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  • Mondiali già vinti

    Mondiali già vinti

    Non è ancora la primavera dei tuffi al riale, ma quella di braghette corte e croste sui gomiti. In paese sono arrivati degli americani – nevuut da cui dal pouro Neli Bagat, ha detto il Mepa’ – due adulti e due figli. Belli grossi, e subito piuttosto ciola, i figli, gli altri non so ma la poma non cade lontano dalla pianta. A parte che non si capisce gnente di quello che dicono, ma gnanche con i disegnini sulla sabbia ci arrivano che la palla non si può toccare con le mani. A parte quello, sono pacifici.
    Che però, impegnati come sono a mangiare senvic, non è che le mani le hanno poi tanto libere. È chiaro che al momento di fare le squadre sono l’ultima scelta e finiscono in porta, per l’ingombro e perché almeno gli enz lì valgono. Enz è come chiamano loro le mani. Dopo la dovuta spiegazione a gesti riusciamo a farli stare tra i due pali e a convincerli di mollare i senvic – che appoggiano sull’erba e subito arrivano i due cani della Sciura e li sequestrano per sempre.
    Aievandersten, dice l’americano più grasso e noi ci guardiamo, ma amen. Alla prima pallonata scagliata dal Savit non si muove gnanche e mi pare che vuole fare una domanda, ma al Dassedet torleri! del Leti, urlato da venti centimetri, si vede che ci rinuncia. L’altro è appena più sveglio, ma tira di punta tutto contento e la palla finisce nel cortile del Vicente e mi precipito a riprenderla prima che la taglia col falcetto.
    Non va bene con ‘sti due qua.
    Verigud!
    Verigud ‘na merde!
    Il Mepa’ poi mi spiega che tra qualche giorno fanno i mondiali di calcio in America. Cioè, quei mondiali con Crujiff, Maradona, Zidane, Ronaldo e tutti quei tizi lì che fanno sparire il pallone in bianco e nero e lo fanno ricomparire a colori? Quelli? Davero? Davero. E pare che c’è anche la Svizzera e l’Italia invece no, sc’ciau, e allora io penso che se giochiamo contro gli americani, quelli lì dei senvic e delle puntine, siamo già Campioni del Mondo tre volte.

    gene

  • La Memoria che svanisce

    La Memoria che svanisce

    Sono falegname, come Giuseppe, e come lui non ho pretese, se non stare al servizio della mia stessa coscienza. Non siamo che padri putativi, un compito che ha mille volte più importanza della natura o della divinità, entità irrefrenabili e cieche. Sono sempre stato dalla parte del popolo ebraico, vessato in ogni anfratto della cristianità, nei secoli, e infine trucidato in massa dal nazismo d’Europa. La memoria, la Memoria, dell’Olocausto perde testimoni come foglie d’autunno, ma io ricordo bene da figlio e studente, e poi uomo, le testimonianze delle sofferenze ebraiche, del migrare per scampare alla morte, del non avere una patria e in tutte le altre patrie essere reietti. Acceso dalle parole di Levi, incarnate nell’eternità e frantumate dall’adesso.
    Ora basta.
    In questi anni mi sono tormentato per non stare da nessuna parte, se non quella delle parole e dello scambio di pace, della bellezza che pervade la convivenza nelle differenze. So anche che questo sembrerà un proemio a chissà quale trattato eroico. Invece è un atto di dolore, l’infrangersi di una compassione.
    Si stagliano padroni della guerra, orribili esseri umani; ulteriori vigliacchi. Ma occorre dirlo: nessun popolo è eletto e tutti lo sono. Non si sceglie tra Barabba e Gesù, ci si ribella invece contro chi chiede la scelta.
    Il popolo ebraico –  la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi diritti, i suoi doveri – si accascia mentre in suo nome si vestono gli stessi panni bruni dei suoi assassini. Si dissolve quando infanga il diritto con la violenza e se ne compiace. Sembra egli stesso aver perso la Memoria.
    Non posso andare avanti, per sconcerto e repulsione, per il mio essere apolide e senza dèi. Ma una cosa ancora: Occhio per occhio, dente per dente? Farai del male fino alla fine dei tempi e delle generazioni?

    gene

  • Festa e lutto a Cornaredo

    Festa e lutto a Cornaredo

    Quando lasciammo la Valascia, no. Eppure l’addio di Cornaredo ha avuto uno strano effetto, sul me bellinzonese con l’inquietudine del Ceneri. Sento come se qualcosa si addolcisse, non per tifo o appartenenza, ma gnanche. È più un fremito da funebri in ultima pagina, con volti e nomi sconosciuti ma con date vicine alla mia, argh. Forse è l’invecchiare, battaglia che non considera nessuna ritirata, nessuna resa. Forse è che Cornaredo aveva soppiantato il Campo Marzio, dove il mio Pa’ e alcuni zii batterono il Tresa per andare in Seconda e vantarsene con orgoglio oltre la mortalità. Al so mighi.
    Capisco, da cronista asettico con l’alibi della cuffia per essere equidistante, che per molta gente è un braccio che si stacca, con la protesi pronta qualche metro più in là. Oh, bello, funzionale, l’arto nuovo, ma quant’era mio e forte quel braccio imperfetto? Ma poi i dottori, come sempre e anche se non ti va, ti convincono: Europa, lounge, fitness, fashion e ics e ipsilon. Tutto da conquistare, ma ce ne vorrà per eguagliare miserie in dialetto e trionfi di Cornaredo. E quando e se mai succedesse, non sarà rimasto nessuno di quelli di ieri pomeriggio, domenica 17 giugno. Non diciamo i Brenna, i Colombo o i Bottani: no, intendiamo il popolo.
    Allora, in un futuro lontano lontano, Cornaredo spunterà da qualche foto in onedrive, tra un maguardaunpo’ e un cigiocavailnono. Senza crederci troppo perché il domani sarà un andirivieni di sconosciuti in campo e di care comodità da astanti. Non pioverà nemmeno più, tanto sarà bello.
    Criticoni e nostalgici, astenersi please. O sparire con Cornaredo.

    gene

  • Figlia e primavera

    Figlia e primavera

    Oggi il vento porta in volo spore e voci sconosciute, insemina e avvolge il mondo senza frontiere o censura. Giunge il profumo della primavera, che è il tuo, figlia, sternuti e melodie. Le figlie cambieranno il mondo, e mi ricordo che tu, figlia, nei passi piccoli e con il fazzoletto a proteggere i capelli, cambiavi le visioni salendo in Salvete con un bastoncino di nocciolo, mentre i denti di leone erano sul confine tra giallo e soffione.
    Cambiavi il mondo in motoretta, figlia, quando guidavamo tra le pietre lucenti delle terre vicino al mare delle Baleari; lo cambiavi nello sguardo del binocolo verso l’orizzonte di albe e tramonti.
    Il vento di primavera sei tu, me lo ripetono le foglie di quel verde giovane che non si possono arrestare quando salgono a vestire gli alberi d’altura ancora brulli ma pazienti.
    Lo cambi il mondo, quando attraversi nuove terre e mi porti con te. E io, nel mio piccolo, te ne riporto un dettaglio, una minuzia, quanto torno dalle scritture o dai passi.
    Lo cambierai ingigantendolo con le primavere assommate che ancora avremo, e se le mie svaniranno in un futuro ineluttabile, le tue correranno ancora vaporose oltre gli oceani e le cordigliere.
    Il profumo della primavera, il tuo, accarezza l’Europa mentre veleggia verso sud. I cuori fioriscono, i pensieri si colorano e danno una mano lucente a tutto ciò che si accascia e poi risorge. È un’eternità, come l’amore.

    gene

  • Nonnismo

    Nonnismo

    C’è un discorso da fare sui nonni. Che muoiono, ovviamente, come tutti i nonni dell’umanità, passati e futuri. Quelli presenti spesso resistono, e regnano a lungo.
    Io non sono nonno e quindi mi assolvo subito.
    I nonni di oggi, e quelli di ieri, hanno catastrofizzato il mondo intero e ci provano con l’universo. Sono perciò grato ai miei figli di non avere ancora prole, così non rientro nella categoria dei prepotenti prossimi alla morte ma ancora al comando delle operazioni speciali, come chiamano loro le guerre, i cementifici, il profitto incontrollato, lo schiavismo e il cinismo, le discriminazioni, le poltrone avvitate ai privilegi; e gli scheletri negli armadi e nelle fosse comuni, nelle onde del mare e nei deserti.
    Mi sono svegliato così, non ci posso fare niente, fiero di essere al massimo padre, seppur circonfuso di inadempienze. E poi, importantissimo: di regola, i nonni muoiono prima e, fino a quando non lo diverrò anch’io, posso campare. Se non avvenisse mai, che cioè i miei figli, in un sussulto di ingratitudine, si mettano in testa di procreare, sarò eterno. Un bell’impegno, ma con le cose da fare e pensare il tempo non basta mai. Certo, nell’eternità mi inseguiranno le cose sempreverdi: debiti, malattie, lutti, discorsi vacui da subire. Ma voglio proprio vedere chi molla per primo.
    E comunque, alcuni nonni hanno fatto anche cose buone. Il mio, per esempio, che cristonava e si divertiva col toscano, uscendo dall’aia solo per raccogliere foglie e legna secca, pericolanti come lui, come noi.

    gene

  • Le braccia del Puda

    Le braccia del Puda

    Mi chiamo Defendente Genetelli, ma più che un uomo sono un simbolo. Forse stremiti dal mio nome, non si appellavano al cognome, uno tra i cento. La mè Mam se la prendeva sempre, povera, da quando seppe che mi soprannominarono Puda. Cominciò il Nono a chiamarmi così, aveva letto di una specie di santone che stette fermo nel deserto senza fare niente fino a quando gli caddero le braccia e poco dopo morì, quasi contento: il Budda. E quindi, nel suo ristretto vocabolario: Puda. Perché anche io non facevo quasi niente e se c’era qualche lavoro sparivo a pensare. E cristo, ma se non mi piaceva? Spostare letame e cassette di strozzocavai duri come sassi, ma nemmeno pampani da raccogliere o carretti da spingere. A me piaceva giocare con la sabbia, a sfidare il Dani con i nomi dei concorrenti a forma di biglia. Ma anche lui prese a chiamarmi Puda.
    Adesso che sono belle che vecchio, sono Puda per tutte le generazioni che sono seguite. Mi vedono straccione e povero, ma il mio spirito mica lo sanno. Ho letto libri quando gli altri pregavano, ho guardato mille partite di calcio senza sforzarmi. Quando le ragazze fiorivano le ho ammirate senza volerne nessuna per me. Ho assistito alle discussioni con qualche parola qua e là. Se tirava aria di litigio, andavo al riale e quando scoppiò la guerra non mi chiamarono. Del fieno non me ne importa nulla, le pecore mi fanno compassione.
    Il prete voleva farmi andare chierico e ho dovuto spiegargli che come Puda faccio parte di un altro credo, anche se avrei preferito che mi chiamasse Defendente.
    – Defendente non fa niente, Puda non suda – cantavano in coro dopo un po’ di vino, che è una specie di diritto per chi ha lavorato tutta la giornata. Anche io lo bevevo alle feste, ma dai bicchieri abbandonati, rimasugli che messi insieme valevano almeno mezza bottiglia. Gli avanzi di pane li portavo via e con un po’ di cicoria la cena era fatta.
    Sono riuscito a vivere con calma e nella mia catapecchia sono stato bene.
    – Come fai a vivere così? – chiedeva qualcuno. Come fai tu a vivere così? rispondevo, senza commiserarlo per la foga dei soldi, dei figli, del lavoro.
    Però adesso sono stanco.
    Questa mattina di maggio che sto sulla panchina di sasso come una laspra al sole, mi è caduto il braccio sinistro e ora si sta staccando anche il destro. Senza dispiacere, aspetto di morire. Ciao a tutti.

    gene

  • Addio Ticino – IO vs IA

    Addio Ticino – IO vs IA

    Sfida finale.
    Un racconto con un bellissimo gioco d’attacco. Ha battuto un avversario subdolo, l’Intelligenza Artificiale Modest Club, con un netto 37.5 a 27.5. Nel girone di qualificazione sono stati eliminati altri tre racconti, rimasti a 15, 10 e 10 punti.
    Di seguito, i due racconti.

    ***

    Il momento arrivò quando fu chiaro che la nostra terra non era più terra, ma territorio. In ritardo, ritrovai la voce. Il Meau era già morto da decenni, col sorriso sulle labbra. Immagino che la prendesse così alla leggera anche fuori nella campagna col formentone o la pioggia. O con le manze che prendevano a correre senza senso verso l’argine. Aspettava, tanto i giorni sono poi sempre uguali.
    Quando già lui non camminava più, e resisteva ironico sulla poltrona come se finalmente potesse riposare senza rotture di balle, io ero un ragazzo e di vacche ne avevo ancora viste alcune all’alpe Gariss.
    Certo, Gariss era stato luogo di sventurati. Il Mepà ci aveva passato le estati a fare il bocia che non aveva ancora sette anni; la zia gli sequestrava il cioccolato, che gli portava su il Sopà, lasciandolo lì con la ciotola di polenta e latte a mezzogiorno e sera, e lunedì martedì mercoledì eccetera. Il Mepà odiò per tutta la vita la zia, intendo la sorella del Sopà.
    Comunque, quella era ancora terra, eccome, in salita, in discesa, a destra a sinistra, magra grassa.
    Era terra anche dopo, quando i piani cantonali definirono che qui si potevano costruire villette del cazzo, e là no, per adesso, dopo vediamo. La terra centuplicò il valore di mercato, ma fertig con il formentone e il fieno.
    Il Mepà, forse per colmare il vuoto da civiltà perduta, piantò una decina di alberi da frutto. Nel giardino della casetta che i piani cantonali e il Boom gli avevano permesso.
    Al bordo della campagna, fuori dalle povere case del paese vecchio, addossate l’una all’altra. Dalla finestra vedevo il campo di calcio e la scuola, senza neanche un letamaio in mezzo. Vedevo anche le pome e i peri del Mepà, che mi hanno rovinato mille sabati strappati al gioco, sciupati con la pala e il picco a fare buchi per piantarli. Prometto che di quelle piante non ne parlo più, la Mesorele le ha sradicate, e chiusomilano!
    Mi viene in mente che nel nostro paesello anticlericale, dove quel galantuomo del Borromeo non osò posare orma, mi viene in mente che si faceva la processione di una Madonna tal dei tali. Circumnavigava l’abitato.
    Ah già. Madonna della Cintura.
    Forse la cintura del paese, la correggia che tiene su i campi. Per benedirli e proteggerli da non so bene cosa, la tempesta, l’aridità.
    Mi pare che la facciano ancora quella pagliacciata, ma saranno ormai lì a girare sull’argine del Tasin, dato che il paese si è allargato e l’autostrada ha inferto un colpo di karate alla campagna.
    È come la cintura disperata di uno che ha messo su troppi chili.
    Però ci stavo dentro a quella vita, era impensabile immaginare di andare via dal mio paesello.
    La mia terra. Eh…
    Si vive di illusioni no? Il fotbal, l’amore, gli amici, i libri, le sbevazzate e i canti da ciocchi. Voglio dire: erano l’illusione di avere tutto lì. Mica a Barcellona Amsterdam New York. No, lì, tutto lì, anche il lavoro.
    Ma non ci sono stato dentro vent’anni e poi via a guardarsi in giro: molti di più. Con le parole degli altri che ingigantivano e le mie che si ritraevano.
    Un giorno, ma ero già grandino, sui trenta, mi svegliai che non parlavo più.
    Ma come?
    Altro che parole ritratte. Sparite!
    Ci provavo be’, ma la voce niente. Da principio la Memam si sentì sollevata per la tregua della logorrea. Poi si preoccupò: e infine mi assolse da ogni incombenza.
    Riposa caro.
    Finalmente potevo sognare e costruire frasi nella mia mente, potevo leggere. Indisturbato.
    Ma parlare no.
    Mi fecero filare dal dottore che mi guardò con calma e poi mi mollò uno schiaffo a tradimento.
    Ahia! cazzo! Ma sei scemo, gridai. E mi voltai verso i miei: avete sentito?
    E invece non si era sentito un bel niente. Solo lo sc-ciaff del doc e un forte soffio d’aria, mia.
    Si misero tutti e tre a riflettere.
    Anche a me toccò riflettere, cosa insolita. Poi mi ricordai del Meau che oltre a essere imprigionato dalle gambe che non andavano più, per un ictus parlava a stento. Eppure, mai uno sconforto, a vederlo. E se qualcosa non gli andava giusta con quelli che gli giravano in giro o gli facevano visita, si addormentava, o fingeva.
    C’è bisogno di parlare? No, già.
    Il dottore mi diede delle pillole, che buttai dal ponte di Claro mentre i miei si attardavano a parlare di pecore.
    Fine dei discorsi, delle spiegazioni, delle scuse, delle bugie.
    Uno spasso. Il pianeta ruotava e io stavo in equilibrio sul suo asse. Assursi a martire in tutte le occasioni favorevoli, che so, picchiettare il bicchiere sul tavolo per farmi versare da bere; non studiare; buttarmi sul divano con sfinitezza. Rispondere? Obiettare? Ubbidire? Mai.
    La Trixi, bellezza nordica, finì per baciarmi dopo un ovvio silenzio, la prova schiacciante che le donne non si innamorano degli uomini per i loro discorsi.
    Credo che dopo un po’ facessi ridere, non proprio come lo scemo del villaggio, ma lì lì.
    Non potendo parlare, raffinai l’ascolto.
    Udii il Mepà che nel perdere la pazienza mi accusò di fare l’invalido per non tagliare l’erba attorno alle sue piante. E la Memam che mi difendeva con il peso della mia disgrazia. Le posizioni mi parevano chiare: avrebbero litigato tra loro e io ero a posto.
    Piano piano svanivo ai loro occhi e finirono per tornare alle solite cose, cosa c’è di cena, o domani andiamo a Lottigna. La Mesorele mi accompagnava in Pasquei, la piazza, dagli amici che poi dopo un po’ mi lasciavano perdere perché non ero più divertente. Solo la Trixi scambiava il mio mutismo per una forma di dolcezza e parlava in mia vece, seppur con accento sassone.
    Mi si era acuito l’udito e mi erano divenute chiarissime le menzogne televisive e radiofoniche, in particolar modo quando sortiva qualche ganassa a parlare di territorio da bonificare; da vendere, da comprare, da riqualificare.
    Mi prostrava.
    Non potevo neanche imprecare a voce, e col pensiero non ha la stessa resa.
    Ogni tanto compariva qualche agricolo a lamentarsi che prati e pascoli erano sempre meno. Si riduceva la terra. Anzi, si riduceva la parola stessa, terra.
    Imperava anche il termine terreno, inteso da costruzione. Qualcuno cominciava a dire il mio terreno, per indicare una proprietà sempre più minuscola, che certo aveva perso lo status di terra. Anche quando qualcuno scavava e palava, diceva smuovo terreno.
    La vita terrena, anche, come se ce ne fosse un’altra. Il territorio che va dalla casa dei Forni a quella degli Angelini. Il MIO territorio, come i gatti.
    Cose così. Non me ne scappava una e cominciava a darmi davvero noia: volevo obiettare, ma niente.
    A meno di mettermi a produrre manoscritti, coi miei pensieri da esibire alla bisogna. Idea scartata quando il Puda mi disse che ero fortunato, e io mi misi a scrivere, e quando avevo finito lui già si era addormentato sulla panchina come al solito.
    Lentamente cominciai a non poterne più. Ma come faceva il Meau sulla sua poltrona? A sorbirsi stronzate tutto il tempo senza dire bah?
    Un giorno che mi decisi ad andare in città col postale, appena passato San Giuseppe, che è il confine a sud del mio paesello, mi scappò un rutto che risuonò fino ai sedili davanti. Che cos’era quella roba? Provai a dire una delle parole con cui allenavo la mente per far tornare la voce.
    Vacca!
    Ah, aiuto parlavo. Una signora mi guardò male, ma non azzardai a spiegare, casomai che non uscisse un bel niente. Parlai solo nella mente, e una volta sceso in città lessi ad alta voce da un cartellone:

    Proteggi il tuo territorio!
    Vendi la tua terra!
    Compra la tua casa!
    Immobiliare Future.

    Che orrore.
    Per scrupolo, al ritorno, oltrepassato San Giuseppe dissi Vacca, ma sommesso. Niente, di nuovo muto.
    Allora mi fu chiaro, come la mia voce ritrovata: era il territorio a non farmi funzionare.
    Il momento dell’esilio era arrivato.
    Andai alla tomba dei Menoni. Scrissi una serie di lunghe lettere ai Mesgenn, alla Mesorele, alla Trixi e a qualche soci.
    Me ne vado a curarmi, cercate di capire.
    Vi voglio bene, bla bla. Addio.
    Non tornai più.

    Giorgio Genetelli

    ***

    Nota: un giudice l’ha scambiato con quello dell’IAMC, motivando la sua scelta con “la confusione”. Che tra l’altro è un ulteriore motivo di vanto.

    Ora spazio al racconto dell’IA Modest club.

    ***

    Era mezzogiorno di un martedì qualunque quando entrò il tedesco. Elia lo capì subito dalla guida turistica che spuntava dallo zaino e da quel modo di guardarsi intorno come se ogni cosa fosse interessante. Il bar era quasi vuoto: due pensionati alle carte, la signora Marta che aspettava l’autobus bevendo un’orzata.
    «Buongiorno. Un caffè, per favore.»
    Parlava un italiano preciso, da manuale. Elia preparò il caffè, lo posò sul banco. L’uomo bevve, annuì soddisfatto, poi si sporse verso di lui con l’aria di chi sta per chiedere un favore.
    «Lei è di qui, vero?»
    «Da sempre.»
    «Perfetto.» Il tedesco abbassò la voce, come se stesse per condividere un segreto. «Cerco il Ticino vero. Non quello delle cartoline, capisce? Non i laghi per turisti, non i grotti con le tovaglie a quadretti. Il Ticino autentico. Quello che conoscete voi.»
    Elia rimase con lo straccio in mano. Era una domanda semplice, in fondo. Eppure non trovava risposta.
    «Il Ticino vero» ripeté, come per guadagnare tempo.
    «Sì. Un posto che solo chi vive qui conosce. Qualcosa di speciale.»
    Elia pensò al Mulino del Ghitello, giù alle Gole della Breggia. Da bambino ci andava con la madre a raccogliere erbe di campo: le ruote di legno ferme nell’acqua scura, i muri di sasso coperti di edera, l’odore di muschio e di umido. Adesso al suo posto c’erano i ruderi del cementificio Saceba, silos abbandonati e gallerie vuote che chiamavano «percorso del cemento». Pensò alla Valle della Motta, dove il torrente Roncaglia scorreva tra i prati e d’estate si poteva pescare. Poi avevano costruito la discarica e il torrente l’avevano infilato in una galleria, sottoterra, come se l’acqua desse fastidio.
    Ma il suo Ticino autentico non era nemmeno quello. Il suo Ticino era più piccolo, più vicino.
    Pensò alla bottega di Pinza, l’elettricista. Via Selvetta, seconda porta a sinistra. Ci portavi la radio rotta e lui la riparava raccontandoti storie del paese. La bottega aveva chiuso nell’ottantanove, Pinza era morto nel novantadue. Al suo posto c’era un garage.
    Pensò al banco di Pepòtt, il fruttivendolo. Stava davanti alle scuole, con le cassette di mele e il grembiule sempre sporco. Conosceva tutti per nome, sapeva chi aveva il diabete e chi la suocera difficile. Anche quello era sparito, e al suo posto c’era un parcheggio.
    Il tedesco aspettava, paziente.
    «C’erano delle botteghe» disse Elia, non sapeva bene perché. Come glielo spiegava, al turista, che a lui era rimasto nel cuore non un paesaggio ma un negozio? «Un elettricista, un fruttivendolo. Gente che conosceva tutti.» Si accorse che stava parlando al passato, come si parla dei morti. «Ma sono chiuse. Da anni.»
    Il tedesco annuì, pensieroso. «E oggi? Cosa c’è oggi?»
    Elia guardò fuori dalla vetrina. La strada principale, le auto parcheggiate, l’insegna di una banca. Poteva essere un paese qualunque, in un posto qualunque.
    «Il Ticino vero?» disse, e gli uscì una mezza risata. «È già partito. Prima di lei.»
    Il tedesco rise, credendo fosse una battuta. Elia non rise.
    Ci fu un momento di silenzio. Poi il tedesco pagò, ringraziò, chiese un ultimo consiglio.
    «Vada al lago» disse Elia. «È uguale dappertutto.»
    L’uomo uscì, soddisfatto del «carattere locale». La campanella sulla porta suonò due volte, poi silenzio.
    Elia restò dietro il banco. I pensionati giocavano a carte, la signora Marta era uscita senza salutare. Un martedì qualunque.
    Fu solo in quel momento che gli tornò in mente la masseria. La masseria della Pobbia, a Novazzano. Quarantaquattro metri di muri, cinquanta stanze, seicento anni di storia. Da bambino ci andava col nonno, che gli mostrava le travi del soffitto. Una volta aveva provato a spostare un sasso enorme che bloccava il portone della stalla. Il nonno l’aveva guardato, divertito: «Lascia stare, che quella non la sposti neanche col trattore». Invece l’avevano spostata. L’avevano spostata tutta, la masseria. Duecento camion, pezzo per pezzo, fino in Svizzera interna. Ora stava in un museo a Ballenberg, come un animale impagliato.
    Alle tre chiuse il bar. Non lo faceva mai, di martedì. Salì in macchina e guidò verso Novazzano.
    La strada era la stessa di sempre: capannoni, rotonde, insegne. A un certo punto, dove c’era stato un campo, ora c’era un distributore di benzina. Elia non se ne era accorto, prima. O forse se n’era accorto e aveva fatto finta di niente.
    Arrivò alla Pobbia che il sole era già basso. Fermò la macchina, scese.
    Dove una volta c’erano i muri della masseria adesso passava una strada. Due corsie d’asfalto, un guard-rail, e più in là i binari della ferrovia. Il traffico scorreva regolare, indifferente. I camion che l’avevano portata via dovevano essere passati di lì, su quella stessa strada che aveva preso il suo posto.
    Elia restò a guardare. Gli tornò in mente il nonno, le travi del soffitto, il sasso che non si spostava. Aveva creduto che restare bastasse. Che finché lui era lì, qualcosa sarebbe rimasto. Invece il Ticino se n’era andato lo stesso, sotto i suoi occhi, un pezzo alla volta.
    Risalì in macchina. Guidò per un’ora, poi un’altra. Quando vide il cartello per Ballenberg era quasi sera.
    Parcheggiò, camminò fino all’ingresso. Il museo era ancora aperto, la biglietteria illuminata. Elia si fermò davanti alla porta.
    La masseria era lì dentro, da qualche parte. Ricostruita, etichettata, spiegata ai turisti. Poteva entrare, vederla, toccare le stesse pietre che aveva toccato da bambino. Ma quelle pietre non erano più a Novazzano. Erano qui, in un posto che non c’entrava niente.
    Non entrò.
    Si voltò, vide il quaderno dei visitatori sul bancone dell’ingresso. Lo aprì, prese la penna.
    Scrisse due parole, poi chiuse il quaderno e uscì nel buio.
    C’era scritto solo: «Addio, Ticino.»

    IA Modest Club

    Postilla
    Chel ch’a gustu a rasustu.

  • IA contro IO

    IA contro IO

    Questa è stata una gara che ha dato risultati inquietanti. Quattro autori appartenenti all’Associazione svizzera degli scrittori di lingua italiana (ASSI) hanno sfidato l’intelligenza artificiale (IA) a scrivere un racconto ambientato in Ticino.
    Uno dei quattro sono io, su richiesta. Nessuno sapeva prima il nome degli altri tre autori e quale fosse il racconto della IA. Non c’era nessuna possibilità di confronto, tutto sarebbe stato svelato il 25 aprile a Mendrisio.
    Il tema era: Addio Ticino!
    Visto che per me scrivere è una questione introversa e quindi, come dice il Meo, faccio da solo, mi sono detto: Giorg! fai come al fotbal: non parlare con nessuno, gioca e segna un gol in più.

    La signorina IA ha schierato questo incipit:
    Correva lieto, a volte incespicando un poco, l’anno del Signore, ormai sostituito da un signorotto (in seguito vedremo perché), duo milia quater viginti quinque. Il duemila ottantacinque nella lingua in uso una sessantina di anni prima. L’astrusa patina simil latina s’impose per distinguersi dalla “variante fuori regno”, ossia l’angliano peninsulare, ormai arreso alle incursioni straniere.

    IO ho contrapposto:
    Il momento arrivò quando fu chiaro che la nostra terra non era più terra, ma territorio. In ritardo, ritrovai la voce. Il Meau era già morto da decenni, col sorriso sulle labbra.

    Poi è cominciata la partita. Cronaca dei punti salienti del primo tempo, delle mosse e contromosse.
    IA – Perciò gli svizzeri tedeschi se ne andarono, lasciando in eredità un patrimonio archeo-turistico costituito dalle loro villette in stile pseudo ispanico, di bianchissimo affrescate e con i sassi a vista.
    IO – Al bordo della campagna, fuori dalle povere case del paese vecchio, addossate l’una all’altra. Dalla finestra vedevo il campo di calcio e la scuola, senza neanche un letamaio in mezzo. Vedevo anche le pome e i peri del Mepà, che mi hanno rovinato mille sabati strappati al gioco, sciupati con la pala e il picco a fare buchi per piantarli.

    IA – Tutto questo sfarzo, tra marmi e stucchi dorati, lasciò il popolino a bocca aperta. E anche un po’ asciutta, perché la redistribuzione della ricchezza non era tra le priorità del Princeps Mirkus Campana de Monte Carolassi, altresì detto il Signore di Signôra.
    IO – Si vive di illusioni no? Il fotbal, l’amore, gli amici, i libri, le sbevazzate e i canti da ciocchi. Voglio dire: erano l’illusione di avere tutto lì. Mica a Barcellona Amsterdam New York. No, lì, tutto lì, anche il lavoro.

    Come quando giocavo nei boys, siamo andati alla pausa senza sapere il risultato.
    Abbiamo aspettato il secondo tempo.
    Ho cominciato prudente, aspettando le mosse della IA.
    IA – Basta, il Principe calò il suo asso: “Ascendemus ad paradisum… fiscalem.”
    “Che fantasia!” obietterà qualcuno sarcastico.
    Nell’ex cantone introdussero una tassazione aggressivo-regressiva. Di fronte a patrimoni grossi e grassi, l’aliquota fiscale s’intimidiva, riducendosi a un fastidio minimo patteggiato con accomodanti funzionari.
    IO – Un giorno, ma ero già grandino, sui trenta, mi svegliai che non parlavo più.
    Ma come?
    Altro che parole ritratte. Sparite!
    Ci provavo be’, ma la voce niente. Da principio la Memam si sentì sollevata per la tregua della logorrea. Poi si preoccupò: e infine mi assolse da ogni incombenza.
    Riposa caro.
    Finalmente potevo sognare e costruire frasi nella mia mente, potevo leggere.
    Indisturbato.
    Ma parlare no.

    Poi, in zona-Cesarini:
    IA – Un vento di ricaduta economica da Sud sta spazzando via la Confederazione. Il nostro Zug è stato sorpassato a destra e ora è fermo su un binario morto. Dopo secoli di cauti equilibrismi e deferenza vediamo tramontare i nostri privilegi, con i cantoni che se ne vanno a cercare fortuna, ognuno per sé.
    IO – Un giorno che mi decisi ad andare in città col postale, appena passato San Giuseppe, che è il confine a sud del mio paesello, mi scappò un rutto che risuonò fino ai sedili davanti. Che cos’era quella roba? Provai a dire una delle parole con cui allenavo la mente per far tornare la voce.
    Vacca!

    Col timore che potesse finire in pareggio, ho aspettato il fischio finale.

    gene

  • Il maiale è mio fratello

    Il maiale è mio fratello

    Un consiglio preciso: dobbiamo smetterla di additare come porcello il primo che ci sta sulle balle, spesso un politico di qua o di là. Per rispetto. È una creatura che ha la sua dignità e non importa se la sua vita sarà breve o risibile, il porcello. Che nemmeno è stato eletto, figurarsi, ma si sacrifica sotto l’imperio popolare delle mortadelle e delle costine. Lo fa il politico questo nobile gesto? Bah, domanda retorica.
    Torniamo al maiale, il porscell, il ciugn, il chancho, la scrofa, come volete voi. Si tratta di una creatura mite, che spazza gli scarti, compresi diossina e giornali. Si crogiola nella palta senza fare niente, felice delle croste. Cerca di camminare il meno possibile e ubbidisce solo se ne ha voglia.
    È fedele, non fa proclami, non fa programmi, non delega, non esige.
    Inoltre, è dedito con ardore alla prosecuzione della specie, senza preoccuparsi del mondo che lascerà ai suoi eredi perché fin da piccoli li lascia liberi di esprimersi: mangiare, bere, dormire, non lavarsi.
    Se scorressimo i programmi elettorali leggeremmo gli stessi istinti, ma con intenti di sottomissione e senza il pensiero di lasciare qualcosa agli altri. Se un maiale ha fame, dissotterra grufolando un tubero o toglie la castagna dal riccio: se un uomo ha fame è costretto a mendicare o a sparare. Il maiale non chiede, non deruba, non arraffa.
    Una volta il maiale ci assomigliava, lo diceva anche il pur rispettabilissimo Orwell, e l’accostamento stava in piedi. Ora non più, noi abbiamo preso la tangente verso il lavora-consuma-crepa. Mentre lui, il porcello, si adopera per star bene e poi chiudere l’esistenza facendosi mangiare (non da tutti, c’è ancora nobiltà e terrore in quello che si ingolla). È una specie di Albert Schweitzer, solo che non si fa mangiare solo dai suoi africani, ma da tutti. Il maiale è un curatore delle nostre anime decadenti.
    Quindi è ora di dire basta all’insulto corrente, altrimenti il nostro maiale potrebbe, a ragione, offendersi.
    Oggi, celebrazione con pancetta al sugo. Grazie fratello.

    gene

    L’uomo non troverà la pace interiore finché non imparerà ad estendere la sua compassione a tutti gli esseri viventi.
    Albert Schweitzer

  • Primo Maggio di resistenza

    Primo Maggio di resistenza

    Mi sembrava giusta una foto così, da strepenati in fuga, in questo bel giorno quasi sempre tradito. Qua c’è un lavoro, nuovo, vero e fatto di idee e impegno.
    Dentro questa storia sono rinchiusi i soliti antieroi che nemmeno sanno, ma stavolta non c’è tempo per scherzare o morire da stoici: è una notte finale, seria.
    Cosa resta, cosa ci resta in fondo, quando perdiamo tutto, i soldi, il lavoro, la salute, la giovinezza, l’amicizia, la pace? O la morte… O la parola, il pensiero che assume forza nella resistenza collettiva, nella condivisione, nella compassione.
    E allora, nella Città assediata i protagonisti concorrono a questa opposizione, cercano coraggio e senso, scelgono. E come in un palcoscenico teatrale si dichiarano. I loro stessi nomi ridisegnano i corpi e l’onomastica.
    Può inquietare. Ho scritto con due stili: un narratore classico che in versi introduce la prosa verbale dei personaggi (sono 29). Ma si capisce.
    La chiudo neh. Non pensavo. Non immaginavo di arrivare fino a qui. Sono riuscito a scrivere senza tradire ciò che sono io e ciò che dicono gli altri strepenati. Anzi, mi sono potuto estendere grazie alla comprensione di Esther e Massimo. Sono felice, senza esagerare.
    Arcaneide non è solo ribellione o incoscienza: è desiderio, è speranza. Il mio desiderio, la mia speranza per tutti o per chi la vuole.

    gene

    Arcaneide sarà in tutte librerie a partire dal 1° giugno 2026.

    Si può preordinare sul sito di Temposospeso:
    https://edizionitemposospeso.it/negozio/nostro-catalogo/arcaneide/