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  • L’accoglienza

    Non chiedere
    Non guardare
    Non passare
    Non fermare
    Non parlare
    Non ascoltare
    Non toccare
    Non odorare
    Non aprire
    Non supplicare
    Non elemosinare
    Non sedere
    Non riposare

    Dietro alla porta di legno pietrificato
    e dalla maniglia ossidata
    ci sono io, io, io, io, io, solo io e io
    Starò al chiuso, di guardia, e il mondo
    sarà a mia fatta e tu, tu, tu, tu, tu sei niente

    Non chiedere
    Non guardare
    Non passare
    Non fermare
    Non parlare
    Non ascoltare
    Non toccare
    Non odorare
    Non aprire
    Non supplicare
    Non elemosinare
    Non sedere
    Non riposare
    Non esistere

    gene

  • Gli strepenati

    Siamo arrivati qui tutti strepenati/e. Forse, /e (barra e per i meno svegli) perché le donne conservano una certa grazia e rientrano nella categoria di cui sopra solo quando si fissano di volerci imitare, sempre piuttosto male, del resto.
    Ma vabbè.
    Da strepenati nonché figli di strepenati del loro tempo arcaico e spesso immemori di ciò, ci mettiamo subitissimo ai blocchi di partenza per scattare verso l’albero della cuccagna, salendo e scalciando i concorrenti. E giunti in cima, ma non succede praticamente mai, con le luganighe in mano, non sapere come scendere, tipo cadere o lasciare le palle scorticate sul palo stesso, spesso nodoso. Che poi la cuccagna dura un così sia e tocca ripartire, spesso in terza fila, coi sandali di plastica, in pauroso arretramento a ogni svolta, ma seri e fiduciosi che dopo la cantonata c’è l’euromillions, o una Sharon Stone che non invecchia, come certe idee.
    Tutto senza neanche renderci conto che ci si è incrostato addosso il rimasuglio dello strepenamento, sangue, acqua sporca, urina, merda, e in faccia il dolore pazzesco nostro e della mamma. Ma almeno la mamma sa, noi invece non sappiamo un cazzo di questo mondo sempre nuovo e ignoto, una repubblicona poggiata, oltre che sui dané, sullo strepenaggio autoctono e inferto a vicenda.
    Poi ci seguirà un figlio barra figlia, strepenato anche lui lei, ma di nome Eitan o Sheryl, chissà che non porti bene, e tutto un lamento perché il corso di danza costa e allora, caro strepenato di ultima generazione, affronta il palo della cuccagna. Se possibile, senza prenderlo nel culo.

    gene

  • Numhlim

    Il momento era giunto e convocai il Brancacarasc.
    Bastò una luna nera per il Numhlim.

    vara soro soro vara da l’orel
    tiri foro tiri foro l’onscel
    sgozzo sgozzo piti galini
    runu runu ramini ramini
    crodo gann mugiu gere
    ramini ramini setere setere

    Venne allora il Brancacarasc.
    E aveva i miei occhi.
    Mise in opera un tempo nuovo.
    Si aprirono dirupi.
    Si scatenarono saette.
    Si folgorarono luci.
    Si divelsero foreste.

    torno torno innanz indré
    sacata sacata sgorlo sgorlo
    miou miou iscì iscì
    codo peu peu marla

    Ventun giorni, niente fu uguale a prima.
    Un mondo primigenio mi guardava con innocenza.

    gene

    Postilla
    Quello che hai visto ricordalo, perché quello che non hai visto ritorna a volare nel vento.
    Navajo (M.V. – LAR 1005)

  • Arpìe

    Nell’ora più inattesa della notte, quando il sonno è una piccola morte, quel battito d’ali mi destava. Non il leggero e prossimo fruscìo di passero o civetta, ma una più profonda e discosta frustata di risacca sugli scogli. Tutte le notti. Come se la maledizione venuta dall’ignoto anni prima non volesse lasciarci mai. Mi gelava le vene. Ma era un istante, poi tornavo a dormire.
    Io però lo sapevo cosa fosse e da dove venisse, anche se non l’avevo mai vista. Ma non ne feci mai parola, non sarei stato creduto oppure avrei suscitato terrore, peggiorando la nostra vita.
    Una notte, però, attesi sveglio nel cortile e mi decisi ad affrontarla, con un paletto di frassino stretto tra le mani per una resa dei conti. La luce di mercurio della luna quasi piena la illuminò, a dieci passi, ingobbita su un tronco caduto. Chissà da quanto tempo mi osservava?
    Non saprei dire a cosa somigliasse, forse un grifone come quelli dei dipinti. Nulla di mai visto, la sua testa di donna dondolava come se volesse staccarsi dal corpo di animale. Mi aspettava con gli occhi tondi accesi, la massa di capelli che si confondeva con le piume delle ali e le zanne scoperte dalle labbra vermiglie. Sulla schiena le si aggrappava un altro volatile, o come si voglia definire, dal viso ottuso e vecchio, più piccolo di lei.
    La guardai, non sapendo in quale lingua dire.
    Parlò lei: “Naai… gra!… siaamo amizi… gra!… zi zi zi!”. Poi volò via con quell’altra creatura muta sulla groppa. Non avrei dimenticato il suono rapace della sua voce.
    Il giorno dopo lasciammo per sempre la casa nei boschi, io addussi una scusa qualunque che nemmeno ricordo, sono passati tanti anni e i due mostri erano rimasti lassù, o tornati nel loro girone. E noi eravamo andati alla periferia della città, in cerca di pace e sogni.
    Poi, la notte scorsa, ho sentito di nuovo la cupa risacca sferzare gli scogli. E ora sto aguzzando un paletto di frassino.

    gene

    Postilla
    La montagne sono piene di leggende mostruose, che diventano vere anche se non ci credi.
    g.

  • Due spettri

    Giunsero infine due spettri inaspettati

    travestiti da viandanti ilari e inutili,

    come il fondo di una strada cieca

    uguale a quella dove stavi a ciarlare

    con la vicina di casa, in questo giorno semplice

    Eppure credevi di averli scacciati per sempre

    tra piastrelle e flaconcini allineati e bianchi

    su mensole dove un tempo attendevano

    quieti il sale e il pepe per il pranzo di domenica,

    e ora invece s’imperava la follia occultata

    Una casa è una casa e lì attendevi pace

    e qualche sogno da realizzare senza sfregi

    Mai avresti pensato, tra fantasia floscia

    e vivida realtà, che appena spiovuto

    saresti stato ancora invaso dal rancore antico,

    quello dell’inimicizia che d’improvviso

    aveva scosso i tuoi passi di ritorno, tempo prima

    Gli spettri erano lì, magnificando finestre e giardino

    e non hai fatto altro che acquietare il bollore

    della rabbia per la beffa che sottilmente

    ti grattava il fegato, neanche fosse grappa

    Ti sei detto: brucio tutto con stecchi di frassino

    e forse gli spettri spaventeranno altrove,

    gridando su altre strade il loro desiderio

    di appostarsi ferali a guardare la tua vita

    Andate via! Non tornate! Non vi voglio!

    gene

  • Primo Maggio – Alzati

    Alzati ragazzo, che il Maggio è qua
    e piove, gocce lievi o lacrime
    a lenire tormento

    Ancora c’è la strada che dalla cava di granito
    scioglie in piazza cuori e mani,
    a battere falce

    Altra musica risuona, eppure margherita
    sboccia e viva la speranza
    a dare amore

    Alzati ragazzo, che il Maggio è qua
    sul filo dritto del progresso, svolto
    a misurare orizzonte

    gene

  • 25 aprile – Revolution Song

    La speranza rinata e il coraggio
    in sospeso tra vita e la morte
    La battaglia tremenda e sì forte
    il trionfo già pronto per maggio

    Libertà sei sempre la luce
    che nel buio riscacci il nemico
    Libertà che riporti la voce
    dei ribelli e il lor canto antico

    Caro Aprile che atteso ti arrendi
    non finire non finire mai mai
    Venticinque venticinque lo sai
    che sui cuori e nei cuori risplendi

    Libertà sei sempre la luce
    che nel buio riscacci il nemico
    Libertà che riporti la voce
    dei ribelli e il lor canto antico

    gene

    Postilla
    Il 25 aprile è la Festa della Liberazione dal nazifascismo. È dunque la festa di tutti i popoli oppressi.

  • Giorgio non risorge più

    Quante volte sia risorto Giorgio non lo sa, ma è stufo anche delle notti a fronteggiare incubi di martiri eroici, tra i quali, lui. Possibile che ci si ricordi di me solo per miracoli impossibili manifestati a fil di spada? Dalla Cappadocia alla Palestina, esagitati in nome di un dio feroce si scannano e tirano in ballo anche me, il mio coraggio, le testardaggini, la fede e il sangue. Ma quale gloria in questo? Nessuna, sono stato uguale agli assassini di ogni esercito o re, cieco e ambizioso, usurpatore.
    Ma basta! Il 23 aprile vorrei passarlo con le immagini di un mondo raggiante di uomini e donne davanti alla parmigiana di melanzane e averne per tutti, prima i poveri, in fondo i santi e gli eroi, se si liberano dai loro impegni di guerre e pianti. Giorgio non vuole risorgere dovendo poi riprendere con i supplizi da difendere dagli avidi e da mostrare ai sodali. Non potreste fare qualcosa di buono anche voi, voi che rapinate e nascondete le mani?
    Giorgio non è beato sui dipinti di chiese e monasteri, Giorgio è beato quando aiuta un ultimo della terra che nessun altro vede, e che se vede deride e umilia. Non risorgo e dormirò notti pacificate non dalla buona volontà, ma dall’ombra fresca in cui si rifugia la pace.

    gene

    Postilla
    Onomastico imbarazzante.
    g.

  • Habbiamo vinto tuti

    Or che tutti quanti in giolla ai voti
    si proclamano vincenti e giù grazie
    e son commosso di cotanto affetto,
    restano nel vuoto delle camerette
    i trombati prediletti solamente
    dai lor cari e qualche amico impietosito
    Che faranno lor signori attapirati?
    Son contenti anch’essi, ce lo dicono, però
    con le cravatte che un po’ frignano
    e le braghe da calate tornano in vita
    (sa sa mai, ghé sempro un quai cretin)
    E al prossimo passaggio di carrozze
    ci sarà ancora un posticino in truppamento
    in altra lista agglomerata un po’ alla merda
    Ma che importa? Alla lunga tutti quanti
    son convinti di conquista e medagliette
    e i santini son già in testa in colori
    sfavillanti e la marsina? Ma chessce frega
    Il gonzo popolo, il nostro da servire
    a liste civiche o pompose della Storia,
    fa festina con le croste del pan secco
    e s’incula il cervellino pensando al tempo bello
    che farà di certo almeno fino a giovedì

    gene

  • Trailer #πάνθεων

    Allora orrore che troppi
    turpi e stupri infestano,
    è festa in testa, questa mia
    epifania e via via andare,
    scrivere, correre alle dita,
    finita finta, una storia
    di gloria varia e breve,
    neve lieve d’aprile

    gene

    10 aprile 2024

    Postilla
    (…) Perché mi guardavi così? Ti ho forse tradito io? Eravamo giovani, ma non per questo si cambia. Ti ricordi del calcio, della musica, dell’amore? Ti ricordi il magma delle cose e come rombavano i cuori? (…)
    g.