leggi dell’Uomo.

    Esistono indifesi.

  • La casa in città

    C’era questa casa fatiscente in mezzo a un quartiere tra i primi a nascere quando, finite leokkupazione guerre, la città si sviluppò oltre le mura. Dentro, pareti sbrecciate, scale pericolanti e porte divelte. Stesi il sacco a pelo e dormii il sonno dei chilometri. Il mattino, il quartiere mi parve assai bello, piuttosto popolare. La gente non faceva caso a me che uscivo arruffatissimo da quel portone immaginario (anche quello, sparito). Girai per la città, che nel suo nucleo ostentava una ricchezza volgare. Tornai al quartiere e dormii nella casa ancora una volta. E così feci per giorni e mesi. Sono anni che sto lì, la casa è aperta a chi passa e non ha un tetto o non ha voglia di averlo. Con alcuni amici che del rudere ne hanno fatto un ritrovo, abbiamo messo su una libreria, sistemato un salone per far musica e guardare film. Arriva gente anche da fuori città, si ferma un po’, lascia un segno di sé e riparte.

    Ieri è arrivato anche un impiegato della città che ci ha detto che lì non potevamo stare più per decisione dell’autorità. Nessuna spiegazione, nemmeno quando abbiamo chiesto se per caso era venuta a reclamarla il proprietario. Solo un secco “il proprietario è il Comune”. Ha ascoltato distrattamente le nostre spiegazioni sull’utilità di quel posto, sul rifugio di umano viaggio e sulla cultura.

    Stamattina è arrivata la polizia, due agenti sono entrati e uno di loro, dopo essermi presentato come il primo occupante della casa, mi ha detto “ti faccio fare la fine degli ebrei ad Auschwitz e con le tue ossa ci faccio pettini e saponi”.

    Ci hanno trascinati in commissariato. Ci hanno separati e io mi sono trovato solo con quello delle ossa e dei pettini.

    Non mi ha ammazzato, ma ora sono in questo ospedale e non so se la camera abbia il soffitto o il cielo aperto. Ho chiesto all’infermiera cosa fosse successo, mi ha risposto che “è questo che succede quando ci si oppone alla legge”.

    Non so cosa ne è della casa e dei miei amici.

     

    gene

     

    Postilla

    La politica chiede ai ragazzi del Molino di scacciare le mele marce.

    La polizia annuncia che il poliziotto responsabile di dichiarazioni razziste e minacce sarà spostato in ufficio.

  • Franco tra nome e aggettivo

    C’è questo nome che ricorre, un nome che vira a volte in aggettivo: Franco. Così si fermezzachiamava mio padre, nato nel ’20 del secolo scorso. Chissà se era per tener fede al suo nome, che non aveva scelto lui, ma era di una fermezza inesorabile, nel lavoro, in politica, nel tentativo di educarmi e perfino nel divertirsi. È morto nel 2005, appena prima che io imboccassi strade sterrate. Per fortuna, povero padre. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato della sua franchezza nel sapermi errante, lui che considerava la giornata come un dovere. Sono contento per non avergli dato quest’altro dispiacere, oltre ai tanti incassati. Me lo ricordo addolcito dalla malattia e mai avrei pensato che l’ultima volta che lo vidi da vivo, all’ospedale di Acquarossa, sarebbe davvero stata l’ultima. Ne ho malinconia ancora adesso. La sua franchezza mi rincorre ogni volta che sgarro, oppure la ritrovo negli occhi scuri della donna che amo e la cosa non mi tranquillizza. Negli occhi chiari di mia figlia luccica invece il mare di mia madre, ma questa è un’altra storia e la tengo di riserva.

    Poi, nel 2008 conobbi un altro Franco, anche lui esemplare nel seguire principi, che però erano e sono opposti a quelli del papà. Non mi flagella di regole, ma c’è una forma etica che non permette distrazioni. Due franchezze diverse, ma che in un qualche modo mi orientano. Con il Franco di adesso immagino mondi di cui posso finalmente scrivere.

    Certo, poi forse l’avrei fatto lo stesso grazie alla pazienza di chi so io e a me stesso, che sono testardo quanto basta e anche un po’ oltre. Però, quando scrivo, è come se ci fossero quattro persone che vegliano sulle mie calamità, e due di queste persone si chiamano Franco. Forse un po’ franco lo sono pure io, o lo sono diventato, ma poco. O almeno non nel senso di essere un appiglio per gente nella burrasca, tra la quale a volte ci sono pure io stesso. Sono franco nel dire, e lo dimostra questo disvelo qua, inutile il giusto.

    Non sono certo che sia un pregio, lo svelare con franchezza. Ora la pianto, promesso.

     

    gene

     

    Postilla

    Chi parla di sé in pubblico, nasconde sempre qualcosa

  • La ragazza siriana

    Quando un’avventura comincia non sai mai. Questa è cominciata con l’incontro della scuolaclasse. Tra i ragazzi e le ragazze, una siriana, che se non l’avesse detto avrei pensato fosse di Brione o Giornico. In pausa parliamo un po’, le chiedo quando è arrivata qui. Tre anni, dice. È riservata, forse timida, o forse è solamente ben educata. Alla parola guerra, sgrana gli occhi e poi alza le spalle. Sì, qui sto bene, ho fiducia. Siamo rientrati in aula e sono stato attento a lei più che agli altri allievi. Davanti a sé il classificatore, i fogli, il libro e la penna, il capo sempre rivolto a chi prende la parola. Ora gli occhi li sgrana per curiosità, per sapere, non per ricordare orrori.

    Gli altri allievi sono più irrequieti, in generale; parlano tra loro, qualcuno alza la mano a sproposito e qualcun altro perché sa o pensa di sapere, molto spesso ridono per cose loro. Due o tre sembrano davvero stanchi, è ormai sera e a loro che devono recuperare la licenza di scuola media tocca quell’orario periferico, viatico per tornare al centro della strada.

    Sono tutti attorno ai vent’anni, tranne una mamma di ventisette, un sedicenne e due adulti diligenti come se fosse la prima giornata della loro vita. Tutti unici e nessuno diverso, anche se si va dalla Colombia all’Albania passando per il Portogallo e il Ticino. Tutti di questo mondo.

    La ragazza siriana si china rapida sul foglio non appena si deve scrivere o copiare dalla lavagna, poi torna a guardare con un’attenzione che perfora. Senza fare un solo gesto fuori posto, senza perdere compostezza, quasi senza sbattere le ciglia.

    È entusiasmante.

    Veste in modo semplice e curato, come semplice e curato è il suo pensiero quando chiede se quello è imperfetto e questo passato prossimo. Come gli altri, si inerpica sulle coniugazioni tra insicurezze e conquiste. Eppure lei ha qualcosa di speciale. Forse è l’estrema attenzione alla vita, alla bellezza di una lingua e a un giovane modo per stare con i simili.

    Forse è la voglia di impadronirsi dell’italiano per dire parole diverse da quelle lasciate nella sua terra.

    Forse le è mancato tutto della scuola, forse la scuola nemmeno c’era e se c’era chissà com’era. Ma ora è qua, e io che ho cominciato questa avventura con loro sono radioso come lei perché imparo.

     

    gene

     

    Postilla

    Sarà un grande giorno quello in cui la scuola prende dallo Stato tutti i soldi che vuole e l’esercito e l’aviazione devono organizzare una vendita di torte per comprare bombardieri.
    (Anonimo)

  • Georgette

    C’è qualcosa che trasforma l’esibizione in arte, qualcosa che è una compassione tra chi fabillie holiday.jpg e chi ascolta o guarda. O anche tra due che fanno. Prendiamo la musica che con varietà d’espressioni e gusti ravviva le vite di tutti, per istanti o per sempre. Possiamo ascoltare Springsteen o Mengoni, elettronica o swing, possiamo commuoverci di felicità e piacere, ma c’è ancora un confine sublime da attraversare, che è quello della compassione.

    In rari momenti, ma ripetibili, la vita entra dentro, si avverte l’immortalità e si è scossi da quella cosa spaventosa e inarrestabile che si chiama amore. È il momento in cui senti la figlia cantare e suonare, e ti tremano le mani peggio che se fossi tu a cantare; e poi canti tu e lei ti guarda come se fosse la madre e tu il figlio, come diceva Enzo Jannacci.

    Questa figlia che si chiama Georgette (come la bisnonna di Claro), con fragilità che ai tuoi occhi sono pregi assoluti, questa figlia è l’Arte. Non perché produca bellezza solo nella forma, ma più per la compassione che ti rovescia addosso e te ne nutri come fosse l’ultima e più sontuosa delle cene possibili.

    Seduti su due sassi di un prato di montagna, tu e Georgette cantate e suonate senza bisogno di pubblico, perché siete voi il pubblico e l’artista di voi stessi. La musica trapassa le membra, vivifica l’essenza del sangue trasmesso e per il tempo che la musica è sorretta non ci sono né pene né malattie.

    Sembrerebbe tutto privato, questo affare di cuore, e invece è collettivo, poiché questa compassione resta nel cuore come un utensile nel cassetto: quando servirà per aggiustare, la si prenderà e la si accenderà.

    Basterebbe, e basterà, per cambiare il mondo e salvarlo.

    Georgette è l’Arte.

     

    gene

     

    Postilla

    Finalmente il mio amore è arrivato

    I miei giorni di solitudine sono finiti

    E la vita è come una canzone

    Etta James

  • Licenziata

    Un giorno che sembra splendido con tutto quel sole di gennaio, ma è nero. Anche quel solesolitudine è fuori luogo, tutto è fuori luogo.

    Due ore prima stavo in balcone a pensare alla vita, quella negata in tante parti della Terra, e la luce non la sopportavo. Era il mio giorno libero, non mi andava di macerarlo a quel modo e mi feci un bianco col campari.

    È squillato il telefono.

    – Ciao, sono io. Lo so che sei libera oggi ma c’è un lavoretto urgente da concludere e siamo scoperti perché ci sono stati incidenti a Malvaglia e casini al carnevale di Lostallo. Puoi venire?

    Certo che potevo, un diversivo al mio pessimo umore. Lavorare mi impegna e mi distrae.

    Sono arrivata al palazzone, il guardiano mi ha salutata. I due agenti di sicurezza hanno bofonchiato infastiditi. Ho salito le scale fino all’ufficio. Sono entrata.

    – Eccomi qua, in quale studio devo andare?

    – Beh… non so come dirtelo…

    – Dirmi cosa?

    – Sei licenziata…

    Vent’anni sono crollati sul tappeto di colpo. Non ho trovato nessun suono da far uscire dal gozzo rinserrato.

    Sono uscita dall’ufficio del responsabile e sono andata nel mio. Un impiegato mi ha raggiunta dicendomi che non potevo stare lì e che dovevo liberare il locale in venti minuti.

    Dopo un quarto d’ora, sono arrivati i due agenti con una scatola, vi hanno buttato dentro quelle quattro carabattole che tenevo sulla scrivania, compresa la foto dei miei figli. Uno ha preso la scatola e l’altro me, per un braccio. Alle undici e ventiquattro ero fuori, sola, con il tempo di alcuni sguardi imbarazzati e sfuggenti di colleghi.

    Sono tornata a casa a piedi, un’ora di apnea con la scatola sulle spalle come una siriana.

    Appena dentro, ho aperto la corrispondenza e c’era la bolletta del canone obbligatorio per legge da poco accettata.

    Alla radio, che era rimasta accesa, ho sentito il direttore dell’azienda dire che se potesse tornare indietro non farebbe ciò che ha fatto.

    Tutto è esploso. Ho preso lo sgabello di frassino e ho fracassato l’apparecchio. Poi ho bruciato la bolletta del canone, in giardino. I pezzi di carta incenerita volavano nel blu come corvi lontani.

    Non ho ancora parlato, posso solo scrivere.

     

    gene

     

    Postilla

    Nessun potere in sé è buono

    Fabrizio De Andrè

  • Radio Baracheta

    Una pecca imperdonabile il non aver potuto sentire la sua voce vibrante e dolce, sostituita castelnuovoda quella incerta di una performer che vagava nei begli arrangiamenti argentini dalla fisarmonica del Caldelari senza ben sapere come porsi. Poi, la magia ingabbiata non ce l’ha fatta più e sulle note della Verzaschina il popolo si è alzato in coro e le voci hanno svegliato lo spirito di Vittorio Castelnuovo, impareggiabile cantastorie della Riviera, partito per l’ultimo viaggio qualche anno fa.

    Per questa serata di ReteUno lo scriba ha rinunciato al derby della Madunina, poiché ogni interismo nulla può di fronte al viluppo delle radici. Perfino la Norgauer, che di solito ciarla a vanvera di facezie e imprecisioni su toni insopportabili, ha tenuto l’acqua bassa lasciando all’emozionato e emozionante Alessandro Tini il compito di leggere le poesie di Castelnuovo, scritti che polverizzano la metrica per schiaffeggiare occhi e cuori.

    Bon, lo scriba è nettamente di parte, poiché già a sei anni al suo paese lo chiamavano Baracheta per via che andava cantando nelle carraie di trecciaiole e bleniesine (anche se l’amore della sua vita è una valmaggina). Baracheta era il soprannome di Castelnuovo – lo faceva incazzare fino all’inseguimento dello sberleffo, mollando a metà strumenti e canzoni – ma ieri sera alla radio, forse per timore che saltasse fuori inviperito, non l’hanno detto.

    Comunque, la radio ha regalato una bella escursione nella musica del primo cantautore ticinese, una vita da scalpellino nelle rocce delle Riviera, che come sempre con l’arte non si campa e si rischia pure di essere derisi. Quante risatine di scherno avrà incassato Castelnuovo in vita sua, a partire da quelle indirizzate alla casa che costruì con le sue mani e che fu la causa del fastidioso soprannome (per lui, mentre per noi era una goduria). Una baracheta della quale andava orgogliosissimo e guai a prenderlo pel culo.

    Ha girato dappertutto come un vero nomade, cantando valli amori ragazze mamme papà guerra fiori montagne lavoro e felicità. Una vita di sentimenti come la voleva lui. Lo scriba è stato contento di non essere andato a vedere l’Inter giocar male e perdere. E sulle note della Verzaschina si è aggiunto dal divano al coro spontaneo.

    Ti donerò un bel fiore color del ciel sereno, che va dicendo a te “Non ti scordare di me”.

    Co’ l’aqua da i ecc in goróndo.

     

    gene

     

    Postilla

    1) I 45 giri di Castelnuovo odoravano di Dixan, dato che da piccolo lo scriba aveva un mangiadischi ordinato con i punti del detersivo e che sentiva ancora di lisciva quando si ruppe per consunzione attorno al ’72.

    2) Sabato sera, dopo il formaggio al fuoco, la Verzaschina era già stata suonata con emozione su richiesta del Meo, che per lui è un hit da paura. Come pubblico, la Maddalena, indulgente verso i suoi bambini.

    3) Ciao Vittorio – Rsi

  • El capel

    Am ragordi amo can ca girava par strada col capel e com am piaséve sentii ‘l ploch ploch da l’aqua in sol’ara, coi gott a roisgio e unu pous a l’altra a dèe sgiù a quatro diit dala fascia. Quai voll al tegneve su an par riparam dal sou, e iscì i faseve altri omon e altri femen, sense che gnisun i obligasa a cuarcièe el lusii di loch, ma iscì, pal piasei. Al tirava sgiù solche in la rivi vers Pasquei, can che la pedalada l’as faseve furiouso e el gust da l’aria la carezava el cò ‘me vin sola lengue. Ho mai pregò, ma a taura al teseve sgiù, pogiandol dal gò, ma in manere da podei sempre videl, an da travers.
    An n’ ho perdu paricc tra osterii e a spass e am piaas pensèe ch’i abbia girò el monn so da altri test, miou se mighi d’onscel, an se la podeve mighi vess pisei che ‘na speranza. Da pinin a sere meno spipro, quai voll an vareve an la capusciu col pompon, ma apene la spontava la matoro primivere a tornava indré in de lui, ch’ u podeve vess giall con scricc Parisienne o ross con su Campari, robo ch’ i butava dai machin ch’ i compagnava ‘l Giir. Da grandel, a sem pasò al basch, parché ‘l Che u sere facc videi in la mii viti ‘me ‘m soci personal. Giss, a nava a mità, ma l’ere bele chele stofo pogiada in sola teste ‘me la man da Mam can c’a ghere la feure e a sere orous da schivèe la sc’chere.
    Atorn ai vintagn i m’a metù in man el bonet, anzi i bonit: pa’ ‘l prim bot a g’ho mighi volsù ben. Ma apene librò da chele ladrada da dì preziuus che l’é fee ‘l soldaat, o più tajò i loch pa n’ann e am vardava a videi scpontèe da sott n’improbabil bombete a l’inglese. Coi barbisitt da sgiovon tegnui da conn, a pareve el Charlot, ma mighi iscì indezenn come chele pituru ch’ a vedeve in di film intann ch’ la majava calsei o la vardava fissi in di ecc ‘me a dit: a faghi da valtri chel ch’ a vei. Um piaseve mighi el Chaplin e iscì a som pasò a ‘na sfilzi colorada da capusc andin, da cui ch’ i cuarcia an i orecc e che se a i arisut metui su par om para da dì d’astaat a capirisut chel ch’ a vou dii la mordosion.
    Om bel momenn a m’ ho trovò dananz a ‘m pensei: o a meteve a post la teste o a meteve a post el capel. A Zuriig, al festival cauntri, ho trovò ‘m capolavoor da capel, da cui c’as veed gnomà in di uestern in teste ai machinisti da locomotiu tot da careisc. Con chele corono in sol cò, o pudù strusèe par vess baloord.
    L’é tut pasò, m’ a som mighi malcontenn…
    Incheu ch’ a sem nacc foro in stradon col mè bel capel da l’aqua, e a quedava el ploch ploch, u m’a fermò ‘m giandarm ch’ u m’a dicc sense gnan vardam in fascia “dell’entrata in vigore della nuova legge che vieta il portare copricapi sulla testa”.
    Can ch’ a g’ho domandò s’an varéve an par lui, dal momenn ch’ u gh’ere su chel d’ordinansa (che mi a meteress mighi su gnan al mè funeral), u m’a raspondù che “lui è nell’esercizio delle sue funzioni e sicché dunque i trovaat l’é miou lasai peerd”.
    Intann ch’ a scapava in mezz a l’urizzi, tut strupi, con ‘na man in sol capel par mighi fal varèe vii, o sentiit ‘m tron. Ma l’ere mighi ‘m tron. El colp dala pistolo u m’a ciapò dal gò in la sc’chene e adess a sem chilé butò sgiù coi gott ch’ im fa ploch ploch in sol stomich e in sola fascia. El mè capel l’é al sicuur, sot a la mii man, bon.
    A som contenn da veigh avù el tem da viiu la mii viti e chele di mè capei prim ch’ i diventassa malfaben lou e crapò mi.
    La podeve nèe peisg.

    gene

  • Din din din – Carnevale

    Or s’appressa Carnevale e da qualche parte impazza. Dì di pazzi che un po’ impazzano o carnevale.jpgimpazziscono di tanto.

    L’altra sera in una valle, nel fiorire della gioia, quattro idioti hanno insidiato, con le botte e gli improperi, tutti quanti i convenuti.

    L’accorta sicurezza è sopraggiunta quando tutto era finito e le scatole hanno rotto a tutti quelli che appoggiati all’innocua loro maschera lacrimavano in mestizia.

    Bellinzona la più forte partirà tra qualche giorno e già tintinnano i forzieri, in attesa dei forzati della vodka e della furia.

    Anche attorno alla Turrita, recinzioni e sicurezza garantita da private uniformi slavagiate.

    Ogni umano che vi entra vien frugato in ogni piega e in possesso di accendino sulla soglia resterà.

    Dentro i vicoli più oscuri le barriere non son muri, sopra d’esse volerà ogni scorta di tabù, dalla birra al coltellino, dal petardo al cannoncino.

    Impiantati alla dogana, securini e poliziotti non vedranno la magagna.

    E nemmeno la vedrà il Fantaccino presidente, con la giacca colorata e assai poco spazzolata.

    Col sorriso di chi vende, il reame calmerà con discorsi un po’ fumosi su rispetto e libertà.

    Dietro ad esso, un contabile indefesso sul suo libro annoterà: mil denari non son mai da buttare nella tolla.

    Ammassata sul selciato che da rosso passa a sporco, la fiumana vagherà senza un posto ove fermare e sorridere del mondo. Ragazzini senza mamme, le mammine senza sposi, gli sposini con signore travestite da baldracche.

    Vagheranno sconcertati solo alcuni residuati che alle dieci e qualche cosa torneranno alle lenzuola, di denaro alleggeriti e di fastidio appesantiti.

    Quando tutto finirà, ecco torme di piangina, dal contabile allo sbirro, per non dir del Fantaccino, presidente al lumicino, per finire con i treni sballottati ed imbrattati.

    Ma c’è già la soluzione: far pagare a tutto il mondo, alla prossima edizione, il balzello pecuniario che per chi ben non si comporta è una facezia, ma per gli altri è un’ingiustizia.

    Col sorriso elettorale, Fantaccino e comitato diran sempre che la colpa dell’inferno è di chi vienlo a visitare, mentre loro cari cari pensan solo a che la festa si tramuti sempre in cassa.

    Din din din. E la festa già è finita.

     

    gene

     

    Postilla

    La recinzione di spazi pubblici per imporre un pedaggio è illegale.

    Strappare il Carnevale alla cultura popolare è un oltraggio.