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La morte perde sempre
Quaivol bigni vardala in fascia
e mandala a cheghèe
sense gnan fèe parense
da scoltalaQuando la morte segna al novantesimo e oltre, tu hai già fatto diversi gol e la partita la porti a casa comunque con la vittoria ben stampata sull’albo d’oro. Ogni giorno è un corpo a corpo, ma quando a letto ci vai vivo è un punto e lei è costretta a inseguire. Non può vantare nemmeno il bel gioco, quello è tutto tuo, con un possesso palla catalano, trame imprevedibili, rovesciate, falli, dribbling e passaggi visionari. Lei riesce a spezzare la trama solo con qualche trucco sleale, un incidente o una malattia o una guerra, ma questi contropiede falliscono non appena esci dalla metà campo dei tuoi dolori. Prova anche ad ammazzarti i compagni, ma quando ci riesce la sua esultanza è strozzata perché pure quelle partite contro di loro le ha perdute e lo sa. E tu, anche disorientato dall’ingiustizia simile a un errore dell’arbitro, ti difendi e riparti. Quando metti al mondo un figlio o una figlia, poi, lei arretra fino alla sua area e le buchi la rete con una delle più belle azioni corali che ricordi. Ti guarda inorridita quando costruisci qualcosa di solido, una casa, una musica, un pensiero, un libro, un amore: sa che quelle saranno le cose che continueranno a farti vivere, e quindi giocare, anche dopo che lei avrà messo a segno il suo solo e inutile gol contro di te. Lei muore ogni giorno, tu una volta sola.
gene

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Ti abbattono
Ti abbatteranno come un mulo vecchio che non riesce più a portare il basto. Ti abbatteranno d’estate, per non farsi vedere, quando il ghiaccio è un ricordo e l’erba cresce. Al tuo posto, un bel niente, un prato agricolo, che è meglio di un bastimento sfitto all’ombra di un’ipotetica frana.
In vece tua c’è già la necessaria e sfavillante arena, che chiamano empiricamente Gottardo ma che del massiccio non ha nulla tranne la nuova via delle genti dell’hockey, contente di stare al calduccio e senza coda per la birra, senza spintoni per il cesso. Non fai più paura a nessuno già adesso che sei lì ancora in piedi come quei vecchi che aspettano la morte sulla porta dell’ospizio. Tu che minacciavi tempeste su squadre e tifosi rivali, tu che ammantavi di leggenda anche l’ultima delle riserve, tu che avevi un ghiaccio duro come nessuna, che ti si sganciavano le porte, che per uscire era meglio aspettare in compagnia etilica, tanto vale.
Proprio in questi giorni un giovane ceco è andato a Rapperswil nel pieno della stagione, preferendo il circo allo spirito della valle: con te ancora operante non sarebbe mai successo, pensa a fenomeni come McCourt o Malkov che sono rimasti fino allo stremo delle forze.
Tu che ci hai tirato fuori tutto, la disperazione e l’ebbrezza, il senso di comunità da scimmie sugli alberi, l’idea dell’odore di stalla, come ti definivano i cittadini bianchi e neri. Tutto, tranne la noia. E poi gli amori e gli stordimenti, la promiscuità come libera scelta, l’identificazione con un modo di essere e di stare, la poesia proletaria, l’incanto dei canti e la provvisorietà.
E allora, avanti coi concerti e le luci led, le maniche di camicia in dicembre e le casse acustiche a informare i clienti, nell’andirivieni ovattato dei carneadi.
Il mulo è morto, viva il mulo, e poi un grande prato verde dove non nascono più ragazzi che si chiamano speranze e che non è quello dell’amore, anche Morandi si rassegnerebbe.gene

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La morte dello sport

Le vacanze di Natale sono la morte dello sport, tra dolorosi vuoti agonistici e abbuffate che evolvono in adipe. Ovviamente, come il prezzemolo che va con tutto, ci si mette anche il virus, quel coso invisibile che ci ricaccia in area di rigore neanche fosse un attacco in forze dell’Olanda di Cruijff. L’Epifania è arrivata e tutte le amarezze porta via? Non esattamente, anzi, negli scarponi di fianco al camino (fiacco pure lui, con ‘sti climi pre-tropici) ci ha infilato un Ambrì senza Spengler e in quarantena che poi si ripresenta dalla prigione del Monopoli in stile abate Faria, con le unghie consumate a furia di grattare il fondo del barile.
Col calcio nostrano ancora ai box per la pausa, che in questo caso pare una benedizione, gli altri tornei sono andati avanti in una specie di schizofrenia: stadi zeppi, stadi vuoti, stadi a metà come i malinconici bicchieri di un bagordo svanito per sfinimento, squadre zeppe di ragazzini sbranati dall’urgenza, partite rinviate che per recuperarle ci vuole un’altra vita (Battiato ha sempre ragione), allenatori che passano più tempo in tribuna che in campo tra squalifiche e pestilenze.
Un altro bel dono di quella megera è il Djokovic che spara balle a destra e a manca per poter entrare bello impunito in Australia, nazione che sbarra le porte a chiunque dimenticandosi di essere stata colonizzata da tutti gli avanzi di galera dell’Impero Britannico.
Ci siamo buttati sullo sci, con la pista di Zagabria, vuota di pubblico e con le foglie secche a volare in faccia agli atleti, in pericoloso equilibrio su una lingua di neve talmente marcia che sembrava caduta nel secolo scorso e mantenuta in vita con un misterioso processo di imbalsamazione. Una folgorante dicotomia con Adelboden, dove la neve era così prosperosa da far pensare alla sepoltura di ogni prudenza e allora tutti lì, in ventimila a pazziare sfidando il freddo senza mascherine fighette.
Poi rinascerà tutto come una mandria di cervi a primavera, okay, ma intanto è in ginocchio perfino la nostra ombra. Buon anno, comunque.gene
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Il cinghiale bianco

Col fucile in mano e in testa quella sua berretta di lana verde coronata di foglie secche che ha cominciato a tenere anche a letto, si volta e mi fa: Spero che ritorna presto l’era del cinghiale bianco.
Okay, gli dico.
Poi andiamo avanti e lui mi lascia in un silenzio dove la citazione sgrammaticata di Battiato perde tutto il poco senso che ha sempre contenuto anche da precisa. Saranno ormai le dieci del mattino e gli alberi sfilano prosciugati come spettri. Pestando foglie traditrici (c’è sempre un sasso o un buco quando meno te lo aspetti, come nella vita del resto) mi sento marcire i piedi e quanto mai l’ho seguito in questa battuta, che doveva essere sanguinosa e invece è solo noia. Mi sono fatto alcune riflessioni, ma poi ho dovuto ammettere di non aver capito nulla, né del cinghiale bianco né del fatto che lui l’abbia buttata lì, lui che mi sembra fermamente rimasto alla madonnina dai riccioli d’oro da cantare in qualche situazione rustica dove il massimo della filosofia è prendersela con disoccupati e drogati. Aggrappati in gruppo cacofonico.
Che poi spara anche male, anzi, sparerebbe, nel caso qualcosa si muovesse. Credo che non si esprimesse in italiano da quando spiegò a due della pola, verso le quattro del mattino e con l’uno virgola cinque per mille, che lui andava a trovare la madre e in fondo si scusava, ma le urgenze sono urgenze. Alla ferma opposizione di uno dei due, che gli intimò di lasciare l’auto lì dov’era e che lo avrebbero riportato a casa (forse da sua madre), rispose con un fulmineo ritorno alla lingua originale: Nei a cheghèe. Che gli sommò in aggiunta un multone per insulti all’autorità, anche se la pola in toto non capì veramente il significato, bastò la faccia.
Io penso che mi mangio un salamino, gli dico, veramente prostrato dal tedio di quella mattinata di niente.
S’i sen el tof i scapa, maja noto e fa cito, mi fa profondamente indignato, ma sottovoce. Non gli basta che da una settimana usiamo gli stessi vestiti per sapere di selvatico, schivando il sapone come peste, no, ora neanche il salamino. Gli dico di andare avanti e vada come vada, io aspetto qua. Mette su un’aria veramente affranta, da attore mancato che nella caccia ha trovato la sua vocazione, e alla quale non credo minimamente, poi si volta e senza una parola scompare tra i noccioli secchi e scioperanti contro l’inverno.
Sono lì che prendo il coraggio e tolgo la pelle al salamino e non mi salta fuori un cinghiale? Mi guarda come si guarda un parente e poi trotterella via. Ci metto una decina di minuti per riprendere a respirare bene.
Lui torna dopo un mucchio di ore, durante le quali ho anche dormito e sognato stranezze tipo case adorne di gigli e malinconie per un amore passato. Gli dico subito della bestia: Era un cinghiale bianco, cazzo!
Un misto di compassione e stupore gli si dipinge sulla faccia, come in certi film degli anni Trenta.
U sarà stacc om porscel, chele besc-cie salvadiga ilé la ghé mighi, mi fa, ondeggiando il testone, sprigionando la vocina che si usa per spiegare a un bimbo tardo, chiudendo poi la breve, e secondo lui incontestabile, reprimenda con un “Beu meno”, che pare anche a me definitivo come poco altro.
Da allora non ci salutiamo neanche più.gene
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Imagine
Immagina un mattino
ti svegli e non c’è più
Immagina un amico
perso dentro il blu
Immagina che buio
se non ci vedi piùImmagina il tuo sogno
scivola dalle mani
È un giorno nuovo ma per lui
non ci sarà domani
Immagina il suo viso
che non cambieràLui per te sarà sempre là
ogni volta che vorrai
Basta premere e ritornerà
rimarrà un poco insieme a noiImmagina una nuvola
felice contro il blu
I campi d’estate
e il vento che verrà
Immagina che la sera
forse arriveràLui per te sarà sempre là
ogni volta che vorrai
Basta premere e ritornerà
rimarrà un poco insieme a noigene – 5 marzo 1986
Postilla
La custodisce mia nipote Nicole, nella stessa stanza dove è stata scritta per fascinazione verso Lennon, sull’aria di quella canzone lì
g.
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Il dottor Dopifascia e il suo doppio
Il dottor Dopifascia, un luminare nel campo della psichiatria, si era recato a Puerto Varas. In vacanza, aveva detto a tutti, ma in realtà perché incuriosito dalla colonia tedesca che lì si era stabilita fin dagli inizi del Novecento e che aveva intenzione di aiutare con le sue conoscenze. A furia di visionare casi di umani scossi dalle follie, il professor Dopifascia si era fabbricato una morale a prova di bomba, dove lui era in cima alle miserie umane e non se ne faceva contagiare, come se stesse su un piedistallo innalzato sopra una montagna di rifiuti. Da buon cultore della conservazione divina della specie, conteneva in sé granelli di fascino per la Germania anteguerra, quando in base a teorie castali c’era chi era parte di una razza eletta e chi invece – la massa – covava in sé una qualche e pesante turpitudine. Per lui, che se ne occupava da studioso, la soluzione migliore per le deviazioni era la cura tramite le sperimentazioni oppure la semplice eliminazione. Che non poteva applicare perché ormai la società si era evoluta e non permetteva più ciò che considerava torture o esecuzioni arbitrarie, ma che per lui erano normali contributi alla scienza tesa al miglioramento della razza umana.

A Puerto Varas, non appena vi giunse dopo la trasvolata oceanica e un breve tragitto in taxi, trovò ciò che si aspettava: insegne di pensioni e negozi con nomi di proprietari di origine germanica: Hofmann, Steinmüller, Gradenbacher. Che spiccavano tra le misere attività cilene di pesce e cereali, retaggio della subcultura Mapuche. Intrecciò subito relazioni sociali con l’alta società teutonica e si inserì con facilità nella facoltà di studi accademici, che verteva e aveva il suo punto d’onore nella ricerca sulle menomazioni genetiche della società indigena attraverso i tratti fisiognomici.
Il dottor Dopifascia aveva i capelli scuri e gli occhi azzurri, aspetto che secondo lui era comunque un retaggio della sua nobiltà razziale. Alla facoltà di anatomia venne aggregato come depositario della scienza d’oltremare, quella della purezza della razza ariana. Vi si sezionavano i corpi degli indigeni locali, che recavano chiare tracce di tare ereditarie e miserie evolutive.
Un giorno, coperto da un lenzuolo bianco, gli presentarono un corpo, dissero, di uno straniero dimorante in uno di quegli ammassi di baracche di legno ai margini della città e che viveva lì da molti anni, definito come esempio perfetto della minorità e che aveva chiuso i suoi giorni nella miseria morale e sociale. Morto a causa dei suoi disturbi psichiatrici, ritrovato in una fanghiglia nei pressi del porto lacuale e considerato l’esempio dell’abiezione massima, senza vestiti e con chiari segni di percosse. Dopo un lungo discorso introduttivo sula pietà e l’orrore che simili individui suscitavano nelle comunità, e aver messo al corrente dei pericoli della commistione tra la purezza e il peccato, il professor Dopifascia sollevò il lenzuolo per comprovare la teoria. Gli apparve il volto di un uomo di mezza età coi capelli scuri e gli occhi aperti e azzurri che lo guardavano dal baratro della morte e un ghigno a tagliarne il volto beffardo.
Il dottor Dopifascia scomparve durante il viaggio di ritorno in nave.gene
Postilla
Ci sono due cose nella vita per le quali non saremo mai preparati: i gemelli.
Josh Billings -
Ma auguri di cosa
“Cià. Non mi importa nulla di stare con gli altri, che si fottano. Io bevo e fumo da solo, mi faccio i miei ragionamenti e concludo con il darmi ragione su tutto. Se proprio incappo in qualcuno, che magari mi saluta senza motivo, provo a non scambiarci parole; e se quello insiste gli dico che ho sempre ragione io, prima ancora di intavolare qualsiasi argomento, che so inutile perché non aggiunge nulla al mio pensiero consolidato. Se è una donna peggio ancora, loro dicono di saper fare molte cose nello stesso istante, ma la cosa che sanno fare meglio è non ascoltarti e quindi anticipo: non ascolto io, per primo. Con le donne è inutile avanzare discorsi, cadono a terra come vetri in frantumi. Una parvenza di relazione c’è con i ragazzi e i vecchi, ma si dissolve con le loro domande puerili sull’origine e la fine del mondo. Come se il mondo non finisse quando finisco io. Prima di me non c’era niente, dopo di me idem. Cosa me ne frega della terra che si incendia o di quelli che restano secchi in casa, in strada, in ospedale, in guerra, ai confini, davanti a una rete, in una buca. Neanche la sofferenza mi riguarda, non la voglio vedere, mi preoccupa il mio mal di pancia e la caviglia gonfia, se proprio. Preferisco che piova sempre, che faccia freddo, che tiri vento, che minaccino frane, così stanno tutti tappati e non mi rompono le balle. Il mondo dovrebbe essere come la televisione, zac, la spegni quando sei stufo, uno schermo nero e muto, senza odori e sapori. Io ho ragione e gli altri torto, bisognerebbe prendere a bastonate chi insiste a sostenere il contrario. Era così l’anno scorso e sarà così anche il prossimo. Non è un augurio, è una certezza, una delle mie tra le tante. Se non mi ascolta nessuno non me ne frega un cazzo, ma se qualcuno lo fa allora non apra bocca, graffierebbe la lucida vernice del mio assolutismo con il troppo vuoto o il troppo pieno. Quando vedo frotte di persone attorno a un tavolo sono contento perché così stanno tra di loro e non con me: che si infastidiscano a vicenda con i loro sproloqui. Nessuno sa niente per davvero, è solo un replicare stantio di parole già dette e quindi fruste. Ma state zitti. State zitti, imparate da me azionandovi senza concionare, senza produrre banalità. Allontanatevi, andate verso i limiti dell’universo e dissolvetevi, non sentirò la vostra mancanza. Mi allontano anch’io, mia moglie ha preparato la cena di fine anno e almeno lei ha imparato a non parlarmi. Auguri a tutti, ma auguri di cosa. Cià. Io sono libero, di voi non mi importa nulla.”
Lettera firmata dal Presidente dei Direttorigene
Postilla
Anche se in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile sembra formato nell’amore, le sfere invisibili furono formate nella paura.
(Moby Dick, Herman Melville)
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Elementi

Impijada la specie da foro
con la paciense da l’acqua
I grop is ragordo la tere
ao ch’iere piantei da sgiovon
coi fei in l’aria d’aost
I sc-ciopo parol, par finii,
e am rincres, in do feuch
gene
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Lettera dall’ombra
Anno Secondo della Peste
Ciao caro Franco,
scusa la banalità del saluto, che cade nel vuoto come questi giorni cadenzati dal tempo, sole e nuvole e nient’altro. Proprio ieri stavamo ridendo a crepapelle del tizio elegantissimo ma con le calze di lana che gli uscivano dai mocassini, un fagotto oltre il tallone che gli dava un’aria trasandata malgrado l’auto di lusso e le donne sedute dietro. È stato un piccolo lampo, una cosa che avevi raccontato in uno di quei giorni di fumo. Non sono tante le occasioni divertenti, e quasi tutte raccolte nella memoria. Da quando sei via le cose si succedono con poca poesia, anche quella strappata alla dismissione quotidiana della gioia di vivere di questo Paese smarrito.
Hai fatto bene a schivare gli affanni per tempo, ti avrei visto male con mascherine e punture in sovrannumero, ma poi magari ne avresti fatto una qualche opera all’aperto, a sfidare il chiuso del mondo.
Non stiamo male, non tutti, ci è concessa una libertà condizionata, ma la casa dei ragazzi è stata distrutta nella notte e ora girano in strada, aggrappati tra di loro per non lasciarsi morire, derisi, scherniti e additati. Un giorno una ragazza d’Oltralpe mi ha detto che noi stiamo nella parte sbagliata del Paese, aveva un passeggino con una bimbetta e parlava italiano, veniva da un sud poverissimo. Eppure ha detto proprio così: la parte sbagliata. Volevo dirle che noi abbiamo il sole e la luce e loro lì, la nebbia, e una lingua catarrosa. Ma sono stato zitto, meglio così.
Cosa faccio io? Mi disinteresso e mi oppongo scrivendo, senza direzione, con quella mancanza di rigore che non piaceva nemmeno a te. Ma va bene, disperdo i pensieri, almeno loro non sono imbrigliati in progetti o spazi definiti che ogni giorno vengono allestiti per tenerci serrati; del resto una libertà condizionata è sempre soggetta a regole. Basta saperlo e non sperare, con questo calendario stabilito non più dalle vecchie usanze religiose ma da quelle scientifiche. Non so cosa sia meglio, o peggio, e nemmeno mi interessa, di certo è un’evoluzione del bisogno meschino di calcolare il tempo, anche lui in libertà vigilata, poveraccio.
Ti sembra che mi stia lamentando? Ebbene no, sembra assurdo ma non mi manca niente, forse qualche soldo, ma del resto era così anche nei giorni nostri e quindi so barcamenarmi. Il mondo è avvolto dalla noia, io pure, ma ne ho fatto una compagna, un vuoto da riempire senza affanno nel quale le mie parole scritte prendono una forma svincolata. Naturalmente a terra restano rottami, di cose e persone, forse maschere sputi insulti, ma utilizzo anche questi scarti per opposizione, incompresa e necessaria, lontana dall’occhio severo della vigilanza, un anfratto che il bracciale elettronico non riesce a localizzare.
L’Anno Secondo sta per compiere il suo giro, tornando a capo, ma proprio adesso sento colpi di martello in un cantiere e immagino che si vada avanti, anche se so che non è così. Questo Paese senza odori è inscalfibile, precipita abbracciato con convinzione alle solite cose che ben conosci. Abbagli. Ma quel metro quadrato di terra ideale che volevamo regalare a Cuba è ancora al suo posto e intanto che aspetto vi cresce silenzioso un albero.
Quando passerai, mi troverai lì, in quell’ombra.gene

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La neve del Novecento

Non sono molti i giorni così, in inverno specialmente. Ognuno ha la sua memoria e nei buchi precipitano i ricordi. Questo caso è rimasto aggrappato e mi fa ridere quando i fastidi scacciano il sonno e il mattino è ancora nascosto dalle parti di Baires.
L’allenatore era un teppista e i ragazzi lo ammiravano per la tattica: offendere coi brocchi e passarla a quelli bravi, due o tre, non di più. Il paese era un come un convento disperso, poco soleggiato e ventoso. Quel giorno marcava neve e per complicarla si sarebbe giocato sul far della sera, che in dicembre è buio da un pezzo. Per l’occasione, sulla maglia avevano stampato col pennarello: FC Preonzo 1931. Un anatema. L’occasione era la conquista del sesto posto in classifica che in primavera li avrebbe promossi per la prima volta. L’avversario era primo e la teoria era di malmenarlo dal primo minuto e sperare che il Beppe la buttasse in gol con una delle sue invenzioni solitarie.
Dopo venti minuti erano già avanti di due gol con il sistema previsto, il Beppe appunto. Poi gli altri ne avevano marcato uno in mischia. Alla pausa l’allenatore disse che era meglio essere in vantaggio, come concetto di base. Al Beppe ordinò di non azzardarsi a tornare in difesa a perdere tempo, come quando aveva salvato un gol fatto arretrando fin sulla linea di porta a spazzare.
An vei sempre almen set in la noso mità cam, aggiunse.
Gli altri ricominciarono ad attaccare e i nostri a mollare calci. Forse l’arbitro aveva preso giù qualcosa di guasto alla pausa perché cominciò a fischiare falli assurdi, sordo e muto alle proteste. Alla mezzora aveva sventolato cartellini gialli e rossi in quantità, uno perfino al mite Beppe che era il solo fuori dal gioco e non avrebbe mai schiacciato neanche una formica.
In otto contro otto, il campo era diventato immenso. Aveva preso a nevicare e le luci dei fari erano stelle morenti. Il gioco era praticamente immobile a causa dei fischi dell’arbitro. Qualcuno del pubblico era già andato a casa per non tardare a cena. Era chiaro che il risultato non sarebbe cambiato più, eppure andavano avanti oltre il tempo regolamentare. Sorse il dubbio che l’arbitro volesse in tutti i modi allungare la partita per trovare il modo di sospenderla e poi annullarla a tavolino.
La neve era alta due dita e le due squadre, a furia di espulsioni e crisi individuali, ridotte a una manciata di ragazzi dispersi, uniti nella malasorte della follia altrui. Il Ciceto si mise a piangere per il freddo e fu espulso. Il Gian insorse brandendo L’Etica di Spinoza, che teneva sempre in panchina, e poi calciò il pallone nel crepuscolo indistinto della campagna innevata.
L’arbitro considerò che senza il pallone l’affare poteva dirsi concluso e a nulla servì che gliene portassero un altro.
Il pallone è sempre uno solo, spiegò agli ultimi superstiti.
Fischiò la fine con tanto impeto che dal tetto della baracca si staccò un po’ di neve.
Si beccò uno schiaffo dall’allenatore, nessuno però lo rincorse e scomparve verso la campagna, camuffato nel buio.
Sono andato a vedere proprio qualche giorno fa: negli annali della federazione non si trova traccia né di quella partita né dell’arbitro. In paese, quando chiedo, cercano di confortarmi.
Ora dormo.gene

