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Cavallo
Lo chiamò sempre Cavallo!, da quando era solo un puledrino. Così continuò a crescere, con
la parola conficcata dentro, come meraviglia e comando.
Quando per la prima volta sentì il peso dell’uomo sulla groppa, si spaventò al suono della sua voce:
– Cavallo! – e l’animale vibrò dagli zoccoli alle orecchie; brrr!, rabbrividì, mentre il terreno tremava sotto le sue zampe.
Perché Cavallo! significava cose, tante. Soprattutto, allerta:
“Sono in te, entro da fuori ed esco da dentro e sono sempre in te. Sono ogni momento che comincia da quella parola, Cavallo!. Una parola d’infiniti sensi”.
“Sono il luogo prima dell’erba e dell’acqua. Prima della riva del fiume che rigurgita e che guardi spaventato”.
“Il mio posto è insieme a te in mezzo alla corrente che ti travolge e lo è quando approdiamo alla sponda opposta del fiume sconfitto”.
“Tu attraversi il fiume soltanto perché io dico Cavallo! e perché io ho annodato i miei nervi alle tue quattro zampe tuffate nell’acqua”.
“È così che ce la fai! Ed è per questo che esisti”.
“È solo perché io dico Cavallo! dalla cima del dirupo che i tuoi zoccoli nervosi si aggrappano all’erta e discendi, sino a sentire insieme l’aria gelata che sale dal burrone entrare nel tuo ventre e passare nel mio”.
“Cavallo! vuol dire che sei un altro membro del mio corpo e un altro orientamento del mio pensiero”.
“E quindi Cavallo! non sei soltanto tu nella tua solitudine, ma siamo noi due agganciati al ponte della stessa parola”.
E successe dunque che l’uomo, per serbare il dominio e la sicurezza di quella parola nella quale si concentrava il meglio del suo spirito, volle estenderla alla vita dell’animale stesso fino a che non si spaventasse più e seguisse la sua volontà.
Scoprì allora che il tutto si condensava in una cosa sola: l’esistenza di Dio nell’animale. E allora lo amò ancora di più, scoprendo di dipendere dall’animale quanto l’animale dipendeva da lui.
Al punto che, dinnanzi al vento impetuoso e al tuono, l’animale ormai aspettava quieto la parola Cavallo! per scongiurare lo spavento.
Dunque, c’era solo un’isola dove entrambi potevano valicare i loro limiti, e quell’isola era la parola Cavallo!
In questo modo, nei dintorni crebbero la fama e la grandezza.
– Il cavallo di Fresneda come lo chiami arriva, ma se lo chiama lui, brrr! freme dalla testa ai piedi! Anche l’aria attorno vibra!
– Fresneda riesce perfino a sentire il crocchiare delle sue ossa. Di notte, col cavallo libero nel pascolo, basta che Fresneda esca in veranda e sussurri – Cavallo! –, che il vento ne porta il suono ovunque il cavallo si trovi, lontano o vicino che sia. E subito dopo, nel silenzio delle stelle, s’ode controvento un fremito: brrr!
Quant’è bello il cavallo di Fresneda: sette quarti d’altezza, il pelo liscio sia di giorno sia di notte come se propagasse luce. Il suo passo è come il fiume che scorre, il crine e la coda colorati dello stesso oro.
Per tutto questo, forse, una notte lo rubarono.
Fresneda andò cercandolo ai quattro angoli del mondo; e che dolore!, e seppure fosse tanto vicino, non lo trovò.
Si dice che i ladroni si fossero spaventati, poiché dopo aver legato l’animale cominciarono a pensarla in modo diverso. Perché era un doppio furto, e la colpa più grande fu rubare a un uomo quel corpo che era stato creato dall’unione di due cuori.
Fuggirono, o si dimenticarono.
E il cavallo restò lì, abbandonato, irrigidito sulle gambe rinsecchite, la bocca imbavagliata perché non nitrisse.
Rinchiuso nel granaio che distava dalla porta di Fresneda non più di quattrocento metri.
E Fresneda che lo cercava in capo al mondo.
Ma a chi sarebbe potuto venire in mente quel granaio? Che fu costruito per riparare le sementi dagli uragani e poi abbandonato al groviglio dell’edera.
E così morì il cavallo, rinsecchito in piedi.
Trascorse un anno infinito e a Fresneda tutti i capelli divennero bianchi. Ma un giorno… Un giorno Fresneda s’incamminò verso quel granaio. E vi entrò, e vide… Vide il cavallo rinsecchito, ancora in piedi sulle quattro zampe morte. E Fresneda fece un passo dentro e disse:
– Cavallo!
E il cavallo, rabbrividendo, si sgretolò al suolo in una nuvola di polvere morta.Onelio Jorge Cardoso
da Cuentos escogidos – Cuba – 1970
©Traduzione e adattamento di Giorgio Genetelli e Noemi GregorioPostilla
L’appartenenza non è lo sforzo civile di stare insieme. Non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
Giorgio Gaber -
Bottiglie al cimitero
Era nata bene, la Miranda. Una banale infanzia felice, in tempi duri per altri. I semi dell’uguaglianza e dell’altruismo le fiorirono dentro. C’era da studiare, ma le piaceva. Intelligente, bella, elegante. Lavorò a ciò che aveva studiato, con spinte sociali sempre vive e applicate con talento.
La cercarono i politici, poteva servire.
Gavetta nel suo villaggio e poi ferma scalata alle gerarchie regionali. Avanzava sicura. Candidata socialista al governo, applaudita per le idee, ammirata per la bellezza. Perse. Ma forse solo perché in quel momento il socialismo era stremato.
Tornò all’opera nel suo villaggio, la giunta la relegò a responsabile del cimitero, prima
donna a tale onorevole mansione, le dissero. La Miranda la prese male, era dei vivi che voleva occuparsi. E invece, il cimitero! Sorrise allo scherno, ma rintanata nella sua solitudine pianse di rabbia, covando rivalsa. Prese a riordinare aiuole, misurando distanze e altezze. La sua furia produsse il cimitero più allineato che la memoria del villaggio ricordasse.Ma i morti restavano morti e alle riunioni della giunta qualcuno le ricordava sempre questo trascurabile fatto. La Miranda ribolliva, tra regole per la grafia degli epitaffi e il colore dei marmi.
Cercò un’idea e la trovò.
Una notte di maestrale, posò cento colli di bottiglia sulle mura del cimitero. Il sibilare del vento ne trasse suoni lamentosi e sinistri. Il mattino di buon ora, tolse e nascose tutto. Rifece l’operazione per mesi, inafferrabile come un’ombra della notte, insospettabile angelo del ghiaietto che pettinava di giorno con cura quasi materna.
Nessuno dormiva più, in quelle notti terribili, con le voci dei morti a distruggere nervi, disseccando cuori.
L’inquietudine avvinghiò la comunità. Al cimitero, di notte, non si avvicinava anima viva, mentre la Miranda s’invasava di vendetta.
Poi, si cominciò a dire che i turbamenti dei defunti erano proprio colpa della Miranda. La voce dilagò come fiamma. La giunta, subissata di proteste, alla fine cedette e le tolse il cimitero, degradandola alla raccolta delle uova per il convento. La Miranda mandò all’inferno il frate e il villaggio intero e fuggì a Cuba, dove dicono tenga sempre tra le mani una bambolina di cera e una scatola di spilli.
gene
Postilla
Ofeléi fa ‘l te mesctéi
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Mapuche
Dalla vittoria nel Mondiale del ’42, il cammino dei Mapuche è stato accidentato. Confinati
alla fine del mondo, sono andati avanti a giocare nel vento, con regole tutte loro. Dalle porte a misura variabile, ai palloni con materiali alternativi, altro che tecnologia foraggiata dal lavoro minorile. Battuti i tedeschi nella memorabile finale dimenticata, hanno ripreso le loro cose e il loro calcio immaginifico. L’altroieri, nel cuore dell’Inghilterra, il falegname mapuche Leonardo Ulloa ha messo in piedi due invenzioni che hanno spinto la sua squadra, il Leicester, a tre punti dall’inopinato titolo di campione. In campo solo per l’assenza del cannoniere Jamie Vardy, Leonardo ha forzato la scatoletta dello Swansea con un colpo di testa a cinque metri dalla porta, battendo sul tempo tre o quattro giganti sassoni. Verso la fine, si è lanciato in scivolata sul pallone della gloria, e sembrava vestito di piume quando correva libero e ridente, mentre il suo papà Claudio Ranieri ricominciava a piangere. Mi sembra di sentire Osvaldo Soriano che ridacchia e lo immagino mentre fa gesti poco signorili nei confronti delle stelle. Ulloa e Soriano sono figli della stessa terra, della stessa storia, delle stesse dune, degli stessi margini scavalcati con la poesia, della stessa minoranza gigantesca. Vestono di piume e come piume sono leggeri nella loro eternità di gol inammissibili.gene
Postilla
I Mondiali del 1942 non figurano in nessun libro di storia, ma si giocarono nella Patagonia argentina.
Osvaldo Soriano
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Il libro
Posso parlare per me. Il libro è la mia vita, io sono quello che ho letto. Mi scavalcavano in
corridoio a tre anni, mi si freddava il pranzo a dieci. A sedici, mentre altri amici ridevano al bar, mi cuocevo l’orecchio destro nel tener su la testa con la mano mentre leggevo nel buio della sera, che so, cose come Fontamara o Metello, Uomo Ragno o Tex. Poi, decenni a recalcitrare tra obblighi incombenti e letture sacrificate. Oggi, nel silenzio che mi costruisco con la cura di un artigiano, io vivo nel libro e sono perfino capace di scriverne uno tutto mio, pensate.Guardo un po’ indietro. Ho conosciute tipi come Pecos Bill, unico cowboy senza cappello, o Pinocchio, un disgraziato che hanno cercato in tutti i modi di imprigionare e alla fine ce l’hanno fatta; ho camminato con Paddy Clarke per le vie sgangherate di Dublino e mi sono tormentato con Raskolnikov. Obelix e Renzo, Dylan Dog e Frankenstein. Ho sofferto d’amore per la ragazza di Bube, ho pianto per la morte di Orlando e ho riso della pazzia di Astolfo e di Paperino. Mi sono appassionato alle idee scritte da Soriano, Galeano, Cacucci e Maggiani, ho sudato nei tropici di Marquez, ho sparato con Fenoglio, Sante Pollastri e Jules Bonnot.
Ho letto sotto piante, terrazze, dentro autocarri e sale vuote; in piedi, sdraiato, nell’acqua e nel vento. Prima di una partita e dopo una partita.
Ho scritto per mio padre e mia madre, mia figlia, i miei amici, i miei amori e per una lunga teoria di defunti e sconosciuti. Ho scritto per me. Mi diverte, mi dà la libertà, mi emargina, mi fa sentire unico e solo al mondo. Non sono riuscito a mangiare un’idea come si augurava un mio amico, ma le parole del libro sì.
Io sono ciò che ho letto e non sono un granché perché non tutto capisco, ma sono proprio contento. Ora sono anche ciò che scrivo e racconto. È un tentativo per ridare indietro ciò che ho avuto dal libro. Ti bacio, eterno amore mio.
gene
Postilla
Il 23 aprile è la Giornata Mondiale del Libro, oltre che il mio onomastico. Penso che mi ubriacherò. Non sono certo un santo da calendario come uno dei miei omonimi famosi.
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Il rituale
La signora Jole si è sposata due volte. Anche la seconda in chiesa, dice. Ora fa avanti e indietro col bus, intrattenendo il guidatore appostata sul sedile davanti. Nelle pieghe di discorsi sul tempo in cui viviamo, tra piogge, siccità, prezzi, guerre e maleducazione, riesce ad attirare la vittima al volante con ammiccamenti sulla serietà dei mezzi pubblici.

Conversazione tipo.
– Non ce ne sono tanti di chauffeur bravi come lei, sa?
– Grazie signora.
– Sa che molti non mi fanno nemmeno scendere davanti?
– Eh…
– E tanti altri fanno fatica a salutare.
– Un saluto non costa niente.
– Che poi i più maleducati sono quelli che arrivano sempre in ritardo.
– Ma sa, il traffico, gli studenti, i biglietti…
– Sì, ma insomma, che modi.
Nell’esporre le lamentele si china in avanti e probabilmente oscura pure lo specchietto retrovisore destro con la potente cotonatura tinta di biondo.
L’altra sera ha raccontato la sua storia sentimentale a un altro pilota. Due matrimoni, in chiesa anche il secondo.
– Sono stata sola otto anni tra l’uno e l’altro.
Beh, non proprio sola. Ha spiegato di avere avuto una lunga relazione d’amore con un uomo sposato, che le diceva sempre “Mi separo, giuro”. Ma lei che non è mai stata una sfasciafamiglie si era sempre opposta.
– Un giorno mi sono stufata però, e sa una cosa?
– No – ha risposto l’autista, non si sa se distratto, curioso o ottuso.
– Un mese dopo che ci eravamo lasciati si è separato dalla moglie – ha declamato, come se fosse una primizia.
Ha poi aggiunto che in seguito un amico la invitò in un agenzia per cuori solitari e che lì, per telefono, si diede appuntamento con il signor Gaudino. A lei, ha precisato, bastava incontrare qualcuno che le facesse compagnia senza picchiarla.
– Uscivamo il sabato e la domenica, per gite e pranzi. Al signor Gaudino dissi che io desideravo solo un’amicizia. Ne ero proprio convinta, ma poi è diventato…
La signora Jole ha sospirato sognante, nello sfavillìo del suo biondo tinto, in vana attesa che l’autista interloquisse.
– Beh sì, insomma… È diventato un rituale e ci siamo sposati.
gene
Postilla
Come i cimiteri e gli ospedali, i bus sono luoghi d’incontro
g
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Chi sei tu?
Io sono io. Chi sei tu? Un censore, un moralista o un ilare, gaudente o ascetico? Tu chi sei,
che mi dici cosa non devo fare io, che non vuoi che io faccia. Chi sei? Un morigerato, un inane o un fustigatore? Un equilibrato equilibrista?Tu chi sei, che non svilisci la scrittura, intesa come tua, e indaghi la mia? Chi sei per dirmi quanto e come? Uno speziale con bilancia? Un idealista? Oppure un prosciugato? Dimmi chi sei.
Chi sei per opporti al tanto o al poco? Un argonauta o magari un procio? Aspetti Penelope o la lotteria? Chi sei tu che mi consigli, di dilatare, di pensare, di non dire troppo o troppo poco? Sei per caso un dottore, uno psicanalista o un sognatore? Che visioni hai, che turbe, quali medicine? Non so chi sei, dimmelo.
Chi sei tu, che un giornale al giorno sì, una storia no, un pensiero sì, una frase no. Che luoghi comuni vuoi che non frequenti? L’amore? La morte? Il tempo? La bronchite? La felicità?
Chi sei tu? Un sofista forse? Oppure uno studioso? O monaco, abate, sacrista, diacono, chierico, pellegrino. Chi sei tu, che mi dici cosa devo fare io. Un lavoro? Una normalità? Una convenzione? Una famiglia? Un ossequio?
Sei volontario, integralista o confratello? Non so chi sei. Io sono io, ma tu chi sei? Uomo o donna? Santo o demone? Sei lettore o analfabeta? Perché dici mille foto sì, mille parole no? Perché Pietro sì, Paolo no? Chi sei, cosa ami? Una notizia sì, una poesia no.
Dimmi chi sei tu, che fustighi qua e tolleri là. Un farneticante forse? Un potatore? Iperbolico, retorico, metaforico, circumnavigante e verticale? Chi sei tu, che la tua volontà sì, la mia meno. Sei luce? Buio? Grigiore? Quale grammatica desideri, quale predicato? Pretendi aggettivi o avverbi? O scansi?
Chi sei tu? Tu che non so se confermi o dinieghi. Intanto che pensi alla risposta, io vado avanti, se non ti offendi. Io sono io.
gene
Postilla
Non si critica un uovo perché non è un pollo.
Lin-Chi -
L’incarico
Venne il giorno in cui ricevetti l’incarico di formare un Governo Mondiale. Cancellate le
frontiere agli Stati, spariti i vecchi nomi politici degli Stati stessi, ci trovammo tra le mani il pianeta libero. I soli confini erano i cieli, che lo spazio non l’avevamo colonizzato a causa dell’inadeguatezza dei nostri miseri mezzi aerei. Una fortuna e una sfortuna assieme. Non poter fuggire verso altri mondi provocò guerre, carestie e morti milionarie, ma nel contempo ci impedì di allargare le frontiere del male all’universo intero. Restammo qua, sulla terra, molto meno numerosi di prima, più bisognosi l’uno dell’altro e solidali di fronte alle necessità della fame e della sete. Governare tutto questo era un passo necessario per non ripetere gli orrori di un passato che ci aveva portato alla catastrofe, a un passo dalla distruzione totale.I miei allievi, provenienti da tutto il mondo e che avrebbero formato il Governo, erano stati istruiti per lunghi mesi con valori quali la tolleranza, l’aiuto, la solidarietà e la condivisione delle risorse. Si trattava anche di ridisegnare la giustizia e la sua applicazione.
Preso dall’entusiasmo, spiegai agli allievi che loro avevano la possibilità di innalzare le loro vite e quelle di tutto il pianeta, animali compresi, oltre il possesso, la violenza e la materia. Mi sorridevano, parevano pronti. Per giorni li lasciai lavorare a una specie di decalogo, una Costituzione di linee generali e nette, da spiegare e sviluppare. Una tavola delle leggi fondamentali che eliminasse disparità e ingiustizie, che ponesse gli esseri viventi al centro dell’esistenza stessa.
Il giorno della disvelazione della Costituzione, due di loro non si presentarono per questioni personali. Gli altri, non molto imbarazzati dalle assenze, ripassarono gli appunti e quando dissi loro che potevano finalmente annunciare il primo passo del nuovo cammino, ratificarono il portavoce (una donna!, bellissimo, pensai).
Con voce ferma, la giovane ragazza espresse il primo punto del decalogo:
Pena di morte obbligatoria.
gene
Postilla
Bellinzona, martedì 5 aprile 2016. La speranza, quel giorno, cercò riparo senza trovarlo.
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La medaglietta
Per motivi imperscrutabili, forse un lontano dispiacere che ne scosse la gioventù, la nonna
Zelinda teneva sempre una medaglietta della Madonna nella vagina. Sua nipote, nel senso di abiatica, capì attorno ai vent’anni che con quella cosa strana si sarebbe potuto farci soldi. Mise in piedi un progettino ambizioso e vacuo, una cosa come Terapia della Madonna, che attirava credulone e malchiavate, con la promessa di ridare la fertilità perduta o mai posseduta. Vista la miscela di sacro e di erotico, gli affari si misero a funzionare e l’abiatica cominciò a girare i villaggi tenendo lunghi discorsi sul bene e sul male.Ficcarsi una medaglietta nella vagina era bene, rimanere sterili era male. Colpe piovevano dal cielo su donne, figli, uomini e miscredenti, mentre il conto in banca cresceva. Purtroppo, all’abiatica toccava di tornare ogni sera alla sua solitudine di mercante, senza figli o mariti, proprio lei che ne fabbricava di immaginari per gli altri grazie all’espediente strappato alla nonna. Più erano i fedeli, più lei si sentiva sola e prostrata, senza nessuno che l’amasse.
Mentre lei invecchiava, la nonna Zelinda ringiovaniva. Un giorno che l’abiatica le fece visita, la trovò che mangiava patate e formaggio. Un piatto dei poveri, perché l’abiatica non passava che qualche obolo alla nonna.
– Sei diventata ricca figliola – disse trangugiando un pezzo di fontina.
L’abiatica, come fanno i taccagni, non volle replicare ma passò alla lamentela che l’opprimeva.
– Conforto gli altri, ma io sono infelice.
La nonna Zelinda si alzò: – Tu non guarisci nessuno. Inoltre, sei vittima a tua volta di un parassita che si chiama Pidocchigia. C’è un solo rimedio: smetterla con questo inganno. Anch’io ne ero contagiata, quando avevo la tua età.
– Dimmi come posso guarire, non ne posso più.
La nonna sorrise, con una punta di gioia maligna.
– Prova con una medaglietta della Madonna nella vagina.
gene
Postilla
Ai gatti neri porta sfortuna essere attraversati da un’auto.
Giordano Bruno Guerri
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Da Leicester
Mi hanno ripresa alla televisione, che vergogna, ma che gioia. Era la prima volta che
andavo a passeggio per l’Inghilterra seguendo la squadra della mia città. Mio marito e io, e chissà a casa cosa avranno pensato. Da Leicester a Sunderland è lunga, ma siamo partiti per tre giorni in auto e abbiamo visto posti che mai avremmo immaginato. Però io, non vedevo l’ora di entrare allo stadio.Quando siamo arrivati, col biglietto che non avrei scambiato nemmeno con quello della Lotteria Nazionale, siamo entrati, abbiamo cercato i nostri seggiolini e ci siamo seduti. Mancava mezzora, i ragazzi giù nel prato facevano ancora ginnastica e corsa. Il signor Ranieri, elegante come sempre, passeggiava vicino alla tribuna, tranquillo e gentile. Per chi non lo sapesse, la nostra squadra è prima in classifica e non è mai successo, o almeno io non lo ricordo. Mi è sempre piaciuto il calcio e al nostro stadio ci sono andata molto da giovane, per niente quando c’era da crescere i figli, e sempre in quest’anno incredibile che ha messo a soqquadro la città.
Poi è cominciata la partita, e io mi divertivo e soffrivo, una cosa strana, come l’amore. Mio marito, più abituato, preferiva non parlare. C’era un bellissimo sole e si sentiva il profumo del mare, che noi a Leicester immaginiamo soltanto, piantati in mezzo alla campagna come siamo.
Quelli del Sunderland, con le loro belle maglie a righe bianche e rosse, non si davano per vinto, mentre noi, in blù, aspettavamo. Jamie Vardy, il nostro ragazzo di casa, con un braccio fasciato, sembrava dimenticato. Poi è arrivato un pallone lungo e tutta la gente vicina a me è saltata per aria. Ci ho messo un momento a capire che era un gol per noi e poi era tardi per saltellare, quindi ho tenuto la gioia dentro.
Quando la partita era quasi finita, un giovane del Sunderland ha tirato alto e ho capito anch’io che avevamo corso un grande pericolo. Mio marito era imbalsamato, ma mi ha spiegato che ora c’erano cinque minuti di recupero, una roba che si fa per il tempo perso prima e che stabilisce l’arbitro. Mentre riflettevo, ho visto Jamie partire da metà campo, rischiare di cadere per uno scontro con uno del Sunderland, e riprendere a correre. Non so quanto è durata quella corsa, ma tantissimo, e così stavolta me la sono proprio goduta e quando il nostro ragazzo ha tirato a porta vuota sono saltata in aria con gli altri, prima ancora che il pallone toccasse la rete. In quel momento, la televisione mi ha inquadrata, che vergogna, però fa niente.
Io non so se vinceremo il campionato, ma ho pianto di gioia, come il signor Ranieri. Mio marito non piangeva e faceva calcoli sulle prossime partite. Siamo tornati a Leicester leggeri come piume e adesso aspettiamo di vedere cosa succede e quale vento ci spinge.
gene
Postilla
A cinque partite dalla fine, il Leicester City è al comando del campionato inglese, con sette punti di vantaggio sul Tottenham. All’inizio del campionato, davano la squadra allenata da Ranieri come la prima candidata alla retrocessione e l’allenatore come il primo a essere esonerato. Jamie Vardy è il cannoniere del campionato. Assieme alla signora, aspettiamo di vedere cosa succede, come nelle fiabe.
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Con moderazione
Lo sapevo che era un ambasciatore e non un amore, ma la noia delle mie giornate era
talmente vischiosa da fare di una visita qualunque un raggio di luce. Quello era venuto qui all’ospizio con fiori e cioccolatini. Era del mio paese e quando ero ancora in grado di fare tutto da me a casa mia non s’era mai fatto vedere, se non per chiedere al mio primo figlio nel giorno dei suoi vent’anni di andare poi a votare, neh?– Cara Maria, allora, come andiamo? – mi chiese chinandosi con il mazzo di fiori, mentre stavo per mangiare il budino.
– Come andiamo chi e dove?
– Nel senso di come sta, di salute.
Lo poteva vedere de sé come stavo, in carrozzina e con la pelle come quella delle pere a terra. Ma gli risposi.
– Bene. Hai bisogno qualcosa?
– Ma no, suvvia…
– Un uomo coi fiori ha senso allora?
– Per darli a lei.
– Grazie, mettili in quel vaso là.
Filò dritto come un dardo. Mica ero rincoglionita, lo sapevo anch’io che di lì a dieci giorni ci sarebbero state le elezioni comunali e che lui era il padre di un candidato, nonché padrone del paese pur stando all’ombra dei suoi bravi. Un ambasciatore, un messo, e mi chiedevo come potesse abbassarsi così alla sua età, forse per medicare con la politica l’inettitudine del figlio. Con la nuova invenzione del voto per corrispondenza si tornava al galoppinaggio sfrenato, lo stesso sistema che aveva permesso a lui e ai suoi di spadroneggiare tra casa, chiesa e scuola. Se avessero potuto, avrebbero cavato morti dalle tombe.
Un paese così, stupido e avido, inchinato a quelli lì per rimediare di tanto in tanto un posto di lavoro, un favore minore o anche solo la benevolenza.
– Adesso dimmi: pensi che quei fiori valgano un voto, il mio, che per quel che mi riguarda e a questo punto il mondo potrebbe pure esplodere?
Tramestò come una folla con gli zolfanelli accesi nelle scarpe, si fece bianco e rosso, oleoso come un ampolla.
– Guardi Maria che la salute dei nostri malati è importante per me. Siete la nostra memoria, le nostre radici. Suo padre era un grand’uomo, ha dato molto alla nostra comunità, con onestà e amicizia nei miei confronti. E la sua cara figlia… oh, la ragazza più bella del paese, un fiore della nostra valle. Mi siete tutti nel cuore, il nostro paese in fondo è una grande famiglia unita nelle fede in Dio e nello Stato. Da qui sono partiti giovani che si sono fatti onore nelle Arti e nella Diocesi. Voi che state in questo ospizio siete figli e genitori di un mondo sano e con veri valori.
– Io non sono più molto sana.
– Beh, non intendevo… Insomma, non vi dimentichiamo mai.
– Vedo…
Scartabellò nella mappa e tirò fuori un malloppo.
– Le faccio vedere come si vota. Non sia mai che annulli la scheda solo perché nessuno le mostra come si fa, sarebbe un gran peccato.
Rise come se avesse detto bellissime facezie.
– Hai per caso anche la matita? La mia devo averla perduta, che distratta.
– Certo cara!
Mi spinse il malloppo e mi mise in mano una matita nuova di zecca. Si sedette di fronte, illuminato come una lanterna, mentre io guardavo quel papiro con i nomi delle liste e dei candidati. Ne conoscevo molti, riconobbi il gruppo dell’ambasciatore galoppante, ma feci finta di scrutare a vista bassa.
– Come si chiama il partito del tuo caro figliolo?
– Avanti Con Moderazione! Non è un bellissimo slogan?
– Bellissimo, dice tutto – risposi, felice, con una malignità che lui scambiò per fervore.
Tirai per le lunghe, giusto per vedere fino a che punto potesse friggere senza prender fuoco. Poi scrissi.
– Ecco, caro!
Prese il foglio pronto a decollare dalla gioia, lo girò e nel leggere strinse la bocca così forte che pareva di voler inghiottire le labbra. Poi mi guardò, con il dolore dei santi martoriati.
– Spero si capisca, orma la mia mano è un po’ malferma – spiegai, come una vecchia felice e in punto di morte, quale sarei potuta essere ogni istante da lì in avanti.
Balzò in piedi rovesciando la sedia, andò al vaso, riprese i fiori e scappò senza salutare e senza augurarsi il mio bene. Sembrava lasciare dietro sé una striscia di bava, come i lumaconi.
Il papiro era lì, dimenticato e inservibile. La scritta campeggiava. Un bellissimo slogan.
Avanti a cagare ma Con Moderazione!
Accostai il budino e presi a mangiare con somma contentezza.
gene
Postilla
Poi, dopo le votazioni, spariscono tutti ed è perfino bello, forse bellissimo.

