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Inseguire Fatima
Alpe Arami, 17 giugno 2022

Il libro di Matteo Beltrami è attraente. Che sembra una non-parola, una di quelle che servono per rintanarsi in un non-parere. Non è così. Cercate Fatima Ribeiro! (Edizioni Ulivo) è attraente perché calamita lo sguardo del lettore attraverso le parole, e con gli occhi puntati come fari si viaggia attraverso le pagine. Come per le strade sconosciute di una grande città si arriva alla zona di confine che potrebbe essere una periferia opposta a quella dalla quale si è partiti ma che ne contiene quasi le stesse ombre. La storia, il viaggio, non sfiora quasi mai il centro di questa città immaginaria, non si dilunga in didascalie turistiche patinate, ma ti fa trascinare i piedi in diversi tipi di melma: corruzione, malaffare, violenza, depressione, sostanze nocive, rapporti ambigui o contrastanti con sé stessi e con gli altri. Il protagonista, per esempio, è un uomo alla deriva al quale viene affidata una complessa possibilità di uscire dal buco dove tenta di interrare la sua vita e lui l’afferra, dapprima controvoglia e poi con acume e coraggio, sorretto da un’incosciente coscienza che si fa etica.
Un giallo dunque? Un noir? Un thriller? In parte sì, nella trama, però con un’atmosfera alla Dürrenmatt che destruttura la lacca brillante della nostra terra mostrandone le rughe e le cicatrici.
Beltrami si appoggia a un mondo sociale che conosce e nel quale lavora da anni per allestire uno svolgimento che deve qualcosa a Sergio Leone: una partenza in campo lungo e silenziosa, e poi un susseguirsi di colpi di scena dove l’antieroe Darko, questo il nome del protagonista, sembra l’Eastwood de Gli spietati, dove un tizio alleva un paio di maiali nel nulla della prateria americana assieme al suo giovanissimo figlio e viene strappato al suo ritiro dal mondo per essere catapultato in una storia di violenza e riscatto che sembra oltrepassare le sue arrugginite possibilità di uomo deluso da sé stesso e del suo passato da pistolero. Darko è invece un cuoco, fallito, che si trova costretto a rispolverare una vaga istruzione da detective, e in certi passi è esilarante la sua inettitudine, prima di cambiare marcia e farsi quasi spietato pure lui.
Il paragone con il cinema è dovuto a un taglio di scrittura che da prosa si fa sceneggiatura, sorretta da dialoghi fitti e movimenti repentini, con giochi di luce e inquadrature a determinarne il ritmo sincopato. Gli altri personaggi di Beltrami attorniano e sorreggono, spesso contrastano e addirittura combattono questo riluttante e accasciato Darko, fino a quando lui si rimette in piedi e comincia a camminare da solo nelle periferie accennate prima e cercando di liberarsi dalla periferia della sua anima scheggiata, mettendo a dura prova il suo coraggio e la sua fragilità, ma con un’ostinazione che lo sospinge fuori dai suoi presunti limiti, verso una redenzione (forse).
Da attraente, il romanzo diventa quasi epico, seppur con un sottofondo picaresco ineludibile (tutti i personaggi sono difettosi) e nel quale il Caso che aiuta gli audaci si manifesta negli snodi decisivi. Ci sono rapporti umani che scendono nelle viscere, tra la merda e i battiti del cuore, tra il sonno innaturale e la veglia ansiosa, tra la repulsione e una certa idea di onestà traballante da frapporre al Male.
Matteo Beltrami, nel solco tracciato dalla vocazione che la letteratura persegue, ci offre qualcosa di sé, una visione del mondo e il modo per raccontarla, in un necessario intreccio con la fantasia e la creatività.
Chiunque scriva un testo merita rispetto, prima che si vada in gregge nell’esaltazione acritica, nel dileggio ignorante o nell’indifferenza codarda, le tre degenerazioni con cui la letteratura lotta cercando di non soccombere, come un’umile lucertola al cospetto di un drago.
gene
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Il Pizzo di Claro

Etel amò ‘l Piz da Crèe:
te veer la finestre e l’é ilé
Te tì ch’ al varda lui
o l’é lui ch’ at varda tì?
S’ tel rampa mighi su da pinin
l’é mighi conten e s’te ruzu
in cardense o sot al tauro
u salta foro indezento
e u fa ‘me dit: chegon
Aloro su col Pa’
– Mam gnomà fin al laighet –
coi soci, cola morosa, dapartì
Da ilé, te pò nèe fin sola lunu
tan te gh’ l’à piantò in do fidigh
tucc i dì lusenn e tucc i necc dasfei
Te po’ nèe atorn ‘me ‘m tiribiri,
Memphis Liverpool Baires:
ut vegn dré ‘me ‘na zeche
Us piaza dré ala porto,
sot al tapé, dananz e dadré
Te volto vii la fascia?
Ut fa scignauri
Te provo a seterass?
L’é in fon al becc
Te va in do lecc?
L’é sgià sot i cueert
‘me s’ a sarisut maridei
Te gà fiéi?
Condanéi an lou
a rampighèe tutu la viti
sol Piz da Crèe
U comanda
con o sense ‘l capel
gene
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Catalogo dei matti di Preonzo

Prima parte
Uno ha detto che se proprio, per questioni di salute, deve bere cinque litri di acqua, allora ne beve anche sei di vino.
Una che una volta era stata accusata da un ragazzo di essere una puttana aveva risposto di aver fatto la puttana solo con suo papà, quello del ragazzo.
Uno era stato scambiato per il marito di una tizia e aveva risposto che io non sono il marito di nessuna.
Uno andava in bicicletta sullo stradone in contromano e a chi gli faceva notare la pericolosa abitudine rispondeva che era nato prima lui dello stradone.
Uno di Pasquei aspettava sul bordo dello stradone e attraversava solo quando una macchina era vicinissima, obbligandola a frenare di colpo. Giunto dall’altra parte si diceva tra sé: te l’ho formata ancora, zac.
Una andava con una carrozzina a raccogliere legna nel bosco a sud del paese e si perdeva spesso. Allora, uno gli ha chiesto dove andasse di bello, e lei, rivolta la carrozzina ancora di più a sud, gli ha risposto che andava a casa. Il tipo ha osservato che se è vero che la terra è rotonda arriverai anche tu a casa, ma non stasera.
Uno che era impegnato a sostenere la superiorità degli animali sull’uomo, a fronte di innumerevoli obiezioni, la chiuse con una certa inconfutabilità: allora che provi una donna a partorire un selvatico all’aperto.
Uno della Carèedoborgno ha rischiato di mungere l’asino perché non ci vedeva bene.
Uno ha raccolto la sfida del miglior bevitore dicendo a uno di Biasca, che si vantava del titolo, di scegliere l’arma. Bon Père, ha risposto l’altro, che ha poi resistito fino a quando non è rotolato lungo la scarpata del Bar Tennis.
Una che aveva i maiali nella stalla attaccata a casa ha trafugato un’acquasantiera del ‘600 per abbeverarli.
Uno ha detto che Dio non esiste e non è mai esistito.
Uno dell’Albiet aveva una motoretta, ma poi si è stufato e l’ha sepolta quasi nuova.
Un altro gli ha chiesto se gliela vendeva, ma gli ha risposto che né compro, né vendo, né cambio, piuttosto sotterro.
Una è convinta che ci sia una mappa del posto dove la motoretta è sepolta e ancora ieri sera era lì che scartabellava nell’archivio comunale dopo le sette.
Un altro la segue sempre con la pala, anche la domenica.
Uno alla partita di calcio, in panchina come riserva, ha sparato a un camoscio. Meglio che all’arbitro, ha detto.
Uno di Rivai ha dato un passaggio in auto a mia mamma e gli ha fatto vedere tutti i posti dove aveva avuto un incidente. Le ha detto che lì un cretino non ha visto che stavo uscendo da uno stop. Mia mamma è scesa.
Uno aspettava il postale quando è passato quello di Rivai e gli ha chiesto se voleva un passaggio. Sono di fretta, ha risposto.
Uno andava in auto a lavorare seduto di fianco a un epilettico e teneva sempre la portiera aperta, in caso.
Uno diceva spesso che la neve che cade a dicembre non cade a gennaio e al primo dell’anno andava a Alicante per un mese. Quando nevicò a gennaio in tutta la Spagna si sentì ingannato.
Uno, lo stesso di prima, aveva un sogno per la pensione, una barca di cemento armato per girare il mondo.
Uno era così timoroso che girava con un secchiello di vernice bianca per cancellare la sua ombra.
Una era così preoccupata della sua salute che con la luce non usciva di casa per non calpestare la sua ombra. Mi fanno male i piedi, sennò, spiegava.
Uno piuttosto vecchio teneva un braccio nell’acqua della fontana in inverno e in cambio gli facevano fare un tiro di sigaretta dopo una mezzora di immersione, con la mano libera. Una volta ha bevuto anche un bicchiere di colaticcio e poi gli hanno dato una paglia intera come dopo il caffè.
gene (work in progress)
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La mosca

Quaivol as meer e as ghigni a Ca’ dal Geni
coi mosch noianti dala siri
U derm el Vezión con dananz el sé bicer
e ‘na man a tegnii su l’oregie
Unu vivi u la ciapa el Gabriél
al volo con la drici e peu
ug strepe vii on ara con manere
La pourete la salta pogiada sol tauret
da tolo roso e la paar vorei
amò varèe
U la ciapa amò pa’ l’ara ch’ a reste
e pe’ u la butu,
el Gabriél, la soo moscocio,
propi dananz al Vezión e ‘l sé bicer
e ug dà ‘m trusset al tauro,
par dasedal apene sense stremizi
U la veed el Vezión e u teu vii la man
sense fèe raghèe l’oregie
El colp u sono sola mosco meze ferme,
u trabala el tauret da tolo roso
El Vezión u la sbarazza ‘me ‘na brisi.
“An ghé mighi salvazion soto da mì”
u fa col Gabriélgene (momenti di gloria)
Talvolta si muore e si ride a Ca’ dal Geni / con le mosche noiose della sera / Dorme il Vezión con davanti il suo bicchiere / e una mano a tenere su l’orecchio / Una viva la prende il Gabriél / al volo con la destra e poi / gli strappa un’ala con delicatezza / La poveretta salta appoggiata sul tavolino / di latta rossa e sembra che vorrebbe / ancora volare / La prende ancora per l’ala che rimane / e poi la butta, / il Gabriél, la sua moscaccia, / proprio davanti al Vezión e al suo bicchiere / e dà una spintarella al tavolo / per svegliarlo appena senza spavento / La vede il Vezión e toglie la mano / senza far crollare l’orecchio / Il colpo suona sulla mosca mezza ferma, / traballa il tavolino di latta rossa / Il Vezión la spazza via come una briciola / “Non c’è salvezza sotto di me” / dice al Gabriél
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Placherò il mio cuore
La gente delle mie montagne
hanno le braccia forti
hanno i toraci aperti
Enzo Jannacci (La poiana)Non hanno paura del fuoco e bruciano le bestie prima di mangiarle. Mangiano tutto, non lasciano niente per domani. Allevano agnelli e poi li sgozzano. Così i maiali, le capre, le galline, conigli, asini, oche, tacchini e vitelli. Tutto. Era però un dolersi feroce quando ne uccidevo uno io, per fame.
Se ho fame cosa devo fare? Chiedere? Non parlo la loro lingua, se mi vedono imbracciano il fucile (ho imparato che si chiama così), buttano via gli avanzi invece di lasciarli a me. Con le loro case hanno invaso i prati e i prati hanno scacciato i boschi. Eppure, non fanno che lagnarsi. E sparare. Non riesco a capirli, non riesco a capire. Conosco solo la mia fame e la mia rabbia, sono quello che sono, non posso cambiare. Vado furtivo con il peso della mia pena. O resisto o muoio.
Ho camminato a lungo per arrivare qui, con la mia piccola famiglia. Sono un clandestino, la mia razza lo è da sempre, reietta, trucidata e temuta, ingannata e travisata fin dalla nascita dei tempi e dalla loro comparsa intrisa di dominio. Lungo queste montagne sono stato lasciato in pace quando arrivava la neve, ma con l’ansia per il cibo difficile da procurarsi: qualche bestia malata o ferita, qualche carcassa. Mi avvicinavo alle case solo di notte, ma tutto era sbarrato e li vedevo al calore di quel loro spaventoso fuoco che amano così tanto, le bestie al tepore della stalla, le porte chiuse, i recinti invalicabili, i cani feroci, i maschi vocianti e le femmine silenti.
Padroni a casa nostra.
Dopo arrivava la primavera, finalmente camosci cinghiali cerbiatti caprioli lepri marmotte pernici fagiani. Magnifico, avevo da mangiare. Pecore e capre no, non più, al pascolo c’erano i pastori e i cani, troppo pericolosi, nostri fratelli ma da tempo traditori e nemici. Nascosto nei boschi, stavo in attesa della notte, io vedevo loro e loro non vedevano me. Una sospensione, ma sempre allarmata dall’insidia di tagliole e bocconi avvelenati. Poi l’estate, le prede sempre più in alto oltre le pasture invase dai greggi sorvegliati da pastori con i fucili.
Uno di loro uccise un mio piccolo mentre addentava incerto un legno, un gioco da predatore, spezzato. Il dolore non mi ha più lasciato e ho promesso vendetta. Per questo resisto, qui, appartato e in fuga da un’impronta, un odore o uno sparo, affamato e solingo. Resisto per saldare o aumentare il conto con le leggende, il male e il bene, e non ho niente da obbiettare, nemmeno la mia sostanza diffamata.
Ho paura, certo che ne ho paura. Stanno eretti come gli orsi, ma gli orsi non sparano, pochi e schivi, e come noi uniti nella malasorte. Loro invece sono migliaia, astuti e crudeli, avidi di terra e di carne, la mia e quella delle loro bestie condannate a morte senza uno scrupolo. In cambio delle mattanze ricevono soldi, fogli di carta immangiabili, però di grande valore e che servono per altri prati, altre macchine, altre bestie, altre armi, altre prevaricazioni. Non sembrano mai sazi, non lo sono, si moltiplicano, tagliano, invadono, bruciano, ingannano, sparano, alzano reti, costruiscono muri e strade, recingono confini. E mangiano, mangiano. Mangiano così tanto che per un mio pasto loro ne fanno tre. Una sproporzione gigantesca, eppure tutti sono contro di me, che sono quasi solo, i miei simili dispersi tra anfratti e buche, in boschi oscuri. Siamo braccati, illegali, odiati: lo vedo nei loro gesti e lo sento nelle bugie delle loro favole terribili.
Ma questo è il momento della vendetta, atteso allo spasimo e troppo, troppo a lungo rimandato.
Stanotte loro sono lì, sono tanti, grandi e piccoli, maschi e femmine, con quel fuoco immenso e profanatore, una pira sulla quale bruciare le loro bestie accudite fino a ieri e adesso sacrificate per il pasto. Cantano, ebbri di onnipotenza. Lo odio il loro canto, squarcia la virtù della notte. I visi sono arrossati, con le barbe a significare il loro pelo perduto e la rinnegata virilità da bestie. Puzzano in modo rivoltante, la loro carne è immangiabile, piena di grasso rancido e sangue avvelenato. Mi fanno schifo. Bevono cose strane che non sono acqua, fanno discorsi senza amore, conteggiano. Quando non si uniscono per odiare me, si odiano tra loro per qualche metro di terra, per qualche frontiera.
La terra è nostra, i pericoli vanno annientati, i soldi guadagnati.
Alle loro proli raccontano storie di macelli, di spari, di sgozzamenti, imitando con ipocrisia le stesse voci dei piccoli, o squittendo come le femmine.
La bambina raccoglieva frutti di bosco quando le apparve il lupo.
Poi i loro piccoli diventano grandi in questo modo, così, perpetuando la superstizione con la ferocia nel cuore e la mente insozzata dall’assassinio come scopo e vanto.
Per questa cosa di stanotte, che loro chiamano festa, stanno a gruppi nel prato falciato al limitare del bosco, un prato senza fiori. Non li raccolgono i fiori, quelli dei loro balconi vengono dalle pianure e li scambiano con i soldi impregnati del loro odore. Pregano un dio inventato, che se ci fosse avrebbe misericordia anche per le bestie e invece no.
Fece l’Uomo a sua immagine e somiglianza.
Vibra la terra violentata, freme la mia rivincita. Ardono le carni sulle braci. Ribolle il mio sangue. Gli occhi prudono, naso e orecchie dolgono. Morde la fame, divampa la sete. Ma devo resistere, calmo e invisibile, attendere l’attimo, un gesto solitario, un passo nell’ombra, una disattenzione, una cieca sordità.
Salta föo, lupo dal bosco
con la faccia nera nera
l’ha mangiaa il più bel caprin
che la pastora aveva
Non sanno cosa dicono, intontiti dalle loro voci spaventose. Sono vigliacchi, hanno riempito l’universo di frastuoni ma si sgomentano al ramingo ululato, il mio solo, naturale e condannato verbo. Stanno in branco per convenienza, sbranano a parole i loro simili più deboli, li aggrediscono, li denigrano, li rinchiudono, li dimenticano e poi vanno avanti con la festa. Ma è tutta una decadenza di morte, di inimicizia. Sono ormai troppi, incontenibili, avidi, eppure pensano di non morire, di non avere il dovere della morte, che il morire, solo il loro, sia indegno e immeritato, convinti che la natura piegata al loro volere basterà sempre per tutti.
Per tutti, certo. Tranne che per me, la fiera, l’oscuro, l’eretico, il malefico. La mia morte è giustizia, lo scrivono nelle tavole della legge. Ma la mia giustizia è altra cosa e stasera si mostrerà. Cadrà dio, si spegnerà il fuoco, spalancherò le fauci, spargerò lacrime, seminerò terrore, berrò sangue. Placherò il mio cuore nella condizione inestinguibile di fame e sazietà, con la delizia dei loro occhi stupefatti nella morte che irrompe, finale e solitaria.gene

(Racconto pubblicato su Ticino7, 4 giugno 2022)
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El giir da l’acqua

A gorondo dré da dui dì
el rièe u rugu e u ramini
fiuu e ramm sparfireiCodon ch’ i trischi mighi
‘me la coot in do chern
pronto e possada pal fiirAg gh’ uà rinvièe
vardass in do spec e dii,
paciense, miou iscì
Videi la barba ch’ la cres
‘me l’erbe in di prei
‘me i agn paseiAs mugiu i pozz là in fon
aoo ch’ la gere la fa ciusu
prim da gnii buzu, divolA ciesse, as marla, as codo
a seche e as seghe col cito
dala rosada ch’ la lusissL’é bele che sgiugn
apene a tem apene prim
ch’ a gorondi amò ‘m botDananz al spec a specièe
la barba ch’la cress da bel neu
col fen ch’ us farà radasì, ma sì
Ma che dì?
E mi?gene
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Nota di canzone
Di come a volte nascono le cose, quelle che interessano solo a noi e per questo così preziose

Questa canzone, La sèe, è nata in un giorno di maggio del 2020, o forse aprile, in mezzo al cumulo di noia e dispiacere in cui ero stato relegato, come tutti, a causa del confinamento. In quei mesi, niente calcio, niente lavoro, ma pure tanto tempo vuoto che ha favorito il lavoro di scrittore (in quantità di sicuro, della qualità non ho certezze).
Quel giorno di maggio, o aprile, mentre strimpellavo la chitarra imitando la voce nasale e inarrivabile di Dylan, in inglese inventato, ho trovato un giro di accordi che mi piaceva, una cosa da peone della chitarra. Dato che non so leggere la musica, mi sono registrato con il telefonino. Lì mi è venuta l’idea (grande eh?) di farci un testo che stesse a tempo con la melodia, che si contenesse bello preciso, in metrica, insomma. Ma in che lingua? Beh, parlo, penso e impreco in dialetto (di Preonzo), la soluzione era quella. Poi, dato che i temi di quel momento storico erano l’incertezza e la clausura (e la morte, la malattia, e via con le catastrofi), ho pensato di parlarne. Dell’abbandono al quale siamo costretti tutti almeno una volta nella vita, una casa, un amore, un lavoro, la morte; della malinconia dell’ultimo sguardo, degli odori e dei colori, dei ricordi (la cenere, le rose, la credenza); delle cose da portare (due foto); delle radici da tagliare col coltello; della fuga; dell’ignoto a cui siamo sospinti, con paura (i sassi per difendersi) e speranza (il sale per l’amicizia).
Non ci ho messo molto, tutte le cose che ho elencato si sono messe in cammino per conto loro e alla fine si sono radunate e zac, la canzone è nata. Nata rifuggendo gli stereotipi della nostra espressione popolare – fiorellini e nostalgia, bei tempi e sottintesi, quante amenità illusorie -, evitando la banalizzazione del dialetto, quella da slogan che ne avvilisce la furente nobiltà popolare. Tutte le mie idee fisse, i miei aneliti, l’irrequietezza, i timori, la malinconia, la fiducia, la testardaggine, l’impulsività e la convinzione che andare vale la pena. Con coraggio, sì. Tre minuti per cose di una vita.
Poi il mio amico Lio Morandi di Rorè, l’ha sentita e l’ha voluta registrare nel suo studio, suonando la chitarra, che lo sa fare benissimo e certo meglio di me. Un bel pomeriggio di gran caldo e birre. Pochi mesi fa, infine, un altro amico, Pietro Delfino, tecnico del suono a Zurigo, mi ha chiesto se poteva metterci qualcosa e ci ha fatto un giro di basso.
Questa somma di idee, dilatate nel tempo e nello spazio, questa collettività dei cuori e della voglia, beh, mi commuovono, sempre. Non sono stato nella pelle per lungo tempo. E credo non sia finita, il Lio ha in mente batteria e banjo, certo non nei tempi frenetici del mondo, forse tra un anno.
Ho scritto quattro romanzi, centinaia di poesie, eppure quella piccola canzone è come se avesse condensato tutto il mio mondo di musica e sogni, dagli anni Sessanta a oggi, con le passioni estreme da Hendrix a Vittorio Castelnuovo. Tutti i miei eroi mi hanno visitato, pacche sulle spalle e per ognuno un brindisi. Ho abbracciato Dylan, ovviamente, il Nobel che ha riscattato tutti noi libertari e irregolari.
Mi sembra di averla fatta lunga, quindi smetto e ciao. Ascoltatemi, vorrei sopravvivermi anche così, con in man La sèe, e in piraca i sass.gene
Postilla
A faghi el giir da cà
e a ghé più gnisun
A veri den la porto e
a rabombo la mii vousA parli daparmì
gnan la cardense
la rasponnA ghé più ‘l tof
da reus e gelsominScendre
sgerada
in do caminSarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
par videi da mighi
fas copèe
Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
in piraca i sas
e in man la sèeA cati scià dui strasc
e do fotografii
A branchi ‘l falscet
par tajèe vii i radiisA sughi sù i pianell
da l’acqua
di mè eccAm volti più indré
a ghé noto da vardèe
Mou quatro pas
e peu
camolèeSarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
par videi da mighi
fas copèe
Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
in piraca i sas
e in man la sèe -
ChilometroZero

Al sò peu mighi s’l’é miou
ch’it cani i avig o i mosarit
o divol ‘na ratere
I mereress tucc triiA fèe murii besc-c
o a mazai
t’è imparò sgià da canaja
col bachet da au
e peu col sc-ciop dal pa’L’é tut ‘m copèe
la too viti
galin cunili iei e gnei
par majai e chegaiStarnii da merde l’ert
par fèe gni su fasei
tomatis pom bedrau
E peu gnan veigh goro
da videi in do piat
cui verduur d’ospedèe
intan che i avigg
i mosarit e i rateer
it giri in giir noiantiSot aloro a copèe da bel neu
i altri besc-c nesei
par majai e chegai
e ingrasèe amò ‘m bot l’ert
con la too merdeTe lavoro solche
a nèe atorn
par finii in d’om bec
an tìgene (tempo di pancia)
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Vita
Setò in sol scagn
a vardi ‘na lambroto
in mez i pei
ch’l’as ravolto par seterass
sense gnan dii ‘na parolo
Am vegn da pensèe:
ma chel te sbat a fann
che tan te mutu e storno
e at toco scondos sot tere
par scampèe quatro dì
gene

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Coppa e salame
Intanto che lo Ziogino finisce il salame di là, con la Ziaanda apolide, noi due abbiamo il tempo per simulare la partita contro il muro del cesso, tra i ciottoli appuntiti della carraia e le possibili intemperanze dell’Ugopedrani con la fionda. C’è quell’idea forte dell’estate, con la chiusura della scuola all’orizzonte e la libertà sconfinata dei torrenti e dei boschi.
La finale di Coppa è il grande appuntamento, anche se solo alla tele perché andarci di persona è ancora e solo un sogno d’infanzia. Di andarci come calciatori in campo, mica sulle gradinate a fare tifo. Ci sarà tempo per la gloria, ora ci attende il divano sotto la pendola, dal quale guardare i colori catodici dell’evento dell’anno. Ancora un tiro a mascelle serrate contro il muro del cesso e l’ora è giunta, e l’Ugopedrani e i dispetti non si sono visti, buon segno. Lo Ziogino ha tenuto da parte un paio di fette, da mangiare nei minuti dell’inno, una specie di eucaristia norcina.
Da quando abbiamo quattro anni va così, antenna sul tetto permettendo.
Il fischio d’inizio trapana il vetro del Gründig e ci fa fare un giro di sangue. Il divano ci contiene a fatica, è uno raccattato alla discarica, okay, ma la misura è perfetta. Lo Ziogino a sinistra, in posizione comoda per alzarsi senza calpestare nessuno – lui è sempre un po’ inquieto e la Ziaanda non è che lo lasci proprio in pace -, il Dani in mezzo, io a destra, sotto la finestra spalancata dalla quale entra il frinire delle cicale e i passi di chi non è interessato alla partita o non ha la tele o altre cose.
Poi, io non so davvero se il risultato mi interessi: ci sono cose magnifiche e spaventose, tiri da migliaia di chilometri di distanza o tuffi nei baratri dell’area, dove i piedi aguzzi come scogli scarnificano stinchi e tempie. In campo corrono così tanto che ho paura che qualcuno cada fuori dal televisore. In certi momenti danno di quelle pedate al pallone che sembrano avere l’idea di volerlo rompere.
Falo corner punigon torleri pasala upaarelvezion centralf bech scarpuscion
La Ziaanda borbotta cose come feicito o blagoi, più spesso qualche Ginofascià o Ginofalà.
Adesso però smetto di raccontare, la partita ci risucchia e dobbiamo sostenere la squadra tutta rossa, che senza di noi rischia di non farcela nemmeno a stare nell’inquadratura.
Forza Liverpool.gene (tempo di maggio)


