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  • Il volatile

    Droneggia sulla pelle del mondo
    il cacciatore di immagini e pruriti
    Scruta e imprime, indifferente
    Zuzzuzzurella a giramento
    di eliche e pale un po’ bambine,
    andrà cercando anche nei cuori
    i sentimenti più riposti?
    Oppure già droneggia impavido
    sull’inconsapevolezza dell’evaporabile
    presente che si farà futuro
    per tre secondi e poi un bel niente?

    gene

  • Al centro

    Occorre una pausa, una riflessione. C’è un’incriminazione in ballo da quasi novant’anni: è una squadra di liberali. Conferma? Si ricordi che è sotto giuramento, dice il Prevet al Sendich, aggiustandosi la coccarda del Sacro Romano Impero che gli è stata conferita per aver fatto orecchie da mercante nel famoso caso delle elemosine svanite.
    Camminano in campagna come ogni sabato mattina, a fare il giro dei letami come fossero reami.
    Il Sendich viaggia verso la fine del mandato e allora molla i freni:
    Non so perché lo chieda a me che mi occupo solo del tè di metà partita. Ma comunque, certo che siamo una squadra di liberali. Ultimamente abbiamo allargato a un paio di socialisti patrizi. Abbiamo mai visto un conservatore capace? Glielo dico io: mai! Se ce n’è qualcuno me lo faccia sapere che lo annoto al capitolo X-files. Qualche poveretto l’abbiamo anche provato nei Sessanta, per spirito di tolleranza, ma oltre a giocare di merda erano di quelli che impedivano le bestemmie. Già bello che li lasciamo entrare in Municipio, anche se non li voterebbe nessuno, nemmeno le mogli e le sorelle. Non hanno cambiato il nome i vostri?
    Il mondo va avanti signore, non siamo più nell’Ottocento, fa il Prevet con una tola da primato e con una punta malmostosa.
    E per dove mai va questo vostro mondo? Verso la Quinta Divisione, cioè indietro? No, non ci siamo. Già abbiamo concesso l’apertura a portoghesi e italiani, ma conservatori non ne vogliamo. Ci sono mille altre squadre in cui giocare. Nella nostra abbiamo abbandonato il rigore razziale ma più in là non si va.
    Dunque ammette i fatti?
    Sì sì, ammetto e concedo e rimetto e tutto quanto.
    Fine della riflessione. Continuano a camminare in silenzio nel profumo di merda sparsa a regola d’arte. Fermano al traghetto. Il Pantoni osserva il Prevet e scuote la testa, ma forse sono le mosche.

    Pantoni
    Dopo un paio di traversate di qua e di là del Tasin, il Pantoni rincasa, se si può usare questo termine dato che si sdraia su un letto di foglie riparato a malapena da quattro muri e un tetto in bilico. È quasi vegetariano perché mangia un paio di volte a settimana. Quando i giocatori scendono in campo per il secondo tempo, vuota i fondi del tè e si succhia quel che resta dei limoni, e così gli basta fino al mercoledì, quando si rifocilla con gli avanzi che gli lascia fuori la Zepe. Ha un metabolismo tutto suo che gli permette ogni funzione con due litri di benzina, di vino cioè, e che allena dai tempi della scuola. Circa ottant’anni fa. Il vino lo compra, qualche franco col traghetto se lo mette in tasca. Non ha figli, non ha avuto mogli. Non è mai andato oltre quel pezzo di sponda dall’altra parte del fiume che guarda ogni mattina con affetto. Gli piace stare sul traghetto, che è una zattera legata a una fune che lui spinge con un palo. Non si lava, aspetta la pioggia. Non prega e non invoca. Non si arrabbia mai, al massimo si impunta e se decide che non ti porta di là puoi partire subito e fare il giro da Gorduno. Dicono che faranno un ponte anche qua e allora non avrà più lavoro. Meglio, pensa, così andrà in pensione e se la godrà, come dicono tutti. Intanto spinge avanti e indietro col bastone, cantando.
    Il Prevet disapprova, il Sendich sorride e tira le somme:
    Anche il Pantoni va al centro come i vostri, solo che lui non naufraga.

    gene

  • Lo zufolo delle streghe

    L’é ‘m sit daparlui in fon
    a ‘na val daparlei
    Dasmentigada no, mighi asei
    sta val a pich so prei pinit
    e mugit da cà scià a e là
    Sgenn ch’ a va e ch’ a vegn
    forsi più al noto
    Sass ag n’é dapartut
    e un u suru da necc col ven,
    i diss ch’ié strii da necc a fèe berlot

    El surell di strii

    U gà den dui becc ‘me ecc
    sto sass scondù da arbri e corer
    Om cartell in strada ul segne
    sto surel di strii colorò
    dal Nando e curò dal Frank
    Om quai naar in giir al noto
    – ag n’é da naar in giir al noto,
    an vidì an chilé, ai sentii –
    u l’ha cribiò da colpi, da scondù
    Ma ‘l Frank ul varda e u fa:
    l’é fin pisei bel iscì sbogiò

    gene

  • Catastrofe

    Da necc el piodei dal tecc                    
    u crodo soi stirn col fen scicc    
    intan ch’ a piou frecc e dricc  
    sense infagan di nes ecc  

    U laga gnomà ‘m becc    
    ‘me la canegie in do lecc    
    aoo che nui canicc     
    a vegnom vecc     

    gene

    Di notte il tetto della stalla
    crolla sulle travi con il fieno smunto
    intanto che piove freddo e dritto
    senza importargli dei nostri occhi

    Lascia solo un buco
    come la trincea nel letto
    dove noi bambini
    diventiamo vecchi

  • Gli storiopoetoidi hanno rotto

    Ieri il testamentino, oggi la polemichina. Dopo Omero, qualsiasi storico che si butta in letteratura è un tizio che non avendo personaggi suoi li prende a prestito dal passato e gli fa fare cose inconsulte o prevedibili, ma senza un minimo di visionarietà. A partire da Dante per arrivare a chi oggi lo rievoca, magari in prosa per proporlo a lettori che ritiene incapaci di capire la poesia. Dante: grande tecnica al servizio di un fantasy con nomi reali, una prova di bizzarro e sadico discrimine tra il bene e il male. Meglio Mauro Corona che almeno propone squinternati di vario genere e sconosciuti al mondo, e li ama. Perfino Liala lo supera.
    Non pretendiamo Kafka, ma nelle librerie e al cinema è tutto un florilegio di autori con una formazione storica e forse lo richiede il mercato, ma insomma: che la piattezza rigida come un albero genealogico sia per loro un credo, una leva per avere un qualche tipo di successo. Quando sarebbe il momento buono per inserire la variabile impazzita creata dal nulla, un personaggio inventato da cima a fondo che spariglierebbe le carte, ecco che invece appare qualcuno ripescato dalle carte di un qualche oscuro processo del Seicento, che nessuno conosce e parrebbe nuovo di pacca e invece è un escamotage utile a mascherare lo zero creativo.
    Si dimenticano, gli “storiopoetoidi” che forse Omero non è mai esistito come entità unica, trattandosi quasi con certezza di una somma di autori orali messi per iscritto da qualcun altro. Inoltre, i personaggi di Iliade e Odissea resistono dapprima come prodotti di fantasia con tracce potenti e attuali, e poi come ipotetici membri della Storia. Ulisse e Achille non sono molto più reali di Cappuccetto Rosso o di Han Solo, a quanto si sa.
    Anche Cervantes mette in bocca al suo Don Quijote una sequela di eroi a cui rifarsi per le sue stranezze catastrofiche, ma il Cavaliere dalla Triste Figura appare invece dal nulla, o dai cromosomi del Cervantes stesso, e totalizza la scena ribaltando il mondo, prendendo a calci la Storia stessa. Il grande libro di Cervantes è, oltre a uno spasso inarrivabile, la prima derisione del romanzo storico e funziona alla grande. Eppure, oggi, quattrocento anni dopo, gli storici che si buttano in letteratura non ne tengono conto, o forse nemmeno lo sanno, attirati verso il fallimento dalla loro prosa pretestuosa e senza immaginazione. Né Storia, né letteratura: un qualunquismo.
    Sto rileggendo l’Antologia di Spoon River, la mitizzazione dei poveri diavoli morti, dimenticati, mai esistiti. Ma più veri e attuali della Storia rimescolata per la mancanza di fantasia dei nostri contemporanei, che dovrebbero ripassare tutto Topolino per rifarsi le idee. Meglio di no, ci darebbero a bere che Pluto è il vero guardiano dell’Ade.

    gene

  • Testamentino

    Cammino tra i burroni sul filo dell’ironia, un Epouvantail scacciapiccioni, perché le ampie strade dei piagnistei e dello spettacolo sono intasate e puzzolenti, disseminate di premi ambiti e goffi. L’avrebbe sottoscritto anche Brecht questo passo dopo passo sotto tiro. Quindi, non vedo perché non posso metterci la firma anch’io, nonostante il Lolo dica che l’ironia è virtù borghese e a lui tendo a credere perché rimarca anche che se uno è scemo a livello del mare, sull’Everest lo è ottomila volte di più, e subito penso a tutti quelli che sono in giro sulle cime per schivare la canicola e mi dico che io invece no, mi stufo alla prima cappellina e poi bestemmio e tanto vale bestemmiare senza stufarsi. No?

    Dunque, va bene, sarò anche un borghese ma resto fedele a una scemenza da due o trecento metri, che è già un burrone non da poco, provateci voi che siete incolonnati sulle strade dei pianti e delle risa da reportage, ma comunque è una scemenza piccola, sempre meno che aggirare la cosa con un deltaplano o trappole del genere solo per raccontarla a qualcuno che non ti ascolta mai, o più.

    Questo per dire che magari faccio fatica anch’io su quel filo, lo ammetto, ma almeno vedo il mondo da una spettacolare prospettiva pericolante che mi allerta i sensi senza il bisogno di un solo accenno di sorriso, un po’ come Buster Keaton, non si sorride signore e signori, mai, altro che selfie con padrepio o pontetibetano, non si sorride mai, né in foto né al circo, men che meno sul filo.

    Poi, chiaro, un giorno cadrò da questo mio filo, per demenza o morte, ma almeno non ci saranno i qualunquisti e gli imbonitori a fare oratorie sgrammaticate e strappalacrime, francamente inascoltabili, non ci saranno perché sarò riuscito nell’impresa suprema di farmi detestare. Non potrò impedire che mi applaudano, lo so be’, durante l’ipotetico minuto di silenzio, ma per questo ho lasciato detto al Lolo di avviare la motosega al minimo accenno. Me lo deve, cazzo.

    gene

  • Transumanza

    Vi arrivavano in quel luogo conducendo le bestie in primavera, da Cavergno alla Terra di Foroglio. Vi sostavano per qualche settimana e poi via, ancora più su, verso gli alpi della Calnègia e della Bavona, fino alla discesa d’autunno. Non so rimirassero la cascata con sguardo romantico, non c’ero e dai racconti non esce traccia. Forse la benedivano per l’acqua, spesso la maledicevano per il suo assommarsi alle piene devastanti che lanciavano pietre e alberi nei letti incontinenti. Il ponticello dalla mulattiera al paese pericolava a ogni cambio di stagione con le sue fiumane, e spesso gli abitanti erano tagliati fuori dal mondo (successe anche alla Maddalena che stava là con il suo bimbo di pochi mesi e me lo ha raccontato).
    In tempi di guerra vi dedicò qualche fotogramma anche Leni Riefenstahl, la pubblicista di Hitler che poi si arrampicò in una difesa artistica delle immagini anche peggiore dell’opera.
    La transumanza finì, troppo difficile e povera. Che fare della cascata? Beh, è bella, disse qualcuno. E la voce si sparse, stava arrivando l’ora del turismo, delle riattazioni da vacanza. Si ripristinò a scopi didattici e paesaggistici il sentiero della Transumanza, ma accolse da allora solo quella degli umani, con qualche cagnolino al seguito a fare da decorazione. Tutto venne messo in sicurezza, grazie anche all’arrivo dell’idroelettrico che prosciugò il corso del fiume. Per poco non si prosciugò anche la cascata, ma il progetto di sbarramento delle acque non si realizzò, grazie anche alla ferma opposizione di Plinio Martini, figlio di quella Terra.
    Si rifece anche il ponte che oggi è di un bel cemento armato e ferro. Non andò alla deriva quasi più nulla e Franco Lafranca vi fece un’opera sul sasso che si vede nella foto. Continenti alla deriva: una cartella calcografica con lo stampo del sasso e le parole di Alessandro Martini, il poeta. Una targa in rame corrosa ad arte e incisa venne posta sul sasso, imbullonata come se dovesse partire per lo spazio. Alcuni anni dopo la targa sparì, un continente alla deriva, forse vittima delle acque o della mano maligna di un umano. Il sasso però è ancora lì e se la piena fosse stata così forte da strappare la lastra, allora avrebbe spazzato via anche il sasso.
    Adesso resta la cascata, libera solo in apparenza. In realtà imprigionata negli smartphone come una fiera allo zoo, senza altra utilità che farsi bella per gli ohhhh distratti dei passanti. Non fa più paura, non indica la via degli alpi per le bestie, non fa sospirare di fatica. Non fa più niente. È reclusa nei cuori distratti e nelle menti dimentiche.
    Per guardarla meglio e in modo organizzato hanno costruito un bel parcheggio, a pagamento. Lo spettacolo però è gratis.

    gene

  • Inseguire Fatima

    Alpe Arami, 17 giugno 2022

    Il libro di Matteo Beltrami è attraente. Che sembra una non-parola, una di quelle che servono per rintanarsi in un non-parere. Non è così. Cercate Fatima Ribeiro! (Edizioni Ulivo) è attraente perché calamita lo sguardo del lettore attraverso le parole, e con gli occhi puntati come fari si viaggia attraverso le pagine. Come per le strade sconosciute di una grande città si arriva alla zona di confine che potrebbe essere una periferia opposta a quella dalla quale si è partiti ma che ne contiene quasi le stesse ombre. La storia, il viaggio, non sfiora quasi mai il centro di questa città immaginaria, non si dilunga in didascalie turistiche patinate, ma ti fa trascinare i piedi in diversi tipi di melma: corruzione, malaffare, violenza, depressione, sostanze nocive, rapporti ambigui o contrastanti con sé stessi e con gli altri. Il protagonista, per esempio, è un uomo alla deriva al quale viene affidata una complessa possibilità di uscire dal buco dove tenta di interrare la sua vita e lui l’afferra, dapprima controvoglia e poi con acume e coraggio, sorretto da un’incosciente coscienza che si fa etica.

    Un giallo dunque? Un noir? Un thriller? In parte sì, nella trama, però con un’atmosfera alla Dürrenmatt che destruttura la lacca brillante della nostra terra mostrandone le rughe e le cicatrici.

    Beltrami si appoggia a un mondo sociale che conosce e nel quale lavora da anni per allestire uno svolgimento che deve qualcosa a Sergio Leone: una partenza in campo lungo e silenziosa, e poi un susseguirsi di colpi di scena dove l’antieroe Darko, questo il nome del protagonista, sembra l’Eastwood de Gli spietati, dove un tizio alleva un paio di maiali nel nulla della prateria americana assieme al suo giovanissimo figlio e viene strappato al suo ritiro dal mondo per essere catapultato in una storia di violenza e riscatto che sembra oltrepassare le sue arrugginite possibilità di uomo deluso da sé stesso e del suo passato da pistolero. Darko è invece un cuoco, fallito, che si trova costretto a rispolverare una vaga istruzione da detective, e in certi passi è esilarante la sua inettitudine, prima di cambiare marcia e farsi quasi spietato pure lui.

    Il paragone con il cinema è dovuto a un taglio di scrittura che da prosa si fa sceneggiatura, sorretta da dialoghi fitti e movimenti repentini, con giochi di luce e inquadrature a determinarne il ritmo sincopato. Gli altri personaggi di Beltrami attorniano e sorreggono, spesso contrastano e addirittura combattono questo riluttante e accasciato Darko, fino a quando lui si rimette in piedi e comincia a camminare da solo nelle periferie accennate prima e cercando di liberarsi dalla periferia della sua anima scheggiata, mettendo a dura prova il suo coraggio e la sua fragilità, ma con un’ostinazione che lo sospinge fuori dai suoi presunti limiti, verso una redenzione (forse).

    Da attraente, il romanzo diventa quasi epico, seppur con un sottofondo picaresco ineludibile (tutti i personaggi sono difettosi) e nel quale il Caso che aiuta gli audaci si manifesta negli snodi decisivi. Ci sono rapporti umani che scendono nelle viscere, tra la merda e i battiti del cuore, tra il sonno innaturale e la veglia ansiosa, tra la repulsione e una certa idea di onestà traballante da frapporre al Male.

    Matteo Beltrami, nel solco tracciato dalla vocazione che la letteratura persegue, ci offre qualcosa di sé, una visione del mondo e il modo per raccontarla, in un necessario intreccio con la fantasia e la creatività.

    Chiunque scriva un testo merita rispetto, prima che si vada in gregge nell’esaltazione acritica, nel dileggio ignorante o nell’indifferenza codarda, le tre degenerazioni con cui la letteratura lotta cercando di non soccombere, come un’umile lucertola al cospetto di un drago.

    gene

  • Il Pizzo di Claro

    Etel amò ‘l Piz da Crèe:

    te veer la finestre e l’é ilé

    Te tì ch’ al varda lui

    o l’é lui ch’ at varda tì?

    S’ tel rampa mighi su da pinin

    l’é mighi conten e s’te ruzu

    in cardense o sot al tauro

    u salta foro indezento

    e u fa ‘me dit: chegon

    Aloro su col Pa’

    – Mam gnomà fin al laighet –

    coi soci, cola morosa, dapartì

    Da ilé, te pò nèe fin sola lunu

    tan te gh’ l’à piantò in do fidigh

    tucc i dì lusenn e tucc i necc dasfei

    Te po’ nèe atorn ‘me ‘m tiribiri,

    Memphis Liverpool Baires:

    ut vegn dré ‘me ‘na zeche

    Us piaza dré ala porto,

    sot al tapé, dananz e dadré

    Te volto vii la fascia?

    Ut fa scignauri

    Te provo a seterass?

    L’é in fon al becc

    Te va in do lecc?

    L’é sgià sot i cueert

    ‘me s’ a sarisut maridei

    Te gà fiéi?

    Condanéi an lou

    a rampighèe tutu la viti

    sol Piz da Crèe

    U comanda

    con o sense ‘l capel

    gene

  • Catalogo dei matti di Preonzo

    Prima parte

    Uno ha detto che se proprio, per questioni di salute, deve bere cinque litri di acqua, allora ne beve anche sei di vino.

    Una che una volta era stata accusata da un ragazzo di essere una puttana aveva risposto di aver fatto la puttana solo con suo papà, quello del ragazzo.

    Uno era stato scambiato per il marito di una tizia e aveva risposto che io non sono il marito di nessuna.

    Uno andava in bicicletta sullo stradone in contromano e a chi gli faceva notare la pericolosa abitudine rispondeva che era nato prima lui dello stradone.

    Uno di Pasquei aspettava sul bordo dello stradone e attraversava solo quando una macchina era vicinissima, obbligandola a frenare di colpo. Giunto dall’altra parte si diceva tra sé: te l’ho formata ancora, zac.

    Una andava con una carrozzina a raccogliere legna nel bosco a sud del paese e si perdeva spesso. Allora, uno gli ha chiesto dove andasse di bello, e lei, rivolta la carrozzina ancora di più a sud, gli ha risposto che andava a casa. Il tipo ha osservato che se è vero che la terra è rotonda arriverai anche tu a casa, ma non stasera.

    Uno che era impegnato a sostenere la superiorità degli animali sull’uomo, a fronte di innumerevoli obiezioni, la chiuse con una certa inconfutabilità: allora che provi una donna a partorire un selvatico all’aperto.

    Uno della Carèedoborgno ha rischiato di mungere l’asino perché non ci vedeva bene.

    Uno ha raccolto la sfida del miglior bevitore dicendo a uno di Biasca, che si vantava del titolo, di scegliere l’arma. Bon Père, ha risposto l’altro, che ha poi resistito fino a quando non è rotolato lungo la scarpata del Bar Tennis.

    Una che aveva i maiali nella stalla attaccata a casa ha trafugato un’acquasantiera del ‘600 per abbeverarli.

    Uno ha detto che Dio non esiste e non è mai esistito.

    Uno dell’Albiet aveva una motoretta, ma poi si è stufato e l’ha sepolta quasi nuova.

    Un altro gli ha chiesto se gliela vendeva, ma gli ha risposto che né compro, né vendo, né cambio, piuttosto sotterro.

    Una è convinta che ci sia una mappa del posto dove la motoretta è sepolta e ancora ieri sera era lì che scartabellava nell’archivio comunale dopo le sette.

    Un altro la segue sempre con la pala, anche la domenica.

    Uno alla partita di calcio, in panchina come riserva, ha sparato a un camoscio. Meglio che all’arbitro, ha detto.

    Uno di Rivai ha dato un passaggio in auto a mia mamma e gli ha fatto vedere tutti i posti dove aveva avuto un incidente. Le ha detto che lì un cretino non ha visto che stavo uscendo da uno stop. Mia mamma è scesa.

    Uno aspettava il postale quando è passato quello di Rivai e gli ha chiesto se voleva un passaggio. Sono di fretta, ha risposto.

    Uno andava in auto a lavorare seduto di fianco a un epilettico e teneva sempre la portiera aperta, in caso.

    Uno diceva spesso che la neve che cade a dicembre non cade a gennaio e al primo dell’anno andava a Alicante per un mese. Quando nevicò a gennaio in tutta la Spagna si sentì ingannato.

    Uno, lo stesso di prima, aveva un sogno per la pensione, una barca di cemento armato per girare il mondo.

    Uno era così timoroso che girava con un secchiello di vernice bianca per cancellare la sua ombra.

    Una era così preoccupata della sua salute che con la luce non usciva di casa per non calpestare la sua ombra. Mi fanno male i piedi, sennò, spiegava.

    Uno piuttosto vecchio teneva un braccio nell’acqua della fontana in inverno e in cambio gli facevano fare un tiro di sigaretta dopo una mezzora di immersione, con la mano libera. Una volta ha bevuto anche un bicchiere di colaticcio e poi gli hanno dato una paglia intera come dopo il caffè.

    gene (work in progress)