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  • sense parol

    Signorina Primavera,
    che fosti anche di Praga e Botticelli,
    scarmigli i capelli alle ginestre
    Non vendichi e rivendichi, eppure,
    nel tuo tempo ch’è rinascita,
    col vermiglio dei fiori tra le ciocche,
    c’è quel sangue che ci affoga
    senz’empiti ribelli

    gene (tempo di guerra)

  • Provo

    Dasedet col dì

    da foro da ca’

    a l’umbrii d’on arbro

    ch’u brama primivere

    e coi pensei ingarbiei

    Peu a pous col sach in spala,

    con sgiù mez che noto,

    rampighi soi sgruss

    apene soro i drous

    Ruvu in bochete di fra’:

    vardal el sentei ch’u taja

    la paret e tramoro

    Gnomà ti e i marmot ch’i suru

    ‘me si gh’aress paguru

    pai tè pass malferm,

    un apreu a l’altro, e dassot

    votanta metri da sassada,

    che se te vara it trovo a tech

    Varda mighi

    Dasorenn amò scajoi e ‘l ciel bló,

    om stolsc u vara quet,

    forsi ut specie

    El sentei di fra’ ‘me la viti

    la tovo adess, ma amò ‘m pass

    ‘me ‘na salveze pinini

    La bochete d’albagn

    l’as ver spianada sot i pei,

    te fiada e a fon as veed

    cusal e gariss, l’aria d’om bot

    e ‘m camoss stremiit

    sol sentei cuarciò d’erbe

    Te va par insgiù, te vidù? spediit

    mighi gnamò variit, no,

    ma te pò fagla amò

    an dapartì

    gene (tempo di rinascita)

    Svegliati con il giorno

    fuori di casa

    all’ombra di un castagno

    che brama primavera

    e coi pensieri imbrigliati

    Poi vicino col sacco in spalla,

    con dentro quasi niente,

    arrampicati sulle frane

    appena sopra gli alni

    Arriva alla bocchetta dei frati:

    guardalo il sentiero che taglia

    la parete e trema

    Solo tu e le marmotte che fischiano

    come avessero paura

    per i tuoi passi malfermi,

    uno vicino all’altro, e sotto

    ottanta metri di parete,

    che se voli ti trovano a pezzi

    Non guardare

    Di sopra ancora macigni e il cielo blu,

    un gheppio vola quieto,

    forse ti aspetta

    Il sentiero dei frati come la vita

    la tua adesso, ma ancora un passo

    come una piccola salvezza

    La bocchetta d’albagno

    si apre spianata sotto i piedi,

    respiri e in fondo si vede

    cusall e gariss, l’aria di un tempo

    e un camoscio spaventato

    sul sentiero coperto d’erba

    Vai in discesa, hai visto? veloce

    non ancora guarito, no,

    ma puoi farcela ancora

    anche da solo

  • Preda

    Non ci sarò più, è vero, ma non ci sarai più nemmeno tu, Uomo, è solo questione di tempo. Questa pallottola vicino al cuore che mi paralizza a terra è la scheggia che chiuderà la mia epopea e tu l’hai esplosa con solerzia cieca, perfino trionfante, ma un’altra pallottola attende anche te. O forse sarà solo una banale malattia, oppure un incidente, o la vendetta di un altro, epidemia o catastrofe, ma anche tu finirai. La vedi la tua scadenza? Ti sto guardando, Uomo, hai il coraggio di specchiarti nei miei occhi? Oppure sei solo stupidamente fiero per la salvezza del tuo gregge? Nessuno è salvo. Io sto morendo, tu morirai, il gregge non avrà più pascoli e moriranno anche pecore e agnelli. Guardati in giro: vicino a noi ci sono strade e palazzi, sequele di case, fumi e vapori, alberi tagliati, malanni, violenze, sopraffazioni, veleni e parole terribili.lupo-2
    Sono l’ultimo dei miei, ti abbiamo sempre evitato e scrutato da lontano, non ti abbiamo mai attaccato e siamo fuggiti nei radi sentieri ancora liberi, nelle poche foreste ancora inviolate, sulle cime innevate e ventose di queste Alpi violentate da te e da quelli come te. Siete milioni, noi poche centinaia. Avete divorato territorio, confinandoci e continuando a infamarci con fiabe e leggende, con cronache menzognere, con istigazioni all’abbattimento, con leggi inique. A uno a uno siamo caduti sotto i tuoi fucili, fino a me, che solo vagavo, ormai senza futuro e senza stirpe. Un destino che è la tua stessa condanna, perché tu, Uomo, ti uccidi da solo. Sei uno spaventapasseri immobile a difesa di un campo avvelenato da te. Ora muoio… il mio pelo arruffato da questo vento velenoso… Ti aspetterò all’inferno.

    gene

    Postilla
    La fame fa uscire il lupo dal bosco.
    Giovanni Verga

  • Totoi

    A pos gnan vardau,

    ag n’ho mighi dal busegn

    au senti fiadèe, l’é asei,

    valtri padroi dala guere

    Ragordeves gnomà che ‘m dì

    a finirì an valtri sot ala scendre

    ch’a i spandigò in giir

    e gnisun i pregherà coi fiuu in man

    Gnisun i dirà ‘na parolo

    né bono né grama

    pal viag a l’infern, contò su

    in tucc i libri e i canzoi

    Gnan a mam vosso ag vegnerà

    più el nom ch’la va dacc

    Tucc i canicitt i spuderà

    sola vosso fotografii

    Intan fele pur grosso la vous,

    a stremii sgenn ch’i scapa da cà,

    coiscei ‘me bochèe di pouri,

    ma ragordeves che mi a sarò ilé

    a vardau crapèe col rabutò in sol muson

    e i pirach folei da sol robei

    Profondei, masarei,

    padroi dala guere, totoi:

    mì, pitost che netau,

    a bruserò lavet e savon

    insem al ves tof

    gene (tempo di guerra)

  • Diario di Calabria

    2022

    L’apice verrà raggiunto il venerdì, una settimana dopo l’ipotetica crocifissione del fricchettone di Galilea, in un pomeriggio strampalato. Ma per arrivarci occorre partire dall’inizio di questo viaggio da Maggia a Vibo Valentia, che io avevo intenzione di passare isolato in una spelonca di pensieri miei, da tramutare in parole solo per stretta necessità.
    Undici scrittori e una mezza dozzina di accompagnatori più o meno occasionali, più o meno sconcertati. Undici scrittori che si conteggiano come una squadra di calcio ma non si passano la palla, troppo solitario e diffidente il lavorio quotidiano per pretendere qualcosa di vagamente collettivo. Tutti giù in Calabria a rappresentare il Ticino dei libri.
    Sinceramente troppo.
    Infatti, nonostante un albergo consorziato messoci a disposizione, ognuno fa di testa sua andando in pensioni separate proprio per non incontrarsi mai, penso. Quando lo vedremo nel pieno e impietoso sole di bassa stagione, il casermone consorziato dal nome improprio di una marca di jeans ci farà impressione, e sapere che uno solo di noi vi ha riservato una stanza avrà del sublime. Quell’uno sarà il Buzzi, e si capirà.

    Giorno 1 – Lunedì 18 aprile
    Discesa al sud

    In treno come gli emigranti, più comodi sì, ma da Chiasso con la mascherina, che l’Italia è al traino degli allentamenti pandemici e ancora se la fa sotto. Ma io e la Maddalena siamo furbi e abbiamo portato vettovaglie plurime, così possiamo mangiare per ore, unendo il piacere del cibo e il diletto di togliere la mostruosa mutanda che ci copre le facce. Non ho mai oltrepassato Roma, diffido di coccodrilli e giaguari.
    Gli altri sono andati tutti per conto loro, un paio in treno ma in altri orari, alcuni in aereo il giorno dopo. Due sono già a Vibo Valentia da alcuni giorni, per organizzare, dato che vivono in Svizzera ma sono del posto. Uno solo va in nave, anzi in traghetto con l’auto a bordo come se fosse un cavallo, da Genova a Palermo. Quell’uno è ancora il Buzzi, un Garibaldi.

    Giorno 2 – Martedì 19 aprile
    Una Svizzera dimenticata. Storie di emigrazione e bambini nascosti

    Siamo accolti in Comune e per fare da cornice hanno obbligato impiegati e consiglieri a starsene lì nella pausa-pranzo con la voglia degli impiccati. Ho chiamato la Begoña, che non conosco ma è relatrice di questo primo incontro, assieme al Micelotta e al Simonelli (i due del posto). La Begoña è sgargiante come una tovaglia caraibica e loquace altrettanto (come una caraibica, non come una tovaglia), il che si aggancia alla naturale ritrosia della Maddalena producendo un effetto da Vicky Cristina Barcelona.
    Ci sono venti minuti tremendi, quelli di benvenuto delle autorità, coi soliti discorsi di cui non si capiscono le singole parole ma si intuisce l’intento magniloquente che tutti esibiamo non appena agguantiamo un microfono.
    Poi boh, “Una Svizzera dimenticata. Storie di emigrazione e bambini nascosti”(è il tema dell’incontro), i nostri tre se la cavano benissimo, ma io cado dal sonno e non so come fare per filarmela senza farmi notare (sono ancora convinto che non devo socializzare per nessun motivo). Il Buzzi, che è risalito in auto dalla Sicilia, è già lì che fa foto e un po’ mi rincuora vederlo così entusiasta e allora resto al mio posto.
    Verso le due pranziamo all’aperto anche se fa freddo e il Buzzi dice che nel suo casermone è peggio, ma che gli sembrava brutto non riservare lì, anche perché credeva di trovarci tutti quanti nel salone, come nei film. Siamo in sei e il mio desiderio romitico mostra già la prima crepa.
    Quasi subito è sera e ci ritroviamo per l’aperitivo: Buzzi, Begoña, la Maddalena e il me stesso rassegnato. Ore dopo finiamo al pub e riesco a far stare tutti di fuori a gelare perché io devo fumare. Salta fuori una storia che ho sul gozzo da un annetto, che non racconto ma ha a che fare con il superficiale impeto che a volte porta il Buzzi a commettere cose sconsiderate. Però alla fine si risolve senza litigare ed è perfino divertente, io almeno mi sono divertito. Il Buzzi meno. Però si riprende e riparte nella sua auto con scritto Voce di Blenio sulla fiancata, forse con l’idea di far sottoscrivere un abbonamento a qualche calabrese ignaro. Verso il casermone, chisciottesco. Mi fa tenerezza.

    Giorno 3 – Mercoledì 20 aprile
    1. Guglielmo Tell, il mito della mela e altri romanzi storici o di genere
    2. Dialetto, scritture di montagna e altri spunti tra locale e globale

    Si palesano alcuni degli altri componenti. Mi arrampico fino alle sale del Sistema Bibliotecario, e decido che in linea con la prima conferenza mi chiamerò Tell, Gene Tell.
    (Come dirà lo Stroppini, le strade della città sono in salita anche in discesa).
    La Caregnato introduce, minuta come un quadernetto coi margini da non valicare. Poi tocca alla Pianezzi col sorriso stampato. Infine allo Stroppini, che ci ipnotizza con i suoi viaggi ingombri di stranezze e poesia. Il pubblico è una classe del liceo che alla fine pone alcune domande, con i ragazzi invitati a farlo da una maestrona assertiva che intima di stare in piedi mentre si pongono le questioni. Rido con la Maddalena, ma da sotto la mascherina sennò finiamo in castigo.
    A metà giornata arriva il Brunoni con la sua invisibile ragazza parigina e si piazza nella mia stessa pensione, ohibò.
    Andiamo in gruppo verso il mare, in auto, visto che è un po’ distante e con qualsiasi altro mezzo si rischia la pelle dei gomiti per le curve tagliate da automezzi indomiti.
    Mentre le ragazze mettono i piedi nel mare, lo Stroppini e io ci sediamo alla stecca del sole a tirare grappini e a preoccuparci per la partita del giorno dopo (senza nominare le squadre, non ci viene proprio), il vero grande cruccio del momento.
    Sul finire del giorno mi tocca la prima cattedra, sempre su in quel posto. Ci sono quasi tutti i colleghi, compreso il presidente delle forze dell’Assi, il Bertoldi (comincia a farsi largo una strana idea di comunità, anche perché finora di fare il selvaggio non ho avuto possibilità). Pubblico neutrale in numero di due, l’assessora e un’altra signora che dice di essere scesa dal divano in pigiama perché ha sentito una chiamata, o qualcosa così. Il Buzzi e il Galimberti anch’essi relatori.
    Il Galimberti è un luganese-contro, con le sue storie sulle distruzioni cittadine, dal Sassello indietro fino al Castello di Trevano. Impossibile non pensare alla coda dell’ex-Macello e alla futura e futurista cattedrale di Cornaredo in mano a probabili speculatori.
    Il Buzzi invece, che gira con una borsettina della cooperativa con dentro i suoi libri e alcune copie della Voce di Blenio, si inerpica in cose notevoli sul dialetto.
    Alla fine la signora del pigiama quasi piange per la validità della sua chiamata e per le nostre parole alpine. Penso: meglio due donne commosse che cento distratti.
    La cena, poi. Alla trattoria Zia Lina, in tavolata felliniana, con portate che non toccano neanche il tavolo. C’è gente che non mangia da sei ore, bisogna capire. L’oste, alla precisa domanda su chi sia la Zia Lina, dice che è appunto sua zia ma che è morta prima di vedere aperto il locale e scende un velo di mestizia della durata di due secondi, che precede l’arraffo della grigliata apparsa sulla tovaglia.
    La notte si annuncia con le turbolenti vesti di Alkaseltzer, la signora di tutti gli stomaci.

    Giorno 4 – Giovedì 21 aprile
    1. Un’immagine, mille parole. L’antologia “In dentro e in fuori”
    2. Scrivere per recitare, scrivere per cantare!
    3. I rapporti tra la cultura italofona e la Svizzera d’Oltralpe
    4. Dal mare al lago. Romanzi storici ambientati nel Novecento ticinese

    Non ho in programma conferenze e allora con la Maddalena avremmo l’idea di andarcene in gita a Reggio Calabria, magari a Scilla, o almeno a Tropea. Tira un vento gelido che la Begoña affronta con un cappottone iridescente. Non andiamo da nessuna parte e giriamo da appiedati in cerca di una bibita quando una signora vecchissima, alta forse un metro e mezzo, si incanta per il cappottone della Begoña e ci regala una preghiera ciascuno. Le ragazze dicono Che cara!, io incrocio le dita delle mani e dei piedi.
    È una giornata di transumanza per le conferenze dei colleghi (sono ormai a questo punto di rassegnazione). Il clou è la sera, con cambio di cartellone: per scusarsi con quelli che hanno avuto poco pubblico, pensano bene di allestire un evento con tutta la nomenklatura locale. Il posto si chiama Palazzo Gagliardi (a me viene in mente il Titi, l’immortale Canadees da Val biancoblù, ma non è lui).
    Dentro il salone tira una corrente d’aria stile “Galleria del vento per provare il record dell’ora”, che va dal cesso al portone con arbre magique incorporato.
    È la classica tavola rotonda ma allineata.
    La Maddalena è andata alla pensione a sistemarsi e non è al mio fianco e io mi annoio. Prende la parola un tizio che come benvenuto punta a smontare la neutralità della Svizzera, partendo da sue oscure indagini decennali e che l’hanno portato a scoprire i gangli elvetici sotterranei che determinano le azioni di potere in tutto il mondo. Che tola, penso, e ne ho abbastanza e me ne vado in cerca della Maddalena.
    Nella foga dell’amore perduto, manco uno scalino e rotolo nel centro della via, rialzandomi di scatto con cenni di diniego alla Muhammad Alì a ogni pugno di Frazier. Le braghe sono sbrindellate, la porta è chiusa, il telefono in salvo, niente fratture.
    Vado al bar dove trovo la Begoña e mi annego di birre, avvilito. Poi la Maddalena finalmente riappare, torna il sole e finiamo la notte al pub con lo Stroppini e il Buzzi, a sentire un tizio che racconta barzellette suggerite dal suo manager, nell’estasi del due per mille. Il tutto per far finta di niente sul catastrofico risultato della partita di cui dicevo, annunciato da un sms del fratello dello Stroppini recante un semplice e agghiacciante “Così non va bene”.

    Giorno 5 – Venerdì 22 aprile
    1. Come si costruisce un romanzo tra mappe, progetti e…
    2. Ma si può imparare a scrivere?

    In questo mondo terribile, la generosità è l’anticamera del fallimento. Ma non mi arrendo e nella placidità delle ore del mattino vado come sempre all’edicola e poi al bar. Mi incontro con Rosario, restauratore che ha l’atelier nella chiesetta di fronte. Siamo già abbastanza intimi, al punto che quando gli presento la Maddalena le fa i complimenti per la dedizione al martirio, riferendosi alla gestione del sottoscritto.
    Tra l’altro oggi arriva il Fossati, che è il marito della Begoña, alla quale sto cantando da giorni Buontempo, una delle sue canzoni. Ma quando si presenta non se ne ricorda mezza e non si chiama più Ivano, ma Andrea. Secondo me fa finta. Però sono carini e vengono al mio incontro che in tandem con il Brunoni teniamo davanti a una platea di giovani della scuola professionale.
    Lui si disimpegna niente male, al punto che quando incautamente dice di avere la ragazza dal pubblico femminile sale un sospiro collettivo di cuori che si afflosciano. Cosa che a me non succede, già.
    Il bello, bello… deve ancora venire e sarà l’apice di cui dicevo in apertura, quasi alla stessa ora fatale di Gesù.
    Invitati da una scuola alberghiera, prima ci fanno mangiare, come tanti Terence Hill alla fine del deserto. Poi ci tocca.
    Ci siamo tutti, la sala è piena, il tema fuori programma è qualcosa del tipo “Come salvare il pianeta”, robetta circostanziata da risolvere un due orette, cosa ci vorrà mai?
    Solita tavola rotonda in linea frontale con pubblico misto. Dopo l’introduzione storico-ecologica della Caregnato e della Pianezzi, si presenta in pompa un tizio col basco, il gilet, la camicia chiara da Guerra di Spagna e i bottoni in avancarica. Viene presentato come il più meritevole scrittore della Calabria, urca, e subito parte con una sparata geopolitica sulle notizie false che ci arrivano dalla guerra, non come le sue che gli rotolano sulla scrivania direttamente dall’Aspromonte, e ricordando che ottant’anni fa sì che ci fu una rivoluzione che metteva l’uomo al centro del mondo. Va avanti a blaterare di complotti occidentali in tempo di guerra, ma io sono tormentato da una domanda e non lo ascolto nemmeno più, tanto so dove vuole andare a parare.
    Quando finisce tra gli applausi, gliela faccio. Quale sarebbe la rivoluzione di ottant’anni prima a cui ha accennato?
    Quella bolscevica, mi risponde.
    Non sono una cima in aritmetica, ma faccio al volo due conti e mi risulta un nazi-fascista anno 1942.
    Gli dico che non sono d’accordo su nulla, abbandono la tavola rotonda in linea e mi siedo tra il pubblico, di fianco alla Maddalena, per inalare aria pura.
    Ma ormai il danno è fatto, di libri e letteratura da opporre alla distruzione di clima e genti non se ne parla. Anzi, perfino i miei compagni alla tavola rotonda in linea seguono l’onda anomala e si buttano in ardite considerazioni sulla debolezza della democrazia. Solo lo Stroppini prova a immaginare cosa potremmo fare noi come scrittori per salvare il pianeta, al che mi viene da pensare alla fine della carta stampata e alla sparizione del genere umano. Poi, per stemperare, mi sillaba sottovoce “Schällibaum”, e almeno noi due sappiamo.
    Ma il tizio, che si chiama Santo, riparte con la tiritera anti-Occidente malNato e quando si eleva a voce stentorea, convinto di aver conquistato la platea, non ne posso più e gli dico di piantarla col comizio.
    La Maddalena mi sfiora un braccio e mi dice “Giorgio!”, al che mi taccio perché sono ubbidiente, ma la cosa intirizzisce tutti nell’aria che si è gelata.
    Almeno il Santo la smette coi miracoli.
    Però parla un prete, che cita Don Milani e invita il mondo alla pace e alla tolleranza, con parole semplici.
    Quando è finita questa merdosa conferenza, e andiamo fuori a respirare, ci sono le foto di rito coi sorrisi e il farfintadiniente. Non metto nemmeno la mano al cuore per onorare la rivoluzione messicana.
    Non vedo l’ora di andarmene e a cena, ma dalla Zia Lina è meno bello perché ci sono questioni da far fuori. Che si risolvono mangiando e con l’amicizia (ecco, l’ho detto), che a questo punto è palese. La Pianezzi, che mi interisce nel profondo, si commuove fino alle lacrime per la condivisione con me dello spirito immortale dell’anarchia da opporre alle ingiustizie quotidiane che ci travolgono a ogni cantonata. Il Fossati non canta, ma rasserena la Begoña ancora scossa dalla mia reprimenda e la notte si addolcisce anche grazie alla serafica calma divertita del presidente delle potenze dell’Assi, il Bertoldi, che racconta di come la morosa si indispettisca al suo perenne buonismo da mediatore. Poverina. Tutti sbevazzano, il Buzzi acqua perché ha già ribadito a ogni brindisi che è astemio e ogni volta mi chiedo da dove gli venga la bizzarria. Sbraniamo carne, tranne la Caregnato che dice di non ingerire cadaveri e bon apetit.

    Giorno 6 – Sabato 23 aprile
    1. Parlare e scrivere in italiano, lontano da casa
    2. I racconti, palestra di ogni scrittore
    Torniamo sul luogo del misfatto, la stessa scuola alberghiera, il Buzzi e io, a parlare di racconti e tutto fila liscio. Poi ci troviamo con quel che rimane della squadra, a strafogarci alla Locanda dei Sapori.
    Il lavoro è finito, il Buzzi ha già disdetto la stanza al casermone. Solo che vuole restare perché la compagnia gli piace, ma non ci sono altri letti liberi (la sua ricerca si esaurisce nello spazio di cinquanta metri) e allora annuncia eroico che dormirà in macchina. Non gli dà retta nessuno, ma lo Stroppini lo salva in corner perché dove sta lui è così spazioso e ci si arrangerà.
    È un pomeriggio sonnolento e ognuno tira sera come può, fino al momento di un teatro organizzato giù a Vibo Marina dalla Esther, un’amica calabrese della Begoña con ricci e occhi d’Irlanda. Allestita in una tonnara dismessa, assistiamo a una tragedia di due fratelli, uno disperato e l’altro andicappato. La Maddalena ne è così impressionata che le viene male al petto dalla commozione. E la capisco, ci ho pensato anch’io al nostro Meo, e allora la cingo e la bacio, la mia dolcissima compagna che ho sposato per finta mentre abbracciavamo il prete due giorni prima, al momento della foto.
    Ma per me è per davvero, lo sposalizio intendo.
    Poi, altra cena dove starnuto due volte di fila e il cameriere mi dice che alla terza mi caccia perché certamente ho il covid. È davvero ora di andare, anche senza il terzo starnuto.

    Giorno 7 – Domenica 24 aprile
    Epilogo e risalita

    Sul treno del ritorno c’è tempo per guardare e pensare. Scorre la Calabria lungo il mare, la Campania immaginifica. Terre che non avevo mai visto, terre feconde e stuprate, proprio come le nostre. Terre dove il silenzio degli innocenti fa il paio con quello dei predatori, è così anche da noi, nel prosaico Ticino. Ma forse è tutto il mondo a essere così, sempre sul filo della prevaricazione, umani che feriscono per convenienza, altri umani che sanguinano senza voce.
    Verso Salerno, inoltre, sono ancora incupito, per il distacco dagli amici e da Vibo. Non mi incanta nemmeno l’Arechi con le sue tribune scoperte in cemento, vertiginose e vecchie, che vedo sfilare piene di colori. Di solito, nei viaggi, anche brevi, conteggio i campi da calcio e costruisco una mia mappa del grado di civiltà misurato sul gioco all’aperto.
    Ecco, gli amici. Vale la pena affidarsi a questa parola, amicizia. Le amicizie, eh… Ce ne sono di remote, flebili, interrotte, superficiali, sfuggenti, volatili come se non volessero catene o frontiere, come se contenessero il diritto di durare un giorno o centomila. Ma certo che è così, solo così si può respirare, accogliendo i sentimenti di amicizia per le vie più strane e lasciandole ripartire verso l’ignoto, ribelli e perfino irriconoscenti.
    In fondo bisogna essere disposti al tradimento, che ha una sua forma di lealtà, o forse solo di utilità, e per paradosso potrebbe anche sconfiggere l’ipocrisia o la noia, loro due sì nemiche acerrime degli affetti.
    Sì, ecco, un patto di libertà fuori dal bene e dal male, senza confini tra crudeltà e pietà, pervaso da silenzi leggeri e parole pesanti che si scambiano i ruoli senza preavviso o responsabilità, con la forza spaesata dell’innocenza.
    Insomma, prima di Napoli mi sento già meglio e dal treno che si ferma sbilenco in cima a un ponte intravedo anche un campetto, una partita, come se la macchina pulsante volesse far gustare lo spettacolo proprio e solo a me.
    Prima di Roma sono ancora terre giovani, strappate alle paludi con la forza brutale delle braccia imperiali. Mi distrae l’Agro, ma mentre il treno taglia il Lazio verso la Toscana torno ai giorni trascorsi e agli amici.
    Agli amici ritrovati come il Buzzi, che lotta da anni con un nemico annidato in lui e però tiene in piedi un entusiasmo coinvolgente per quello che fa, nonostante gli strali sulla sua forma letteraria, che lui aggira curando l’aspetto, come quando si è presentato a una conferenza vestito da contadino elvetico, con tanto di camicia da lottatore e borsello per il sale.
    O alla Begoña con le sue transumanze teatrali e poetiche attraverso la Val Poschiavo e che trova, non si sa come, il tempo per districare cose nei meandri della burocrazia, intanto che sta lontana e vicina al Fossati (mi auguro che gli suggerisca canzoni, il suo ritiro dalle scene è una catastrofe).
    E il Galimberti, poi, con la parlata lombarda che nella pacatezza denuncia le storture della sua città e che a me, a me, sembra invaghito della Caregnato e fa bene.
    O l’ottimismo in cui naviga il Bertoldi, brizzolato anzitempo e in combutta col Brunoni, che a sua volta alterna modi gangsta con verticalizzazioni professorali, sempre con un certo umorismo sarcastico.
    All’umanità del Simonelli, che si muove nella sua terra calabra con lo stampo dell’accoglienza e la bontà dei suoi occhi chiari e pacati.
    E il suo conterraneo Micelotta, che potrebbe essere uno di quei nobili spadaccini con barbetta inclusa, pronto a toccare di punta con l’eleganza del suo eloquio (vedasi poesia in postilla).
    E la Caregnato? Austera eppure ragazza, divertita dal tanto agitarsi dei più passionali, vegetariana tra cannibali, pronta a collocare le parole in un quaderno a bella.
    Lo Stroppini ambulante che te lo ritrovi al fianco e un secondo prima era in autostop con altri viandanti, come se avesse il dono dell’ubiquità, sul Monte Athos e in India nello stesso istante, ad allestire radiodrammi e calciocommedie sotto i cieli del mondo.
    Poi e ancora poi, la Pianezzi arenata e silente nel fondo dell open-space per protesta, improbabile alla fermata del bus, quella sbagliata, e poi alla fermata giusta, ma in ritardo; la Pianezzi che mette sul piatto il suo cuore sensibile e allarmato senza che glielo massacrino, e allora piange di felicità.
    E il giovane Federico che viene dalla Sicilia per sentirci parlare dialetto, si appassiona alle stramberie e alla fine mi abbraccia come un fratello.
    Altro che romitaggio: mondi scoperti e condivisi nella brevità di una settimana straordinaria, che non finirà mai.
    Il treno mi scarica a Locarno.
    Ho avuto tempo per pensare a mia figlia, come tutti i giorni, lontana migliaia di chilometri e anche da là è la ragione della mia vita dopo la morte. Con me, negli ultimi passi verso la casa di Maggia, Maddalena la radiosa, nei suoi occhi bruni questa luce che la illumina.

    gene (tempo di viaggio)

    Postilla1

    Nessun metro, nessuna rima
    Undici sguardi, infinite grazie.
    L’abbiamo vista tutti, quella terra:
    la sua bellezza nasconde l’oblio
    di stupro e di cattive consorterie
    che tolgono il pane dalla bocca
    dei figli ciechi, annoiati, ospitali
    riempiendo gli stomaci stranieri.
    Bella di disincanto e nostalgia
    con le sue maledizioni cobalto
    che trasformano un’auto antica
    in un paio di pantaloni stracciati.
    Gli affari d’affetto m’hanno tenuto
    a distanza da affetti nuovi, indomiti
    i volti ritornano alla mente, speranza
    di nuovo discorrere straordinario,
    banale, effimero, inutile, letterario.
    Curiosità, etica, verbi tra i denti.
    Samurai confederati sguainano
    la penna, dipingono parole vuote
    eppure superbe, linee onnipotenti.

    Alberto Micelotta

    Postilla 2

    Devi mangiare. Devi mangiare. (Pausa). Devi mangiare. Devi mangiare.
    La voce giunge da un luogo indefinito e riempie lo spazio del bilocale. Come una nonna che ammonisce una nipotina inappetente. Come una cantilena senza senso.
    Sono sola e sto leggendo. Una situazione eccezionale, per una come me, arrivata in questo posto per parlare e non per leggere, né tantomeno per scrivere. Sono in pausa, tra una risata e l’altra, tra un piatto di pasta-carne-verdure-pesce e l’altro, tra una gita e l’altra. Una vacanza per scrittori lunga più o meno una settimana. Una gita scolastica per adulti, con alcuni di noi già vecchi e ancora in attesa.
    Siamo scesi a sud per crogiolarci nei nostri io e siamo finiti a fare gli amiconi durante interminabili cene, come se ci conoscessimo da una vita. Scesi a sud per declamare la nostra arte. Felici di essere ascoltati.
    Ma da chi? Da nessuno in realtà, perché il nostro pubblico è formato da sedie vuote, da scolaresche svogliate spronate da professoresse volitive e da altri scrittori, scrittori locali ancora più tristi di noi, anche se, bisogna ammetterlo, in questi giorni noi in realtà siamo felici, anzi felicissimi. Ma non di essere uditi, come dicevo prima mentendo. No, felici di stare tra di noi e di volerci bene, una volta per tutte. Lasciando da parte gelosie e meschinità. Chi ha venduto più copie? Chi ha conquistato il pubblico della vicina penisola? Chi ha ricevuto una bella recensione? In questo luogo in decadenza chiamato Vibo Valentia, che sa un po’ di antica Roma e un po’ di conquista spagnola e del quale mi innamoro, ce ne freghiamo del successo che rincorriamo da una vita.
    Non è vero, di nuovo sto mentendo: ci importa eccome! Infatti non appena finiamo di parlare – ascoltandoci pure un poco fra noi (sintomo di grande generosità) – ci pieghiamo sui nostri dispositivi e postiamo. Postiamo foto, di noi, del pubblico scarno facendolo apparire abbondante, del nostro finto successo. E questo postare non è scrivere, è solo postare. Per mettere la ciliegiona sulla tortina aggiungiamo anche gli articoli di giornale, che provano il nostro successo. E ci diamo tante pacche virtuali sulle spalle.
    Miserrimi siamo. Eppure ci divertiamo. Ed è un divertimento vero e genuino, che ci fa onore. Ci riscatta dalla nostra condizione di esseri umani che bramano attenzione.
    Devo mangiare. Devo mangiare. (Pausa). Devo mangiare. Devo mangiare.
    È questo che la voce dice. Ed è di donna. Anziana, che soffre senza più saperlo, ormai. Viene dall’appartamento di sotto, dall’intimità di una famiglia che si stringe attorno a una malata. La figlia, che in questi giorni è la mia padrona di casa e che trova il tempo di portarmi in giro a passeggiare fra vecchie mura e colorati musei all’aperto, ha lasciato la sua vita a nord per tornare dalla madre a sud. È una terra davvero generosa, questa Calabria. Piena di gente generosa.
    Dobbiamo mangiare. (Pausa). Dobbiamo mangiare.
    E mangiamo, noi scrittori, mangiamo un’intera cittadina con i suoi abitanti. Ne abbiamo bisogno per sentirci vivi. Ce la ingolliamo a pranzo e a cena e torniamo a casa satolli ed ebbri di successo. Quello vero e quello inventato, che tanto fa lo stesso.

    Elda Pianezzi

  • La butighi

    La butighi col tof da rasa e polgro

    om po’ la disinfete

    chel tan starnudèe da maisg

    Chel vardèe el ralogi ai set

    e peu ai vot e peu ai neu

    e innanz iscì fin ai seis

    La butighi ‘me ‘na preson

    alora tan var butè visch

    El scopel, el pianin pai sagom,

    i cou da rondon ch’io scapèe

    almen lou ch’i pò

    Dal ’48 el Pa’ e el Sergio

    con ‘na Florett a tirèe ‘m caret

    e nèe a tom in la gere

    Te sa coisciò ‘me el bochèe di pouri,

    u dis un, intan che l’altro

    u va a sang

    Drizèe listoi e cioi par varnai,

    ma pan us e finestri milimetrei,

    carezei cola carta da vedro

    L’é quasi misdì

    Atorn ai dó a vardi el ralogi

    intan che i buscai i vara in giir

    ‘me farfal cioch

    A ghé busegn da l’altro cò

    par raseghèe ‘m rouro bon

    pa l’armadi di tudisch

    Da sto cò ag uà pianal:

    raseghedusc fin ai canvel

    Ié scià i quatro, smensèe quee?

    Caicos par doman, om scagn

    da frasan coi penol e i tenoi

    Disegnel, u dis el pa’

    iscì te impara

    e te butu vii noto

    A ruu i seis e o buto vii noto,

    forsi el dì, on altro

    gene (tempo di maggio)

  • This is the end

    Ora basta, si dice Janos in una sera d’aprile, quando tenta un colpo di tacco e il pallone gli si ingarbuglia tra le caviglie. Se lo dice mentre sta cadendo, non ci vogliono che tre decimi di secondo, ma in quei tre decimi di secondo c’è mezzo secolo. Nemmeno la nuova maglia celeste lo tratterrà, sul dorso porta uno stranissimo numero 60 e gli sembra l’ultima spiaggia di una navigazione sfinita, seppur trendy nei nuovi colori del calcio del 2022.
    Va avanti lo stesso per una decina di minuti di straniamento, dove il risultato e le coperture non hanno valore, come un capello che cade senza rumore. Poi finisce il primo tempo, si beve un isotonico come se dovesse ancora spaccare il mondo, ma è solo un rimasuglio d’abitudine. Esce dallo spogliatoio e si siede in panchina, da solo. Non verrà più richiamato in campo, forse si sono accorti che la cosa chiude lì. Ha ancora qualche sussulto ai gol, tre o quattro, un po’ di qua e un po’ di là, poi finisce la partita.
    Torna nello spogliatoio, toglie calzettoni, maglia e pantaloncini, li ripiega quasi immacolati, si lava, mangia una banana, non parla, esce, va alla buvette, beve una birra, mangia alcune chips, saluta con qualche ciao e torna a casa nella notte con l’auto della macelleria del Pietro, seduto di fianco. Parlano di politica e prima di scendere Janos lo dice: non gioco più. Bevono ancora una birra al Quadri, il Pietro lo capisce, anche lui è in battuta.
    Ecco, tutto qua, non fa neanche male. Non fa niente.

    gene

  • Preonzo, 1931

    Si levano il vestito della domenica, quello della messa del mattino, lo ripiegano con cura nel sottoscala di Ca’ dal Geni e si mettono maglia pantaloncini e calzettoni. È una grande emozione, tutta roba nuova comprata dall’ambulante Manfredi con una colletta. Vanno sulla strada che dall’osteria porta al campo con una fierezza inusitata, anche se le donne, nel vederli passare, un po’ sogghignano e un po’ commentano l’arcuare di gambe fin lì sconosciute. Alla processione si aggiungono i bambini che cercano di toccare le uniformi. Le strisce rosse e verdi danno l’idea di papaveri nell’erba, il bianco delle braghette fa un po’ chierici. Qualcuno ha un fazzoletto in testa, come se fosse l’ora del terseu di settembre e non invece l’appuntamento con la storia.
    La strada si fa sentiero tra acquitrini e robinie, le scarpe ticchettano sui ciottoli e ogni tanto qualcuno rischia di strambare. Tra le ultime betulle, al limitare della campagna e sotto una montagna che incombe da sempre con le sue frane, eccolo il campaccio, il Campirasc. Appezzamento di pascolo tra sassi e ginestre, ora è il campo da calcio con le porte e le righe. Ci sono state parecchie discussioni sull’inutilità del gioco, con tutto ciò che c’è da fare con le bestie e i prati.
    Per togliere quel pezzettino alla coltivazione e convertirlo al gioco c’è voluta, oltre a pich e pala, l’arringa del Sgiuanin, el me pa’.
    “Con tutu la robo ch’a gam in giir, almen chilé am finiit da scarpinas par chel ch’l’é me e chel ch’l’é te. El Campirasc l’è da tucc quagn. Par sempre”.
    A sud del campo, el Campirasc di tutti, ci sono le biciclette degli avversari. Giunti di là dal Tasin, il grande fiume, sono già pronti in campo e si passano la palla con tutta la maestria possibile per impressionare. Hanno colori granata e blu. La calce delle righe è accecante. Il profumo dell’uva arriva fino a qua. Nessuno si saluta. Prima di cominciare c’è un silenzio che neanche le mucche nel prato di fianco osano violare. L’arbitro ha i pantaloni lunghi, la cravatta e gli scarponi.
    Nessuno sa dei mondiali vinti un anno prima dall’Uruguay. Hanno studiato le regole su un sussidiario consegnato dalla federazione qualche mese fa. Termini inglesi, cristo as capis noto. Opsai, Bech, Alf, Centralf, Penatich.
    “Ag guà pasala a cui con la maja ‘me la too e ag guà butala den pala reet”, convengono in linea teorica.
    Viene giù quella pioggia settembrina e impaltati come sono non si distinguono più le maglie e neanche le facce. Alla fine, la processione di ritorno è una festa puzzolente. Si lavano in piazza, agli abbeveratoi delle bestie, tornano in mutande a Ca’ dal Geni, si asciugano con le tovaglie, rimettono i vestiti della festa e bevono fino a notte fonda, fino a quando hanno la forza di cantare. Tra l’altro hanno anche vinto, sei a tre o sei a quattro.
    La storia è cominciata bene.

    gene (Novecento)

  • Conversazione

    Ti porterai quello che serve

    per questo lungo viaggio

    Scarpe per il cammino

    lucidate a nuovo

    Vestiti leggeri che l’estate

    verrà anche lontano

    e chissà, all’inverno,

    penserai al momento

    Porterai un libro e una foto

    per ogni settimana

    Sommerai i giorni e i mesi

    con le cose da fare

    e i pensieri per essere,

    contenta e capace

    Il mondo nuovo lo cogli

    e fiorisce tra le mani,

    non sai di quali colori

    o profumi improvvisi

    Eppure, so e spero

    che da lì senti il richiamo

    leggero di qua,

    dei giorni che immagini

    riempiti di noi, di me

    Del nostro e del mio viaggiare,

    ancora breve,

    delle gambe che portano in giro

    questa vita a sud di tutto,

    frastornata dalla luce di certe albe

    silenziose e radenti

    Tu ricorda le crepe dei muri e i sassi

    del selciato vivo,

    risuonato del passo

    come di un battito d’ali o del cuore

    Scorgi i monti tra abeti

    e ombre di nuvole bianche,

    s’ammantano di nebbia e pioggia

    e si scaldano del crepitare di fuoco

    Guardami mentre picchietto

    le dita come tuo nonno

    mentre pensava a qualcosa di sé

    e se gli chiedevi erano forse

    finestre

    forse innesti di mele

    Osservami quando, assieme

    a questo mio fratello

    trovato per caso e salvezza,

    parliamo di te e si canta

    e si chiede e si risponde

    Ci siamo anche noi, anch’io,

    mi trovi nel viso tuo specchiato

    in vetrina o riflesso nelle parole

    che giungeranno sulla brezza

    Mi vedrai parlare

    mi sentirai respirare

    ogni volta che ci penserai

    Sì, ogni volta che ci penserai

    sarò lì, saremo lì,

    in quel mondo nuovo

    con te, sempre con te,

    sempre per te

    Ti aspetteremo, intanto,

    ti aspetterò come un progetto

    da compiere

    e necessario a vivere

    gene (tempo di viaggio)

  • Fino alla fine della benzina

    Adesso ne ho piene le balle. Esclamazione, eh che cazzo. Piantato lì lavoro e amici per un cretino che comanda con le mani impastate di nivea. Me lo ricordo la prima volta che venne in caserma, con una confezione di schiuma da barba e gillette per tutti. Oh, ho pensato, che cazzo vuole questo qua? Non poteva portare un salamino o un biscotto? No, un kit per rasarsi, neanche fossimo mongoli. Naturalmente, caporali e tenenti tutti riverenti. Il capitano addirittura con quei pantaloni da una volta all’anno con la piega e gli occhi lucidi senza sapere perché, il bambo. Mi sono detto: Gene, lascia perdere, ié torleri. Solo che i torleri vogliono mandarci oltre il confine con il fucile.
    Partiamo di notte, neanche ai gufi verrebbe in mente di marciare alla carlona verso non si sa cosa. Un nemico ci hanno detto, anzi, ha detto il Torleri Supremo che comanda tutti i belli e i brutti farabutti. Che poi non pareva neanche un torleri, con i suoi discorsi da padre della patria, senza grandi o apparenti mire d’espansione: si limitava, o sembrava limitato, a discorsi dell’Ottocento e del Novecento, su identità e fierezza e stronzate così. Però bisognava capirlo, noi cretini, che erano secoli riempiti di merda. E invece no, giù a credergli al Torleri, lustro come una tolla di olio e chi se ne frega se rancido.
    Sta di fatto che ora siamo qua su ‘sto rugabi a nafta che se non facciamo attenzione ci scarica il monossido in cabina. Dove lo prendiamo il carburante? Chi lo sa. C’è sempre un altro camion di disgraziati che ci segue con le taniche, cioè, due mezzi per sostenerne uno che a sua volta si cerca di capire a cosa serva. Bon, abbiamo il cannone, ma se non spariamo cosa cazzo andiamo in giro a fare? Tanto vale.
    Ogni tanto passa qualche donna con due o tre bambini o qualche vecchio con la moglie e un carretto: cosa facciamo, li bombardiamo? Sì, okay, per forza che poi i prossimi che incontriamo ci scacciano indignati e noi non sappiamo neanche cosa dire. Neanche l’acqua ci danno.
    Ne ho piene le balle. Ora dormo e invece di sognare splendide conquiste d’amore mi invadono rumori e puzza di idrocarburi. No, giuro: sento anche gli odori in sonno, ziobil. Così non si va avanti. Donne e motori una beata mazza.
    Stamattina ci hanno scacciati dal giardino di una casetta che stava in piedi per miracolo tra le rovine. Andate via, siete peggio dei nazisti, ci hanno detto un vecchio e una vecchia. Avevamo fame e non è che si può bere dal serbatoio del camion che ci segue. Cosa vuoi dire a gente così, che tra l’altro è a casa sua? Niente, siamo andati via con la nostra ferraglia, col buco nello stomaco.
    E lì, per la prima volta, ho pensato: molliamo il catorcio e torniamo indietro e che si fotta il Torleri e quelli come lui. Ci vuole il coraggio del pettirosso, come diceva Maggiani, che non so cosa voglia dire ma mi piace.

    Così sono arrivato a piedi fin qua, al mio paese sperduto tra le montagne, dove i trattori funzionano ancora e il Settebello conta, mica come una tanica piena che si svuoterà lasciandoti a piedi nel non so dove. Qualcuno mi guarda male, con i vestiti mimetici del cazzo che mi porto addosso assieme alla puzza di scappamento. Vado in stalla e trovo le salopette del Nono e me le infilo, che tanto lui è morto contento al contrario di me che vivo ancora piuttosto infelice, alquanto.
    Un nipote dei fascisti della seconda guerra circola ancora, ignaro, e si picca perfino di dirmi cosa ci faccio lì. Ma io non sono all’oscuro, mio padre me ne ha raccontate di cose. Gli mollo un ceffone al quale lui non sa opporre che una pericolosa aria da vittima.
    Vado a cercare la Dele a casa sua, ma sul campanello il suo nome non c’è, si è sposata, mi dice un tizio, e allora mi siedo sotto un platano in piazza che forse passa qualche motorino per portarsi via il mio dispiacere. Invece transita solo il Miniet contromano, in bici con la caviglia destra storta sul pedale e pare un disgraziato sul Ventoux a quarantacinque all’ombra. Ci sto un paio d’ore e con somma lentezza di pensiero mi accorgo che i pochi elementi che appaiono sono o bimbi spauriti, o altri vecchi come il Miniet, o donne furtive dal passo obliquo. Non rombano auto e neanche moto, il vibrare viene solo dal cielo e sono aerei che vanno e vengono come le malattie.
    Siamo messi bene.
    Cammino fino al municipio, di soppiatto, e guardo dalla finestra. Dentro c’è solo il Dani terribilmente invecchiato, prono su qualcosa che potrebbe essere una macchina per scrivere. Faccio per entrare, ma la porta è chiusa e allora premo il campanello. Il Dani si sporge da giù in fondo al corridoio, mi vede, mi riconosce, bene, ottimo. Mi aspetto che venga ad aprire per accogliermi come l’amico di sempre e invece richiude. È quasi buio. Che faccio ora?
    Vado a Ca’ dal Geni, qualcuno ci sarà be’ no? No. L’osteria è chiusa e intanto che perdo tempo a rimuginare, concentrato come se dovessi tirare un rigore, il mondo viaggia a tempo di record e due militari mi hanno già afferrato per le braccia, gettato a terra, ammanettato. Mica li ho sentiti quegli stronzi.

    Mi trascinano al municipio e stavolta il Dani apre la porta con una cazzo di solerzia da ufficio immigrazione, senza neanche guardarmi. La macchina per scrivere, lo vedo, è una telescrivente dei tempi di Argante Righetti. I due stronzi mi affondano su una sedia e nel silenzio che piomba posso sentire il palpito della cistifellea, ammesso che palpiti. Li ha chiamati lui, ne sono certo.
    Non è che mi vengano grandi discorsi, anzi. Il Dani si siede alla sua merdosa scrivania, le ho sempre odiate quelle scene lì di quando un qualsiasi imbrattacarte mi chiede, che so, la tessera della cassamalati o la dichiarazione delle imposte. Non mi avvalgo neanche della domanda più ovvia: che cazzo succede? Lo so bene cosa succede: la guerra cambia le persone, gli amici, gli amori, le parentele, le vicinanze. Tutti contro tutti, per salvare quel che resta della pelle. Il Dani ha la casa nuova e due figlie piccole, io sono un pericolo e le zingarate sono sepolte.
    Scemo io a confidare nell’anima ribelle del mio paese. Per fortuna i miei sono tutti morti, sarebbe stato troppo farsi tradire anche da loro.
    Sei tu il traditore, dice uno dei due alle mie spalle, sbriciolando il silenzio senza eco degli uffici angusti. Non mi spingo a pensare che mi legga nella mente, ma decido che per loro sarà dura, specialmente per il Dani: da qualche parte deve pur prudergli la coscienza in nome di quella nostra antica fratellanza che lui sembra riporre nelle sue fogne personali battendo sui tasti. Ne risulterà un bel verbale da spedire con vanto al Comitato Centrale che lo incasellerà tra i mille dimenticati dei campi di lavoro. Ora lo so che si mette male, ma so anche come fare.
    Vogliono i complici, i disertori come me. Snocciolo a memoria i nomi che ricordo e i due impongono al Dani di trascriverli. Ovvio che lui sia perplesso, li conosce quei nomi, tutta gente morta da decenni, i complici. Ma lui si china sul verbale, forse più ligio a quello che alla verità, in questa storia che è un’accozzaglia di menzogne.
    Poi non parlo più e cominciano ceffoni e calci intercalati da domande, spesso assurde, fino alla mesta liberazione del burocratico “L’indagato tace o non sa”, buttato lì dal Dani con un lampo negli occhi che gli riconosco. I due mi strappano dalla sedia e mi trascinano nello scantinato. Nel pieno della notte, ammanettato alla gamba del tavolo, sobbalzo dal mio sonno senza gloria. Due tonfi, la porta si apre, il Dani con una sega a telaio entra e si mette a tagliare la gamba, quella del tavolo intendo, con una destrezza da segretario che irriterebbe anche un bambino. Con la gamba penzolante in mano pianto due legnate di regalo sulle teste dei due stronzi a terra e seguo il Dani su per le scale, fuori dalla porta, nella strada, verso il buio. Il motorino lo guido io, lui non sa nemmeno andare in bici. Via per sempre senza sapere per dove, fino alla fine della benzina e oltre.

    gene (tempo di guerra)