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Driver

Incheu l’è om venerdì negro
ma pel Signore io prego
O sbogiò almeno tre vol
e a sem dag sgiù con scià i tolTè maridò una vergine bianca
c’ag piaseve el con in bancaAl so, a rui amò in ritaard
però, a pedali a tutu forso
i menut i sliti in d’om reward
e o lasò in tere om po’ da scorsoTi che te specie co’ l’orlog
va a cheghèe in d’om canocc(sull’aria di Angeli negri)
gene
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Due giovani sposi
Premio Casè 2021
“Un lessico familiare fatto di complicità ci fa spettatori della straordinaria giornata di Meo.
In lui e attraverso di lui viviamo la meraviglia pura, libera dalle convenzioni sociali.”
Dove si racconta di un formidabile viaggio per superare le menomazioni.
Il viaggio in teleferica è come se fosse il primo passo nella storia dell’umanità. È atteso con fervore anno dopo anno e si rinnova ogni volta: il Meo è già pronto con lo zaino la sera prima e costa fatica convincerlo a dormire senza. La vigilia è qualcosa di memorabile, con gli Scacciapensieri a inframmezzare scatti di nervoso che solo un cioccolatino o una mezza birretta possono acquietare. Il Meo sgarla sul fondo dello zaino alla ricerca di tre vecchi biglietti che poi esibisce come validi anche se portano la data del 2018 e io gli dico che okay, sono ottimi. Li ripone come reliquie, assieme alla sciarpa e al martello, neanche facesse un freddo cane o ci fosse da spaccare tutti i sassi della montagna. La sciarpa tra l’altro se la mette soprattutto nella canicola di luglio, stringendola fino a diventare tutto rosso e guai ad allentargliela, si offende. Ha anche una corda che ogni tanto annoda allo zaino, per il gusto di vederla penzolare mentre gira per casa in quella guisa. Quando lo tiro per la corda, per inzigarlo, sbraita che quella è la sua corda.
Siamo abitati da ragioni imperscrutabili che la ragione non conosce.
Il Meo è spesso insicuro e quando scende le scale non sempre lo fa con nonchalance, specie se non c’è un corrimano. Ma se trova la strada, poi è fiero e guai ad aiutarlo: Faccio da solo! Se deve risalire, invece, con il piede destro agisce con giudizio, uno scalino alla volta, ma col sinistro ne fa due, così, per confermare il suo mondo che ai nostri occhi banali è irregolare ma per lui va benone.
La follia è nella ripetizione cosciente dei giorni.
La sera della vigilia compie ogni gesto casalingo con lo zaino in spalla e non è facile dirgli che almeno a tavola se lo dovrebbe togliere. Rinuncia a questa bizzarria standosene seduto a guardare il Coyote, con un casco da moto sulla testa e a visiera abbassata. Ho provato anch’io quell’affare (in sua assenza altrimenti è ira allo stato puro) e in effetti mi pare che la tele si veda meglio.
Per mandarlo a letto, dopo aver provato con le buone, con il tè rosso o con qualche vana promessa che non fa che peggiorare la sua ansia, gli suono un paio di canzoni di suo gusto. A quel punto si arrende, sale le scale nel suo modo sincopato, si denuda, annuncia zelante che non c’è il sole (sono le nove di sera, vedi te) e si corica con la fantasia spalancatissima.
Nella notte lo senti che deambula dal letto al cesso, più volte. E verso le sei è già pronto e verboso. Lo convinco con pazienza che è ancora troppo presto, desiste con qualche rimostranza, si ributta sotto al piumone ma non dorme più e va avanti a parlare da solo su temi spesso oscuri.
Ci sono parole nel cuore che non arrivano alla bocca.
Le due ore che poi precedono la partenza sono un parossismo di intoppi emotivi, dalla canottiera ai pantaloni, per non dire della complicatissima colazione che ingurgita senza nemmeno masticare, per la foga che lo pervade. Quando si arriva agli scarponi bisogna pregare che non decida di partire a piedi nudi a causa di un qualche incaglio nell’infilarli.
Questa domenica qua, nell’auto che percorre la valle inondata di sole, è tutta una musica a manetta e guai se io salto una strofa o sbaglio una parola, con la mamma che ci prega di fare un po’ più piano.
Quando arriva la teleferica, dopo il rito rumoroso dei biglietti, la saluta con un giubilo che non può non commuovere, anche se qualche turista in esagerata tenuta da K2 lo guarda con la faccia di circostanza, come se non capisse il motivo di tanto disturbo della quiete pubblica.
All’ondeggiare della cabina quando oltrepassa i tralicci manifesta un sincero sconvolgimento di felicità e all’arrivo scende per primo cercando subito il gabinetto perché ormai la pipì gli scappa fortissimo. Poi dice che lui va al ristorante per le pomfrit, anche se sono le dieci di mattina. C’è un sole d’altura che spacca i sassi e guai a mettersi un cappellino, ma bon, queste sono fisime di noi borghesini.
Vogliamo che gli altri ci somiglino.
Ingannandolo, con la proposta di andare sulla comoda strada che porta alla diga e da lì ai pomfrit, deviamo su un sentiero che ci sembra praticabile. Protesta ma neanche tanto, però a metà cammino si stufa e si siede di traverso e poi per smuoverlo ci vuole un po’, mentre quelli del K2 lo scavalcano irritati come se fosse un morto. Nel momento di massimo scoramento da parte nostra, quando immaginiamo di restare per sempre incastrati nella montagna mentre lui dà martellate alla morena strozzato dalla sciarpa, si rialza e riparte, rassicurato sulle sue gambette indecise.
A questo punto sono passate le undici e ormai il Meo allunga il passo strambando sui ciottoli perché il traguardo del ristorante è improcrastinabile e noi dietro a cercare di non farlo cadere nel lago.
Ci arriviamo, facciamo l’aperitivo, che per lui è un preliminare incomprensibile e allora va sull’altalena del parco giochi, che però è a misura di bambino e ci si conficca a fatica, peraltro divertendosi e attirando anche un certo pubblico spaesato.
Ci sono cose ferme da secoli che ripartono e fuggono.
Poi mangiamo. Questa fase è per lui l’apice del godimento, una specie di autoscontro in salsa ketchup con i pomfrit e l’impanata che, se non fosse per l’accorto centellinare della mamma, ingurgiterebbe in un colpo solo, piatto compreso.
Si fa fatica a trattenerlo, ormai per i suoi canoni la giornata è compiuta, vuole tornare giù alla teleferica e scalpita in terrazza, con zaino e corda d’ordinanza, mentre noi poveri abitudinari non abbiamo ancora ordinato il caffè.
I casi urgenti appassiscono prima.
Si parte e, per quella questione dei cali di fiducia in assenza di corrimano, gli offro la mia mano e lui la stringe come se la offrisse a me. Discendiamo il sentiero come due giovani sposi. La mamma ride e pensa che anche per questa volta è andata. Il rientro durerà un anno.gene
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Macello
M’inondo e ciondolo,
in fondo all’onda,
all’urna domando,
e attendo slancio,
in pugno il gancio
Comando il danno,
baraondo il dondolo,
il fondo scracco,
condogliando ammacco,
ammiccando godo,
dello sprofondo
gene

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El mè pa’ – Capitolo Zero

Gnomà ades ch’a gò noto
a vedi el té scosèe impiastrò
da colo e buscaii,
a senti el té tof da len
Am toti bele che più,
mi a tofi da poch,
dai brasc a dori solche i diit
a scuscièe botoi
Ti che da diit t’e g’nere
solche vot e l’anel
te g’l’ere a drici,
eben, tì, t’en vareve pisei
La medesomo femne par sempre,
la butighi facia su tech a tech,
i ecc lusen pa’ ‘m lavoor
piantò in teste e in do cher
e la speransa da nèe innanz
sense trep fernicri
Am paar da nèe a condré
e da chi ‘m pezet
a sarò pisei vecc che tì,
coi mè fernicri a dol dol
Tì che col furgonet verd
te partivi tucc i matin
a portèe in giir i tè facc
ma ala siri te gh’ere
Mì a gò gnan el furgonet
e i mè facc ié sarei denn
in la teste, presonei di diit
Sense paciense e rasust,
miou che tì a poss mighi vess
gene
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L’esemplarità della FTC

Il braccio forte della legge ha colpito ancora, dispensando anni di squalifica ai giocatori, multe e punti in meno in classifica ai due club. Il resoconto è da Sudamerica, inteso come luogo di formazione del calcio da strada e delle dittature che l’hanno insanguinato per decenni. Per carità, le proporzioni sono molto diverse, ma l’intento è quello: reprimere in caso di violenza e violazione.
Quello della Federazione Ticinese di Calcio (FTC) è stato un vero e proprio processo a Semine e Locarno, con tanto di avvocato, giudici, accusa e difesa. Però un po’ da Inquisizione, a porte chiuse e disposto a creare precedenti. La partita è stata annullata, ma le due squadre perdono punti, peggio che se avessero perso sul campo: è una prima assoluta, in Ticino.
A me sembra, più che un verdetto equo, quella che in gergo si dice “Pena Esemplare (PE)”, anche se la FTC afferma trattarsi di sanzioni previste dai regolamenti. Non va bene, non dovrebbero esistere le PE, ma solo le Pene Giuste (PG). Altrimenti si rischia di andare verso l’idea che l’organizzatore (FTC) sia immacolato e onnipotente e gli organizzati (club e giocatori) delinquenti senza cultura.
E invece, lo ribadisco a titolo assolutamente personale, anche la FTC ha le sue responsabilità, la prima fra tutte il non essere in grado di allestire una Carta Etica (CE) con il contributo di psicologi, formatori, educatori, sociologi, arbitri, docenti, genitori, avvocati, allenatori, dirigenti eccetera (ognuno aggiunga le figure che ritiene necessarie). Un documento che in altre parti della Svizzera già esiste e che servirebbe a tutti quanti per stabilire quali siano le forme educative da applicare nel gioco del calcio, da diffondere tramite corsi di formazione e rappresentanti nelle società. Capillare e continuo. Laborioso e pagante, più di una sentenza che punisce e non rieduca.
Questa si chiama prevenzione o, se si preferisce, l’educazione che serve a limitare le infrazioni e i disagi, per portare poi a ridurre l’applicazione delle pene, specialmente quelle esemplari che nella storia dell’Uomo non sono mai state da esempio per nessuno.
La FTC sia, lei sì, esemplare in questo lavoro preventivo, dato che il pesce puzza sempre dalla testa.
gene
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Fotbal

Te fa i scaar a condré
apene levò, levò prest,
che i pensei ié inciodei al plafon
e s’is dastaca t’é sechAt tocheres dasmetle con:
fortalis sgiunecc carmol,
piantala coi solit discors,
e peu lamentass a biretMa no, a pasa dui dì
coi calcagn chi sa smorso
e t’e bele che pron amò ‘m bot
a curigh dré col fiadonSto bot l’é l’ultumu, veh,
te pense a mità tem,
‘me ‘m peseu dastacò,
e ala fin t’é sicuurDa nec te conto i fotbai, dodos?
te varda el plafon
e prim ch’us dastaca
te fa i scaar a condré, lehgene
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Il mio nome è Roubaix

Corridori di stagno, una corsa che spezza le vene delle mani, tre debuttanti che si giocano la vittoria nell’improvvisa nitidezza del velodromo di Roubaix. Cadute a decine, una natura implacabile, distanze continentali, biciclette che si spezzano, affrante.
Alla Foresta di Aremberg è una trincea da Grande Guerra da dove sbucano fantasmi, come se Sante Pollastri li spingesse alla macchia ribelle. Tutto si sfracella, si infrange e si impantana, vibra tra le pietre e il fango, con radi sospiri di erba macerata che serve a schivare fossi e a tenere l’anima dentro le carraie e i denti.
C’è Mathieu van der Poel che sulla schiena si porta il nonno Poulidor, l’eterno secondo e per questo immortale. C’è Sonny Colbrelli che ha la forza di imprecare al mondo ad ogni sasso che gli sbilancia le ruote. C’è Florian Vermeersch che forse non si capacita della sua stessa volontà di fuga. C’era, prima e tutto solo là davanti, anche Gianni Moscon, ma l’inferno gli ha palesato una strada ingobbita e screpolata e lui non ce l’ha fatta più, solidificato tra il suo acido e la terra infame.
Non si può che guardare in silenzio, gli occhi sbarrati e il fiato ricacciato, questo esercito di terracotta impegnato a sopravanzare senza distruggersi, un pedale dopo l’altro a rimestare fango e sputo. Si piange, per chi vince, per chi perde, per la fragilità e la forza. Arrivano con le ultime stille appiccicate alla catena, passa Colbrelli, poi Vermeersch, poi van der Poel.
Tutto e tutti crollano nell’erbetta beffarda del velodromo, spiaccicati dalle forze arcane che hanno mosso e arrestato senza senso, i dadi lanciati da una follia esplosiva. Le facce restano a terra e sono maschere che si staccano dal viso. La mano del destino è spietata, si trastulla sempre con la mancata divinità dell’essere umano, ma stavolta ha perso e l’ha reso eterno.
gene
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…

Le due farfalle al mondo nuovo,
migrazione ineluttabile,
vanno senza prede e predatori
Una promessa indissolubile, è sicuro,
per restare sempre in volo
nel cangiare dei colori
di stagioni folgoranti,
oltre inganni impantanati
e impietrite tradizioni
Le ali variegate così simili alle idee,
e bionde, poi castane, poi argentee
si richiamano in consorzio,
le antenne su frequenze astruse,
al raduno con farfalle d’altre parti
(Una farfalla è vento di montagna,
dicono. Due farfalle onde degli oceani,
aggiungono. Quattro farfalle pianeti capovolti, osservano)
Arriva il tempo della tregua
Rimembreranno le antenate,
irrigidite nel riposo,
le bussole consunte
Ora contemplano le nubili
vibrare nella fede dell’approdo
eppur tremanti d’incertezza
in quel loro alzarsi in aria
Poi, e poi,
placati i venti,
calate le onde,
ricomposta la Terra,
inestinguibili farfalle già planate
si stringono e sembrano, sono,
un manto conciliato
gene
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La dolcezza dell’autunno

Questo vento porta in giro sementi e spore, che diventano fiori, frutti, anche funghi, in autunno.
Chel l’é l’autunno, chiede il ragazzino.
Una stagione, per la vendemmia e la caccia, risponde l’uomo
Chel l’é la caccia.
Si possono uccidere gli animali per mangiarli, ma solo in alcune settimane dell’anno.
A sem in autunno ades, chiede il ragazzino.
Potrebbe essere, risponde l’uomo.
Chel l’é la vendemmia, chiede di nuovo il ragazzino.
La raccolta dell’uva, ma poi ci sono altri frutti, grano, erba buona.
Aloro a podom veigh da mangièe, aggiunge il ragazzino.
L’uomo sente una fitta al ventre mentre lo guarda cercando di non sembrare affranto. Ormai viaggiano da un tempo incalcolabile, da quell’ultima e lunga sosta nel supermercato in mezzo alla polvere dove il cibo abbondava prima di finire. Trascinando il carretto, che è una vecchia slitta alla quale l’uomo ha fissato delle rotelle con i chiodi. Sulla slitta, scatole di carne e fagioli, una tanica d’acqua, una zappa, una coperta, due pietre focaie e una latta di kerosene, tenute assieme da una plastica azzurra per proteggere dalla polvere, legata con una fune.
Le scorte sono quelle e l’uomo non sa se potranno trovare altro cibo.
Il ragazzino parla poco e solo per porre domande. L’uomo gli ha insegnato a fare meno rumore possibile. Viaggiano di notte, si riposano di giorno ai piedi di un albero morto, riparati da un macigno o rannicchiati in una buca. Se arrivano in vista di un gruppo di case lo osservano da lontano in cerca di qualche presenza, che potrebbe essere un pericolo. Aspettano anche per due giorni e quando sono sicuri che non ci sia nessuno allora entrano nelle case in cerca di cibo o di un posto per riposare.
Ma ‘sto venn u porto mighi… com tei ciama… spore, chiede il ragazzino.
L’uomo gli guarda le mani ricoperte di stracci per non scorticarsi con la fune della slitta. Non riesce a capire dove trovi la forza.
Non ci sono spore, nemmeno l’erba, risponde.
Neanche animali ce ne sono, quelli che non sono morti con l’esplosione sono morti di fame. La moglie cucinava carne e verdure, ma l’uomo non si ricorda il gusto e l’odore. Gli vengono in mente i funghi che nel bosco dietro casa, dopo la prima pioggia di settembre, si raccoglievano a ceste. Per tre settimane si poteva sparare a cervi e caprioli, carne fresca o da congelare per il resto dell’anno. Nella cantina dell’ultima casa in rovina, appena due giorni prima, ha trovato un vaso di vetro sotto un assito marcio. C’erano funghi conservati nell’aceto, a prima vista. Ora il vaso è al sicuro sotto la plastica sulla slitta.
Potrebbe essere quasi ottobre, la notte è già fredda ma riescono ancora a scaldarsi camminando.
Come faremo quando arriverà la neve, pensa l’uomo.
Poi la notte è finita e come sempre c’è un cielo livido nel quale il sole non appare. Raccolgono sterpaglie, con le pietre focaie e alcune gocce di kerosene accendono un fuoco, in un fosso stretto circondato da alberi morti. L’uomo pensa che poteva essere il letto di un torrente, ma ora è il loro letto.
L’uomo decide di aprire il vaso dei funghi. Il ragazzino è stanco, ma la curiosità lo tiene desto. Mangiano con le mani, con cura.
Ié strani, dice il ragazzino.
Sono prataioli, risponde l’uomo, bevi un po’ d’aceto, toglie la sete.
Sembra quasi insapore, ma il ragazzino fa lo stesso una smorfia di disgusto. Non chiede.
Bevono un po’ d’acqua da una scatola di fagioli vuota.
Poi il ragazzino non ce la fa più, l’uomo gli aggiusta la coperta, gli guarda il volto serio e pallido, lo abbraccia per accompagnarne il sonno. Dormirà qualche ora e poi toccherà a lui vigilare.
L’uomo si siede vicino al fuoco. Non devo morire, pensa
Il dolore alle viscere ormai è quasi continuo, ma ci sono quelle montagne in lontananza oltre le quali ci potrebbe essere qualcosa di vivo. Vivo e pericoloso, ma si vedrà.
Guarda gli alberi morti attorno a lui, la terra polverosa, il cielo grigio. Toglie il coltello dalla tasca dei pantaloni, leva le scarpe tenute assieme con il filo di ferro e prova a tagliarsi le unghie dei piedi prima che si incarnino. Pulisce anche i piedi del ragazzino. Non si sente nessun rumore, tranne il sibilare disperato del vento che copre il respiro calmo e profondo del ragazzino. Non posso morire, pensa mentre gli strofina i piedi bianchissimi.
La notte è nera, viaggiano piano strascicando i passi per sentire le ondulazioni e gli inciampi del terreno. Muovono i bastoni avanti a loro in quella cecità assoluta da percorrere a tatto e udito.
An i besc-c ig veed da necc, chiede il ragazzino.
Non so, non tutte. Ma sì, alcuni sì, uccelli e altri animali selvatici.
Il ragazzino sa cosa sono gli uccelli, li ha visti disegnati su una tovaglia sbrindellata, abbandonata su un tavolo da cucina, in una casa pericolante e disabitata. L’uomo gli ha spiegato che volano, ma non ne hanno visti. Il ragazzino non ne ha nemmeno un ricordo.
Quando la debole luce del giorno comincia a rischiarare, le montagne sembrano lontane come il giorno prima. La pianura è punteggiata qua e là da scheletri di alberi rimasti in piedi, i rami come dita che cercano di afferrare l’aria. Non si vede nessun movimento e allora camminano ancora per qualche ora su una strada dall’asfalto screpolato. Poi si fermano in un’altra cicatrice del terreno, un altro torrente d’acqua inghiottita, scavalcato da un ponte con le sbarre corrose, sotto al quale spostano e impilano sassi fino a farne un riparo. Protetti dal vento, accendono un fuoco con le ramaglie, forse di betulla, o frassino.
A sem strach pa’, dice il ragazzino.
L’uomo lo guarda senza parlare mentre apre una scatola di fagioli. Dobbiamo trovare da mangiare, pensa, cercando di non sentire il dolore alle viscere.
La notte seguente è meno fonda, come se ci fosse la luna. Ma non si vede, la luce è un riverbero fioco oltre le montagne e ne segna il profilo. Forse in due giorni le raggiungiamo, pensa con una specie di ossessione.
Quando riappare la debole luce del giorno, in quel confine tra notte e aurora che tanto tempo fa era la promessa di pane e parole, l’uomo scorge il movimento di un altro uomo sulla strada. Si nascondono dietro un sasso.
U ma vidui, chiede il ragazzino.
Non so, risponde l’uomo.
Ora lo possono vedere, è vestito di stracci, come loro, zoppo. Ma ha un fucile a tracolla, e nella mano sinistra regge un sacco come quello che si usava per le patate.
Domandemig s’u gà da mangièe, bisbiglia il ragazzino.
L’uomo si porta un dito alle labbra.
L’altro sta per arrivare sul ponte, sembra attento solo alla strada. L’uomo si allunga fuori dal rifugio, gli afferra un piede, lo fa cadere e in un istante gli è sopra, con le ginocchia sul petto. L’altro annaspa alla ricerca del fucile, ma il ragazzino è più svelto e lo afferra. L’uomo lo colpisce al volto, poi si alza in piedi e prende il fucile dalle mani del ragazzino: è carico, forse funziona. L’altro si rialza malfermo, è vecchio.
Il padre guarda il ragazzino, come se gli chiedesse un permesso, e poi tira il grilletto mirando alle gambe. Il suono del grilletto, una frazione di secondo prima dello sparo, gli scuote i nervi. L’altro si accascia su un fianco come una marionetta dai fili recisi, il dolore gli disegna una maschera stupefatta, che gli resta sul volto come pietrificata.
Parché te gà sparò, urla disperato il ragazzino.
Ci seguirebbe, dice il padre con un tono che il ragazzino non riesce a sopportare. Piange.
L’altro non parla. L’uomo gli strappa il sacco che ancora stringe nella mano.
Tienilo sotto mira, così, dice al ragazzino indirizzando la canna del fucile.
Nel sacco ci sono alcune scatole e bottiglie di vetro.
Succhi di frutta, dove li hai trovati? chiede all’altro. Ma quello non risponde.
Porta il sacco sul carretto.
Andiamo.
Lagal mighi chilé, u meer, urla il ragazzino.
Stai zitto.
La luce del giorno è completa, flebile come sempre. Si rimettono in marcia e in breve l’altro uomo è un puntino lontano.
Non parlano più per molte ore. Poi si fermano a osservare una costruzione, distante forse un chilometro. Una stazione di benzina.
Sei arrabbiato, chiede l’uomo.
Il ragazzino abbassa il capo e non risponde.
Un po’ dopo dice: A dovevom tel dré.
Non possiamo, non abbiamo da mangiare e lui ci avrebbe uccisi. Lo so che non è giusto, ma è così, grida l’uomo.
A gh’ere mighi busegn da mazal, replica il ragazzino con il viso sporco rigato di lacrime.
L’uomo non riesce a sostenere quella discussione e si chiude nel suo silenzio squarciato dal male al ventre. Accende un fuoco e controlla il fucile: ci sono ancora due proiettili. Le viscere sembrano esplodergli. Apre una bottiglia, il succo è di mirtilli, o qualcosa così. Lo prova, è acido ma ancora buono.
Il ragazzino non beve. Si alza in piedi di scatto e si mette a tirare la slitta. L’uomo lo blocca stringendogli una gamba, con il timore di fargli male.
Te doveve mighi mazal, urla il ragazzino, che ha ceduto subito alla presa e ora guarda in basso, tra singulti che cerca di reprimere senza riuscirci.
Perdonami, ti prego, sussurra l’uomo.
Te po…deve la…sal nèe, a gh’er…om al sc-ciop. At parli più, singhiozza il ragazzino in lacrime. Sembra sfinito.
L’uomo riesce a strappargli la corda, lo prende in braccio e lo porta vicino al fuoco. Il ragazzino è scosso dal pianto, si contorce convulsamente mentre l’uomo lo abbraccia, stesi sulla terra morta e polverosa fino a quando non si placa e senza forze si addormenta di colpo. Il suo viso è ancora contratto, come se nel sonno lottasse contro chissà cosa.
Alla stazione di benzina si vedono ombre che si muovono.
Non posso morire.
Non è ancora giorno e sono già sulla bocchetta, un passaggio tra la catena di montagne che hanno raggiunto allo stremo delle forze, con le ruote della slitta a pezzi. Hanno evitato la stazione di benzina, troppo pericoloso. Un odore salmastro s’insinua tra la polvere che il vento disperde alle loro spalle. Il ragazzino si arresta con le narici stravolte da quell’odore sconosciuto.
Posso parlarti, chiede l’uomo in tono sommesso.
Sì.
È il sale nel mare.
Chel l’é el mare.
Una distesa d’acqua, senza limite.
As po’ beule.
No.
Aspettano seduti che si faccia giorno. La luce avanza velocemente e brilla più del solito. Si distinguono alberi, con le foglie dorate dell’autunno, e prati ancora verdi che digradano verso una nebbia che ostacola lo sguardo. Il mare dev’essere là, ma non si vede. Ai loro piedi, sotto un arbusto, un fungo. L’uomo lo strappa senza neanche alzarsi.
Chel l’é.
Un fungo.
Il silenzio è colmo di cinguettii e del frusciare d’erba. Un capriolo appare d’improvviso, li guarda con dalla profondità degli occhi, come se il mondo affiorasse tutto da lì. L’uomo depone il fungo, si alza piano, toglie il fucile da tracolla, prende la mira. Il capriolo si è chinato per brucare.
No, dice il ragazzino.
L’animale scatta e scompare dentro il bosco di betulle. La nebbia si è dissolta e ora si vede fino al mare, in un cielo accecante.
Potevamo mangiarlo, dice l’uomo senza severità.
E s’u saress l’unich, chiede il ragazzino.
Ma l’uomo non risponde, si è accasciato tenendo le braccia strette attorno alla pancia.
Prendi il fucile, ci sono ancora due cartucce. Vai verso il mare. Una tienila sempre.
E ti?
Io sto qui, è un buon posto.
Il ragazzino raccoglie il fungo e si mette a piangere. L’uomo si sente dentro un dolore mai provato prima, neanche dopo l’esplosione, ma sa che passerà.
Pa’…gene
Pubblicato su Ticino7 del 25 settembre 2021
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Ho fatto bene a vaccinarmi

Resoconto
Venerdì 6 agosto 2021
Dunque faccio la seconda puntura contro il virus, a Giubiasco. Moderna, nel senso del vaccino. Cinque minuti e una bottiglia di acqua come premio. Nessun effetto strano, a pranzo mangio una tagliata nostrana e un formagin. Poi giro tutto il pomeriggio e sono rilassato.
La sera c’è un concerto in Piazza Indipendenza, suona mia figlia e bevo un sacco di birrette col Jack e la sua morosa. C’è tanta gente, è proprio bello e sto veramente bene, come prima del disastro planetario.
Torno a casa a notte fonda e vado a dormire un po’ ubriaco.Sabato 7 agosto
Mi sveglio un po’ appesantito, penso che sia per la sbornia non smaltita, una cosa alla quale non ero più abituato.
La mattinata va, poi verso le undici comincio a sentirmi un po’ giù. Non che abbia dolore, solo un pochino al braccio dove mi hanno fatto la puntura. Non so descrivere la sensazione, ma è un disagio fisico, come un ondeggiare tra spossatezza e depressione. Una specie di infelicità senza controllo e senza motivo, mai provata prima.
Verso le due prendo un’aspirina e vado a dormire per un’ora, mi sembra di non avere pace e ogni tanto sento freddo senza avere febbre. Mi sveglio e sto bene.
Ma in serata riprende quella sottile angoscia e malavoglia, come se mi avvolgesse qualcosa di indefinibile ma presente sotto la pelle. Dopo cena non funziona, sono stanco e per niente lucido, fatico a guardare una partita di calcio e alle undici, orario insolito per me che prima di mezzanotte non se ne parla, vado a letto dopo aver preso un’altra aspirina.Domenica 8 agosto
Mi alzo e sto bene, ho dormito fino alle sette e ho fatto strani sogni tranquilli, sono vivo. Ho fatto bene a vaccinarmi.gene

