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Dalla Zeta alla A

Povero Zorro, povera volpe del deserto, che defraudato del titolo già dal nazista Rommel ora vede il suo simbolo sulle macchine di altri fascisti.
Povero Zorro, eroe della nostra giovinezza, che se riapparisse non potrebbe marcare le sue rivalse con quel distintivo segno di spada che era il simbolo di tutti i ribelli e ora lo è degli imbelli, che lo mutuano ghignanti dai criminali di guerra.
Sono anche qui, tra noi, queste Z sacrileghe, escono sulle facce della porta accanto, quella porta costruita dall’Illuminismo che scordano mentre ne approfittano, nostalgici collaboratori d’ingiustizia. Su quelle porte ci vorrebbe il segno di Zorro, sulle porte di bolscevichi falliti e intrallazzatori che stanno in Governo e in Parlamento e nelle piazze della stessa nostra nazione, silenti e rintanati nei palazzi e nelle valli, luoghi anch’essi costruiti ed educati dalla libertà d’Europa.
Povero Zorro, ascoltami però: abbandona la Z, ultima e ormai indegna lettera di un alfabeto capovolto, e segna le nefandezze con la prima lettera nobile, la A di Affanculo.gene (tempo di guerra)
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Fino alla fine della benzina – Trailer
Sabato 26 marzo su Ticino7

Precede
(…) Partiamo di notte, neanche ai gufi verrebbe in mente di marciare alla carlona verso non si sa cosa. Un nemico ci hanno detto, anzi, ha detto il Torleri Supremo che comanda tutti i belli e i brutti farabutti. Che poi non pareva neanche un torleri, con i suoi discorsi da padre della patria, senza grandi o apparenti mire d’espansione: si limitava, o sembrava limitato, a discorsi dell’Ottocento e del Novecento, su identità e fierezza e stronzate così. Però bisognava capirlo, noi cretini, che erano secoli riempiti di merda. E invece no, giù a credergli al Torleri, lustro come una tolla di olio e chi se ne frega se rancido.
Sta di fatto che ora siamo qua su ‘sto rugabi a nafta che se non facciamo attenzione ci scarica il monossido in cabina. Dove lo prendiamo il carburante? Chi lo sa. C’è sempre un altro camion di disgraziati che ci segue con le taniche, cioè, due mezzi per sostenerne uno che a sua volta si cerca di capire a cosa serva. Bon, abbiamo il cannone, ma se non spariamo cosa cazzo andiamo in giro a fare? Tanto vale.
Ogni tanto passa qualche donna con due o tre bambini o qualche vecchio con la moglie e un carretto: cosa facciamo, li bombardiamo? Sì, okay, per forza che poi i prossimi che incontriamo ci scacciano indignati e noi non sappiamo neanche cosa dire. Neanche l’acqua ci danno. Ne ho piene le balle. (…)
Seguegene (tempo di guerra)
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Paesaggio #1
Natura ritratta e muta
avviluppata in sé
con giro di egoismo
Uomini percorrono
frantumi di proteste
e donne stillano
Taniche di gocce scarse
d’acqua e olio per
bambine senza giochi
Non piange e non sorride
questo cielo che si abbassa
opaco d’alluminio vecchio
Magnolia ferma in gemme
occhi chiusi in sonno
non un filo verde qua
Aria trattenuta sui crinali
fiato sospeso e si attende
qualcosa di oppostogene (tempo di guerra)

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Lo sport di piombo

Mi è difficile parlare di sport, è il mio lavoro, ma come spesso accade il lavoro fa molto male. So che il Direttore capisce, ma a me sembra comunque di rubare lo stipendio a causa dello scatafascio che mi provoca la guerra e la sopraffazione del più debole. Mi rendo conto che anche lo sport è fatto così, meno cruento ma altrettanto crudele: vincitori e vinti. Ieri le due squadre che ho seguito sono entrate in campo mescolate e unite, in fila indiana, un giocatore del Basilea, uno del Servette, uno del Basilea e così via, in una linea retta come opposizione alla barbarie. Questa gentile e silente protesta invece di confortarmi ha peggiorato il mio animo.
Ho inserito quello che io chiamo il pilota automatico, che è una specie di schizofrenia. Il me stesso 1 arzigogolava con passione sulle vicende di campo, il me stesso 2 se ne stava rintanato nel sottosuolo. Non mi sono chiesto come si sentissero quelli che ascoltavano e vedevano la partita da casa, se anche loro trovassero stridente quella rappresentazione di giochi e colori, se la subissero come una futilità o peggio, come un affronto. Sono andato avanti, come quelli in campo, con una forma di senso del dovere, da sviluppare al meglio perché il me stesso 3, il più resistente, lo imponeva.
Durante la Seconda Guerra Mondiale lo sport non poté farsi ambasciatore della pace e della comunione tra i popoli, tutto o quasi venne annullato o sospeso in un tempo rovente. Ora, per ora, invece andiamo avanti, un carrozzone di disperati a modo nostro che devono comunque cantare le loro canzoni. Siamo come partigiani, tutti.
Ho concluso stremato, addormentato sul treno verso casa, sognando altri treni piombati e bambine aggrappate alle bambole di pezza.gene (tempo di guerra)
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Ghiera e pazie
Ditzo Patra Sfamilla
Puttinaio
Sfoio de marza
Ippartirie mitcon:
sboccannone, velenicottero, osordato, paracarrarmado, tancotanco, militillo, sfucine, umpompistolla, aproietti, bombolle, sparigliaro, tessercitto, antigasso, amitrallea, anfibbieo, tatticchettocca, degeneralio, scapitaino, pertennente, furfanterria, aroplannimetrao, spilotta, paroparocaduto, slanciafialme, strincera, minazzera, scamionto, scontraeria, smerdaglia, abbaglionetta, scrazi, slanciascrazi, anemicozzo, sgranatallea, tommica, antitommica, goffensivia, sbunchiero, importaeria, bombardierio, gippa, mascagassa, tuttamimiettia, aggalossie, carponni, incollotello, accampento, cassemma, rincognizio, gurdia, attattarco, indifessa, estrategiaza, stravanza, strituritata, bagattegliono, scruppa, scautoblendo.
Cuvando totto scafasciato spiritonnare indiettero.
gene (tempo di guerra)
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La parabola del Volteggiante
In quel tempo venne a noi il Volteggiante per predicare la fratellanza, senza necessità di inviti poiché nel suo cuore albergava il bisogno, da scambiare con la nostra riconoscenza senza memoria o rimprovero. Aveva combattuto lunghe battaglie di parole e aveva le mani bianche e linde dell’inoperoso pensatore.
Per giungere fino a qui, il Volteggiante aveva camminato per le terre sterminate d’Europa la Madre vestito solo di mantello istoriato con i nomi dei suoi Confratelli del Tallero, la congregazione che aveva raccolto i pochi denari necessari per il pellegrinaggio, fondi che lui non possedeva essendo sempre stato un asceta meditabondo.
Nel suo baciare di continuo l’effigie della Vergine, era dunque una sorta di arcivescovo di molte chiese, con una destrezza ecumenica nell’attirare a sé i popoli denudati sulle spiagge nel sole drammatico delle estati mediterranee, come pure i favori lontani di quel Grande Impero che ora era diventato il Male dopo la guerra scatenata contro un popolo ignaro. Il pellegrinaggio del Volteggiante fondava proprio sull’abiura, a quanto pareva dalle celebrazioni prima della sua partenza. Era talmente convinto della sua nuova assunzione da non riuscire nemmeno più a nominare il Sovrano dell’Impero, un tempo suo ispirato patrocinatore.
Ovunque passasse, dai paesi sulla frontiera orientale lanciavano fiori. Quando arrivò a noi la barba gli era cresciuta e sul volto gli si era dipinta la pace, come si può vedere anche oggi in molte delle nostre icone sacre.
Prono e umile, il Volteggiante entrò dunque nel nostro tempio , pronto a donare il nuovo sé stesso ai martoriati in fuga dalle terre stravolte dalla ferocia dell’Impero. Tutto era pronto per quello che poteva diventare un rinnovato Discorso della Montagna. I paramenti sgargianti gli davano un lustro sacerdotale e la contrizione ingentiliva il suo volto, solitamente un po’ ottuso ma non per questo meno sincero.
Lo introdusse il nostro Patriarca, in tunica da soldato poiché la guerra era prossima. Tutto tendeva a un grande momento, a qualcosa che la Storia chiamava a sé. Messi e testimoni erano giunti da tutte le terre conosciute, gli scribi dispiegavano le tavole.
Ma il nostro Patriarca, ingenerosamente schiavo della sua memoria di ferro, trasse a tradimento dalla propria tunica una veste, quasi una sindone con raffigurato il volto del Sovrano dell’Impero del Male, uguale a quella che un tempo il Volteggiante aveva indossato sulla Piazza Rossa come debito d’amicizia verso il suo antico precettore.
Un gesto raggelante che dapprima lasciò l’ospite istupidito, e poi lo colpì con tanta crudeltà da suscitare un moto di pietà e derisione in tutti gli astanti.
Quando si riebbe, il nostro Patriarca se n’era già andato lasciando sul leggio solo la veste con l’immagine maledetta. Il Volteggiante rimase solo, con i nomi istoriati che gli cadevano a uno a uno dal mantello. Si nascose in grembo la veste e se ne andò curvo sotto il suo stesso peso, forse a predicare in terre di genti meno beffarde. Non si seppe mai più nulla di lui. Per un po’.“Se devo scegliere
tra Obama e Putin
scelgo Putin
tutta la vita”.
Dal Vangelo secondo Matteo 2015gene (tempo di guerra)

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Indifferente
E tu donna che viaggi
con i piedi nel fango nero
e duro dell’inverno
senza il riparo della giacca
trascinando figli tuoi o di altre
Io ti guardo dallo schermo
al riparo nella forma quieta
del pensiero alla mia cena
preparata come sempre
senza scossa alcuna
Diaccio dovrei stare
nello scoscendere del mondo
vorace che si prende te
mentre io lamento
l’insostenibile furto
di un francobollo sulla busta
Davvero io ti guardo donna
e sappi che non posso
ripararti e lo vorrei ma
solo di quel poco che mi basta
per poggiare la testa sul cuscino
e pensare con cordoglio moderato
alla colazione di domani
o alle rondini sul tettogene (tempo di guerra)

Ofelia – John Everett MiIllais -
Altre memorie dal sottosuolo

Il sottosuolo ci appartiene? O siamo suoi prigionieri? Come le case, del resto, che sembrano una protezione e invece sono trappole e le bombe lo dicono. Fedor ha scritto del rintanarsi tra lo sporco sotterraneo e quello dell’anima, il sottosuolo come sepoltura della ragione. Lui sapeva, cinque erano stati gli anni di prigione per le sue idee espresse in parola.
Adesso siamo qui noi, cacciati in queste caverne percorse da binari disabitati che non portano più né a destra né a sinistra, ammassati in un lieve tepore dolciastro uguale a quello della morte appena giunta, tra scritte e pitture, con la fame e il pianto. Come agli albori dell’umanità.
Nell’abiezione a precipizio, senza più la percezione del nostro stesso corpo, che scorgiamo solo come ombra riflessa sui muri istoriati. Non è una vita, ma l’ombra di una vita sfumata, per questo ogni momento è buono per morire, forse siamo già morti e anche le ombre sono solo spettri.
Quando finirà questa tornata, qualcuno aggiungerà capitoli alle memorie del sottosuolo, sfuggendo alla propria ombra per riprendersi il corpo e disvelarlo. Ma il sottosuolo sarà un libro mai finito, altre depravazioni attenderanno i nuovi sopraffatti, altre caverne si chiuderanno sui sopravviventi. Il tepore dolciastro, i binari inariditi, altre ombre, altri graffi sui muri, altre illusioni. La morte e il ritorno.gene (tempo di guerra)
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Rat

Zdzisław Beksiński Ag tocherà scapèe dala paguru
ch’i voreve faigh a i altri
‘me rat col bast dala vargogno
ligò coi grop da l’impichIntan i sacata i necc e i dì
con foro el stomich
dananz a pourit sense ‘l sgiach
ch’is difen a botegliaatEl Rat da Fogno besenfi
fieu dai fiuu invelenei
e ros dal Neucen
u gumu balordU vegnerà an par lui el dì bon
can che ‘l spec us dasfa
a furiu dala schivi da videl
coi vermen rabutei dala bocoAg spudi ados sgià ades
gene (tempo di guerra)
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Tre marzo

Figli al fronte come fanti
sorte sprovveduta e avversa
Sbirri a trafugare in casa
carte stinte e deportare me
Occhi accendono a milioni
a milioni serrano le ciglia
e trascinata nella strada
sento ossa sbriciolare
Stirpe di terra destinata poi
sul volto da sepolta
I figli al fronte come fanti
ignari degli sbirri
deportare
occhi
sepolta
ossa
gene (tempo di guerra)

