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Comunisti ticinesi al bando

Parteggiano per il tizio a torso nudo a cavallo come simbolo virile, in realtà un vigliacco che manda gli altri a massacrare una nazione indipendente. Un criminale con i tratti della follia stampati sul volto, che scatena propagande raccolte perfino dal Partito Comunista ticinese e lo spinge a una manifestazione sotto lo slogan “No alla guerra contro la Russia”. Prese di posizione deliranti, infarcite di termini ottocenteschi e false certezze (i nazifascisti ucraini che operano la pulizia etnica del Donbass, una fake-news gigantesca).
Ora i comunisti da operetta (ma è una tragedia), ben avvitati agli scranni del Gran Consiglio, parlano di neutralità tradita, esattamente come la destra peggiore.
Ma del resto, le idee sono appollaiate in cerchio, come il quadrante di un orologio: i comunisti stanno alle 11.59, i fascisti alle 00.1, quasi si toccano e basta un inciampo per cadere di là. Sono già caduti.
Per fortuna, il popolo ha gli occhi aperti quando si fa la storia, l’ha detto bene De Gregori. Il popolo che i comunisti nostrani pensano sia dalla loro parte senza vedere la miseria del loro consenso, che a questo punto scenderà all’irrilevanza e finalmente potranno riunirsi nella cabina telefonica. Ammesso che ne trovino una non ancora occupata dai libri che non leggono.gene
Postilla 1
Gioventù Comunista Ticinese: “Si evita però accuratamente di menzionare il fatto che le truppe russe non si sono mosse dal territorio russo e che sono invece USA e Gran Bretagna ad inviare provocatori al fronte in Donbass per creare un casus belli e giustificare l’aggressione contro le repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk”.Postilla2
Questo link a futura memoria
https://mailchi.mp/ea58b1a5ba01/ucrainafebbraio28?e=7224a4d2f0 -
L’agguato
Il campo è tutto una buca, una dopo l’altra, ma nel pomeriggio si può ancora giocare. Usciamo di soppiatto, fingendo di andare al cesso per non farci bloccare dagli adulti. Poi suonano le sirene e dobbiamo rientrare sottoterra e un po’ avviliti aspettiamo il giorno che verrà per continuare la partita.
Mi vergogno quasi a dirlo: giochiamo a baseball in un paese di calcio e hockey.
Mi sono fatto una mira notevole e un braccio elastico che produce svariati effetti alla palla. Con i buchi di adesso bisogna stare attenti ai piedi. Quanto alle mani, nessun problema. Con la mazza me la cavo meno bene, Stanislav invece è un campione. Ci alleniamo anche nel rifugio, ma senza palla e senza mazza, solo fingendo, altrimenti è un casino.
La notte è la peggiore, esplosioni vicinissime e il cigolio spaventoso dei carri.
Il mattino sembra sospinto dal fracasso che entra nel rifugio dalla presa d’aria. Le vibrazioni fanno cadere le mensole e i bambini più piccoli piangono così tanto da prendere i nervi peggio che il frastuono là fuori.
Stanislav mi dice Andiamo. Dobbiamo farli smettere. Ha in mano una molotov e sotto la giacca intuisco la mazza. Mi metto in tasca la palla e prendo anch’io una molotov, ce ne sono tre casse piene e due in meno non saranno mica un problema.
Dallo spioncino della porta si vede un carro col cannone girato a sud. Quei pachidermi sono ciechi, vedono solo davanti.
Apro la porta e tiro la palla dritta con tutta la forza. Il carro sussulta tra le buche del campo, il colpo arriva sulla torretta e il mostro si ferma, come punto da un moscerino. Si alza una botola, spunta una testa e la mia molotov tutta fiammeggiante è già nell’aria, un tiro curvo che si infila tra la testa e il vano. Il soldato viene lanciato in aria dalla pressione del fuoco e rotola in una buca. Stanislav corre come alla conquista di una base e mentre il soldato sta per rialzarsi gli sferra un drive sul viso, in bello stile, con le ginocchia piegate e la mazza che sembra avere una vita sua. Guarda per un secondo l’inferno di fiamme che si scatena e poi corre a casa base. Il soldato si è rialzato, ma è malfermo. Prendo la molotov di Stanislav, la accendo e la lancio. Esplode ai piedi del soldato che in pochi secondi è una torcia. Si dimena, barcolla per alcuni passi e finalmente crolla. Immobile. Non un grido. È orribile, tutto.
Rientriamo di nascosto e andiamo a sederci in fondo al rifugio, per piangere nel silenzio. La mazza e la palla sono inservibili, il campo è distrutto, penso.
gene
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Stanislav e il male
Primavera 1996
Lo osservo quando fa la sua ginnastica cinese prima di dormire, dondolando su una gamba e poi sull’altra e ruotando le mani con un movimento opposto a quello delle braccia. Lentamente. Si chiama Stanislav, è un ragazzino della regione di Chernobyl e ha bisogno di cure, tra le quali l’aria buona. Siamo andati ad Agra dove sta in vacanza per qualche mese, con altri ragazzini e ragazzine con problemi dovuti alle radiazioni. È un istituto che nel weekend cerca famiglie ticinesi a cui affidarli, per farli divertire e vedere la nostra terra. Così ci è stato affidato Stanislav, che ha otto anni e quando passa davanti alla tele con noi sul divano si butta a terra e striscia per non togliere la visuale. Cose così, che mia figlia non capisce, anche perché lei di anni ne ha solo tre.
È silenzioso e educato, parla un po’ di inglese, quel tanto ma non troppo, come noi. Ha momenti di gioia pura, anche solo nel mettersi degli occhiali da sole o a calciare il pallone. Ha timore delle montagne. Manifesta una grande attenzione per mia figlia, come una protezione. Poi fa quella sua ginnastica prima di dormire, ma ne ha pudore e vuole essere lasciato solo.
Stanislav è misterioso per noi, credo che anche noi lo siamo per lui. Ma quando andiamo a Agra a prenderlo il venerdì sera lo troviamo sulla porta con il suo zaino appoggiato alle gambe. Da un paio d’ore, mi dicono. Per questo ultimo giorno gli abbiamo regalato una maglia dell’Ambrì e una del Liverpool. E poi abbiamo cantato. Si è messo gli occhiali da sole, piuttosto felice.
…
Abbiamo ricevuto un pacco da Kiev. È la mamma di Stanislav. Caviale e uno spumante di lì. Una lettera dove dice che noi siamo stati la sua famiglia per un po’, ma un po’ è per sempre.Febbraio 2022
Forse Stanislav sta difendendo la sua terra dagli invasori mentre si dondola su una gamba e poi sull’altra e ruota le mani davanti al nuovo male, per ipnotizzarlo.
gene
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Domande dal rifugio
Vorrei sapere perché non ci lasciano in pace. Cosa vogliono da noi? La nostra città è bella, ma è già piena di abitanti, non c’è posto. Cosa ci fanno qui con i fucili? Vogliono spararci e prendere il nostro posto nel quartiere? Per questo noi dobbiamo stare in questo rifugio sottoterra che puzza? Non capisco, mi viene da piangere come una scema di tre anni. E la mia scuola? La maestra? Quando ci posso tornare? Ho quel disegno sui ciliegi da finire e mi interessava anche quella storia italiana che parlava della primavera, più bella di quelle russe che di solito non capisco bene e la gente è triste e vecchia. Voglio tornare in camera mia a disegnare e a leggere, a giocare con il computer. Quando la smettono là fuori?
gene

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Ancora

Ancora uomini lividi
e pavidi
con polvere da sparo
e senza parole
Ancora uomini sporchi
e lerci
coi volti decifrati
e minorati
Ancora uomini macabri
e marziali
con vestiti lisi
e senza luce
Ancora uomini falsi
e fessi
con muscoli guizzanti
e senza materia
Ancora uomini urlanti
e dannati
con bocche aperte
e senza purità
Ancora inermi
e vittime
chiedono pietà
e senza colpa
gene
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Nata oggi

Come sei bella, bambina. Preparati agli sguardi accesi di quando a qualche sportello presenterai la tua identità, che per allora sarà già impiantata sotto la pelle. Oh, signorina, 22022022, quanta fortuna, non mi prende in giro? com’è facile tenerla a mente, che privilegio, abbiamo i suoi dati.
Qualche santone ti inviterà a rileggere cosa successe in quel giorno: guerre, pestilenze, ingiustizie, miserie, sporcizie, onnipotenze, superstizioni, menzogne, delirii, separazioni, sconfitte. Qualche capo addurrà la sua prepotenza a una tua sfortuna, qualche amico si spiegherà i tuoi sbalzi d’umore senza pensare ai suoi.
Di questo giorno sarà bello ricordare la gioia di tua madre e la fronte corrucciata di tuo padre.
Sei così piccola, un coniglietto di tre chili, ma sono sicura che già capisci e prima ci si prepara e meglio sarà. Io e papà siamo un po’ incoscienti, con tutta la polvere e la plastica che c’è in giro, ma se c’è un modo per fregare il mondo è proprio far nascere te. Non per intrupparti, ma per lanciarti come granello nell’ingranaggio.
Il piano è: a scuola non ubbidire, non entrare nei templi, attenta agli sconosciuti che ti parlano del tuo bene, svela le bugie, non confondere essere con avere, vai lontano ogni volta che puoi, condividi pane e acqua, scambia idee, dimezza ogni cosa, moltiplica attenzione, resisti.
Sei nata oggi, una data che qui è questa ma nel mondo è o sarà già un’altra, quindi non ha importanza. Non credere ai numeri, saranno le parole a guidarti, anche quelle della lingua oscura dei nonni: In piraca i sass e in man la sèe.gene
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La nostalgia del virus

Poche ore e poi dalla mezzanotte un mucchio di gentaglia tornerà a intasare il mondo. Il magnifico confino sta per avere fine, ma io rimpiangerò questo virus che ha messo i bastoni tra le ruote alle apericene e ai rabadanchi. Questo virus benedetto che ha ridotto al minimo i saluti, azzerando strette di mano, abbracci e baci a qualsiasi carneade perché prima così si doveva fare per ipocrisia e poi di colpo non più, beatitudine. Ha demolito anche le chiamate trabocchetto con quel “Hai tempo?” che preludeva a una rogna. No! Olé! Questo virus che ci ha obbligati alle mascherine, dietro le quali ho potuto allestire qualsiasi boccaccia al cretino di turno, che anzi pensava che gli stessi sorridendo e invece lo mandavo affanculo con ragione.
Rimpiango già questo esilio dalle cose da fare per i bisogni altrui, quegli spettacolari “non posso / sono a rischio / sono chiuso” grazie ai quali ho potuto stare con me stesso senza paranoie o sensi di colpa e soprattutto senza compiti. Rimpiango già le discussioni sempre più ottuse sui vaccini tra imbecilli di ogni schieramento, perché è in quel rumore di parole vanesie che potevo leggere con nutrimento le voci dei romanzi, ascoltare le canzoni dimenticate, assaporare i gusti senza dover correre in pausa a ingollare cervelat o kebab.
Non so voi, ma io festeggio queste ultime tre ore con l’amarezza di un’epoca migliore che finisce, una meraviglia di ristrettezze, di riscoperte, di lentezza, di persone da amare dal profondo. Un’epoca di sparizioni del superfluo, un disvelamento degli idioti e una conta precisa di chi buttare nello scolo per sempre (ho una lista sterminata e so che sono anch’io sulla lista di qualcuno).
Però ho un dubbio non da poco sull’idiozia che riapparirà: a mezzanotte ora solare o legale? Nell’impossibilità di scioglierlo, vado avanti come se il confino fosse per sempre. Per fortuna tutti insieme, e per via delle cose esposte, non ce la faremo mai, ma io da solo sì.gene
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Breve storia di mia sorella
A Sandra

Chi entrò nella mia casa non so, rubarono. Qualche franco che avevo lasciato in un cassetto e che era destinato a una buona causa, raccolto qua e là, ma generoso. La casa sottosopra, anche quello. Forse erano bisognosi anche i ladri, magari se ero lì mi avrebbero ammazzata, o forse avrei dato ciò che a loro interessava senza discussioni. Ma la catenina con il piccolo scrigno no, li avrei pregati e magari avrebbero capito. Invece non c’ero e si sono presi anche quel piccolo oggetto, che però conteneva un mondo intero e scomparso da tempo, vivo solo nella mia memoria: la foto di mia sorella morta quando aveva tre anni e che io non ho conosciuto, anche se dentro di me fioriscono ricordi della nostra vita insieme.
La sorellina si chiamava come me e andavamo all’asilo insieme, poi nella vecchia scuola sulla strada e avanti fino all’università lei, alla magistrale io. Si sposò, ebbe dei figli che crebbero con i miei, qua e là dal ponte che univa e separava le nostre famiglie. Ricordo il suo sorriso davanti al presepe, i suoi pianti d’amore, il viso serio sullo studio, l’abbraccio nella penombra di nostro padre avvilito nel letto, di nostra madre sola, dell’altra nostra sorella più grande. Le corse sotto il melo del chiosso, dove i nonni aspettavano il sole di buon mattino. La scoperta del piccolo paese conficcato pure lui per sempre nella nostra vita per determinarci.
Ma niente di tutto questo c’è stato, per lei.
Ora starà viaggiando in mani remote, in un ninnolo senza valore, da scambiare con qualche compro-oro per pochi franchi, il valore di un panino o di una pistola sottobanco. Spero che non abbia paura, che non le facciano del male.
Non la vedrò più, mia sorella, in quel ritratto minuto in bianco e nero aggrappato a una catenina. Allora tanto vale pensare che almeno viaggi di mano in mano, di collo in collo, attraverso mari e praterie, che veda città sconosciute e che senta lingue ignote. Forse è questa la vita che la attendeva e che ha atteso per sessant’anni. Spero che le vorranno bene tutti come gliene ho voluto io e che continui a sorridere.
Però la aspetterò per sempre, è un buon modo.gene
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Sogni olimpici

A un certo punto toccava alle olimpiadi, attorno a giugno, solo che non sapendo bene come funzionassero ne veniva fuori un qualcosa tipo i Giochi senza frontiere. Che quelli sì li vedevamo alla tele del zio Gino, con lui sul tetto a girare l’antenna e noi sotto a dire bon no fermet amòbon bon bon no amò apene bon. Una delle prove era trasportare una padella colma d’acqua camminando sulla cinta in sasso del letamaio, quello dove era planato il Nandel con il velivolo fatto di ombrelli. Bisognava versarne il meno possibile, ovvio, ma c’erano sempre discussioni quando si misurava l’acqua rimasta, la giuria era fatta dai concorrenti e ognuno la tirava al suo mulino. La caduta nel prato valeva un meno cinque, quella nel letamaio un terribile meno quindici che non si recuperava nemmeno col fil rouge (prova di rotazione del secchiello col latte). Credo che la parte olimpica fosse quella del camminare, ma così, proprio per tirarla; la parte senza frontiere era il dileggio del Belgio che arrivava sempre ultimo e la terribile scelta dell’Italia, che non la voleva fare nessuno e quindi la si affidava a qualche bambino terrone. La Svizzera era contesa, ma neanche tanto, andava bene anche la Francia per i paladini o la Gran Bretagna per via dei Beatles nel mangiadischi del Dixan.
Un giorno che non c’era neanche uno degli infelici emigranti mi toccò l’Italia, con un sorteggio che francamente mi pare sospetto ancora adesso, dato che a tenere i legnetti era il Gat. Investito di tale onta, non sapevo se lottare per vincere in nome mio o perdere di brutto per il disdoro di tutta la nazione avversa.
Alla prima prova, che consisteva nel lanciarsi da una corda per balzare oltre la ramina (uh, quanto simbolismo), la Gran Bretagna rappresentata dal Dani e dalle sue braccia a stecchetto si schiantò contro la rete. Non andò meglio nemmeno alla Francia che con il Nandel alla guida si impigliò e cadde appena al di là, con le braghette stracciate e un porcoqualcosa. Poca fortuna anche per la Germania del Denco e la Spagna del Franco (non lo sapevamo, giuro, del connubio), ma non ricordo per quali intoppi. Il Gat della Svizzera, e al sorteggio non avevamo dubbi che sarebbe toccata a lui ed era meglio non discutere, aveva fatto un balzo che neanche Tarzan. Infine io, col dilemma ad appesantirmi: da un lato la voglia di farla vedere allo svizzero, dall’altro il desiderio di un meno quindici da fondoclassifica.
Non sapendo come uscirne, con la corda già stretta in pugno e il sole che inondava beffardo il mio sacrificio, sopraggiunse il Nono, ma grazie in eterno, dicendo di sgombrare che doveva far uscire le galline e gara soppressa.
Il giorno dopo ci riprovammo, ma la notte mi aveva portato consiglio e mi lasciai cadere senza neanche dondolare. Da terra, misi in mano la corda a uno dei bambinetti riapparsi e proveniente da qualche parte in Calabria, appioppando per acclamazione un meno quindici che sommerse definitivamente la penisola.gene
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Ma il cerchio non si spezza
Le carte sul tavolo non erano un gioco
erano i segni di un’altra civiltà
De Gregori
La Mina la chiamiamo tutti nonna perché è nonna, anche se è pure mamma, altrimenti non sarebbe nonna. Ai suoi tempi è stata figlia, sorella e sposa. Il Meo è l’abbiatico e nel contempo è fratello e figlio, anche se confonde un po’ i ruoli visto che lo chiamo zio. La Maddalena, che scatta la foto, è figlia, madre, sorella. Io sono loro amico da molti anni.
La Mina è arrivata su già al mattino di questa domenica, col pensiero dichiarato che la Maddalena non bagna i fiori con costanza. Il Meo si è seduto sul sedile posteriore lasciandole il suo posto davanti. Li aspetto impaziente perché sì, tendono al ritardo e col risotto non si scherza, ma pregusto il piacere.
La terrazza è piena di sole, quel sole alpino che è ancora, almeno lui, benevolo e prezioso; la Mina sa che verso le quattro se ne andrà e si potranno finalmente bagnare i fiori. Nell’attesa, e dopo che il Meo è andato nel bosco a dare un po’ di martellate a un castagno, la Maddalena li invita a una partita alle carte. Di solito si svolge con il Meo che recalcitra a ogni presenza (Faccio da solo!), ma stavolta accetta di giocare con la nonna e si danno da fare come due bambini diligenti, insegnandosi a vicenda con spiegazioni criptate. La Mina ogni tanto vorrebbe imporre la sua saggezza, ma il Meo è anticlassista e non ascolta.
La Maddalena beve il caffè con me e cerchiamo di diventare invisibili per osservare quella relazione tra i due, che solo noi sappiamo quanto sia delicata, fragile come una tregua, ma che come una tregua è speranza.
È quasi ora di cena, i fiori sono innaffiati, la Mina è un po’ stanca e forse vuole andare a casa. La riporto giù io e durante il viaggio spiega a modo suo quanto è stata bene, parla di come il Meo progredisca, esplicita il suo amore per la figlia Maddalena.
Sotto casa sua aspetto che salga e che si affacci alla finestra del terzo piano per farmi sapere che è tutto a posto. La notte è scesa di colpo. Si affaccia e mi lancia un foglietto che svolazza qua e là e che agguanto per un pelo prima che finisca nell’orto. Per bere una birra al grotto, mi dice.
Poi si ritrae, chiude le persiane e non la vedo più.gene
Postilla
Ovunque tu vada, vacci con tutto il tuo cuore
Confucio

