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  • A fuoco

    T’e bele che sc’ciofentada an tì
    teise da mosaritt indezenti ch’im cana
    in dinsegn i loch e i ogn di pei

    Butas in la Lum a podom mighi,
    più gnomà codon sense liti e pan i muur
    di ca’ i cheghe calscini brusada

    Pouro laspra, ch’ at vegni apreu apreu
    e te gà gnan più goro da rampighèe vii,
    divol te pense ch’ a merom tui dui stasiri

    Te sta ferme a vardam da travers, inrabiada
    e te gà rason, al so che te gà rason a dim:
    solche la fotografii la va mighi a feuch

    gene (tempo di fuoco)

    Sei quasi soffocata anche tu / sazia di moscerini che mi mordono / nel sonno i capelli e le unghie dei piedi

    Buttarsi nella Lum non possiamo, / ormai solo pietre senza limo e anche i muri / delle case cagano calcina bruciata

    Povera lucertola, che ti vengo vicino vicino / e non hai neanche più voglia di arrampicare via, / magari pensi che muoriamo tutti e due stasera

    Stai ferma a guardarmi di traverso, arrabbiata / e hai ragione, lo so che hai ragione a dirmi: / solo la fotografia non va a fuoco

  • La strada di giugno

    An a segnas col gombot
    l’é mighi asei, quaivol,
    quaivol te fa mighi in tem
    A gh’é chel tof d’asfalt bujen
    par om milesom da respiir
    e peu più noto, forsi,
    i oli san o ‘na candere
    ch’ la sa smorso adasi
    adasi, ma la sa smorso
    sense gnan podei videle

    gene

    Anche farsi il segno della croce col gomito
    non è abbastanza, qualche volta,
    qualche volta non fai in tempo
    C’è solo quell’odore d’asfalto bollente
    per un millesimo di respiro
    e poi più niente, forse,
    l’estrema unzione o una candela
    che si spegne adagio
    adagio, ma si spegne
    senza poterla vedere

  • Educati anche sulle foto

    Sfogliavamo un libro di fotografie, in un giorno di canicola sotto i platani ma così fermo che anche le canottiere si sono intorpidite. Un po’ laterali al mondo, che non sappiamo dov’è e cosa fa, ma soprattutto a cosa serve, abbiamo riso delle pose di uomini donne e bambini ritratti in bianco e nero, e anche un po’ di grigio, come tutto quel che si vede appeso nelle varie stube, cristi e madonne a parte, ma quelli, dico, quelli sono dipinti e non valgono. Qui invece si vede che era gente sul serio, mica messa lì in pose che nemmeno per un minuto potevano esibire in casa.
    Anche a noi ogni tanto ci hanno fatto delle foto, a scuola una volta all’anno, dicendoci di stare fermi fermissimi e in silenzio. Anche a casa qualcuna, per Natale o cose così, ma di solito giallastre. Invece questo Donetta qua andava in giro come il Piccaluga, spesso per conto suo, ma più spesso perché lo chiamavano e parché u gh’ere busegn, avevo sentito dire una volta dal nono. Adesso, io non so se davvero quella gente dentro le foto era lì per caso, ma mi sembra di sì. Uno aveva la bicicletta e la teneva in piedi bevendo qualcosa, forse era appena arrivato da una salita. Anche un altro beveva, ma però guardava via. Erano ai bordi della fotografia e tenevano dentro gli altri. Un altro tutto mosso si metteva o si toglieva un cappello, non si capisce. Uno guardava la sua tazza come se ci vede dentro un’ape annegata. Quello in fondo, su di un poggiolo, sembra uscito per dire di piantarla ma poi si è fermato per capire cosa succedeva ed è restato dentro anche lui. Proprio in mezzo, uno con la camicia abbottonata fino al collo come i padroni di casa, quindi caldissimo mica fa. Perfino un cane, col culo davanti e il muso dietro, che però guarda lo stesso bello dritto. Sul tavolo c’è una caraffa piena di vino, che nessuno può bere, credo, anche se bicchieri colmi se ne vedono, ma sembra birra, più che altro. Un’altra caraffa è tenuta in aria. Oh, lo vedo adesso: un infante, mosso anche lui, magari è la mamma che lo scrolla per fargli fare il ruttino o perché piange. E poi un bambino poco più grande in posa con le mani alla cintura e mi chiedo come faceva a starsene così, con aria da vecchio. Uno lo alza perfino il cappello, per salutare i parenti, mi pare. Una ragazza, vardalailé, toffa una bottiglia, ma non si sa poi beve o la rovescia.
    Abbiamo riso molto noi, ma non so, ci pare anche in ordine quella fotografia. Per la nostra foto di fine anno, quello prossimo, ci siamo messi subito d’accordo di fare così, provando le pose lì sotto i platani nella canicola, ma la maestra non vorrà, secondo me. E neanche il fotografo vorrà, che non è il Donetta, ma il Piccaluga. In più la maestra non è neanche una maestra, ma un maestro che è venuto da un posto ignoto che si chiama Pescara e ci darebbe, posso scommetterci, un castigo per l’estate del tipo cinquanta volte “Bisogna essere educati anche sulle foto!”. Bel vadagn.

    gene

    Postilla
    Per la foto descritta nel testo,vedere a:
    https://archiviodonetta.ch/portfolio/1172/

  • Il volatile

    Droneggia sulla pelle del mondo
    il cacciatore di immagini e pruriti
    Scruta e imprime, indifferente
    Zuzzuzzurella a giramento
    di eliche e pale un po’ bambine,
    andrà cercando anche nei cuori
    i sentimenti più riposti?
    Oppure già droneggia impavido
    sull’inconsapevolezza dell’evaporabile
    presente che si farà futuro
    per tre secondi e poi un bel niente?

    gene

  • Al centro

    Occorre una pausa, una riflessione. C’è un’incriminazione in ballo da quasi novant’anni: è una squadra di liberali. Conferma? Si ricordi che è sotto giuramento, dice il Prevet al Sendich, aggiustandosi la coccarda del Sacro Romano Impero che gli è stata conferita per aver fatto orecchie da mercante nel famoso caso delle elemosine svanite.
    Camminano in campagna come ogni sabato mattina, a fare il giro dei letami come fossero reami.
    Il Sendich viaggia verso la fine del mandato e allora molla i freni:
    Non so perché lo chieda a me che mi occupo solo del tè di metà partita. Ma comunque, certo che siamo una squadra di liberali. Ultimamente abbiamo allargato a un paio di socialisti patrizi. Abbiamo mai visto un conservatore capace? Glielo dico io: mai! Se ce n’è qualcuno me lo faccia sapere che lo annoto al capitolo X-files. Qualche poveretto l’abbiamo anche provato nei Sessanta, per spirito di tolleranza, ma oltre a giocare di merda erano di quelli che impedivano le bestemmie. Già bello che li lasciamo entrare in Municipio, anche se non li voterebbe nessuno, nemmeno le mogli e le sorelle. Non hanno cambiato il nome i vostri?
    Il mondo va avanti signore, non siamo più nell’Ottocento, fa il Prevet con una tola da primato e con una punta malmostosa.
    E per dove mai va questo vostro mondo? Verso la Quinta Divisione, cioè indietro? No, non ci siamo. Già abbiamo concesso l’apertura a portoghesi e italiani, ma conservatori non ne vogliamo. Ci sono mille altre squadre in cui giocare. Nella nostra abbiamo abbandonato il rigore razziale ma più in là non si va.
    Dunque ammette i fatti?
    Sì sì, ammetto e concedo e rimetto e tutto quanto.
    Fine della riflessione. Continuano a camminare in silenzio nel profumo di merda sparsa a regola d’arte. Fermano al traghetto. Il Pantoni osserva il Prevet e scuote la testa, ma forse sono le mosche.

    Pantoni
    Dopo un paio di traversate di qua e di là del Tasin, il Pantoni rincasa, se si può usare questo termine dato che si sdraia su un letto di foglie riparato a malapena da quattro muri e un tetto in bilico. È quasi vegetariano perché mangia un paio di volte a settimana. Quando i giocatori scendono in campo per il secondo tempo, vuota i fondi del tè e si succhia quel che resta dei limoni, e così gli basta fino al mercoledì, quando si rifocilla con gli avanzi che gli lascia fuori la Zepe. Ha un metabolismo tutto suo che gli permette ogni funzione con due litri di benzina, di vino cioè, e che allena dai tempi della scuola. Circa ottant’anni fa. Il vino lo compra, qualche franco col traghetto se lo mette in tasca. Non ha figli, non ha avuto mogli. Non è mai andato oltre quel pezzo di sponda dall’altra parte del fiume che guarda ogni mattina con affetto. Gli piace stare sul traghetto, che è una zattera legata a una fune che lui spinge con un palo. Non si lava, aspetta la pioggia. Non prega e non invoca. Non si arrabbia mai, al massimo si impunta e se decide che non ti porta di là puoi partire subito e fare il giro da Gorduno. Dicono che faranno un ponte anche qua e allora non avrà più lavoro. Meglio, pensa, così andrà in pensione e se la godrà, come dicono tutti. Intanto spinge avanti e indietro col bastone, cantando.
    Il Prevet disapprova, il Sendich sorride e tira le somme:
    Anche il Pantoni va al centro come i vostri, solo che lui non naufraga.

    gene

  • Lo zufolo delle streghe

    L’é ‘m sit daparlui in fon
    a ‘na val daparlei
    Dasmentigada no, mighi asei
    sta val a pich so prei pinit
    e mugit da cà scià a e là
    Sgenn ch’ a va e ch’ a vegn
    forsi più al noto
    Sass ag n’é dapartut
    e un u suru da necc col ven,
    i diss ch’ié strii da necc a fèe berlot

    El surell di strii

    U gà den dui becc ‘me ecc
    sto sass scondù da arbri e corer
    Om cartell in strada ul segne
    sto surel di strii colorò
    dal Nando e curò dal Frank
    Om quai naar in giir al noto
    – ag n’é da naar in giir al noto,
    an vidì an chilé, ai sentii –
    u l’ha cribiò da colpi, da scondù
    Ma ‘l Frank ul varda e u fa:
    l’é fin pisei bel iscì sbogiò

    gene

  • Catastrofe

    Da necc el piodei dal tecc                    
    u crodo soi stirn col fen scicc    
    intan ch’ a piou frecc e dricc  
    sense infagan di nes ecc  

    U laga gnomà ‘m becc    
    ‘me la canegie in do lecc    
    aoo che nui canicc     
    a vegnom vecc     

    gene

    Di notte il tetto della stalla
    crolla sulle travi con il fieno smunto
    intanto che piove freddo e dritto
    senza importargli dei nostri occhi

    Lascia solo un buco
    come la trincea nel letto
    dove noi bambini
    diventiamo vecchi

  • Gli storiopoetoidi hanno rotto

    Ieri il testamentino, oggi la polemichina. Dopo Omero, qualsiasi storico che si butta in letteratura è un tizio che non avendo personaggi suoi li prende a prestito dal passato e gli fa fare cose inconsulte o prevedibili, ma senza un minimo di visionarietà. A partire da Dante per arrivare a chi oggi lo rievoca, magari in prosa per proporlo a lettori che ritiene incapaci di capire la poesia. Dante: grande tecnica al servizio di un fantasy con nomi reali, una prova di bizzarro e sadico discrimine tra il bene e il male. Meglio Mauro Corona che almeno propone squinternati di vario genere e sconosciuti al mondo, e li ama. Perfino Liala lo supera.
    Non pretendiamo Kafka, ma nelle librerie e al cinema è tutto un florilegio di autori con una formazione storica e forse lo richiede il mercato, ma insomma: che la piattezza rigida come un albero genealogico sia per loro un credo, una leva per avere un qualche tipo di successo. Quando sarebbe il momento buono per inserire la variabile impazzita creata dal nulla, un personaggio inventato da cima a fondo che spariglierebbe le carte, ecco che invece appare qualcuno ripescato dalle carte di un qualche oscuro processo del Seicento, che nessuno conosce e parrebbe nuovo di pacca e invece è un escamotage utile a mascherare lo zero creativo.
    Si dimenticano, gli “storiopoetoidi” che forse Omero non è mai esistito come entità unica, trattandosi quasi con certezza di una somma di autori orali messi per iscritto da qualcun altro. Inoltre, i personaggi di Iliade e Odissea resistono dapprima come prodotti di fantasia con tracce potenti e attuali, e poi come ipotetici membri della Storia. Ulisse e Achille non sono molto più reali di Cappuccetto Rosso o di Han Solo, a quanto si sa.
    Anche Cervantes mette in bocca al suo Don Quijote una sequela di eroi a cui rifarsi per le sue stranezze catastrofiche, ma il Cavaliere dalla Triste Figura appare invece dal nulla, o dai cromosomi del Cervantes stesso, e totalizza la scena ribaltando il mondo, prendendo a calci la Storia stessa. Il grande libro di Cervantes è, oltre a uno spasso inarrivabile, la prima derisione del romanzo storico e funziona alla grande. Eppure, oggi, quattrocento anni dopo, gli storici che si buttano in letteratura non ne tengono conto, o forse nemmeno lo sanno, attirati verso il fallimento dalla loro prosa pretestuosa e senza immaginazione. Né Storia, né letteratura: un qualunquismo.
    Sto rileggendo l’Antologia di Spoon River, la mitizzazione dei poveri diavoli morti, dimenticati, mai esistiti. Ma più veri e attuali della Storia rimescolata per la mancanza di fantasia dei nostri contemporanei, che dovrebbero ripassare tutto Topolino per rifarsi le idee. Meglio di no, ci darebbero a bere che Pluto è il vero guardiano dell’Ade.

    gene

  • Testamentino

    Cammino tra i burroni sul filo dell’ironia, un Epouvantail scacciapiccioni, perché le ampie strade dei piagnistei e dello spettacolo sono intasate e puzzolenti, disseminate di premi ambiti e goffi. L’avrebbe sottoscritto anche Brecht questo passo dopo passo sotto tiro. Quindi, non vedo perché non posso metterci la firma anch’io, nonostante il Lolo dica che l’ironia è virtù borghese e a lui tendo a credere perché rimarca anche che se uno è scemo a livello del mare, sull’Everest lo è ottomila volte di più, e subito penso a tutti quelli che sono in giro sulle cime per schivare la canicola e mi dico che io invece no, mi stufo alla prima cappellina e poi bestemmio e tanto vale bestemmiare senza stufarsi. No?

    Dunque, va bene, sarò anche un borghese ma resto fedele a una scemenza da due o trecento metri, che è già un burrone non da poco, provateci voi che siete incolonnati sulle strade dei pianti e delle risa da reportage, ma comunque è una scemenza piccola, sempre meno che aggirare la cosa con un deltaplano o trappole del genere solo per raccontarla a qualcuno che non ti ascolta mai, o più.

    Questo per dire che magari faccio fatica anch’io su quel filo, lo ammetto, ma almeno vedo il mondo da una spettacolare prospettiva pericolante che mi allerta i sensi senza il bisogno di un solo accenno di sorriso, un po’ come Buster Keaton, non si sorride signore e signori, mai, altro che selfie con padrepio o pontetibetano, non si sorride mai, né in foto né al circo, men che meno sul filo.

    Poi, chiaro, un giorno cadrò da questo mio filo, per demenza o morte, ma almeno non ci saranno i qualunquisti e gli imbonitori a fare oratorie sgrammaticate e strappalacrime, francamente inascoltabili, non ci saranno perché sarò riuscito nell’impresa suprema di farmi detestare. Non potrò impedire che mi applaudano, lo so be’, durante l’ipotetico minuto di silenzio, ma per questo ho lasciato detto al Lolo di avviare la motosega al minimo accenno. Me lo deve, cazzo.

    gene

  • Transumanza

    Vi arrivavano in quel luogo conducendo le bestie in primavera, da Cavergno alla Terra di Foroglio. Vi sostavano per qualche settimana e poi via, ancora più su, verso gli alpi della Calnègia e della Bavona, fino alla discesa d’autunno. Non so rimirassero la cascata con sguardo romantico, non c’ero e dai racconti non esce traccia. Forse la benedivano per l’acqua, spesso la maledicevano per il suo assommarsi alle piene devastanti che lanciavano pietre e alberi nei letti incontinenti. Il ponticello dalla mulattiera al paese pericolava a ogni cambio di stagione con le sue fiumane, e spesso gli abitanti erano tagliati fuori dal mondo (successe anche alla Maddalena che stava là con il suo bimbo di pochi mesi e me lo ha raccontato).
    In tempi di guerra vi dedicò qualche fotogramma anche Leni Riefenstahl, la pubblicista di Hitler che poi si arrampicò in una difesa artistica delle immagini anche peggiore dell’opera.
    La transumanza finì, troppo difficile e povera. Che fare della cascata? Beh, è bella, disse qualcuno. E la voce si sparse, stava arrivando l’ora del turismo, delle riattazioni da vacanza. Si ripristinò a scopi didattici e paesaggistici il sentiero della Transumanza, ma accolse da allora solo quella degli umani, con qualche cagnolino al seguito a fare da decorazione. Tutto venne messo in sicurezza, grazie anche all’arrivo dell’idroelettrico che prosciugò il corso del fiume. Per poco non si prosciugò anche la cascata, ma il progetto di sbarramento delle acque non si realizzò, grazie anche alla ferma opposizione di Plinio Martini, figlio di quella Terra.
    Si rifece anche il ponte che oggi è di un bel cemento armato e ferro. Non andò alla deriva quasi più nulla e Franco Lafranca vi fece un’opera sul sasso che si vede nella foto. Continenti alla deriva: una cartella calcografica con lo stampo del sasso e le parole di Alessandro Martini, il poeta. Una targa in rame corrosa ad arte e incisa venne posta sul sasso, imbullonata come se dovesse partire per lo spazio. Alcuni anni dopo la targa sparì, un continente alla deriva, forse vittima delle acque o della mano maligna di un umano. Il sasso però è ancora lì e se la piena fosse stata così forte da strappare la lastra, allora avrebbe spazzato via anche il sasso.
    Adesso resta la cascata, libera solo in apparenza. In realtà imprigionata negli smartphone come una fiera allo zoo, senza altra utilità che farsi bella per gli ohhhh distratti dei passanti. Non fa più paura, non indica la via degli alpi per le bestie, non fa sospirare di fatica. Non fa più niente. È reclusa nei cuori distratti e nelle menti dimentiche.
    Per guardarla meglio e in modo organizzato hanno costruito un bel parcheggio, a pagamento. Lo spettacolo però è gratis.

    gene