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Fuorilegge
Mi ricordo ancora quando giravo per strada con il cappello e quanto mi piacesse sentire il
ploc ploc della pioggia sulla tesa, con le gocce a rivoli e una dopo l’altra cadevano a quattro dita dal viso. Lo tenevo a volte anche per ripararmi dal sole, e così facevano altri uomini e altre donne, senza che nessuno le obbligasse a coprire lo splendore dei capelli, ma così, per diletto. Lo toglievo nella discesa verso la piazza, quando la pedalata si faceva intensa e il gusto dell’aria accarezzava il capo come vino al palato. L’ho lanciato in aria per un gol o un matrimonio, l’ho tenuto tra le mani a funerali e dentro uffici. Non ho mai pregato, ma a tavola lo levavo, appoggiandolo da qualche parte, però in modo da poterlo sempre vedere, anche di sbieco.Ne persi molti tra bar e gite e mi piace pensare che abbiano girato poi il mondo su altre teste, preferibilmente non di cazzo, anche se non poteva essere altro che una speranza. Da piccolo ero meno assiduo, a volte valeva anche la berretta col fiocco in caso di neve, ma appena spuntava la signorina primavera tornavo da lui, che poteva essere giallo con la scritta Parisienne o rosso con quella del Campari, roba che lanciavano le macchine al seguito del Tour. Adolescente, passai al basco, perché il Che era apparso nella mia vita come un amico personale. Sbarbatello, funzionava a metà, ma era bello quel panno che poggiava sulla testa come la mano della mamma quando avevo la febbre ed ero felice di schivare la scuola.
Attorno ai vent’anni mi misero tra le mani quello militare, anzi, quelli militari: per la prima volta mi ritrovai a non amarlo. Ma appena liberato da quel furto di giorni preziosi che è l’esercito, non tagliai i capelli per un anno e mi rimirai a vederli spuntare da sotto un improbabile bombetta all’inglese. Con i preziosi baffetti da giovanotto parevo Charlot, meno inquietante di quella figura che vedevo nei film mentre mangiava scarpe o guardava intenso in camera come se dicesse: farò di voi ciò che voglio. Non mi piaceva Chaplin e quindi passai a una serie colorata di berrette andine, quelle che coprono anche le orecchie e che se le aveste indossate per un paio di giornate estive capireste certo cosa voglia dire prudere.
A un certo punto mi trovai di fronte a una scelta: o mettevo a posto la testa o mettevo a posto il copricapo. Trovai a Zurigo, al festival country, un capolavoro di cappello, di quelli che si vedono nei film western in testa ai fuligginosi conducenti di locomotive. Con quel trofeo in testa, potei dedicarmi ad essere anormale senza più un solo cruccio.
È tutto passato, ma non sono triste…
Oggi che sono uscito in strada con il mio bel cappello da pioggia, pregustando il ploc ploc, mi ha fermato un gendarme che mi ha comunicato senza nemmeno guardarmi in faccia “dell’entrata in vigore della nuova legge che vieta il portare copricapi sulla testa”.
Quando gli ho chiesto se valeva anche per lui, visto che sfoggiava quello d’ordinanza (che io non metterei nemmeno al mio funerale), mi ha risposto che lui è nell’esercizio delle sue funzioni e sicché dunque le battute di spirito è meglio evitarle.
Mentre scappavo nel temporale, tutto sghembo, con una mano sul cappello per non farlo volar via, ho sentito un tuono. Ma non era un tuono. Il colpo di pistola mi ha colpito da qualche parte nella schiena e sono steso qui con le gocce che mi fanno ploc ploc sul petto e sulla faccia. Il mio cappello è al sicuro, sotto la mia mano, bene.
Sono contento di aver avuto il tempo di vivere la vita mia e dei miei cappelli prima che diventassero fuorilegge loro e morto io. Poteva andare peggio.
gene
Postilla
Quando l’uomo col cappello incontra l’uomo con la pistola, l’uomo col cappello è un uomo morto.
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La Memoria dei migranti
Nel Giorno della Memoria, bisogna ricordarsi anche che molti ebrei che fuggivano dalla
guerra trovarono rifugio in Svizzera. Ma venivano privati dei loro averi, per compensare le spese che la Confederazione sosteneva per accoglierli – per non parlare dell’oro rubato dai nazisti e custodito nelle nostre banche, una questione che ha fatto vergognare noi che siamo nati a guerra finita da un pezzo.Una pratica da predatori ancora in uso in questi giorni dolenti, solo che ad essere “alleggeriti” sono i migranti che fuggono da Siria, Eritrea, Irak, Afghanistan, Nigeria o da altre terre devastate da guerra e fame. In questi giorni, nazioni evolute come la Danimarca, la Germania (ah, che riflusso) e la Svezia hanno deciso di sequestrare i pochi soldi dei rifugiati, frugando nelle loro tasche in modo abbietto.
Questa marea di umani non ha più niente, scappa dalla sua terra imbarcandosi in odissee senza fine e pagando ogni farabutto che gli taglia la strada. L’Europa, ultima tra i profittatori, sta facendo la stessa cosa, derubando del poco che non è stato ancora rubato da altri. La Svizzera non è da meno e forte delle legge confisca il misero portamonete di questi fratelli flagellati dalla malasorte, giustificando il miserabile atto con la storia dei costi sopportati.
Proprio come succedeva prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. È facile vergognarsi per le malefatte di ieri, meno conveniente è farlo oggi. Eppure il nesso tra le due ere di rapina e sopraffazione è lampante: la guerra, ieri qua, oggi là. E seguendo questo nesso, le nostre avanzate democrazie si comportano nello stesso modo abbietto, come se da settant’anni non fosse cambiato nulla.
La nostra legge è un’ingiustizia per i migranti, che sono i meno responsabili e i più bisognosi. Aggiungere questa Memoria al dolore di questo Giorno e pensare alla vergogna che proveremo tra cent’anni.
gene
Postilla
Una società fondata sul denaro è un mostro
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Foglie d’acqua
Precipita acqua, in gorondo,

si dice.
È un mondo liquido
dove non pare altra idea
che navigare,
prua a vista
e niente terra
Nel cuore il timone,
rotante e sicuro
una ciocca ribelle
che dalla tua fronte
si appiccica alla mia,
salsedine e vento
a speziare
Nuova terra, fermarsi,
a far che? Vivere?
Ma vivere è andare,
a passo irregolare.
E se la barca ha la chiglia
sfondata,
sandali saranno
Lontano, così tanto
da non poterlo vedere,
il punto finale.
Spingere oltre
la fatica e speranza,
portandoci in braccio
come foglie liberate.
gene
2016
Postilla
In assenza di argomenti, lo scriba scrive queste cazzate che fatica a comprendere pure lui. Abbiatene compassione.
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La maschera papale
La questione relativa alle unioni gay disturba l’Italia che, ferma a un medioevo solitario e
sorvegliato dal Vaticano, è la più arretrata tra le nazioni europee su questo tema. La politica si divide, Renzi spinge ma con fare democristiano e con un profluvio di termini inglesi per confondere le idee, col risultato di dare fiato agli oscurantisti che vorrebbero una società, e una famiglia, a loro misura: uomo-donna-bambini-casa-chiesa e scuola (meglio se privata e religiosa). A milioni, i cittadini scendono in piazza a dire di piantarla sulle discriminazioni sessuali e premendo per i diritti civici di tutte le unioni, siano esse etero o omosessuali.In questo contesto retrogrado si è inserito il Papa, che in Italia comanda ancora eccome sull’agenda etica. Ebbene, dopo una serie di presunte rivoluzioni sulle diseguaglianze strombazzate da tutti i media del mondo, Francesco ha detto che la sola famiglia riconosciuta da Dio è quella tra uomo e donna, come se lui ne sapesse qualcosa e non dovrebbe invece come Papa essere almeno in semifinale ai campionati mondiali di astinenza, come disse il saggio.
In sostanza, Bergoglio ha gettato la maschera, quella che lo nascose ben bene al tempo di Videla e dei desaparecidos argentini. E qui arriva l’arrampicata più curiosa, quella di Eugenio Scalfari, che dal suo pulpito domenicale su Repubblica cerca di difendere il Papa, che lui chiama Francesco fin dal giorno del suo insediamento e con il quale ha intessuto una relazione pericolosa tra ateismo e fede cristiana.
Scalfari, uomo che certo ha avuto meriti giornalistici come fondatore di Repubblica ma da tempo tromboneggia noioso, titola il suo sermone: “Papa Francesco sulla famiglia non ha fatto nessun passo indietro”. E poi annega nelle sue stesse parole, tagliando e medicando.
Orbene.
Lo scriba qua è da 15 anni che compra e legge Repubblica tutti i giorni (salvo per alcune scorribande in terre discoste, rare del resto), ma un’oregiatada di questo livello su quelle colonne non l’aveva letta mai. Il mondo capovolto: l’ateo Scalfari che si erge ad azzeccagarbugli di Francesco, il teologo e credente Vito Mancuso, sempre su Repubblica, che fa il punto sul concetto e sull’etimologia della parola “Famiglia”, smentendo e smontando il Papa. Il tutto mentre il mondo va avanti con gli occhi bene aperti. Il fatto poi che sia Dio a dire che la famiglia è così e così, è come se lo dicessero Maradona e Checco Zalone, solo che almeno questi due esistono e sono divertenti.
Per tornare alla famosa legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso, il parlamento italiano ha inoltrato ben seimila (6000) emendamenti, provenienti da ogni area d’appartenenza. Come dire, che il rischio di affossarla è alto e che il Papa e Scalfari, dall’alto della loro unione contro natura (che sembra simile a quella che osteggiano), nel caso saranno correi con le loro posizioni cadaveriche. È anche chiaro che il Paese Italia in questa settimana aveva da discettare sul “finocchio” dato da Sarri a Mancini, con annessi comunicati, scuse reiterate respinte e accettate, e squalifica di due giornate al primo e una al secondo (forse perché ha detto di non essere finocchio ma ne sarebbe orgoglioso?). A Bergoglio e a Scalfari allora quante gliene toccherebbero?
gene
Postilla
Ritagliato l’articolo di Scalfari e bruciato nel camino.
L’articolo e il giornale stesso era dello scriba, pagato 3 frs al botteghino della stazione di Locarno.
Allo scriba è venuta la diarrea.
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Lettera a Re Rabadan- Il ritorno
Avvertenza

La seguente lettera era stata scritta e pubblicata l’anno scorso dal collettivo sopracitato, ma fonti dell’Ente di Controllo della Veridicità e Freschezza Mediatica (ECVFM, che così almeno non si riesce a pronunciare neanche da cioch) l’hanno dichiarata riproponibile per il seguente motivo: da allora è cambiata solo la decima da pagare all’entrata, une delle poche cose che in Ticino ancora si alzano.
Sottotitolo: Gendarmi e Fantaccini
Caro Savonarola, ehm, cioè… Caro… No! Santissimo Re Rabadan (ecco),
che noi umilmente servi non sappiamo ancora chi sei, ma nel dubbio mettiamo la faccia sotto ai tuoi piedi, per servirti. Punto.(Mi raccomando, vediamo di non farci riconoscere eh, facciamola un po’ anonima.
Okay okay).
In questo anno duemila qualcosa, quasi duemilaqualcosaltro, ci pregiamo di richiedere, virgola, se per caso dignitosamente Tu ci ascolti a noi sudditi poveri. Punto.
(Che c…
Zitto con le parolacce! Ci sono i Securisiotti e la Censura.)
Primo e anche secondo, due punti e punto di domanda, dopo: perché il tuo Predecessore Dantone e la sua corte ci ha tolto, con rispetto parlando, la gioia di fare Carnevale come ci pare? Con le decime che ci tocca pagare non ci resta che piangere e nemmeno un copeco per la birra tiepida.
(qui si potrebbe mettere una parolaccia, eventuale.
Sì, e poi diciamo che ci è scappata e la cancelliamo)
Cazzo punto esclamativo!
Terzo! (gridato) due punti: tutto quell’esercito, che vuole anche mettersi la maschera per infiltrarsi, chi l’ha chiamato? Eccellentissimo, noi sappiamo, e lo diciamo strisciando, che non sei stato tu, ma quel Gendarme che faceva il Presidente prima e che consiglia il Fantaccino di adesso, punto e virgola. Ma c’è proprio bisogno? C’è già tanta gente, proprio un altro centinaio ce ne voleva?
(Io non so se risponde, però, tre puntini…
Le domande qua le facciamo noi, umilmente punto.)
Quarto, e quarto e un quarto (per l’orario, sembra): tutti quei Gabellieri non potevate vestirli meglio? Con tutti i soldi delle entrate, chiamate un sarto dalle corti di Francia e rendeteli presentabili, invece che con quelle taglie giganti che sembrano nani (lo diciamo obiettando, con garbo).
Quinto
(Salute!
Quinto come cinque, non il boccalino, punto
Segue imprecazione, ndr
Lasciami fare.)
Quinto, dunque: quelli che sono dentro il recinto della Città del Carnevale possono vendere e spendere e cantare e suonare. Ma quelli che stanno fuori, le osterie del viale della Stazione, di viale Portone, alle Semine, in via San Gottardo e di qua e di là, perché Sire Eccellentissimo e futura luce illuminata e onnipotente, a quelli lì, insomma e anche virgola, non gli lasci fare un carnevale per loro conto? Sono figli di questo mondo, perdiana, punto esclamativo carpiato.
Sesto, come i Papi e i figli, due punti: al corteo il Re Grasso e Grosso di prima, in accordo col Gendarme Presidente e il Fantaccino Presidente, aveva multato alcuni gruppi dotati d’intrusi. Ma scusa, scusa la nostra umile faccia sotto i piedi se per caso disturba i nobili tuoi calli, ma non era scritto che più gente osannava la tua gloria e meglio era? Oltre a iscrizione, pedaggi, gabelle, tasse, affitti, tessere d’entrata, ora ci tocca anche pagare per esserci al Corteo in onore della Tua, e vai col maiuscolo, Magnificenza? Noi non abbiamo più molto in tasca, e non abbiamo neanche tanta voglia di divertirci, nemmeno guardando i Securisiotti impacciati e ora anche con le maschere a fare scherzetti. Punto e doppio punto, cavolo.
Settimo, come quando nascono quelli che hanno fretta: le decorazioni in tuo onore sono vecchie e allora digli di cambiarle a qualche Commissionato Artista di Corte Mondiale. Però, virgolissima, non chiedete ancora denari o beni a noi servi della gleba, che non ne abbiamo più eh, con l’acca.
(Perché l’acca?
Non vale niente, quindi non costa. Forse.
Ah. Con l’acca, indi.)
Ottavo, tu che lo sei di Roma e del Mondo Intero: la tua esilarante corte di officianti, giullari, donzelle, ancelle, bardi, tesorieri, ciambellani, tutta vestita a sfarzo sfarzoso, quanto costa a noi in termini di decime sul grano e sul gramo vivere? E le godende degli ambasciatori comunali e cantonali, dei segretari, dei portavoce, dei Sindaci e dei Podestà, quelle godende che a noi basterebbero per diec’anni, con quanti carri dovremo portarle? E su quei carri potremo almeno fare musica a tutto volume, oppure se ne adonteranno conti e marchesi, duchi e principesse, punto di domanda rotatorio?
Nono, in quanto avo o doppio diniego: le nostre madri, figlie, progenitrici, i nostri sfortunati figli tarati e drogati e alcolizzati che abbiamo educato male, noi stessi vestiti di pezze, tutti noi che stiamo in fondo alla campagna saremo ancora frugati a sangue dai Securisiotti? No, chiediamo, servilmente Tuoi, perché in quel caso verremo nudi e crudi, biotti come rane, minchia e punto, così il problema è risolto.
E decimo e per finire questa lode alla Tua Bellezza, che ci attendiamo immensamente fulgida e munifica, decimo ordunque: in tempi andati il Carnevale era del popolo e in quei giorni eravamo liberi di fare e ridere e sognare e schernire e creare e andare e venire e bere e cantare e suonare e sdraiarci e dormire e baciare e ballare e trombare. Perché il Presidente Gendarme con divisa nel cuore, il Presidente Fantaccino con giacca ricamata e il Re Predecessore Tombaiolo ci hanno tolto perfino la terra pubblica all’uopo di svuotare le nostre tasche e recintarci come maiali al macello? Genti di terre lontane arrivano ognora per la Tua futura Gloria, maiuscolo e virgola e due punti: e non sarebbe allora meglio che si sentano liberi e proprietari, loro che non hanno niente, del loro divertimento per quei cinque giorni all’anno?
(Liberi si fa per dire…
Parolaccia questa libertà.)
Undecimo, o anche di più: dall’alto della tua Cultura Illuminata, colma di Dotti, Medici e Sapienti, Cerusici e Istitutori, provvedi Tu a educare noi rozzo popolo ignorante alla storia del Carnevale, fatta di rispetto e fantasia. Il Trio di Gandria che dominava prima invitava parenti, amici, vivi e morti a controllare i comportamenti dei loro Infanti Irregolari, ma noi laceri e squattrinati non abbiamo né tempo né qualità per star dietro ai Virgulti. Fallo tu, o Sire Grandioso e Multiforme, possibilmente senza toglierci altro sangue dalle vene sottoforma di pecunia o prebenda.
Conclusione, punti, puntini e virgolette: il tintinnare di denaro che piove nei tuoi Forzieri meravigliosi e dorati è un frastuono che copre i frizzi e i lazzi di noi straccioni gutturali. Non è ora di far rivivere quello Spirito del Carnevale di cui il Gendarme, il Re Predecessore e il Fantaccino, nella loro infinita saggezza e preveggenza, incolpano noi per la sua dipartita, quando invece sono stati proprio loro e la loro Corte a volerlo defunto?
Orsù, noi teniamo la faccia sotto i vostri piedi per tutto l’anno, ma nelle Cinque Giornate ritiratevi nelle vostre residenze di campagna. Te lo chiediamo con straordinaria umilté, liberté e fraternité. Non assalteremo forni, promesso, e una volta finito tutto torneremo alle angherie e alle decime dei Gabellieri di professione.
Infinitamente umili e con somma servitù, virgola, e punto.
Collettivo Guascogna 2014
Malu Cortez de la Playa Valdes del Porcon del Mulin
Cyrano de Valegion
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Il severo Cile
L’altro giorno il mio amico Cile ha fatto gli anni, come sempre in questo periodo. Cile è
una storpiatura infantile venuta bene, in realtà di nome fa Severo. Non so se qualcuno ancora lo chiami così, anche perché non mi pare che lui lo sia, severo intendo. Un po’ lo era una volta e solo in un tempo e in un luogo precisi: i novanta minuti in area di rigore. Lì non era soltanto severo, era implacabile. Il pallone toccava una parte qualunque del suo corpo minuto e finiva in gol, come se avesse preso una scossa. Inzaghi non era ancora nato.Ora che passa i sessanta, i sessantacinque, boh, il pallone lo tiene sotto la camicia in forma di panza, il trofeo di chi vive bene ed è felice, credo. Però, per tornare ai tempi, il Cile era uno spasso. Venne a Preonzo a giocare, frutto di un qualche mercato agreste che l’aveva portato fin lì dalla Verzasca. “Pensa che quando arrivai a Preonzo e vidi tutti quei campi, i contadini, le gerle, i rastrelli e le vacche, pensai che era una goduria, per me che in quel mondo ero cresciuto”. Non so se usò queste parole, ma il concetto era quello. Arrivò negli allievi che aveva a malapena diciott’anni e cominciò a segnare un gol dopo l’altro. A ogni punto, conquistava il cuore della squadra e della Lucia, che avrebbe poi sposato e con la quale oggi se ne sta in panciolle a Gerra Piano a rimirarsi.
Nella categoria A, attorno al ’70, gli allievi del Preonzo conquistarono il titolo di campioni ticinesi, e resti di quell’epica ancora risuonano. Il Cile fece venti gol? trenta? quaranta? Non si può più sapere, la memoria ingigantisce e diminuisce alla cazzo. Ma un altro giorno di gloria inaspettata si manifestò dieci anni dopo a Bodio, quando all’ultima possibilità scagliò di controbalzo un pallone arrivato dalla destra per puro miracolo. Era il titolo di terza divisione, festeggiato con il Mando che si beccò un pugno dal Bettosini perché “quello lì del parrucchino è tutto il pomeriggio che mi rompe la balle col campanaccio”.
Tra miserie e lampi, col Gaby e il Dany trovammo ancora il tempo di fermarci a ridere di soppiatto prima di far visita a un morto, perché il Cile imboccava la porta del cesso invece che la camera ardente. Cose così, senza importanza. Per il Cile c’era un’altra cosa senza importanza: “Non conta correre, conta arrivare in tempo”. E giù gol a raffica. Altro che giocatori tristi che non hanno vinto mai.
gene
Postilla
“A mi poca roba, ma chela poca tanta e bona”
Severo Fabretti
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I SenzaSavoia
È un giorno amarissimo. In un batter di ciglia siamo stati privati dalle illuminazioni
politiche di Sergio Savoia, uomo-Faber della Turrita fin dagli anni Ottanta. Passerà alla Radio e Televisione della Svizzera Italiana, grembo dal quale era stato espulso più di dieci anni fa e risarcito economicamente e moralmente in tribunale. Un grande rientro, dunque, ma nel contempo una perdita per noi Pinocchi che ancora credevamo in lui come Grillo Parlante. Se n’è andato, così, a nemmeno un anno dalla sua poderosa rielezione in Gran Consiglio e a pochi mesi dalla temeraria lotta per sedere a Berna. Ci mancheranno le sue battaglie sulle frontiere in connubio con la Lega e l’Udc; ci mancherà la sua fermezza nel guidare i Verdi e allontanare i dissidenti perniciosi come mamma Gysin; ci mancherà quella sua aria vecchio stile da cabarettista mordace e sapiente; ci mancherà quella sua aria superba mentre annuncia una qualsivoglia opinione.Ci fidavamo di lui, riponevamo nella sua illuminazione progressista le nostre speranze di contadini decaduti. È bastata una chiamata di Don Canetta per far crollare tutto (“Savoia è risultato nettamente il migliore tra la sessantina di persone che hanno concorso per quel ruolo. Questa è stata la valutazione finale al termine delle severe e rigorose selezioni” spiega il direttorone). Almeno in questo non c’erano dubbi: Lui è il Migliore, per questo ce l’hanno sequestrato. Severo e rigoroso come le norme.
Ora che si fa? Si potrebbe aspettare un’arguta evoluzione della saga sulla dogana di Camedo o della Collina delle ginestre; potremmo attendere lezioni di italiano con annessa derisione delle nostre miserie lessicali di stampo ticinese; potremmo trepidare per un karaoke dove lui interpreta De André, come faceva a vent’anni fuori dal Porta Ticinese, umile come tanti studenti senza né arte né parte; potremmo farci incuriosire da una sua inchiesta sul porno online in Ticino. Ma no, invece, niente di tutto questo. Lui sarà solo uno che si occupa di “Promozione in antenna”, qualsiasi cosa voglia dire, ma che a noi sembra un limbo insopportabile. Abbandonati i vibranti comizi e le appassionate dissertazioni sul Tutto, non parlerà però alla radio o alla tele, non parteciperà a programmi, con grave nocumento per Lui e per la cultura in generale. Siamo un po’ più poveri.
Un peccato.
gene
Postilla
E se l’impiego fosse un Cavallo di Troia, e Lui pronto a balzar fuori per sovvertire l’ordine costituito, a conquistare il microfono e comandare l’etere tutto solo? Sarebbe un capolavoro.
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Pirati e anarchici, i libertari del St. Pauli
Donne, osterie che guardano il mare, risse tra bande e un bollino rosso grande come una
casa su tutti i depliant turistici. Il Covo dei Pirati esiste ancora e si trova a Sankt Pauli, il quartiere di Amburgo dove i Beatles cominciarono a farsi conoscere al mondo, altro che Opéra o Greenvich Village. Inospitale fino al 17esimo secolo, quando affluirono i cordai, artigiani esperti nella costruzione delle reti da pesca, in men che non si dica Sankt Pauli, dal nome della chiesa che la città di Amburgo vi fece costruire, divenne un brulicare di navi, marinai, puttane e tutta una serie di effetti collaterali poco raccomandabili.Un quadro introduttivo per spiegare l’humus nel quale nacque nel 1910 il Football Club St. Pauli. Fino alla metà degli anni Ottanta si barcamenò senza troppa gloria sportiva e con un seguito ridotto, ma poi arrivò la svolta con la decisione di costruire lo stadio proprio nella Reeperbahn, il cuore del quartiere. Da società tradizionale, il club divenne una specie di icona per disadattati, emarginati, anarchici e altra varia, bizzarra e non addomesticabile umanità. Venne adottato come stemma il Jolly Roger, la bandiera dei pirati, e fu bandita la presenza alle partite ai tifosi di estrema destra. Dalle poche migliaia di presenze si passò di colpo alle ventimila. Tutti con magliette e bandiere antirazziste e antifasciste, a cantare sulle note di Hell’s bells mentre la squadra entra in campo.
Controcorrente in tutto, il St. Pauli non ha mai fatto drammi per gli scarsi risultati sportivi (solo tre promozioni in Bundesliga, alla fine della stagione 2010/2011 è tornato in Zweite), tenendo invece fede al suo spirito: niente sponsor che vogliono lucrare ai danni dei più deboli, niente arabi, niente padroni, niente di niente. Autogestione, in pratica. Sono i tifosi a dettare la linea al presidente Stefan Orth, e ad avallare gli acquisti. Sono stati i tifosi, anticipando l’idea dell’Ambrì, a salvare il club dalla bancarotta, qualche anno addietro, stampando 140mila magliette col teschio e le ossa incrociate, vendute in sei settimane.
Sulle tribune del Millerntor-Stadion si riversa la varia umanità del quartiere e tutti quelli che si sentono dalla parte “diversa” del calcio milionario. Il St. Pauli è stato il primo club a giocare contro la nazionale di Cuba per solidarietà, organizzando anche una specie di Mondiale per le Nazioni inesistenti e un torneo per rifugiati politici. Si calcola che i simpatizzanti di questo club nel mondo sfiorino i venti milioni, e questo nonostante un marketing ridotto all’osso, senza punti vendita se non allo stadio, in internet e, da qualche settimana, a Milano (chissà cosa dice la Madunina a vedere creste punk, teschi e amuleti vari).
Inutile dire che la rivalità con il ricco e potente Amburgo è piuttosto sentita. Nel febbraio del 2011, il St. Pauli è riuscito a espugnare la Nordbank Arena, battendo i fratelli ricchi, esaurendo il compito in Bundesliga e infilando sette sconfitte consecutive culminate nell’1-8 subìto in casa dal Bayern. Ultimo posto e retrocessione, ma con il bottino della rapina alla Nordbank ben stretto in tasca. Da dividere in parti uguali, sulle note di Hell’s bells.
gene
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Tenere botta
Mentre impazzava il Sessantotto, due di noi erano ancora alle prese con le barchette di legno nelle Amazzoni del Rio Bass, con i sandali di plastica contro i ciottoli. Mentre quelli del Sessantotto sono ora alle prese con gli agi della pensione, due di noi sguazzano ancora nel procelloso Rio Bass e al posto delle barchette di legno, fanno navigare parole e storie. Quelli del Sessantotto non sanno più cosa sono, se non pensionati; quei due sono ancora giovani e alla pensione non pensano (anche perché…).
In poco meno di cinquant’anni parrebbe che i sogni siano stati traditi proprio da quelli che li agitavano, risucchiati nel Capitale reale e in fuga dal Capitale di Marx. Camminano in un mondo di macerie con le Timberland o simili, pensando alla casa di montagna e al declino della sinistra. Occupano ancora posti di comando, almeno alcuni, e in modo così avvitato che gli scranni piangono. Due di noi, che il Sessantotto hanno cominciato a capirlo nel ’77, e nemmeno del tutto, sono andati avanti con i sabot e i capelli al vento: scarpe grosse-cervello fino, per certe cose. Per certe altre, disadattati o sognatori, che è poi la stessa cosa, secondo quelli del Sessantotto. Quei due continuano a vivere di parole allineate con onestà, un vestito dell’anima irrinunciabile, e prendendola come viene, mentre gli ex vestono il loro corpo in modo diligente per nascondere il vuoto che tengono dentro gelosamente.
Due di noi sono libertari evoluti e sempre poco allineati, due Drughi moderatamente felici
e pronti a far navigare barchette mentre di là folleggia il Millennio. Come questi due, altri fratelli vanno sparsi nel mondo, a volte riconoscendosi, altre volte ignari della comune bellezza. Due di noi non ce la fanno nemmeno più a ridere del gregge: lo ignorano, evitando di discutere con idioti, che poi non si vede la differenza.Agli ex fa rabbia che questi due, e quelli come loro, siano sostanzialmente contenti sotto le loro facce mal rasate e avvolte dal fumo (orrore!). La sicurezza li ferma ogni tanto alle tre di notte, ma anche il mattino, sui treni e alle dogane, e un giorno finiranno dentro per qualcosa di orribile, tipo la propaganda alla voglia di vivere. Hanno un solo cruccio, quei due: che le loro parole, invece che tagliare le coscienze e ravvivare i cuori, cadano nel vuoto che c’è. Possibile. Del resto sono finiti laggiù anche quelli del Sessantotto. Per l’evenienza, i due preparano barchette di legno e tengono botta.
gene
Postilla
Le citazioni sono richieste d’affetto- Frank, Sabbione, 2008
Grazie a Jeffrey Lebowski, Ivano Fossati, Walter Rosselli, Circolo Carlo Vanza, Pino Cacucci
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Davos Mundial
Nell’eremo dorato che ha appena accolto la Coppa Spengler va in onda il World Economic Forum (Wef). I due eventi per cui Davos è conosciuta nel mondo sono in realtà due fiction apprezzate da un pubblico di nicchia, ma ricchissimo. L’hockey della Spengler sta a quello vero come Topolino a Rashkolnikov: una festa frivola dove tutti bevono, evitano i check e parlano d’altro. Proprio come il Forum, che per inciso ha aperto la festa con una parata di star dello spettacolo che neanche Cannes.
In ambedue le kermesse ci sono sempre grandi star annoiate e gigione, per vedere le quali si devono sborsare somme cospicue; senza prevendita non si entra e chi si azzarda a fare il portoghese viene scacciato in malo modo. Si sfoderano pellicce e smoking, si esibiscono brochure apologetiche sul merchandising dell’hockey moderno e sul merchandising della pelle umana. Allenatori e relatori sorridono beati tra una partita e un convegno, tra uno sciampagnino e un sushi.
I giornalisti, con tanto di accredito a tracolla come un campanaccio da mucche, pascolano, approvano, si inginocchiano e ringraziano. Le due sagre delle élite sono diventate ormai tradizione e non poteva esserci posto migliore di un villaggio ridente nelle Alpi dell’agiata Svizzera, che con la sua neutralità garantisce lo spettacolo e la sua sicurezza.
Il tutto si svolge all’insegna del non cambiare niente per cambiare tutto, per fare in modo
che l’hockey si levi la brutalità e diventi accettabile anche ai bambini (i clienti del futuro) e per confermare che solo l’economia può produrre ricchezza anche nella Quarta Rivoluzione Industriale che, come ha annunciato un tale in apertura del Forum, non si sa se felice o preoccupato della cosa, produrrà milioni di disoccupati. Chiaro, le risorse saranno distribuite in modo diseguale: mille sacchi per ogni ricco epulone, un sacco per mille denutriti. Ma chi se ne importa? Alla Spengler, per far posto alle star assoldate per l’occasione, stanno in panchina quei giocatori che si fanno il mazzo tutto l’anno; al Forum stanno fuori i pezzenti dell’umanità. Davos è Davos, bellezze.Proposta, però. E se si organizzassero due Specials Events anche ad Ambrì? È pur sempre nelle Alpi svizzere, no? Si potrebbe mettere in piedi una specie di Dismaland, con la gloriosa linea ferroviaria del Gottardo che sparisce nel secondo tubo digerente autostradale e la squadra di hockey al completo che fa il ghiaccio con la canna dell’acqua in mezzo alla campagna. All’ordinato pubblico che accorrerà verrebbero offerti i seguenti gadget: ai bambini una fetta di panettone del Tavolino Magico, alle mamme fustini di detersivo discount e ai maschi l’agendina Banca Stato del 1953. Ospiti d’onore, Bruno Genuizzi per l’hockey e Stefano Franscini (in ologramma) per l’economia. Se accettasse di suonare il Pervi, saremmo a tetto. Altro che Spengler e Wef.
Postille
A- 62 miliardari detengono ricchezze tanto quanto la metà più povera del pianeta.
B – Forza Ambrì.
gene
gennaio 2016

